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Lecce: i muri iniziano a parlare e dicono il vero

 

Abbiamo sentito l’esigenza di scrivere questo documento politico, dopo il baldanzoso teatrino andato in scena negli ultimi giorni e tutt’ora in corso, per ribadire alcuni punti fermi.

“Noi viviamo nella più provinciale delle città di provincia, in una bassa servilità a tradizioni che esorbitano dai nostri limiti di sopportazione, rinchiusi come perle nell’ostrica d’un campanile, una chiesa barocca, una piazza con relativi caffè e colonna, un giardino pubblico, cinematografi, roba che non considero per il suo valore in sé e per sé, ma piuttosto come simboli della giornata provinciale, precisamente uguale alla successiva ed alla precedente. Simboli di sciovinismo paesano + bigotteria + statica pastasciuttesca + sentimentalismo + ruffianeria + maldicenza.”

Questo passo del poeta salentino Vittorio Bodini è una rappresentazione particolarmente attuale della mentalità del cittadino medio che inorridisce di fronte alla rottura della sua quotidianità (peggio se in un sabato pomeriggio di shopping) e percepisce qualsiasi forma di dissenso, espressa in modo più forte, come un attacco al decoro della città.

Questo modello di città vetrina è figlio di un pensiero piccolo-borghese che pretende muri bianchi e popoli muti, centri urbani sempre più bomboniere, lontani da quelli che sono invece i reali bisogni e aspettative delle persone che li abitano. E’ questo che avviene anche a Lecce, dove un centro imbellettato, pronto ad accogliere il turista di turno, nasconde la miseria che quotidianamente vivono gli abitanti dei quartieri periferici e popolari della città. Questi ultimi condannati a vivere in assenza di spazi di socialità, servizi e garanzie dei diritti minimi. Parliamo di alloggi popolari che non vengono assegnati, del susseguirsi di sfratti che passano in sordina, di una città dove a causa dell’avvicendarsi di amministrazioni non in grado di garantire i servizi sociali, si muore di stenti (come accaduto a Dino e Veronica, i coniugi trovati senza vita in una struttura fatiscente in Via Taranto), nell’indifferenza totale.

Questa “Lecce bene presa male” deve iniziare a svegliarsi e a muovere i primi passi verso una presa di coscienza politica, ma non solo, rispetto a questo genere di problematiche sociali. Bisognerà abituarsi a questo tipo di pratiche antagoniste e capire che soprattutto in tema di antifascismo, Lecce non vive una pacificazione sociale. In questo senso crediamo che il valore dell’antifascismo non sia per niente anacronistico, (sarà il maiale vichingo dal bavero verde ad essere un residuo bellico, purtroppo inesploso!) ma al contrario valore molto attuale e pratica quotidiana. Essere antifascisti, oltre che battersi contro ogni forma di fascismo e discriminazione, per una società meticcia ed egualitaria, significa parteggiare. Parteggiare per la propria terra contro speculazione dei pochi sui molti e nocività. E’ proprio per questo che nel nostro immaginario collettivo i partigiani dei nostri giorni sono gli uomini e le donne che si battono contro grandi opere inutili che portano ad una -quella si, reale- devastazione e saccheggio dei territori e dell’ambiente. In concreto ci riferiamo alla lotta contro la Tav e la Tap, che non vogliamo né qui né altrove. Ci opponiamo a tali opere, anche se realizzate lontano dai nostri territori perchè contestiamo proprio il modello di sviluppo capitalistico che è nocivo, non equo, e non ecocompatibile. Dalla Valsusa alle nostre coste la lotta è unica, così come il rifiuto di tali grandi opere.
Sono proprio questi i contenuti esplicitati durante il corteo di sabato pomeriggio, che ha saputo dimostrare in maniera determinata la ferma opposizione al raduno neofascista. Un corteo di contenuto, antagonista, che troppo semplicisticamente è stato etichettato “anarchico”, come se il termine fosse sinonimo di violento e vandalico. In realtà accanto ai compagni è scesa in piazza una nuova ricomposizione sociale che ha visto fianco a fianco il padre di famiglia con figlio al seguito, gli studenti liceali, così come lavoratori, disoccupati e universitari.
Fin dalle ore immediatamente successive al corteo, (ma già nei giorni precedenti) abbiamo assistito ad una narrazione quantomai fantasiosa ad opera di giornali e telegiornali, ideata ad arte per alimentare il clima di tensione e speculare su audience e share, cavalcando l’impressionabilità dei più. Si è parlato di “città ostaggio”, “paura”, “centro blindato”, di una giornata da “bollino rosso”, accrescendo così il timore di uno scontro fra due fazioni opposte, come se si trattasse di due squadre rivali. Non si è parlato piuttosto di un’opposizione di valori, che vedeva da una parte i “volti puliti” dei fascistelli del terzo millennio e dall’altra le “facce sporche” di chi si oppone senza ambiguità a qualsivoglia forma di sopraffazione. Pateticamente Bari Repubblica, la sera stessa del corteo, parlava di “tensione e scontri” in città; il termine scontro indica un incontro ostile e violento, con particolare riferimento a combattimenti collettivi o individuali, e non ci sembra di averne visto. Per un giornalista è importante il modo in cui si gioca con le parole, e dietro ogni titolo,ogni occhiello, vi è stato un voler evocare sensazioni di paura ed insicurezza diffusa, con la consapevolezza che il linguaggio determina nel lettore differenti percezioni e stati d’animo (un po’ come si parla di sbarchi e non di approdi in tema di immigrazione). Ci sarebbe piaciuto anzicchè leggere e rileggere dello sguardo terrorizzato di una bambina, quasi a voler evocare quel horror alla Kubrik maniera, imbatterci in lunghi articoli che palesassero il vero volto di questa nuova avanguardia della destra sociale nascosta in un paesino alle porte di Lecce.

Si è resa così evidente quella zona grigia del silenzio e del collaborazionismo così satura di parole non dette e povera di prese di posizione. Nessuno ha detto che Casapound sotto una veste istituzionale e democratica nasconde ideologie razziste, xenofobe e discriminatorie, nessuno ne ha descritto l’ambiguità e le contraddizioni. Oggi come ieri, infatti, la feccia fascista si muove su due binari paralleli: da un lato quello pubblico e legale, delle attività sociali e culturali, dall’altro vi è la loro pretesa velleitaria di fare movimento, occupando case (destinate esclusivamente a cittadini italiani), fondando “centri sociali”, appropriandosi in generale di un immaginario popolare storicamente appartenuto alla sinistra antagonista, per poi reinterpretarlo in un’ottica di violenza indiscriminata e odio per il diverso. Basti pensare alle ronde contro gli immigrati, specialmente nel nord-Italia, e alle innumerevoli aggressioni armate a compagni e compagne.

Questi soggetti, anche a Lecce, sono coccolati e foraggiati dalla destra istituzionale. C’è chi come Simona Manca, vicepresidente della provincia di Lecce, o Saverio Congedo, consigliere regionale, li ha sempre sostenuti partecipando e appoggiando le loro iniziative, e chi come Perrone non ha speso una parola riguardo il raduno, salvo poi ricordarsi di essere il sindaco solo dopo il corteo, ergendosi a paladino della democrazia e del decoro. Proprio Perrone, indignato per qualche scritta, si è reso protagonista, del reale scempio perpetrato ai danni di questa città e dello spreco di denaro pubblico (da Via Brenta al filobus). Ora il primo cittadino si prepara a mettere le mani in tasca ai leccesi, per ripulire il fantomatico imbrattamento, individuando quindi come priorità l’estetica del centro piuttosto che le esigenze di chi vive il disagio e le reali problematiche di Lecce…capitale della cultura!

E come stupirsi di una figura discussa come quella di Adriana Poli Bortone, storicamente lontana da quei principi di democrazia e rispetto, di cui si è fatta portavoce nella dialettica politica di questi giorni. La senatrice ha addirittura partecipato ad un dibattito interno alla tre giorni di Surbo, al fianco di Borghezio ed altri loschi figuri (Di Stefano e Iannone).

Lascia perplessi vedere chi, come il leghista, denigra un intero territorio e i suoi abitanti, a braccetto con chi questo territorio lo dovrebbe difendere.

Ma quale democrazia vorrebbe insegnarci Adriana Poli Bortone? Quella delle ruspe alle quattro del mattino per distruggere Parco Corvaglia e costruire un centro commerciale? O quella dei manganelli sugli studenti che si opponevano alla devastazione di Viale degli Studenti (privato dei suoi alberi a danno dei cittadini, in particolare degli esercenti della zona)? Non accettiamo lezioni di democrazia da nessuno, né da una reduce dell’estrema destra degli anni ’70, né della sinistra leccese, quella dei salotti e delle sezioni di partito, troppo cieca per vedere ciò che accade in questa città. La stessa sinistra che si è prestata al teatrtino mediatico di questi giorni, distinguendo un presunto antifascismo buono (il presidio a Porta Napoli) da uno cattivo (il corteo di sabato). Noi, al contrario, crediamo che l’antifascismo sia uno solo, quello militante, che si pratica quotidianamente nelle strade, nei quartieri e nelle piazze, niente a che vedere con i patetici botta e risposta da campagna elettorale.

Ci chiediamo come mai politicanti e pennivendoli locali si siano concentrati su aspetti formali ed estetici piuttosto che analizzare un dissenso così forte, sentito ed inequivocabile. Ciò che resta a noi della giornata di sabato è la rabbia ed il conflitto espresso da centinaia di persone; resta un percorso politico, quello antifascista, da portare avanti, ed una città, Lecce, da trasformare.

E’ TARDI PER STARE CALMI

 

da: Binario68occupato

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