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La dittatura mineraria in tempi di democrazia elettorale

Le politiche estrattiviste hanno attraversato la “democrazia” argentina sotto tutti i governi, indipendentemente dal segno politico.
Due articoli tratti da Revista Citrica e dal sito della Asociación Argentina de Abogados Ambientalistas ne ripercorrono la storia recente, fino al Decreto de necesidad y urgencia n. 70/2023 appena varato dal governo di Javier Milei.

di ANRed, ANCAP, Revista Cítrica, Agencia Tierra Viva, da Ecor Network


Da Catamarca a Chubut, il potere delle corporations viola i diritti umani con la complicità della politica istituzionale. Perché estrattivismo e democrazia sono incompatibili. Appunti da uno dei territori di sacrificio dell’Argentina.


“Basta con la dittatura mineraria” recita il cartello di cartone dipinto a mano tenuto da una donna mentre passeggia nella piazza principale di Andalgalá, nella provincia di Catamarca. Altri manifesti, con la stessa legenda, compaiono sopra le teste di altri residenti che, come lei, partecipano a questo rito di denuncia e resistenza che si ripete, come ogni sabato, nel territorio dove è stata aperta la prima miniera a cielo aperto del paese e dove oggi avanza un altro progetto sopra i suoi fiumi o – il che è lo stesso –  sopra la sua sopravvivenza. 

Dittatura. Quella parola. Il dizionario lo definisce come il “regime politico che, con la forza o la violenza, concentra tutto il potere s’una persona o s’un gruppo o organizzazione e reprime i diritti umani e le libertà individuali”. L’immaginario collettivo lo associa, dolorosamente e immediatamente, ai colpi di stato civico-religiosi-militari che ebbero la loro espressione più crudele tra il 1976 e il 1983. 

Forse a causa dei crimini aberranti di quest’ultimo colpo di stato, sentire “dittatura mineraria” suona scomodo per alcuni, controverso e persino offensivo per altri. Tuttavia, in quella parola ostile, persone e assemblee socio-ambientali hanno trovato il modo di nominare la trama di potere economico (imprese transnazionali), politico (governi) e giudiziario, che viola i loro territori, diritti e libertà per favorire interessi imprenditoriali e personali. In piena democrazia elettorale. 

Non c’è nessun golpe che inizia questa dittatura. Forse l’assenza di questo atto fondativo è uno dei motivi che rendono invisibile questa presa illegale del potere, che si camuffa con periodici eventi di suffragio e discorsi vuoti.

Dire dittatura significa anche sottolineare l’assenza di democrazia o dell’ideale che essa rappresenta: divisione dei poteri, garanzia dei diritti fondamentali, primato della legge e sovranità nazionale. Dire dittatura significa quindi denunciare la corruzione dei poteri statali, la violazione dei diritti umani, la sistematica mancata osservanza delle leggi e la perdita di sovranità sui territori. 
 

Resti della dittatura

Il recupero della democrazia nel 1983 non ha significato l’eliminazione immediata di tutte le pratiche violente che lo Stato militare aveva naturalizzato. Alcune continuano a manifestarsi surrettiziamente; altre sono mascherate da una presunta legalità e persino applaudite da funzionari “democratici”, il che rende questo sistema ancora più perverso. La violenza armata da parte dello Stato per reprimere le proteste sociali è la più evidente di queste pratiche. 

Proiettili, manganelli, gas lacrimogeni e persino cani addestrati all’attacco sono stati lanciati contro uomini, donne e bambini disarmati che bloccavano una strada comunitaria nel febbraio 2010, per evitare che due progetti minerari li costringessero ad abbandonare le loro case ad Andalgalá. 

Nel dicembre 2021 il governo di Chubut, guidato da Mariano Arcioni, lanciò una “caccia al popolo”, che per una settimana era rimasto in strada per protestare contro la cosiddetta “legge sulla zonizzazione mineraria”. Decine di feriti, una donna abusata sessualmente, un uomo che perse un occhio a causa di uno sparo e minorenni detenuti, sono solo una parte del bilancio. 

Più recenti sono le ferite inflitte alle persone che hanno affollato le vie e le strade in tutto il Jujuy per protestare contro la riforma della Costituzione provinciale, promossa dal governatore Gerardo Morales e che, secondo i popoli originari, colpisce la proprietà indigena della terra e favorisce l’estrazione del litio. Amnesty International ha concluso che vi è stato un uso eccessivo della forza e ha osservato che varie persone hanno subito al torso e alla testa, pratiche proibite dal diritto internazionale. Due persone hanno perso addirittura un occhio a causa di questa violenza irrazionale. Una delle vittime ha solo 17 anni. 

La legge è una ragnatela

“Non la teme il ricco,/ mai la teme chi comanda,/ perché colpisce l’obiettivo grosso/ e fa solo il solletico ai ragazzi”. Così definiva la legge “el moreno”, quel personaggio anonimo, identificato solo dalla pelle scura, che affronta Martín Fierro in una farsa. Sebbene pubblicati 150 anni fa, questi versi non hanno perso la loro validità. Con la bilancia sbilanciata e la benda abbassata, la Magistratura accelera o archivia i casi, inasprisce o elimina le sanzioni, a seconda del denunciante. 

Ad Andalgalá sono state aperte un centinaio di cause contro persone che si oppongono alla cessione dell’acqua per lo sfruttamento minerario. Tre di questi casi sono attualmente oggetto di richiesta di rinvio a giudizio. A Chubut, cinque membri dell’assemblea sono arrivati a un passo dal processo per aver ostacolato i trasporti pubblici durante le proteste scatenate quando la legislatura respinse, senza alcun dibattimento, l’Iniziativa Popolare che, con 30mila firme, chiedeva la proibizione del mega-mining. A Jujuy, con un procedimento a tempo di record, la magistratura ha accusato, processato e condannato un avvocato per i presunti reati di istigazione alla protesta e sedizione.

Questa agilità contrasta con la artritica disposizione con cui la magistratura tratta i casi contro le compagnie minerarie o i loro funzionari servili. A San Juan si attende ancora il giudizio contro ex funzionari per la fuoriuscita di oltre un milione di litri di soluzione di cianuro, che  nel 2015 si riversarono in cinque fiumi. Nessun dirigente della Barrick Gold figura sulla lista.

A Tucumán, due ex dirigenti della Minera Alumbrera godono dell’impunità in una causa per la contaminazione del bacino di Salí-Dulce. Quando tutto era pronto per il processo – stranamente – lo stesso pubblico ministero che l’aveva istruito ha chiesto l’archiviazione di uno degli imputati.

Ad Andalgalá, le macchine del progetto MARA (Glencore) avanzano sopra fiumi e ghiacciai, mentre le cause avviate per fermarle dormono negli uffici di Comodoro Py e della Corte Suprema di Giustizia. 

Detenzioni illegali e tortura

Con una sentenza che somiglia più a un argomento della difesa, tempo fa il giudice Karina Breckle ha assolto quattro agenti di polizia accusati di violenze contro i membri dell’assemblea di Chubut, in occasione dei loro arresti, nel dicembre 2019. La minaccia di trasformare le vittime in “un altro Santiago Maldonado” è stata minimizzata in un Paese che ha avuto 30 mila ‘desaparecidos’ in dittatura e altre ancora in tempi di democrazia. 

Nell’aprile 2021, dodici persone sono state private della libertà per due settimane ad Andalgalá. Non avevano precedenti giudiziari né esistevano rischi processuali. Non c’erano prove che li incriminassero per altri atti oltre al camminare per protestare contro l’aumento delle macchine trivellatrici nel bacino del fiume.

L’ uso eccessivo della violenza della polizia contro corpi e abitazioni, le condizioni disumane di detenzione nel mezzo di una pandemia e le torture psicologiche, sono stati denunciati alla Procura Generale della provincia e a varie organizzazioni per i diritti umani. Stanno ancora aspettando risposte. 
 

Violenza premiata

Non solo non esiste alcuna condanna per gli autori dei pestaggi e delle sparatorie: ci sono premi per chi li ordina o li approva dai propri comodi uffici.

Nel dicembre 2019, José Eduardo Perea (Frente de Todos) ha ricevuto un paradossale regalo di Natale: la nomina a supervisore da parte del Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani. Perea, l’ ex sindaco di Andalgalá e politicamente responsabile della repressione del 2010, lo stesso che in un’intervista aveva anticipato il passaggio delle macchine al giacimento di Agua Rica con una minaccia esplicita: “a chi tocca, tocca”. E così è stato: gli spari e i pestaggi non hanno fatto discriminazioni tra donne o uomini, anziani, adulti o bambini. 

Mariano Arcioni, giunto al governatorato di Chubut con un discorso contro il mega-mining, una volta al potere promosse la legge sulla zonizzazione mineraria e ordinò la repressione che tenne Chubut in virtuale stato d’assedio durante una settimana di proteste. Anche il suo tradimento della volontà popolare è stato premiato: l’Unión por la Patria lo ha inserito come precandidato nelle proprie liste e ora occuperà una carica nel Parlasur. 

Gli echi delle repressioni a Jujuy non si erano ancora spenti quando Horacio Rodríguez Larreta indicò Gerardo Morales come suo precandidato alla vicepresidenza di Cambiemos. Non è stato così fortunato e PASO lo ha lasciato fuori. 

A Catamarca si sono verificate repressioni durante i governi di Eduardo Brizuela del Moral (radicalismo), Lucía Corpacci e Raúl Jalil (peronismo). A Mendoza non c’è stata alcuna divisione partitica nemmeno per il voto sulla modifica della cosiddetta “legge sulla tutela dell’acqua”. 

Come si può vedere, non ci sono divisioni tra partiti quando si parla di estrattivismo. Piuttosto, la spaccatura separa governanti e funzionari – indipendentemente dal segno politico – dai popoli in resistenza. 


Leggi: taglio e cucito

Anche la legislazione soddisfa i capricci delle aziende e dei governi. Se si intromettono troppo, subentra un funzionario compiacente nei confronti della lobby mineraria. È successo con la Legge Nazionale sui Ghiacciai, alla quale Cristina Fernández pose il veto nel 2009: la legge 7722 che la Legislatura di Mendoza ha reso più flessibile nel 2019 o l’ordinanza 029/16 che la Corte di Giustizia di Catamarca ha dichiarato incostituzionale nel 2020. La pressione sociale è riuscita a ripristinare le prime due: l’ultimo è ancora in attesa della decisione della Corte Suprema de Justicia. 

Altre volte, rapidamente e senza rendere pubblica la cosa, i legislatori presentano e approvano leggi che promuovono l’attività. È successo con la legge sulla zonificazione mineraria di Chubut – alla fine revocata – e sta accadendo con un pacchetto di leggi nel Río Negro. 

Resistere nella tempesta

Estrattivismo e democrazia non sono compatibili: laddove avanza la mega-estrazione mineraria, i diritti umani retrocedono. Per questo motivo, come denunciano le assemblee socio-ambientali, il mega-mining ha accesso solo con la repressione. 

Non c’è democrazia se a un popolo vengono negati i diritti umani all’acqua o a vivere in un ambiente sano. Non c’è democrazia quando il loro sacrificio e il loro destino vengono decisi da uffici ermetici e distanti. Non c’è democrazia quando a un popolo viene negata l’autodeterminazione. 

Però neanche c’è sconfitta quando c’è lotta. Come quando in piena dittatura militare le madri e le nonne affrontavano la violenza delle armi con i loro fazzoletti bianchi, oggi, nelle piazze, nelle vie e nelle strade, altre madri, altre nonne, i loro figli e i loro nipoti scendono in lotta con i loro striscioni, bandiere e canti contro questa nuova dittatura mascherata.


* Originale in spagnolo su Revista Citrica
** Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network


Immagini:

*) Copertina Guillermo Castro
a) Susi Maresca
b) Guillermo Castro
c) Guillermo Castro
d) Susi Maresca
e) Nicolás Pousthomis


Peggio che negli anni ’90: DNU, autocrazia, esternalizzazione e regressione socio-ambientale 

del Colectivo de Acción por la Justicia Ecosocial (CAJE) e dell’Asociación Argentina de Abogados/as Ambientalistas (AAdeAA)

Dal Collettivo di Azione per la Giustizia Ecosociale (CAJE) e dall’Associazione Argentina degli Avvocati Ambientalisti (AAdeAA), esprimiamo la nostra profonda preoccupazione e il nostro rifiuto del DNU n. 70/2023. Lo consideriamo manifestamente incostituzionale e in contraddizione con i principi fondamentali della giurisprudenza della nostra Corte Suprema di Giustizia della Nazione (CSJN).

La DNU manca di argomenti solidi e non soddisfa i requisiti costituzionali di “necessità” e “urgenza”. Allo stesso tempo, ignora i meccanismi costituzionali eludendo l’approvazione legislativa, contravvenendo alla giurisprudenza del CSJN. Anche l’emanazione del DNU, di 336 articoli ed enunciato in tutta fretta, viola il divieto costituzionale stabilito nell’articolo 29 della Costituzione nazionale, che può essere considerato un “tradimento della patria” come stabilito dalla nostra Magna Carta. A sua volta, questo viene implementato insieme a un protocollo ‘antipicchetto’ che viola il Diritto alla Protesta Sociale, nel tentativo di mettere a tacere qualsiasi tipo di risposta popolare alle misure. 

Condividiamo con la società una prima analisi degli aspetti socio-ambientali del citato Decreto, dalla quale emerge il suo carattere dichiaratamente regressivo. Tra i punti principali che il documento analizza ci sono: 

Legge sui terreni rurali: approvata nel 2011, la legge sui terreni rurali esprime la necessità di porre fine al processo di esternalizzazione dell’utilizzo delle terre. La legge cerca di limitare l’esternalizzazione dello sfruttamento dei terreni, ponendo un regime restrittivo per l’acquisto di terreni rurali da parte di stranieri. Un articolo importante è quello che vieta agli stranieri di possedere proprietà che confinano con specchi d’acqua (fiumi, laghi o bacini) e confinano con zone di sicurezza.

L’abrogazione di questa legge comporta direttamente la liberazione totale dell’acquisto o del possesso da parte di capitali stranieri. Affidare a stranieri i nostri suoli significa perdere la nostra sovranità sui beni comuni associati al suolo e all’acqua. A sua volta, ciò implica lo spostamento delle popolazioni vulnerabili: le comunità contadine e indigene potrebbero essere espulse a causa della mega-estrazione di metalli e litio, dell’espansione della produzione di soia e bestiame, della frontiera silvicoltura-industriale e dell’attività di sfruttamento degli idrocarburi. 

Leggi minerarie: l’abrogazione della legge n. 24.523 del Sistema nazionale di commercio minerario e della legge n. 24.695 della Banca nazionale di informazione mineraria implica un’opacità ancora maggiore in un’attività già completamente deregolamentata e con l’autorizzazione dell’attività mineraria su larga scala che rende i controlli più flessibili, stabilendo un sistema di regalìe
 ridicolo per le società minerarie e che rimane intatto.

Impatto sul settore energetico: apre la porta alla privatizzazione totale delle aziende pubbliche (la loro trasformazione da società miste a società anonime). Rappresenta un rischio per l’accelerazione dell’espansione della frontiera degli idrocarburi, in un contesto di crisi climatica. Stabilisce una liberalizzazione tariffaria senza garanzie, che minaccia il mercato interno e aumenta i rischi ambientali e sociali. Allo stesso tempo, l’eliminazione del

Fondo per lo Sviluppo della Generazione Distribuita (FODIS) e l’impatto dei certificati di credito d’imposta rappresentano una battuta d’arresto nell’implementazione delle energie rinnovabili su piccola scala necessarie per la transizione ecosociale. 

La cosa più sorprendente è l’assoluta assenza di qualsiasi tipo di regolazione o modifica dei grandi sussidi esistenti per le grandi compagnie petrolifere e imprese energetiche. Cioè, le grandi compagnie petrolifere multinazionali continueranno ad essere sovvenzionate, non per il consumo interno, ma per l’esportazione.

Modifica della legge sugli incendi: sebbene non figuri nella DNU pubblicata, la modifica – annunciata espressamente dal presidente a reti unificate – consentirebbe il cambiamento di destinazione del suolo nelle aree colpite dagli incendi, incoraggiando la distruzione di foreste, zone umide e aree protette dall’agrobusiness e dalla speculazione immobiliare. 

Rischio alimentare: l’abrogazione di norme come la Legge sull’Approvvigionamento o la Legge di ‘Gondolas’, favorisce l’esportazione dell’agroalimentare a scapito dell’offerta interna. Ciò rappresenta un rischio che aggrava la crisi alimentare globale e ostacola la sovranità alimentare.

* Originale in spagnolo dal sito dellaAsociación Argentina de Abogados Ambientalistas
** Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network

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