InfoAut
Immagine di copertina per il post

Mentre l’Italia è alla deriva in Germania si pensa alla deglobalizzazione

In Germania iniziano a veicolare analisi circa la prossima fine del loro modello di esportazione che ha vinto la globalizzazione. In Italia invece si continua a parlare delle dichiarazioni del politico di turno e di soluzioni autoreferenziali.

Nello stesso periodo in cui le immagini del Barnum Italia scorrono vivacemente, in Germania si comincia a pensare a quella che viene chiamata deglobalizzazione.

Ma prima qualche fermo immagine su, appunto, il Barnum Italia: dopo il 4 dicembre nessuna delle fazioni in campo ha una soluzione per cambiare il paese. Il blocco che ha appoggiato il clan renziano al referendum -un qualcosa cementato dai media generalisti che è composto dal sindacato come da confindustria, le grandi coop, l’asfittica finanza tricolore e ciò che resta delle banche- è disorientato dal caos attuale proprio perchè rappresenta degli interessi concreti non delle opinioni in libertà. Quando poi il blocco protagonista del No,i giovani sotto i 30 anni, all’indomani del voto viene semplicemente ignorato nei commenti da tutti gli attori in campo, il segnale è chiaro. Questa non è crisi della rappresentanza politica, o una mutazione dei soggetti del politico, è l’apogeo dell’autoreferenzialità dei cartelli elettorali.

Del resto, la cosidetta politica istituzionale, è pura, per quanto sgangherata lotta per il potere. Ed è un potere sempre meno efficace, viste le mutazioni della società. Per questo tutti i cartelli elettorali in campo, al netto delle lotte interne, convergono verso una soluzione: cercare di azzeccare la combinazione di legge elettorale che ottimizzi, al meglio, il potere disponibile. La classica risposta del ripiego su sè stessi di fronte alle grandi mutazioni. Una specialità molto italiana, in politica, da oltre tre decenni. Lo stesso Renzi adesso non appoggia più di tanto una linea di rappresentanza di interessi. Al momento Renzi, dopo lo spettacolo delle dimissioni a mezzanotte, di interessi rappresenta solo i propri, quelli della pura lotta per la sopravvivenza politica. Certo, se guardiamo ai classici della politica che, come Weber, che pensavano che la lotta per la sopravvivenza fosse un prerequisito per la potenza politica, anche per loro questo non è periodo di certezze. Renzi, come i suoi competitor, lotta per la sopravvivenza per assicurarsi non la potenza ma la presenza politica, ristretta rendita di influenza e di ricchezza nonchè di forte esposizione mediatica. La potenza la politica l’ha persa da tempo, tra lobby, processi di governance, economia della finanza e processi di sovradeterminazione globale del politico. Ecco così che il gesticolare da guappo da discoteca di provincia, che caratterizza Renzi ad ogni apparizione alla direzione Pd e che sembra far parte del suo processo di formazione, non è una interpretazione minimalista di un potere reale. Ma l’interpretazione reale di un potere minimalista, che tanto più si fa immagine tanto più risulta, in questo caso per fortuna, privo di quella sostanza che rende il potere politico esercitabile e temibile: quella capacità di far valere le proprie ragioni, incondizionatamente e senza veri vincoli.

Certo, se Renzi è questo, una maschera vernacolare destinata a rimanere incompiuto potere politico, non è che dalle parti del movimento 5 stelle si stia meglio. L’intervista di Di Battista a Die Welt, testata che vedeva già il M5S come i monaci benedettini vedevano il giaciglio di Satana, è un capolavoro di autoaffondamento del proprio tentativo accreditamento all’estero.Di Battista, di fronte ad un giornale attrezzato e molto sensibile alle posizioni di Weidmann (presidente della Bundesbank), nel migliore dei casi non ha affatto passato la prova. Infatti, riesce  a dire che un governo 5 stelle, il cui programma da lui delineato sembra più una portata di piatti scelta da un menu che qualcosa di politico, farà quello che per la Germania, e metà dei mercati finanziari mondiali, è la bomba fine di mondo, altro che i plebisciti mancati di Renzi: un referendum sull’euro. Sicuramente Di Battista se voleva alimentare tutte le paure emerse sulla stampa tedesca, e non solo, riguardo al  M5S  c’è riuscito brillantemente. Tra l’altro è un’ipotesi devastante, uno scenario che sottoporrebbe il paese ad un triplo, fatale stress: quello derivato dall’incertezza di andare al governo con un programma politico inapplicabile perché in attesa di un referendum la cui portata investirebbe l’eurozona e il terzo mercato obbligazionario al mondo (l’Italia), con vere, potenziali catastrofi economiche e finanziarie globali nello spazio questa incertezza; quello di progettare un referendum incostituzionale secondo le norme della costituzione appena difesa, proprio dai pentastellati, via referendum, alimentando una vertigine di veti, ostruzionismi, proteste e ricorsi; quello di dare vita a politiche economiche con l’euro in attesa, spasmodica, del referendum sulla moneta unica, praticamente il contrario dei requisiti politici di stabilità necessari per progettare e costruire l’uscita economica dal declino di un paese qualsiasi sia la strada da intraprendere. Da non credere, se non fosse tutto vero.

Del resto l’ultimo pentastellato che si è addentrato in questi temi è l’ex membro del direttorio ed ex responsabile economia M5s Carlo Sibilia, quello che ha twittato sull’inesistenza dello sbarco dell’uomo sulla luna, autore di una  proposta di legge sul matrimonio di gruppo o tra specie diverse. Sibilia ha sostenuto pubblicamente di voler uscire dall’euro ma, beninteso, con i bond del debito pubblico europeo, quindi anche italiano, pagati dai tedeschi. Chissà se a Berlino ha prevalso più il riso o l’urlo di Munch. Di sicuro, l’intervista di Di Battista non ha migliorato la situazione. Tra Renzi e il movimento 5 stelle, se la qualità del confronto politico rimane questa, è evidente che l’Italia è alla deriva. E, senza misure politiche innovative, la sentenza è già scritta dai mancati investimenti nei settori strategici (infrastutture, tecnologie, sapere) che latitano da lustri nel nostro paese.

Certo, i tedeschi ancora oggi si rifiutano di capire, cosa che magari è meglio che imparino presto, che nella politica italiana niente va preso alla lettera e, tantomeno, sul serio. Eppure l’esempio di Tsipras,  che ha cavalcato un referendum anti-Merkel per poi consegnare la testa dei greci alla stessa cancelliera in meno di una settimana dal voto, dovrebbe insegnare loro definitivamente qualcosa anche sulla politica italiana. Ma è anche vero che le dimensioni dell’Italia non sono quelli della Grecia. L’ordigno in mano agli Stranamore pardon, i Sibilia di turno, che si annidano allegramente anche tra i renziani, sarebbe eventualmente più grosso. Che ci pensino tutti e resettino tutto prima di danni irreparabili. L’Italia è un paese alla deriva, non è la prima volta, magari arriva quel sussulto del naufrago che cerca di ritrovare una rotta che sia una. Ma intanto, è deriva conclamata.

Bene, proprio con Die Welt veniamo al mondo reale. Quello che si muove e determina trasformazioni potenti che cambiano le nostre vite, come è puntualmente accaduto dalla caduta del Muro fino ad oggi. Certo il mondo reale non è quella familiare, calda bolla di imitazione di mondo fatta di chiacchiere, indiscrezioni di stampa, leggi elettorali da riscrivere ad ogni occasione, di personaggi bizzarri che, in ogni schieramento, cercano di risolvere una crisi pluridecennale con qualche battuta di repertorio.

Die Welt, giornale sponda Weidmann e in area (seppur critica) Merkel, non molte settimane fa ha prodotto una inchiesta su un quarto di secolo di globalizzazione economica, nella prossimità dell’anniversario dalla firma del trattato di Maastricht (nel febbraio 1992 cadono i primi 25 anni). Tra l’altro, in quell’occasione, c’era un articolo  avrebbe dovuto essere trattato con minor indifferenza in Italia. Quello che ha recitato, testuale “noi [la Germania, non l’Ue o l’eurozona, ndr], siamo dalla parte dei vincenti della globalizzazione”. Un’affermazione, quella si, di potenza che celebrava, dal punto di vista dell’analisi non quello delle cerimonie, la capacità della Repubblica federale di entrare pienamente nei processi economici globali apertisi proprio dopo la caduta del muro. Un’economia innovativa, export-oriented, un sistema bancario e finanziario a supporto di questa economia in tutto il mondo, ben integrato nel Gotha della finanza globale (titoli tossici compresi), una riforma dello stato sociale adatta a queste mutazioni, un complesso statuale, amministrativo, universitario in grado di supportare con intelligenza, ed efficienza, decisioni politiche e supporto alle imprese. Del resto la capacità della Germania, subito dopo il crack di Lehman Brothers, di saper orientare l’export in Cina e in tutti gli allora paesi Brics, tanto da far pesare questi paesi più dell’export verso l’Ue, può esercitarsi solo se un paese ha una infrastruttura sistemica flessibile, intelligente e veloce. Certo, niente, in politica ed in economia, non ha delle controindicazioni e degli angoli ciechi, ma questo è scontato. Come, purtroppo, i milioni di lavori precari che ha prodotto, nel ridefinirsi dello stato sociale tedesco, questo modello.

Il punto vero è che, proprio in chi si vede dal lato vincente della globalizzazione, le analisi cominciano a cambiare. E non è poco. Sulla stessa Die Welt esce infatti un’analisi che da noi stenterebbe a decollare. Non solo perché la politica oggi da noi  è pensare a breve ma, anche, per una visione sacrale della globalizzazione che ci caratterizza, specie a sinistra. La globalizzazione è vista come elemento doloroso ma inevitabile ma anche, ad un certo punto, dopo una certa soglia di dolore, portatrice di nuovi diritti sostanziali e materiali. Solo che nel punto più alto dell’Europa la si comincia a pensare in un altro modo. Insomma, proprio nel solco del dibattito, aperto da Die Welt sulla globalizzazione, esce un articolo di Holger Zschäpitz, redattore senior delle pagine economiche dello stesso giornale, che fa una riflessione diversa. Cominciando proprio sul successo tedesco nella mondializzazione economica. In sostanza  Zschäpitz conferma la riuscita del modello tedesco nella globalizzazione dell’ultimo quarto di secolo, quello riassumibile con il mantra “vendere merci tedesche tramite l’intermediazione finanziaria tedesca”, però sostiene le tesi di una analisi di Commerzbank sulla futura insostenibilità di questo modello. Non a caso nell’articolo di Zschäpitz si trovano, con chiarezza, queste parole: “la Germania deve reinvertarsi”. Infatti, seguendo l’analisi di Commerzbank,i paesi verso i quali la Germania esporta sono destinati a declinare. Stavolta, secondo questa lettura, sta diventando sempre più difficile appoggiarsi a paesi come la Cina per compensare le perdite di export dovute alle crisi. L’Europa, sempre secondo Commerzbank, è stagnante e gli stessi paesi, come i Brics, che hanno supportato l’export tedesco sono visti come frenati o, addirittura, verso una “drastica contrazione” economica. Ecco quindi, riprendendo poi le analisi di Deutsche Bank, che Zschäpitz arriva al concetto di deglobalizzazione. Vista come un processo economicamente ineluttabile, dove l’export ha un ruolo minore che nel passato, che riduce la presenza di un’altra stella polare dell’economia e della politica tedesca: la gestione dei surplus commerciali (il surplus commerciale tedesco rappresenta l’80% di quello dell’eurozona. Il suo sostanziale mancato reinvestimento, secondo diversi analisti è funzionale ad un euro più basso quindi favorevole a nuovo export. Inoltre deprime l’economia continentale).  Zschäpitz, in una analisi puntuale dei rapporti commerciali tedeschi con Francia, Gran Bretagna, Olanda, e prendendo nota del recente deficit commerciale con la Cina, pubblica un grafico di Commerzbank dal titolo eloquente, messo proprio alla testa di questo grafico: “E’ finito il tempo della crescita dell’export”.

Come si vede dall’andamento storico presupposto dal grafico, nonostante Lehman Brothers, che aveva coinvolto tanta finanza tedesca oltre che provocare uno choc economico globale,i volumi di export tedeschi, negli ultimi anni, sono comunque cresciuti. Ma, allo stesso tempo, si sostiene che questi volumi siano oggi al capolinea. Problema primario in un paese, la Germania, dove il modello economico, dominante a livello continentale, è orientato all’esportazione. Per rendere questa analisi più incisiva  Zschäpitz pubblica un secondo grafico prendendolo stavolta da Deutsche Bank. Qui l’analisi non è centrata sull’ultimo quindicennio ma sui cicli storici. Il grafico sotto è eloquente prima di tutto nel titolo che lo presenta parlando di assenza di regolarità storica nella globalizzazione. E giù l’incidenza degli scambi globali nella determinazione del pil mondiale, rappresentata graficamente epoca per epoca.

Come si vede quello che preoccupa (grosso modo sia Commerzbank che Deustche Bank che Die Welt) è la contrazione recente, dal punto di vista storico, della quota di commercio mondiale nella determinazione del Pil globale.  Quota di commercio mondiale che, seguendo le tendenze del grafico, potrebbe anche tornare al livello del 1995. Insomma un ventennio di “Europa” per tornare al punto di partenza. In un paese come la Germania che, dal dopoguerra, si è dato un modello di crescita orientato all’export, se l’analisi è centrata, la questione si fa molto seria.Vuol dire che si allentano, sul serio, le condizioni globali che rendono ricco questo modello economico. E che, come afferma  Zschäpitz, la Germania deve reinventarsi. Con processi che, ovviamente, avrebbero una forte ricaduta sul nostro paese. Certo, occasioni per investire il forte surplus tedesco, magari con ricaduta positiva sul resto dell’Europa, ci sarebbero.

Dal 2008 al 2015 gli investimenti in Germania, per inseguire il modello export-oriented,  sono calati di quasi cento miliardi l’anno. Certo, l’Italia, se parliamo di mondo reale, ha fatto ben peggio, infatti è in declino. Dal 2010, e qui si vede cosa vuol dire ristrutturare lo stato sociale e il mercato del lavoro, proprio l’incidenza della spesa delle famiglie tedesche in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque punti percentuali. E il governo tedesco, investendo nel surplus commerciale degli anni passati, potrebbe rinnovare migliaia di strade o ponti e finanziare lo smantellamento di quasi 20 centrali nucleari. In fondo, se la vediamo in questo modo, la deglobalizzazione potrebbe anche essere positiva per il continente, rilanciandolo attorno a un boom del mercato interno tedesco su tutti questi piani. Solo che, fino ad adesso, l’unificazione europea e la moneta unica sono state esattamente il contrario di un processo di unificazione: per proteggere la propria quota di export, il  comportamento, tedesco ma anche francese, ricordava la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava di reagire alle difficoltà proteggendo i propri produttori, senza capire che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale e i propri stessi Paesi. Con il processo che ha prodotto l’euro, e nel periodo successivo, invece, si è aperta una guerra silenziosa in Europa dal quale è uscito egemone un modello tedesco export-oriented che ha depresso economicamente il continente e non ha invertito, come abbiamo visto, la curva di depressione degli ricchezza prodotta dagli scambi mondiali entro il Pil globale.

Il fatto che la Germania entri in una fase politica che tiene conto di una deglobalizzazione magari invertendo i processi di feroce competività, e gli squilibri, all’interno del continente è tutto da dimostrare. Ad oggi sarebbe solo una petizione di principio visto come è  strutturalmente fatta l’Europa: per penalizzare le politiche di mercato interno (sul quale comunque la Germania è cresciuta nel 2015), contrarre il welfare state come occasione di crescita, deprimere i salari, contenere al minimo i redditi di cittadinanza.

Comunque, se il sistema politico tedesco finisse per fare completamente proprie queste analisi -che ognimodo non emergono da settori secondari dell’opinione pubblica e delle banche- nel continente accadrebbe qualcosa di serio. Dal punto di vista economico e della governance continentale. Verso una maggiore integrazione europea o un accentuarsi del protezionismo nazionale? Finora tutti i segnali sono in quest’ultima direzione. Il cambiamento di politica tedesca, per intraprendere una direzione diversa, dovrebbe essere una vera rivoluzione.

Naturalmente non bisogna mai abituarsi a credere all’istante, e  alla lettera, a ciò che viene dall’estero. Ad esempio, Commerzbank e Deutsche Bank, da cui Die Welt ha rielaborato le analisi, sono due banche che hanno bisogno di rafforzare il concetto di interesse nazionale nel caso la loro situazione di bilancio precipitasse. Visto che il loro eventuale salvataggio non sarebbe una passeggiata. Queste possono essere anche analisi di stagione. Magari, per un’altra stagione, la ripresa americana fa da traino, in molti modi, all’export tedesco. Certo, solo 5 anni fa si celebrava, quasi non avesse limiti temporali, il modello dell’export tedesco anche sotto l’onda del gigantesco stimolo fiscale cinese e della forza dei Brics. E sulle stesse pagine di Die Welt e sotto suggerimento Commerzbank e Deutsche Bank naturalmente. In un lustro, invece, emergono analisi di segno opposto, rovesciato. E questi dati, con le analisi, e i grafici a disposizione vanno comunque messi a rilettura, fatti decantare. Il punto è che non possono essere ignorati. Soprattutto da chi fa politica, per non subire quei radicali processi di brutale spiazzamento che, specie da sinistra, avvengono da un quarto di secolo, appunto.

Tra l’altro i media italiani continuano a vedere l’Italia esclusivamente con occhi italiani. Non rappresentano mai, e in un mondo storicamente interconnesso, come ci vedono davvero gli altri. Non parliamo dei social media che, nonostane la loro forza di persuasione e mobilitazione, non di rado finiscono per essere un ripiegamento politicamente provinciale fatto usando strumenti tecnologicamente globali. E così un posizionamento di Franceschini, un ripensamento di Orfini finiscono per pesare di più, nella rappresentazione degli eventi, di come la Frankfurter Allgemeine, o la Sueddeutsche Zeitung preparano l’opinione pubblica tedesca alle politiche da attuare nei confronti del nostro paese. Una autoreferenzialità che, come è già accaduto, pagheremo fino in fondo. Salvo trovarci un qualche capro espiatorio come caldo espediente per spiegazioni di fantasia che rendano meno amara una situazione drammatica. Ed è proprio questo che dobbiamo evitare visto che anche i caldi espedienti, i facili capri espiatori sembrano avviarsi verso l’esaurimento.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Agricoltori e autotrasportatori campani: i blocchi e presidi continuano

Come viene riportato da questo articolo su Altra Agricoltura, l’obiettivo della giornata di oggi per gli agricoltori campani era quello di portare la richiesta di dichiarazione dello stato di crisi all’attenzione della Regione:

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

«No Data Center»: maxi scritta di Extinction Rebellion sull’edificio in cui dovrebbe sorgere il più grande data center d’Italia

Extinction Rebellion ha realizzato delle enormi scritte “No Data Center” sullo stabilimento dismesso dell’ex Ilte e appeso uno striscione con la frase “Fermare l’ecocidio”.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Il 30 ottobre scendiamo in piazza uniti!

Il 30 ottobre sarà sciopero generale. Sarà una grande occasione per tornare in piazza, in tanti e tante, in tutte le piazze d’Italia per far sentire la voce di questo grande movimento che sta nascendo contro la guerra e il carovita. Grazie all’Unione Sindacale di Base ci sarà la possibilità per molti di poter scioperare e non entrare a lavoro e a scuola.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Cerignola si ferma contro il carovita

Continuiamo a raccontare le proteste in corso nel sud Italia, questa volta a partire dall’esperienza di chi si è mobilitato in Puglia, in particolare a Cerignola. Agricoltori, auto trasportatori, lavoratori e studenti si sono uniti nelle piazze e, ci spiega Vincenzo Pinnelli, uno dei portavoce del movimento, continueranno a farlo.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Viminale identifica i camnionisti per rimuovere i presidi. “Non ci fermiamo”, i blocchi a sud continuano

Contro il caro-carburanti Scaffali vuoti in Calabria, Basilicata, Campania (bloccata la A1) e in alcuni casi anche in Puglia e Sicilia; in queste 2 ultime Regioni solo alcune sigle sindacali hanno ritirato i blocchi mentre il governo, per bocca del ministro Urso, ha iniziato a identificare i camionisti “per rimuovere tutti i presidi nelle prossime ore”. I primi numeri del Viminale parlano di 1.339 identificati, 71 denunciati, 242 sanzionati sul piano amministrativo, oltre a disporre scorte di polizia per i tir non in blocco.

Immagine di copertina per il post
Formazione

Scuola: mobilitazioni in tutta Italia, una dozzina le occupazioni a Firenze. Picchetto e occupazione al Porta Romana dopo l’aggressione di un custode

Continua a crescere la protesta nel mondo della scuola. Sono sempre più numerose quelle occupate contro il collasso della scuola pubblica, contro il dl Valditara e il tetto agli alunni di origine migrante nelle classi. Istituti occupati dagli studenti a Napoli, Bologna, Torino, Roma, Firenze e Cosenza. In altre scuole studenti e studentesse stanno dando vita a scioperi improvvisi e a macchia di leopardo. È successo a Legnano, nel Milanese, a Cesano Maderno (Monza-Brianza), a Iseo, in provincia di Brescia e a Trento, dove stamattina centinaia di studenti e studentesse stanno sfilando in corteo.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale

I poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della  fine del Settecento.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Fermare i cantieri per fermare i costi

Secondo il viceministro delle infrastrutture e dei trasporti Edoardo Rixi, le mobilitazioni contro il Tav costerebbero allo Stato oltre 200 milioni di euro ogni anno. Una cifra che, a suo dire, deriverebbe dai mesi di fermo dei cantieri, dai costi della sicurezza e da tutte le spese «a cascata» legate alle proteste.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

La Francia si prepara all’atto secondo

Un’esplosione in termini di numeri, di atti significativi e di convergenze inedite. Inediti anche gli arresti che il regime di Macron ha portato a termine con il 17 ottobre 2026: il maggior numero di arresti avvenuti dal 17 ottobre 1961.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Albania: “non ci fermiamo”. Cronache dalla rivolta.

Domenica 18 ottobre 2026. Quinta giornata di rivolta a Tirana. Oggi, lungo il boulevard principale, è stata letteralmente una battaglia durata oltre cinque ore. Il corteo parte a metà mattinata con l’obiettivo di raggiungere l’edificio del primo ministro. Oggi la polizia inizia la giornata sparando proiettili di gomma ad altezza d’uomo, con i fucili, o appostata su palazzi. E poi i soliti idranti, le cariche, il liquido urticante e i gas. Il corteo resiste, avanza

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Spagna chiama Italia: casa e finanziarizzazione

La lotta per il diritto alla casa negli ultimi trent’anni è sempre stata un’invarianza della rigidità che le classi subalterne hanno imposto al potere nella più generale tendenza neo liberista di attacco alle condizioni materiali di vita delle persone.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Il terreno sta cedendo? Lo yen, il dollaro e l’autunno caldo in Francia

Diciotto mesi fa, dopo la pubblicazione del nostro primo articolo, “Su un terreno instabile”, abbiamo ricevuto numerosi commenti da parte di lettori tanto benevoli quanto perplessi: che farsene di queste analisi e, in fin dei conti, a che pro tutto questo arrovellarsi il cervello?

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Lottare nell’Antropocene: tossicità, grandi opere e conflitti territoriali

Se la crisi ecologica è una crepa nel sistema, quali strumenti di pratica e d’analisi possiamo usare per forzare la breccia? Quali categorie ci permettono una lettura del presente che colga nella catastrofe reali possibilità di conflitto?

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Smascherare il merito

Smascherare il merito è un’iniziativa che si è tenuta il 28 e 29 maggio 2026, due giorni di interventi e assemblee organizzati dallə studentə della Normale e della Sant’Anna, le scuole superiori universitarie di Pisa.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Acqua e Terre

Perché un’azienda italiana del comparto digitale sta comprando centrali idroelettriche e miniere?

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Chi ha parlato della fine del mondo?

All’inizio del mese di settembre, sul social network X è comparso un post di Jacob Coxon, ricercatore appena dimissionario dall’azienda di intelligenza artificiale Anthropic. Il testo annuncia le dimissioni e sostiene che un’intelligenza artificiale di tipo “forte” potrebbe sterminare l’umanità entro la fine del decennio.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Le nuove regole della Resistenza

Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Anatomia di un furto: noi e Navier-Stokes

In data 8 settembre, sul blog dell’azienda di intelligenza artificiale OpenAI è comparso un post il quale sostiene che un modello di IA generativa non disponibile al pubblico – ed evidentemente più potente del loro ultimo modello: GPT-6 Astra – abbia risolto le equazioni di Navier-Stokes, uno dei sette problemi del millennio.