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Baltimora, esplode la rabbia contro la polizia per la morte di Freddie Gray

La manifestazione di ieri era nata come un presidio davanti al municipio cittadino, dopo che negli scorsi giorni centinaia di manifestanti si erano riuniti davanti alla stazione di polizia del distretto occidentale per protestare contro gli abusi degli agenti, che avevano più volte caricato i cortei portando all’arresto di diversi cittadini afroamericani. Durante il sit-in di ieri diversi interventi hanno esortato la folla a “bloccare la città” e a “non avere paura della polizia”, mentre la bandiera degli Stati Uniti d’America veniva sostituita con una versione in bianco e nero da alcuni attivisti.

La rabbia di fronte all’impunità degli agenti che hanno massacrato di botte Freddie Gray – spezzandogli la spina dorsale – e che ora si trovano in congedo pur rimanendo stipendiati e ufficialmente in servizio, ha fatto sì che le proteste di ieri trovassero il giusto sfogo per una rabbia covata troppo a lungo dalla comunità di West Baltimore, dove è avvenuto l’omicidio. Baltimora, infatti, oltre ad essere la città portuale più importante degli USA, ha un numero di omicidi sette volte maggiore della media nazionale (seconda solo a Detroit), e le condizioni di povertà cronica nelle aree del “west side” la rende una delle città con il più alto tasso di “incidenti” mortali dovuti agli abusi delle forze dell’ordine.   

Diverse decine di manifestanti si sono quindi spostati in direzione dello stadio di baseball di Camden Yards, circa un’ora prima che iniziasse il match tra i Baltimora Orioles e i Boston Red Sox. La folla, composta per lo più da giovani e giovanissimi dei quartieri popolari, ha tentato di sfondare i cordoni di protezione della polizia antisommossa, lanciando bottiglie e bidoni verso gli agenti; diverse auto della polizia sono state distrutte, mentre i manifestanti – in fuga dalle violente cariche – bloccavano le strade limitrofe allo stadio e saccheggiavano diversi esercizi commerciali della zona.

Gli scontri sono proseguiti fino a tarda serata, in un clima surreale in cui la polizia ha obbligato gli spettatori della partita di baseball a rimanere dentro lo stadio fino a quando i manifestanti non si fossero allontanati; nel frattempo i reparti antisommossa (oltre 1200 agenti schierati) esortavano la folla a “rimanere pacifica” mentre marciavano a passo di carica per le strade e arrestavano almeno 12 persone, tra le quali un giornalista.

“Tell the truth, stop the lies, Freddie Gray didn’t have to die!” nel frattempo è diventato il motto con il quale la comunità afroamericana di Baltimora chiede che venga fatta chiarezza sulle dinamiche che hanno portato alla morte del giovane. Sono diversi, infatti, i punti interrogativi rispetto alla giornata in cui Gray venne arrestato: innanzitutto è stato ormai confermato dagli stessi agenti che non gli furono fornite le necessarie cure mediche immediatamente dopo il fermo; segue quindi il silenzio imbarazzante di polizia e istituzioni cittadine rispetto agli oltre 30 minuti in cui Gray è rimasto rinchiuso nel cellulare della polizia e che nel tragitto verso il commissariato avrebbe fatto almeno tre tappe durante le quali non è dato sapere cosa sia successo.

A questi fatti si legano i dubbi, più che legittimi, rispetto alla reale volontà di accusare gli agenti per l’omicidio. Il Dipartimento federale di giustizia – similmente a quanto fatto dopo la morte di Michael Brown a Ferguson – ha comunicato di avere aperto un’indagine per verificare eventuali violazioni dei diritti civili nell’episodio che ha portato alla morte di Gray, anche se una mossa di questo tipo è più funzionale alla Casa Bianca per tentare di placare gli animi che per provare effettivamente di fare chiarezza sul caso.

Il sindacato di polizia ha dichiarato di difendere gli agenti al 100% e ha definito le proteste di questi giorni un “linciaggio” nei confronti delle forze dell’ordine. Inutile provare, ancora una volta, a questionare sulla differenza che passa tra il massacrare di botte una persona e sfogare la propria rabbia sui responsabili di questi atteggiamenti, siano essi in divisa o in doppiopetto. Ad oggi ci basta sapere che per ogni abuso razzista della polizia ci saranno migliaia di persone pronte a ricordare che la vita di un afroamericano vale tutto l’amore  e la rabbia che si prova nel resistere ai lacrimogeni a Ferguson così come nel distruggere le auto della polizia a Baltimora.

La lotta  non è finita.

 

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pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

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