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Dalla vertenza alla sovversione. Sulla traiettoria dell’antagonismo di classe

Introduzione (da Pisa) al tavolo Territori in crisi e percorsi di ricomposizione, sabato 18 giugno 2016

Questa sessione della due giorni ha lo scopo di mettere a fuoco alcuni aspetti dell’agire militante in relazione ad uno specifico sistema sociale, quello capitalistico, con le sue gerarchie, le sue stratificazioni e le sue contraddizioni più o meno acute.

In particolare oggi quello che riguarda l’azione militante sono le domande:
– Quali forme organizzative si danno in alcuni contesti contro i livelli istituzionali o di comando?
– Quali espressioni conflittuali si producono grazie a queste forme organizzative e soprattutto quali non si producono?
– Quali soggettività si formano in alcuni conflitti e quali qualità\capacità militanti si trasmettono e si articolano nelle lotte?

Queste domande ci sembrano pertinenti al fine di superare alcuni punti di blocco ma anche al fine di valorizzare alcuni caratteri ricchi e potenti che sono emersi in alcune esperienze di autonomia ma che ad oggi non costituiscono un flusso riproducibile che potremo chiamare “movimento”.

Il contesto e la “fase”

Neoliberismo o “dell’autonomia dipendente”. Scaricare i costi di riproduzione del capitale sul proletariato cambia la qualità stessa dei subalterni: una scomposizione acuta del patto sociale precedente che atomizza e riarticola la classe competitivamente in una nuova tele cooperazione imposta ma che lascia ampi margini di autonomia nei livelli “bassi” dell’organizzazione sociale, autonomia al servizio del mercato.
Crisi permanente e finanziarizzazione. Spossessamento delle precedenti garanzie e continuativa indeterminatezza della propria posizione generano una nuova mobilità verso il basso e un bisogno di prestazione sociale che intensifica i livelli di sfruttamento (riproletarizzazione).
Povertà, crisi, disuguaglianza, isolamento, frantumazione, esclusione, espulsione, marginalizzazione sociale non sono effetti collaterali bensì perno, baricentro, condizione indispensabile della produttività sociale capitalistica. Non c’è profitto né valorizzazione senza rottura di patti sociali e garanzie, povertà e ricchezza non si misurano su criteri quantitativi né etici, piuttosto come una tensione complementare del rapporto di capitale. Misura della “normalità” è la ricerca del successo, come mistificazione di una integrazione sistemica che si basa sullo scaricamento dei costi verso il basso della società e sul “risparmio”. La concentrazione finanziaria nel mercato globale presuppone la riduzione del costo sociale complessivo e la ricerca di innovative tecniche del suo comando e sfruttamento.
Hub (produzione\riproduzione). La composizione organica di capitale tende a farsi mega macchina produttiva che elabora, distribuisce, ordina infrastrutture su cui far viaggiare flussi di capitale capaci di valorizzarsi plasmando territori e “posandosi” su nodi\siti di produzione (Hub) che investono oramai l’intera gamma dell’agire umano vivente.
L’industrializzazione della riproduzione sociale è funzione di questa macchina globale fatta di produttori (salariati o meno) ed utenti\consumatori. Non più servizi o luoghi di produzione, ma Hub di valorizzazione in cui gerarchie e livelli di dominio strutturano verso il basso nuove catene di dipendenze e di operaietà. Ospedali, università, magazzini, aeroporti, monumenti, centri commerciali che siano, operano formando e plasmando nuove soggettività che devono essere costantemente disponibili ad assumersi i costi ed i mezzi della produzione e della gestione complessiva di tutto ciò, frantumando e subordinando la propria potenza produttiva al fine di impedire la ricomposizione del lavoro sociale collettivo. Crisi permanente come normalità dell’odierna accumulazione capitalistica nei network globali degli Hub finanziari.

Questione di metodo

La parzialità del punto di vista. Se la crisi non è una distorsione di un patto sociale ma la contemporanea normalità del rapporto di capitale è quantomeno obsoleto se non ipocrita cercare di risolvere queste storture “tornando alla normalità”. Né di emergenze possiamo parlare. La contraddizione si fa più acuta e ciò necessita, all’interno della marea sociale che subisce e vive questa trasformazione e transizione neo-liberale, di situare lo sguardo perlomeno ricercando i punti di forza di detti processi. Forza resa dispersa e frantumata. Forza sottomessa e sfruttata. Forza dipendente e forza in perenne scomposizione. Quantunque molestata sempre di forza parliamo, ovvero di quelle capacità collettive che realizzano il capitale, ne riproducono gli assetti e lo valorizzano dentro la società. Una forza quindi nemica di sé stessa nelle sue manifestazioni tecniche e oggettivate nella normalità sistemica. Anche quando si presenta “nuda”, “espropriata” “marginalizzata” rimane parte di quel rapporto. Siamo in quel rapporto. Il punto di vista allora è quello che non si ferma e non si poggia “sul già noto” della descrizione esistente dei rapporti sociali esistenti, quanto “scava” e penetra dentro la soggettività interessata e cooptata. Soggettività risultante dalla sua contemporanea valorizzazione in cambio di salario o prestazione, e però anche impoverita e stressata da quello stesso. Risolvere quelle contraddizioni significa guardare alla possibilità di negarsi in quanto macchina al servizio di quel rapporto. Pensare al miglioramento della propria soggettività, alla crescita ed allo sviluppo della propria soggettività (individuale e quindi collettiva) dentro e contro quel processo. Non al di fuori. Il punto di vista di chi ambisce a rompere quella dipendenza, a trasformare quel rapporto “ a saldo negativo”, si deve concentrare sulle concrete forme espressive di rifiuto di quel rapporto. Il progresso sta in quel rifiuto dentro quel rapporto.
Ambivalenza, ovvero la differenza tra l’esplicito e il latente. Guardare unilateralmente a quel rifiuto necessita di lenti adeguate. Quel rifiuto raramente si fa esplicito bensì si esprime all’interno di “codici” che sono propri, nel linguaggio e nella fisionomia complessiva, degli ambiti di valorizzazione delle composizioni e dei segmenti e degli aggregati sociali interessati. I “codici” del rifiuto ricalcano i “codici” dello sfruttamento, trasformandoli. L’ambiguità dei comportamenti proletari non è il frutto della “mancanza di coscienza di classe” quanto la sua prima manifestazione concreta e situata in una determinata situazione. La cosiddetta ambiguità dei comportamenti proletari non deve essere giudicata eticamente né compresa e giustificata in maniera pauperistica. Va agita e sviluppata in una direzione antagonista a quella che vuole omologati ed aderenti al sistema dominante i comportamenti proletari: ovvero accettanti lo status quo. Non esistono in natura comportamenti proletari rivoluzionari poiché i proletari in quanto proletari sono parte del capitale e quindi nemici di loro stessi. Azioni o più frequentemente opinioni e sensazioni proletarie riflettono quelli dominanti ma sempre bisogna cercare di scorgere quelle ambiguità che sono sintomi di contraddizioni che ci dicono molto della soggettività latente.
Questo perché ciò che si muove sul piano sociale della classe non avviene mai in maniera liscia bensì in tensione o meglio in ambivalenza che significa: ciò che fai per il capitale ti rende capitale, ma in quanto proletario potresti, secondo la tua soggettività (collettiva ed individuale) non farla.
Composizione tecnica e composizione politica. Il movimento di soggettivazione antagonista. Quando parliamo di composizione si tende ad identificarla o con quelli che già lottano o con quelli che riflettono una determinata appartenenza a dei gruppi sociali configurati in base a certe caratteristiche. Per noi vale sempre la distinzione “concettuale” e dinamica tra composizione tecniche e composizione politica. Questa ci serve per tenere a mente un rapporto di soggettivazione che tenda al rifiuto della propria condizione.

Soggetti si diventa. L’operaio sociale collettivo come obiettivo

Ci sono alcuni campi d’intervento militante che in questi anni hanno prodotto sperimentazioni politica antagonista e lotte. Ci sembra che la settorializzazione di queste dimensioni sia un punto da cui partire ma ponendo da subito il nodo delle invarianze delle soggettività che lottano. Puntare alla ricomposizione come sviluppo di rigidità collettive proprie di segmenti contro le forme comuni del comando e delle istituzioni. Puntare alla rottura di questi campi come possibilità solo se si improntano le lotte alla formazione di soggettività e non alla “risoluzione dei problemi”. Per non essere un eufemismo la formazione avviene in un rapporto di quotidianità militanza sociale che batta sulle corde della trasformazione e articoli la propria ingovernabilità come differente cooperazione sociale. Nello specifico. Come non ci accontentiamo delle esperienze che abbiamo? Quali le difficoltà nelle lotte sociali a rendere ingovernabile la situazione che obbliga alla difesa, al ripiego, alla mediazione?

Periferie. L’alienazione del “pubblico”; la saturazione del welfare: alzare la pretesa. Comunità o vertenza\ autogestione o sindacato: un dilemma mal posto.
Giovani. Integrazione a quale prezzo. Il tradimento di una promessa.
Ceto medio. Finanziarizzazione e consenso. Espropriazione economica e direzione di un conflitto.
Lavoratrici impoverite. Salario e debito, l’abuso come dispositivo di comando e l’autonomia possibile.

Compagni, militanti, rivoluzionari. Per cosa? (il metafine)

Soggettività politica militante, soggettività antagonista nella composizione. Lo scarto tra militanti e composizione. Quale incontro, quale rapporto, quale fine, quale prassi.
Nodo del radicamento. Aspetto della conoscenza; aspetto della partecipazione; aspetto della fiducia.
Nodo del conflitto. Aspetto dei comportamenti; aspetto dell’organizzazione; aspetto dell’identità.

Il libro di Danilo Montaldi “militanti politici di base” si apre con una introduzione in cui si dice: i rivoluzionari vivono al di fuori della realtà, cioè non vivono la stessa realtà degli altri. Questa è la sua contraddizione, questo è il suo sapere, questo è il suo problema. Il suo incubo, in una certa misura. Questo vivere fuori è l’ esatto contrario del problema del radicamento. È il problema del radicamento visto da un altro punto di vista, un punto di vista per il quale la figura del militante rivoluzionario si costituisce per delle motivazioni del tutto personali all’interno di una determinata situazione. Perché possano divenir e esperienza rivoluzionaria deve avere luogo una impresa di conoscenza e questa è precisamente la prassi per cui non c’ è il momento separato dell’elaborazione della teoria e il problema poi di convincere della giustezza di questa teoria, ma c’ è il problema di penetrare nella realtà superando questo genetico stato di relativa separatezza che la posizione rivoluzionaria costituisce.

Una traccia per articolare una discussione che speriamo sia franca ma punti anche alla complessità pensiamo possa essere quella di raccontare le esperienze militanti di organizzazione sociale conflittuale alla luce:

a) dei caratteri più o meno espliciti delle soggettività antagoniste impegnate ed agenti nelle lotte. L’esperienza proletaria in quanto esperienza militante. Ovvero quali comportamenti, quali pratiche, quali orizzonti, quali culture nel divenire soggetti dei protagonisti delle lotte.

b) della qualità della risposta capitalistica alle lotte, ai conflitti, alle rigidità di classe.

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