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Genealogia e attualità del noi rivoluzionario

Una realtà organizzata come la nostra, che non rifiuta la complessità nella sua pratica politica pur provando a ricercare la semplicità del linguaggio relativa a questa, ha il dovere di scrivere bene nella memoria dei propri militanti passaggi, vicende, riferimenti, idee, ragionamenti e tattiche che ne fanno ciò oggi è al cospetto di 14 anni di storia vissuta.

Perché, dall’occupazione del primo centro sociale a tutti gli altri progetti successivi (altri centri sociali di quartiere, studentati, teatri occupati, collettivi universitari e movimenti studenteschi, collettivi nelle scuole e coordinamenti delle scuole, centri studi, palestre popolari, occupazioni di case) abbiamo attraversato fasi politiche, sociali e di movimenti molto diverse tra loro pur mantenendo sempre chiara una “linea” e un progetto “di militanza” che diventa “totale” come, allo stesso modo e in perfetta antitesi, “totale” è il progetto sociale del capitalismo moderno. E ogni epoca, ogni fase, ha le sue specificità: ogni tempo porta con sé le sue potenzialità rivoluzionarie.

E, allora, il mio voler tornare ad alcuni “classici” del pensiero politico comunista e rivoluzionario assume la funzione, spero, pedagogica illuminando ai militanti più “recenti” non tanto i motivi di più o meno recenti scelte tattico/strategiche da parte della nostra organizzazione autonoma, quanto (per questa volta) i luoghi concettuali entro cui affondano le radici politiche queste stesse scelte. Questo, immagino, ci aiuterà a trovare la risposta relativa alla questione sulla nostra identità politica: chi siamo?

Per farlo inizierei da un elenco venutomi in mente mentre mi accingevo a preparare questo intervento. Esso è apre il primo saggio del primo volume di una nota trilogia che molti di noi conoscono benissimo: Gli Autonomi (DeriveApprodi).

Per definire chi erano gli autonomi Sergio Bianchi decide di realizzare questo elenco di definizioni date, dai nemici, di costoro: “estremisti, violenti, provocatori, mestatori prevaricatori, squadristi, diciannovisti, fiancheggiatori, terroristi”

E noi? Tutti questi (o quasi) più qualche altro: fascisti, comunisti, ideologici, post-ideologici, anti-ideologici, leninisti, autonomi, extraparlamentari, istituzionali, novecenteschi, mafiosi, avanguardisti, criminali, angeli, volontari, attivisti, identitari, populisti, movimentisti, ammanicati, partitici, riformisti, democratici, anti-democratici, orizzontalisti, verticisti, popolari, borghesi, figli di papà, ultras, falangisti, nazionalisti, partigiani, banditi, conservatori, localisti, campanilisti, internazionalisti, no global, briganti, negriani, maoisti, cognitari, nostalgici, indipendentisti, anacronistici, militaristi, socialisti, rivoluzionari, antagonisti, radicali, marxisti, stalinisti, scontristi, settari, meridionalisti… E infine, le due in assoluto più belle di tutte: “quei rompicazzo!” citazione Lagalla (rettore dell’Università di Palermo) e “strutturalmente disonesti” citazione Ruffino (preside di Lettere).

Cosa siamo dunque? E, di conseguenza, chi siamo?

Dovessimo rispondere banalmente lo faremmo con una canzonetta “Siamo gli autonomi dei centri sociali”ecc. Se dovessimo rispondere romanticamente? Noi siamo il Sol dell’avvenire…..o i partigiani del XXI secolo…. Beh, e se dovessimo rispondere seriamente? La risposta può apparire scontata, forse un po’ banale, ma certamente è l’unica realmente profonda nei suoi molteplici significati: siamo un’organizzazione rivoluzionaria! Allora riproponiamo due nuove/vecchie domande: cosa è una organizzazione rivoluzionaria? Chi ne può fare parte?

Partiamo dunque da queste molto generiche domande per provare, alla fine del mio breve intervento, a rispondere ad una prima metà di quell’annosa questione: chi siamo noi? Se infatti, sulla questione di come possa o debba funzionare una simile organizzazione (così come di cosa ci sia o meno in noi per essere tali) torneremo nell’intervento successivo al mio, io comunque proverò adesso a disegnare un quadro entro cui stiano alcuni dei riferimenti teorici da noi adottati nel tempo in relazione ad alcuni passaggi della nostra storia di (da mettere a verifica alla fine del ragionamento)organizzazione rivoluzionaria. E quindi non possiamo che partire, obbligo vuole, proprio da quest’ultimo termine: rivoluzionaria!

Ormai in maniera del tutto definitiva possiamo tranquillamente sostenere l’esatta identificazione tra il concetto di “rivoluzione” e quello di “rivoluzione per il comunismo”, o almeno ciò avviene quando se ne parla negli ambienti sedicenti comunisti, di sinistra. In realtà, come ben sapete, la parola è attualmente utilizzata da parecchi nemici (vedi Renzi), e aldilà che chi lo ha fatto magari non è riuscito nel suo intento, resta che tutti i torti questi signori non hanno: rivoluzione è un fatto traumatico che da una situazione di partenza trasforma questa stessa situazione in qualcosa di radicalmente diverso. Ma appunto, invece, quando aspiriamo alla rivoluzione lo facciamo intendendo con ciò la rivoluzione comunista e anticapitalista. E quindi partiamo da quel vecchio studioso di Treviri, Marx, che per primo definì proprio lo specifico compito di chi lavora per un simile obiettivo: comunismo è critica dell’esistente, ma anche e soprattutto è quel movimento reale del lavoro vivo che abbatte lo stato di cose presente. Il rivoluzionario è dunque colui/colei che lavora per la trasformazione radicale dell’esistente affermando al contempo quello che – circa un secolo dopo Marx – il filosofo francese Deleuze definì “ il passaggio dalla critica dell’esistente alla costituzione reale del nome comune” che noi chiamiamo “comunismo”.

Si diceva movimento reale del lavoro vivo: importante passaggio visto che è proprio a Marx che dobbiamo l’assunto fondamentale attorno a cui, da oltre un secolo, assistiamo a rivoluzioni, rivolte, teorie, proclami fatti nel nome del comunismo: che la società è divisa in classi costantemente in lotta tra loro.

E allora – riprendendo sempre il Marx del Manifesto – “i comunisti lottano per raggiungere gli scopi e gli interessi immediati (!!!) della classe operaia, ma nel movimento presente rappresentano in pari tempo l’avvenire del movimento stesso”. Ma soffermiamoci giusto un secondo, il tempo di appuntarle, su due parole fondamentali nel proseguo del nostro ragionamento: “immediati” e “movimento”. Questi termini li ritroveremo prestissimo.

Andiamo avanti facendo un passo indietro ancora su Marx. Dico perché per noi essere comunisti vuol dire essere marxisti, ed essere marxisti è il solo modo che conosciamo per essere comunisti. Essere marxisti non può significare sognare il comunismo, idealizzare il comunismo, immaginare il comunismo. Perché il merito di Marx non è stato soltanto – e già sticazzi – quello di avere ben interpretato il funzionamento sistemico del nascente capitalismo moderno. Non è stato quello di aver scoperto la legge del pluslavoro e del plusvalore, di avere scritto Il Capitale, di avere anticipato le tendenze di un sistema già proiettato verso la finanziarizzazione, il feticismo delle merci e del consumo, le crisi di sovrapproduzione, insomma: il capitalismo come “relazione sociale complessiva”. Non è stato neanche soltanto quello di avere teorizzato le strutture e le sovrastrutture attorno a cui nascono e muoiono le società e i conflitti ad esse endogene. A questo proposito val la pena ricordare un’ultima frase di Marx che ci introduca direttamente al suo merito più grande: “Che il capitale racchiuda delle contraddizioni siamo gli ultimi a negarlo. Il nostro scopo è anzi quello di svilupparle completamente” (Grundisse).

Ecco, quel “nostro” rappresenta la chiave più importante attraverso cui aprirsi a quel fondamentale pensiero che è quello marxiano: Marx – come rileverà Tronti molti decenni dopo – è l’autore della prima storia interna non già del capitale, ma della classe operaia. Questa storia non è un mero riferimento ideologico (Marx non fa ideologia): è scienza, scienza della rivoluzione, scienza della pratica comunista, scienza del conflitto anticapitalista. Il suo lavoro non è da accademico rivolto ad altri accademici: egli propone delle letture da e per i militanti politici comunisti! Ecco la sua vera forza, ecco il motivo per cui siamo marxisti.

La nostra identità è allora finalmente svelata? Assolutamente no; perché tra Marx e noi è cambiato un mondo, sono passate rivoluzioni, vittorie e sconfitte, pensatori e marxisti e soprattutto: movimenti di classe. Perché se Marx ha apparecchiato il tavolo dei comunisti, tra le principali portate non poteva che esserci quel Lenin che una rivoluzione comunista la fece per davvero… vincendola!

Apro parentesi. Parlando di Lenin non parliamo semplicemente di un grande dirigente comunista. Parliamo di un pensatore capace di attualizzare al primo XX secolo le teorie di Marx, su due questioni in particolare: la centralità della tattica nei processi di lotta al capitalismo; il rapporto tra avanguardie e masse o, meglio, tra partito e classe. Ci è caro per queste ragioni: perché fu il primo vero ideatore di una teoria dell’organizzazionecapace di mettere realmente in pratica le analisi marxiste senza alcuno spazio per l’esercizio intellettuale fine a se stesso. Egli, non a caso, parlava di “rivoluzionari di professione” nella cui organizzazione “nessuna distinzione deve assolutamente esistere tra operai e intellettuali”. Lenin fu tra i più efficaci polemisti e dirigenti che attaccavano certi feticismi politici – quelli che qualche decennio più tardi sarebbero diventati cavallo di battaglia e/o cavallo di troia per i movimenti della borghesia – legati a certe concettualizzazioni della democrazia decisionale, dell’orizzontalità, della ricerca del consenso numerico a tutti i costi. Valga su tutte una sua affermazione contenuta nel Che fare?: “Per la repressione sarà molto più difficile arrestare dieci rivoluzionari intelligenti, che non cento idioti”.

Dunque: possiamo già dire di essere oltre che comunisti, marxisti, anche leninisti?

Andiamo avanti. Perchè Lenin vince la sua rivoluzione, nasce l’Unione Sovietica che fallisce probabilmente proprio lì dove Lenin aveva tutti messo in guardia: il rapporto sempre difficile tra partito e classe. Comunque, intanto l’Unione Sovietica è lì e in giro per il mondo si leggono i vari Luxemburg, Benjamin, Lukàcs; in Italia il biennio rosso, le prime occupazioni di fabbrica, il partito comunista, Gramsci. Beh, su Gramsci dovremmo anche tornarci a proposito della “questione meridionale” (lo faremo nei nostri prossimi seminari), ma intanto va rilevata una cosa: egli non fu soltanto il dirigente di partito che la storiografia del Pci ci propose nei decenni successivi la sua morte. Tra i suoi meriti ve ne fu uno in particolare: durante la sua direzione di “Ordine Nuovo”, Gramsci diede grande spazio ad una formula che verrà ripresa fortunatamente qualche decennio dopo: autonomia di classe nella lotta per la propria liberazione! Da approfondire, senza dubbio. Ma dicevamo: Mao e la rivoluzione cinese (un altro assoluto riferimento), seconda guerra mondiale, imperialismo Usa, il mondo dei due blocchi, il boom economico, le migrazioni sud-nord, la Dc prima il patto storico poi. Insomma: il mondo cambia, cambiano i rapporti di classe, i sistemi di sfruttamento… e il marxismo.

Il marxismo cambia (o compie un salto) soprattutto grazie al contributo di quelli che si chiameranno “operaisti”. Siamo per caso anche operaisti? Anticipiamo la risposta: sì, anche se ciò può voler dire essere un poco meno comunisti di prima. Vediamo perché, e vediamo questo perché a partire una frase che pronunciò molti anni dopo uno di questi operaisti, Sergio Bologna: “Si è trattata della prima esperienza marxiana non comunista, che chiude cioè con una storia di contesa ai partiti esistenti sull’autenticità del vero comunismo!”. Confusione? No. Ragionamento semplice. Gli operaisti partirono infatti da alcune constatazioni: che tra i partiti comunisti e i movimenti di classe esisteva ormai un’incolmabile separatezza (Tronti); che la figura dell’operaio specializzato andava scomparendo nelle fabbriche e che con esso se ne andava quella figura di operaio ideologizzato, sindacalizzato, che magari aveva fatto la resistenza; e che al suo posto una nuova figura emergeva: l’operaio massa, non specializzato, mediamente istruito, con bisogni e recriminazioni di consumo comuni. Non politicizzato, ma inserito in un processo produttivo, quello della grande fabbrica, che gli permetteva di lavorare direttamente al cuore del nemico, il capitale e la sua produzione. Ma gli operaisti fecero di più: capirono, per esempio, che per leggere le nuove tendenze capitaliste, anche rispetto lo sfruttamento di fabbrica e del lavoro, non serviva per forza essere operai, ma serviva dotarsi dei giusti strumenti interpretativi: ecco l’inchiesta operaia, che non è un questionario come qualcuno si ostina oggi a proporre nei salottini di certi collettivi universitari italiani. Romano Alquati la descriverà molto semplicemente:”La realtà operaia talvolta basta descriverla al livello del senso comune e nel linguaggio della vita quotidiana, per fare un lavoro di vero interesse politico e culturale”. E questo perché i nuovi operai di solito non stavano come i vecchi a parlare astrattamente di rivoluzione, non avevano per forza riferimenti politici rivoluzionari, non auspicavano altro che il soddisfacimento di bisogni immediati. Eppure, per dirla alla Mao, un contadino può inconsapevolmente essere molto più rivoluzionario di un intellettuale proclamatosi rivoluzionario. E gli operaisti bene ci avevano visto nell’individuare, in questi soggetti, quel potenziale.

Credo, comunque, che ci potremmo dire operaisti per tre grandi intuizioni degli operaisti. La prima è quella che vede costoro capaci di distruggere la dominante tendenza intellettuale che riduceva il materialismo storico di Marx ad una teoria dell’eterna attesa messianica: aspettiamo che il comunismo arriverà, ma speriamo non troppo presto che tanto pronti non siamo. Ricordate quel termine utilizzato da Marx, “immediati”? Ecco gli operaisti ruppero con la cultura vittimista dei comunisti iniziando a parlare di soddisfacimento dei bisogni di parte proletaria e operaia, qui e ora!

La seconda è sempre legata alla cultura della sconfitta dei comunisti dell’epoca, che non riuscivano a vedere altre possibilità che quelle della resistenza: resistenza contro quello, resistenza contro quell’altro, resistere resistere resistere… Ma questo atteggiamento difensivista si traduceva sempre nelle mortificazioni dei bisogni operai, perché tanto “c’era sempre qualcosa di più pericoloso da cui difendersi tutti insieme”, non è mai tempo per l’attacco. Intanto il capitalismo sviluppa e affina le sue armi però. Ecco, a questo proposito scrive Mario Tronti nel ’64: “abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, ripartire dal principio: è il principio è la lotta di classe operaia”. Insomma, lo sviluppo e l’innovazione capitalista, la repressione capitalista altro non è che un prodotto malvagio e naturale delle lotte!

Ed ecco il terzo fondamentale merito: i rapporti di forza. Non ho saputo, a questo proposito, trovare parole migliori delle seguenti: “ Solo attraverso un intervento soggettivo, cosciente, dall’alto (? autonomia del politico… mmmm…), attraverso una forza materiale che ti mette in possesso e ti fa padrone del meccanismo funzionante del sistema da distruggere – solo attraverso l’uso sociale di questa forza è possibile non solo prevedere e anticipare i momenti di svolta nel ciclo di sviluppo del capitale , ma anche misurare, controllare, gestire e quindi organizzare la crescita politica della classe operaia, costringendola a passare per quella catena di scontri a vari livelli e su varie occasioni (in modo infine da) rovesciare il rapporto tra le classi, spezzare la macchina dello Stato!”. Vi piace? A me molto? Quindi siamo un pochino anche operaisti va…

Gli operaisti si stanno per dividere ma (e in realtà hanno già iniziato quando) nel ’69 succede una cosa. Scontri in corso Traiano a Torino: operai e studenti, proletari e figli di borghesi, caricano la polizia. Inaudito. Pochi mesi dopo appare una rivista che riporta un nome: “Potere Operaio”. Il primo articolo recita: “Piazza Statuto è stato il nostro congresso fondativo”. Poco tempo dopo arriva uno di questi di Potere Operaio – si chiama Franco Piperno – a sostenere: “Potere Operaio è la teoria operaista che si fa politica di massa”.

Volete sapere se siamo anche un po’ Potere Operaio? Si. Lo siamo. Ma per un fatto su tutti. Nei mesi in cui PO riattualizzava brillantemente il rapporto gruppo organizzato-masse in lotta (e con grandi risultati) – si badi bene, siamo già al tempo dei gruppi extraparlamentari – una definizione passò su un giornale dell’epoca: questi operaisti sono “distruttori di memoria”. Tenetelo bene a mente, perché non è concetto di poco conto.

Restando sul tema del rapporto gruppo-movimento, che vi ricorda la seguente affermazione: possiamo anche essere un gruppo minoritario ma con vocazione maggioritaria? Perché Potere Operaio sarà un gruppo di militanti in grado di mobilitare una sempre crescente massa di giovani e meno giovani confrontandosi però, sempre, interiormente, col tema della teoria dell’organizzazione. Ma forse meglio di Potere Operaio ci riusciranno le frange organizzate di ciò che verrà immediatamente dopo: l’Autonomia Operaia!

Se ci sentiamo Autonomi non serve neanche chiedervelo: lo siamo!

Gli autonomi: lo scandalo dell’Autonomia di classe! Caminiti: “La chiave forse sta qui: l’anomalia italiana (fatta da una mobilitazione unica al mondo) è stata più forte dell’autonomia operaia. E gli autonomi sono più pertinenti all’anomalia italiana che all’autonomia operaia. Quando il grande ciclo di lotte di fabbrica è finito, quando la spinta di massa va esaurendosi, quando la rivoluzione è perduta, ecco, rispunta l’anomalia italiana: gli autonomi”. Quindi cosa è l’autonomia operaia? Sempre con Caminiti: “L’anomalia italiana è un movimento di sinistra contro la sinistra. Il più forte movimento di sinistra contro il più forte partito comunista. O, per dirla altrimenti, un movimento comunista contro la sinistra. Un movimento comunista contro i comunisti. Un movimento di sinistra anticomunista”. Un ragionamento che, senza mezzi termini, anche noi potremmo autoriflessivamente appiccicarci addosso. O, dalle nostre parti, dovremmo ambire a fare.

Attenzione alle condotte di classe, il primo grande merito degli autonomi: dal rifiuto del lavoro all’illegalità di masse, dalle espropriazioni proletarie alle occupazioni e riappropriazioni; il comunismo non si fa sostituendo i borghesi alla guida dello stato: si fa qui e ora, con la forza. Non a caso il vero scandalo degli autonomi sta proprio qui: non si aspetta che siano i nemici a farci male. Saremo noi a esercitare la violenza per primi! Gli autonomi sono violenti!

Annullamento di ogni separazione tra politico e prepolitico; individuazione della tendenza cognitivizzante del capitalismo; giusta lettura del concetto di “crisi” nel mondo capitalista; eccoli altri meriti degli autonomi.

Siamo autonomi? Assolutamente sì!

Vado verso la chiusura. Fin qui abbiamo parlato di questioni politiche che varrebbero tranquillamente in qualsiasi assemblea di qualsiasi struttura in qualsiasi contesto territoriale. Quindi altre tre questioni a cui guardare con attenzione, ed una quarta diretta conseguenza delle prime tre.

Che negli stessi anni di cui parlavamo poc’anzi si sviluppavano in giro per il mondo lotte territoriali e per l’indipendenza nazionale da cui enormi indicazioni ci sono da trarre.

Una in particolare: la lotta algerina, e un suo militante in particolare: Fanon. A Fanon dobbiamo un doppio contributo al marxismo ed uno ad i nostri spiriti rivoluzionari. Il primo contributo lo allinea ad altre eterodossie marxiste tra cui anche quella dell’autonomia italiana e si riferisce alla messa a critica del rapporto struttura-sovrastruttura che in Fanon si disperde dietro la gerarchizzazione sociale di razza e non soltanto di classe. O almeno, non nei termini di sequenze di gerarchie/priorità come fin lì raccontato da altri marxisti. Appunto, un contributo simile viene anche da altre correnti coeve allorquando, per esempio, anche il movimento femminista metteva in dubbio l’ortodossa relazione sul piano delle nuove soggettività e, per esempio, del rapporto produzione-riproduzione. Il secondo aspetto riguarda la strategia politica per la liberazione dalla condizione coloniale. Fanon anticipa infatti quella che poi sarebbe stata una tendenza dominante negli anni della decolonizzazione prima, delle economie dipendenti nel mondo globalizzato poi. Egli scrive: “La borghesia nazionale che assume il potere alla fine del regime coloniale è una borghesia sottosviluppata … non è orientata verso la produzione, l’invenzione, la costruzione, il lavoro. Essa è interamente incanalata verso attività di tipo intermediario. Essere nel giro, nell’intrallazzo, tale sembra essere la sua vocazione profonda. La borghesia nazionale ha una psicologia d’uomini d’affari, non di capitani d’industria”. Utile al tempo di una nuova gerarchizzazione funzionale dei territori.

E, infine, il suo contributo ai nostri sentimenti profondi è dato dall’utilizzo sociale ai fini della lotta della violenza politica. “Il colonialismo non è macchina pesante, non è un corpo dotato di ragione. È la violenza allo stato di natura e non può piegarsi se non davanti ad una violenza ancora maggiore”. Mi pare abbia detto tutto…

Tornando a noi, dicevamo in conclusione. Che il mondo è cambiato ancora e che dallo sfruttamento del puro lavoro si è, infine, arrivati allo sfruttamento del tempo del non-lavoro e soprattutto a nuovi processi di privatizzazione e sfruttamento gerarchico dei territori. Che il nostro territorio, campo d’azione e luogo in cui noi portiamo avanti la nostra politica rivoluzionaria, ha una storia politica, sociale ed economica molto particolare. E che oggi più che mai, quindi, la nostra lotta dovrà assumere sempre più i contorni di una lotta territoriale: per il territorio, con il territorio.

Ma su questo, torneremo la prossima volta…

 

da commonware

 

 

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