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Comunicato degli Operatori Sociali Autorganizzati Perugia

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Condividiamo il testo del comunicato inviatoci dal nuovo comitato “Operatori sociali autorganizzati”, appena costituito a Perugia, per rendere pubblica la situazione vissuta dai lavoratori e lavoratrici di Arci solidarietà e la loro lotta per condizioni dignitose di lavoro.

Pensiamo sia importante, specialmente in questo momento storico, il coraggio di questi lavoratori nel denunciare quello che ormai da anni osserviamo comunemente nel business costruito attorno all'”accoglienza” di migranti e rifugiati. Una mala gestione dei fondi stanziati (i famosi 35 euro), che nella stragrande maggioranza dei casi vanno ad arricchire associazioni e coperative a discapito dei lavoratori, sfruttati e sottoposti a vari ricatti morali, tipici dei diversi contesti di cura e accoglienza e degli stessi migranti, sui quali viene costruita la peggior propaganda xenofoba di cui il nostro presente politico è intasato. Distruggere il discorso razzista passa innanzitutto dall’attivazione e dalla lotta, per la condivisione di una dignità comune e spesso dimenticata. A partire dalla consapevolezza che l’unica differenza esistente tra esseri umani è tra chi sfrutta e chi viene sfruttata/o e che, nella seconda categoria l’unica possibilità di miglioramento è nell’alleanza per una lotta volta al miglioramento delle condizioni di vita generali.

Chi siamo?
Siamo operatori licenziati da Arcisolidarietà Ora d’Aria ONLUS e abbiamo lavorato per diverso tempo nel settore dell’accoglienza dei richiedenti asilo nel territorio perugino. Attualmente siamo in vertenza contro Arcisolidarietà per far valere i diritti che ci sono stati negati quotidianamente. Siamo coscienti che la nostra lotta non può realizzarsi completamente nelle aule giudiziarie ed è per questo che abbiamo deciso di costituirci come soggetto sociale, che prende il nome di “Operatori Sociali Autorganizzati – Perugia”. Vogliamo aprire un dibattito nel territorio perugino e a livello nazionale, vogliamo che precari come noi possano trovare il coraggio e la forza di opporsi a chi ci sfrutta e ricatta, che possano uscire dal ricatto quotidiano della precarietà, che possano avere altri compagni pronti ad ascoltarli e a sostenerli nella lotta.

Perché la nostra vertenza contro Arcisolidarietà è arrivata in Tribunale?

Negli anni in cui abbiamo lavorato con Arci i contratti che avevamo firmato erano i famigerati co.co.co., non prima di aver fatto periodi più o meno lunghi di lavoro in nero. Il trucco dei co.co.co è semplice da spiegare: l’associazione assume e gestisce dipendenti mascherandoli da collaboratori, in questo modo molte garanzie e tutele (ferie, malattia, trattamento di fine rapporto etc. etc.) tipiche dei contratti di carattere subordinato vengono a mancare. Un altro aspetto altrettanto grave è rappresentato dalla totale mancanza di formazione generale e specifica, l’assenza della valutazione dei rischi (soprattutto sanitari) a cui andavamo incontro e l’inesistenza di un supporto psicologico necessario per chi svolge tale tipo di lavoro (non a caso l’operatore sociale è una delle professioni maggiormente esposte a sindrome del burnout, stress e ansia). La retribuzione era tecnicamente un “cottimo di esseri umani”: ogni operatore veniva retribuito in base al numero di utenti che gestiva, determinando di fatto un corto circuito lavorativo. Per poter arrivare a fine mese ad uno stipendio “dignitoso” (circa 800 euro) eravamo costretti a seguire quotidianamente almeno tra i 30 e i 40 richiedenti asilo. La diversificazione dei servizi ordinari da svolgere per ciascun utente, oltre che la reperibilità per le urgenze, ci portavano ad avere degli orari di lavoro spesso insostenibili. Inoltre, non era in alcun modo possibile richiedere il pagamento delle ore straordinarie maturate, in quanto formalmente i co.co.co. non prevedono alcun orario di lavoro.

Dalla parte dell’associazione qualsiasi nostra rivendicazione – da quella della puntualità degli stipendi a quella di un contratto regolare – veniva respinta, ricordandoci come il giusto spirito con cui dovevamo affrontare il lavoro, fosse quello del “volontario virtuoso”, per il quale non esiste nessuna separazione tra vita privata e tempo di lavoro, tra volontariato e rapporto professionale. L’alibi del “volontariato”, che cela il lavoro nero, è sicuramente uno degli stratagemmi più usati in ambito sociale, ma compito delle “associazioni virtuose” dovrebbe essere proprio quello di fornire strumenti per tenere le due cose separate – anziché ambire al contrario – ovvero quello di riconoscere diritti e tutele al lavoro quotidiano degli operatori e non di mascherare degli abusi dietro l’espressione nobile del volontariato. Noi eravamo lavoratori e non volontari! Ai dubbi e alle perplessità che nutrivamo durante l’esperienza in Arci se ne sono aggiunte altre, quando nel Gennaio del 2017 siamo stati tutti licenziati perché a detta del Presidente Franco Calzini le istituzioni non avevano rinnovato il progetto. Dinnanzi all’arroganza di chi ci ha mandato a casa dall’oggi al domani dando la colpa alle istituzioni, abbiamo deciso di vederci chiaro, per capire. Dietro quel licenziamento c’era la nostra vita, il nostro lavoro, avevamo il diritto di capire le ragioni. Il primo obbiettivo della vertenza l’abbiamo raggiunto attraverso l’accoglimento dell’istanza di accesso agli atti fatta alla Prefettura, quando abbiamo scoperto che il Presidente, prima di licenziarci tutti, aveva già firmato il rinnovo del progetto “Accoglienza”. Ancora una volta ci siamo sentiti ingannati, e, la nostra rabbia ci ha spinto ad andare avanti, cercando giustizia, cosi abbiamo deciso di non fermarci e siamo arrivati fino a qui.

Cosa vogliamo?  
Mentre la nostra vertenza seguirà il solito iter processuale, riteniamo necessario e doveroso aprire un dibattito pubblico per denunciare la nostra storia di ricatto e sfruttamento, che è la storia di tanti operatori. Confrontandoci con le realtà interessate e solidali vorremmo iniziare ad affrontare alcuni aspetti fondamentali:
 

1-Sistema consociativo e alleanze di potere in Umbria.

Questa regione è stata, sempre, caratterizzata dal dominio politico prima del Pci e poi dei suoi discendenti politici (PDS, PD etc.) che hanno governato fino agli ultimi anni senza mai perdere le redini del potere. Ciò ha significato il formarsi di un sistema consociativo costruito su alleanze di potere tra i vari pezzi della sinistra istituzionale, delle cooperative, di alcuni enti del terzo settore e da alcuni sindacati. I tentacoli di questo blocco hanno innervato molti aspetti della vita sociale, politica e del mondo del lavoro umbro, creando un clima omertoso nei numerosi luoghi di lavoro che gravitano intorno ad esso. E’ proprio in questa palude che nasce la nostra vertenza. Il mondo Arci rappresenta uno dei soggetti cardine di questo sistema: immigrazione, tempo libero, doposcuola, ristorazione e attività culturali sono solo alcuni dei settori in cui opera attraverso numerose associazioni e/o cooperative . Queste organizzazioni, da anni ormai radicate nel nostro territorio, sono ingranaggi di un sistema costruito sulla base di interessi economici e politici. Sponsorizzazioni, collaborazioni e spesso amicizie personali permettono di capire facilmente quale sia la sponda politica a cui tali organizzazioni fanno riferimento: il centro sinistra (sempre più centro e sempre meno sinistra) oggi targato Partito Democratico, che detiene da decenni ormai nella nostra regione e non solo, lo strapotere politico. L’ultimo pezzo di quest’ingranaggio, forse il più importante, è il sindacato CGIL, che ha avuto anche nella nostra vicenda un ruolo determinante.

Nel 2016, gli operatori, che nel frattempo aspettavano alcune mensilità arretrate, vennero convocati negli uffici di Arci. Alla presenza di un sindacalista della CGIL (mai visto prima dai dipendenti) e senza aver avuto alcun contatto col sindacato, gli operatori firmarono nei locali dell’associazione un foglio di conciliazione, già predisposto; contestualmente gli operatori si trovarono a dover rinunciare a qualsiasi futura rivendicazione in cambio del rinnovo del contratto e del pagamento degli arretrati. A fine 2016 abbiamo preteso di incontrare nuovamente la CGIL Perugia per avere chiarimenti sulla “fantomatica” conciliazione che Arci si apprestava a riproporre nuovamente. Il “sindacato” dopo essere stato messo a conoscenza delle condizioni lavorative in Arci, si è limitato a prendere tempo e ad iniziare un “dialogo” con la Presidenza.   In sostanza le nostre denunce e rivendicazioni sono cadute nel vuoto non trovando mai un reale appoggio da parte dei sindacalisti della CGIL.
Tutto ciò, completa un quadro in cui i primi nemici dei lavoratori nella nostra città, sono proprio coloro che dei lavoratori si sono eretti da sempre a paladini. Sempre pronti a rispolverare magliette e bandierine rosse (sempre più scolorite) e a scendere in piazza in nome dell’umanità e dei diritti. Mentre nelle stanze private dei propri uffici, senza alcun pudore propongono gli stessi contratti di lavoro e pretendono la stessa flessibilità contro la quale pubblicamente si oppongono.

2-Precarietà e conflitto: organizzarci e contrattaccare.

Il cosiddetto “Terzo settore” è terra di nessuno, dove regna la legge del più forte.   È un dato di fatto che negli ultimi anni questo sia il settore maggiormente cresciuto, per la mole di lavoratori che impiega e per i profitti che riesce a garantire. Le realtà del “Terzo Settore” – cioè l’insieme delle organizzazioni della società civile che svolgono attività solidali di utilità sociale – nonostante abbiano natura privata, dovrebbero risultare senza fini di lucro, infatti vengono anche definite come non profit. Nella pratica, da un lato con la privatizzazione del welfare e dei servizi, dall’altro con l’esternalizzazione delle prestazioni sociali e con forme ibride di partecipazione fra pubblico e privato non adeguatamente regolamentate, portano ad una gestione imprenditoriale del welfare in cui il profitto tende a diventare la norma.  La carenza di risorse come giustificazione della gestione mercantile ed economica delle attività con fini di utilità sociale è il frutto di precise scelte politiche e non certo di mancanza assoluta di ricchezza da investire a livello di protezione sociale. La verità è che la sottrazione di risorse alle politiche sociali, serve a consolidare un “welfare dei miserabili” dove il ricorso alle associazioni di volontariato e del Terzo Settore deresponsabilizza il Pubblico e consente di risparmiare sul costo del lavoro grazie all’utilizzo di manodopera precarizzata e privata di diritti elementari, quindi facilmente ricattabile. Lo Stato in sostanza da un lato favorisce lo sviluppo del mercato privato dei servizi sociali ai cittadini e alle famiglie in grado di acquistarli, un “welfare smart”, innovativo, partecipativo e personalizzato, principalmente venduto attraverso canali privati, e dall’altro un welfare pubblico residuale a cui viene affidata la gestione della popolazione marginale “incapace” di muoversi sul mercato del lavoro e dei servizi.   Il risultato di questi tagli allo Stato sociale, in nome della stabilità dei mercati finanziari, dal punto di vista dell’organizzazione e del funzionamento quotidiano dei servizi significa l’abbandono di ogni azione di carattere preventivo del disagio sociale e una crescita esponenziale degli affidamenti diretti di servizi con gare d’appalto al massimo ribasso.   Nel Terzo Settore si presenta così una nuova svolta imprenditoriale attraverso l’accesso a fondi pubblici e europei, la polarizzazione interna al Non-Profit tra grandi e piccoli attori a tutto vantaggio dei primi, e si sostanzia in processi di fusione e concentrazione tra cooperative e consorzi. Il tutto pagato dalla massa dei lavoratori precari e dei volontari. La strategia è chiara, lo Stato deve ritirarsi dalla gestione diretta dei servizi sociali, deve limitarsi a finanziare e controllare. La gestione, invece, dev’essere affidata al “privato sociale”, ad imprese sociali che fanno profitti su tutto, sul disagio sociale, sull’accoglienza, sull’ acqua, sull’energia, i luoghi, la storia, la cultura.

Da decenni il Terzo Settore ha sfruttato le varie controriforme del lavoro messe in atto dagli ultimi governi. Dal pacchetto Treu al Jobs-Act, tutte le riforme organiche del diritto del lavoro ispirate ad una visione neoliberista, attuate sotto le pressioni della Comunità Europea per “svecchiare” il mercato del lavoro italiano, renderlo più flessibile, hanno creato milioni di “lavoratori atipici” relegati in condizione di precarietà e sfruttamento. Una precarietà esistenziale che dal lavoro si estende ad ogni aspetto della vita: l’impossibilità di accedere ad affitti e mutui, di progettare il proprio futuro, spesso e volentieri anche semplicemente di arrivare alla fine del mese. In questo contesto, la normale atipicità dell’inquadramento degli operatori sociali è stata per molti versi una sorta di laboratorio per sperimentare forme di precarizzazione che sono state poi estese a tutto il mondo del lavoro. I sindacati ufficiali non hanno mai organizzato un vera lotta contro la precarizzazione e la deregolamentazione del mercato del lavoro e si sono dunque resi complici, al di là delle parole, della creazione di un sistema di sotto-occupazione, senza adeguati strumenti universali di sostegno al reddito, dunque dell’aumento a dismisura della ricattabilità di chi è in cerca di occupazione, lasciando sempre più spazio per il lavoro sotto-pagato o gratuito e per la sostituzione della retribuzione del lavoro con altre forme di remunerazione (formazione, conoscenze, esperienza, etc.) A fronte di questa situazione è necessario e fondamentale creare conflitto, elaborare nuove strategie e rispondere colpo su colpo all’assedio quotidiano di una vita precaria. La necessità di ricompattare il fronte dei lavoratori, di ricostruire una consapevolezza delle proprie condizioni può avvenire solo se ci muoviamo nella quotidianità. Tanti lavoratori e studenti in Italia hanno costruito realtà e forgiato strumenti per rispondere nell’immediato a questa esigenza. Sportelli sociali per i precari, forme di controllo popolare sui sistemi di accoglienza, creazione di comitati di precari e disoccupati non sono che alcuni esempi da cui possiamo partire.

3-Superare la deriva xenofoba con l’unità tra gli sfruttati.

Viviamo in un sistema che crea continuamente emarginati-ghettizzati e cerca in tutti i modi di dividerli fomentando la guerra tra gli impoveriti, mettendoli in concorrenza per impedire che si uniscano e rafforzino la propria voce. La società del Jobs-Act è una società che disintegra la persona nel lavoro e nella vita sociale; in questo tipo di sistema l’accoglienza dei migranti viene proposta solo nelle forme in cui è funzionale a generare profitto e a creare nuovi potenziali sfruttati. Nella variegata galassia dei liberisti democratici (da Boeri alla Boldrini) viene promosso e attuato un processo di oggettivazione del migrante incardinato sulla cosiddetta “politica dei flussi” legati alle esigenze dell’economia. Un processo che definisce l’immigrato – nel migliore delle ipotesi – come una risorsa utile solo a pagare le pensioni o a fare i famosi lavori “sporchi“. Invece dall’altra parte, con la propaganda razzista nazionalista attraverso emblematici slogan come “Prima gli italiani” si vorrebbe far credere al precario e al disoccupato italiano di turno che le condizioni di vita migliorerebbero automaticamente se gli “stranieri” – “che ci rubano il lavoro, il welfare, la casa e commettono i crimini” – venissero rimandati a casa loro. Se per fare una visita medica dobbiamo aspettare mesi, se la banca ci ruba i risparmi di una vita, se la scuola che frequentiamo o frequentano i tuoi figli cade a pezzi, come i ponti e le strade dove viaggiamo, se la terra dove viviamo viene inquinata o ci vengono sotterrati rifiuti, la colpa non è dell’immigrato ma dei governi che si sono succeduti. Il sovranismo nazionalista ed il liberismo democratico sono due facce della stessa medaglia. Né il razzismo della destra, né l’antirazzismo (di facciata) della sinistra rappresentano una risposta reale alle contraddizioni del sistema capitalista, al quale entrambi sono funzionali. Respingiamo inoltre l’approccio caritatevole e paternalistico nei confronti del migrante, vogliamo lottare fianco a fianco per rompere insieme le nostre catene e migliorare le condizioni delle nostre vite. Noi diciamo che ogni persona ha diritto a un reddito e a una vita dignitosa ovunque si trovi. Alla luce di questa prima complessiva analisi, abbiamo deciso di lanciare una campagna di mobilitazione e di sensibilizzazione a partire dal nostro territorio. E’ fondamentale creare uno spazio di discussione, nel quale i lavoratori che vivono la nostra stessa condizione, si organizzino per agire contro il ricatto quotidiano di una vita precaria.

A breve lanceremo alcune iniziative pubbliche per cominciare insieme questo percorso.
 
SOLO LA LOTTA PAGA!
 
Contatti:  Mail: osa.perugia@gmail.com
Pagina Facebook: Operatori Sociali Autorganizzati Perugia

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