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Il padre di un martire del Fronte Popolare: “Siamo una cosa sola, in tutto il mondo”

dai nostri corrispondenti in Medio Oriente:

Raggiungiamo l’abitazione che fu di Muataz dopo aver superato il filo spinato che circonda una pista d’atterraggio per elicotteri della polizia palestinese. Dalla stradina sterrata che divide le “case” (se così si possono chiamare) del campo profughi, nella maggior parte incomplete e ancora in costruzione, sempre costruite in modo precario e completamente in cemento, scendiamo verso quella della sua famiglia. Questo campo, Deisha, è tutto pieno di manifesti, scritte e foto di martiri del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, l’organizzazione comunista che dagli anni Sessanta è protagonista, con alterne vicende e successi, della resistenza palestinese all’occupazione israeliana e alla presenza sionista.

Hamza ci accompagna e ci indica quattro ragazzi affacciati a un balcone, che sorridono e lo salutano. “Sono i fratelli di Muataz. Sono appena tornati dalla prigione”. La madre è una signora anziana, silenziosa, vestita in abiti tradizionali. Anche il marito, Ibrahim, signore dal volto vissuto e gli occhi forgiati dal tempo, una barba bianchiccia di due giorni e una kefiah rossa poggiata sul capo, indossa un lungo abito orientale. Ci propone di sederci al sole, nello spiazzo sterrato di fronte alla casa, in questo congestionato agglomerato di abitazioni, rifiuti e ferraglie che sembra sintetizzare al meglio il concetto di discarica dell’umanità che il mondo ha riservato a chi da settant’anni è profugo nella Palestina occupata. La moglie gli siede al fianco. Piano piano arrivano anche i fratelli di Muataz, tra cui Hassan, protagonista di questa storia.

Voi siete i genitori di un martire dell’Intifadah. Vi chiediamo di raccontarci la vostra storia.

Muataz era il più grande dei nostri figli. Due giorni fa sono tornati a casa nostra e hanno sfondato la porta, poi hanno arrestato uno dei fratelli. Hanno danneggiato l’abitazione, sequestrato delle cose. Quasi tutti i fratelli di Muataz – Ahmad, Hardan, Mohamed, Hussein – erano stati in prigione, lui mai.

Come è accaduto che Muataz venisse ucciso?

È morto durante gli scontri a un check-point, qui attorno a Betlemme. Muataz era sempre in prima linea; hanno mirato a lui e l’hanno ucciso. I cecchini prendono ordini dalla polizia. Erano scontri duri, lui era a volto coperto, ma la polizia lo riconosceva lo stesso. Era appena tornato dalla Francia perché il fratelo Hassan era in sciopero della fame in carcere. Era tornato perché non voleva essergli lontano, ma le cose sono andate diversamente. Muataz era il maggiore supporto per noi e per la famiglia, tutti i suoi fratelli entravano e uscivano dalla prigione.

Il 13 ottobre era stato il primo a cominciare gli scontri. Si trovava al check-point e ha cominciato a tirare pietre ai soldati. Tutti gli altri gli hanno detto: “Ma che fai, Muataz, non vedi che sei l’unico a lanciare pietre?”. Lui ha risposto: “E’ sempre uno che inizia”. Quel giorno gli scontri sono diventati durissimi e sono durati ore, in tantissimi hanno partecipato. La polizia ha visto benissimo che aveva iniziato lui, e che lui era sempre in prima fila, che continuava ad incitare gli altri; alla fine hanno dato l’ordine di ucciderlo.

L’hanno colpito con una pallottola dum-dum, le pallottole che esplodono dentro il corpo. È stato colpito alla spalla e la pallottola è rimbalzata nello stomaco. Ci ha messo dieci minuti a morire. A quelli che l’hanno soccorso continuava a dire che qualcosa gli stava esplodendo nella pancia, loro continuavano a cercare il foro d’ingresso del proiettile ma non lo trovavano. Poi si sono resi conto che era entrato dalla spalla.

Quando avete appreso della morte di vostro figlio?

Ci hanno detto subito, per telefono, che Muataz era stato ferito negli scontri al check-point. Quando siamo arrivati all’ospedale, però, abbiamo trovato troppa gente, l’aria era particolare. Ho capito subito che mio figlio era morto. Ancora dentro l’ospedale, i medici mi dicevano che l’avrebbero salvato. Anche la gente intorno mi diceva no, non è morto; ma io lo sapevo.

Per me è stato un grande schock, non me lo aspettavo. Ero convinto che sarebbe morto uno degli altri fratelli, ma non lui. Era tornato da Francia e Germania il 5 settembre. Era partito per l’Europa due mesi prima per fare un giro di incontri sulla Palestina. Avrebbe dovuto restare di più, ma quando ha saputo che il fratello, in carcere, aveva iniziato lo sciopero della fame, è tornato. Sapeva che il fratello Hassan lo avrebbe sentito vicino a sé in quel momento difficile.

Aveva preso a lavorare all’Intercontinental Hotel come cameriere, da quando era tornato. Era pieno di energia, anche le iniziative in Germania e Francia erano andate bene. Inoltre dopo quarantadue giorni di sciopero della fame, il primo ottobre, Hassan aveva vinto: il giudice ha disposto che la sua detenzione amministrativa si estinguesse entro trenta giorni, il 30 ottobre.

Muataz è stato ucciso il 13 ottobre. Non ha più potuto vedere il fratello. So che anche in Europa hanno organizzato delle veglie quando è morto: in Germania, in Francia, in Spagna. Muataz era anche stato in Italia nel 2007, quando aveva giocato nella squadra del Deisha durante un torneo a Livorno.

C’è un messaggio che vorreste mandare all’Italia?

Vorrei anzitutto ringraziarvi, per la solidarietà che mostrate e per il fatto che state dalla nostra parte. Le lotte dei popoli si completano l’una con l’altra. Come palestinesi ci sentiamo parte di una sola rivoluzione mondiale, è uno dei principi base del Fronte Popolare. Siamo una cosa sola in tutto il mondo.

Noi siamo sotto occupazione, la più lunga occupazione di sempre. L’obiettivo di Israele è una terra senza popolo, facendoci sloggiare da qui volontariamente, o di forza. Le uccisioni, gli arresti servono a far scappare le persone, in primo luogo da Gerusalemme. È a questo che serve anche il Muro dell’Apartheid. Tutti questi omicidi sono perpetrati per rubare la nostra terra.

Tutti i comunisti e i compagni, in Italia, devono conoscere questa reale rappresentazione delle cose. È pieno di colonie illegali, in Palestina. Noi potremmo anche scambiare la nostra terra, ma in cambio di quale terra? Possiamo stare soltanto qui. Ci sono un milione di coloni in Cisgiordania, e sono contro la creazione di uno stato palestinese. La soluzione dei due stati è impossibile, lo dice Israele stesso. Come potremmo negoziare? È inaccetabile.

Io ho passato otto anni in prigione. Tra me e tutti i miei figli, abbiamo speso in prigione 25 anni. Soltanto mia moglie non è stata in prigione. Vogliono che riconosciamo che questo è uno stato ebraico, ma non lo faremo mai. La religione non c’entra, è un fatto politico. Solo le spie possono accettare che questo sia uno stato ebraico. Chiediamo: come può, il governo italiano, appoggiare uno stato d’occupazione? Sappiamo che Israele ha i suoi modi per influire sulle istituzioni di tutti i paesi. Proprio per questo vi chiediamo di lottare affinché l’Italia interrompa qualsiasi rapporto con Israele.

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