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Nuovo Isee: quali prospettive di lotta per un agire antagonista in università?

Il soggetto studentesco è variegato, eterogeneo, frammentato, impalpabile. Difficile da interpretare, terreno scivoloso per tanti anni, riusciamo oggi a raccogliere i frutti nati dagli spazi di lotta aperti grazie alle microvertenzialità autonome in zona universitaria.
Le pratiche di territorializzazione, riappropriazione, autogestione ci hanno permesso in questi anni non lasciare che la zona universitaria, gli studenti e le studentesse stessi si assopissero di fronte l’avanzata imponente di un’aziendalizzazione formativa, sociale, culturale.

 

L’aziendalizzazione dell’università oggi porta con sé altre questioni da porci: come, ad esempio, l’impoverimento sociale e la proletarizzazione degli studenti causati dalla crisi all’interno del mondo della formazione; bisogna forse arrivare a ripensare il concetto di “merito”, distruggere l’economia della promessa, spezzare le catene del disciplinamento causato in questi anni da lunghi processi di riforme.
L’individuazione del nodo-reddito come campo centrale di conflitto, come terreno di sperimentazione e ricomposizione politica ci ha permesso di far esplodere (senza ovviamente voler tracciare forzate linee di tendenza) quelle crepe riempite in questi anni dagli studenti con sentimenti di frustrazione, rabbia repressa, sopportazione, in nome di un’ideologia meritocratica o di una promessa che insieme iniziano a mostrarci le loro prime falle e i loro nervi scoperti.

 

In questa prospettiva va letta la decisione del governo Renzi di varare un nuovo sistema di calcolo dell’ISEE, entrato in vigore il 1 gennaio 2015, che tramite l’uso di nuovi parametri farà apparire sistematicamente più alti i redditi calcolati, rimanendo immutati quelli reali, rendendo di conseguenza più difficile l’accesso alle prestazioni sociali agevolate. In pratica, come indicato da una stima del Sole 24 Ore, i patrimoni del 2015 risulteranno più cospicui dall’ 8% fino al 30% a parità di condizioni reddituali oggettive con il 2014. Nella sola Emilia-Romagna, al 18% degli studenti verrà negato l’accesso all’università; ciò fa sicuramente parte di un progetto ben più ampio del Governo, che avevamo già tracciato quando abbiamo sentito parlare di Buona Università.

 

In tutta Italia le cifre si aggirano oltre il 25% di studenti che quest’anno non hanno più diritto alla borsa di studio, senza contare le matricole che non ne vedranno mai l’ombra e che quindi si vedranno costrette a restare nei paesi natii. E’ forse questo ciò a cui il sistema aspira? Non ricorda forse la storiella ben raccontata dal compiaciuto Renzi della suddivisione formativa tra atenei di serie A e atenei di serie B? L’impossibilità di movimento dovuta da una negazione del diritto allo studio vi rientra appieno.
Sempre più studenti non potranno accedere ad atenei con migliori offerte formative o, semplicemente, cambiare città; notiamo quindi come inizi non bastare più l’essere “meritevoli” poiché l’esclusione si da su basi di reddito (ovviamente in questo caso fittizie).

 

E allora, se studiare e rispettare tempi e ritmi imposti dall’università azienda non serve nemmeno più, quei sentimenti di frustrazione a cui accennavamo prima iniziano a scalpitare. E noi dobbiamo essere lì, sempre presenti sul territorio, per riuscire ad intercettarli ed organizzarli; l’individuazione della controparte è un punto ostico, ma ci consegna ora come ora il dato che riguarda la possibilità di agire sul territorio locale con microvertenze volte al conflitto con istituzioni universitarie, enti regionali, rettori.
D’altra parte la capacità di saper dare un’alternativa che sia reale, materiale e non eterea o fittizia ci deve vedere percorrere una temporalità di breve-medio periodo che sappia dare da un lato risposte concrete a bisogni concreti, dall’altro una continuità al percorso di lotta. Parliamo ad esempio di pratiche come la riappropriazione, l’occupazione, il blocco.

 

La vertenza si sviluppa ovviamente sul territorio, ma ciò non esclude che il diramarsi nelle varie città di altre esperienze simili contro il nuovo calcolo Isee, come a Pisa o a Torino, non possa permettere la creazione di pratiche generalizzabili a livello nazionale.

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