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Occupazione fabbriche nel biennio rosso

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A metà del 1920 la ten­sio­ne rivo­lu­zio­na­ria in Ita­lia era all’apice le mas­se era­no radi­ca­liz­za­te e dispo­ni­bi­li alla bat­ta­glia deci­si­va.

Intan­to, i pri­mi mesi del 1920 era­no tra­scor­si in un cre­scen­do di agi­ta­zio­ni mol­to radi­ca­li. La novi­tà sta­va in un diver­so pro­ta­go­ni­smo del­la clas­se ope­ra­ia attra­ver­so i Con­si­gli di fab­bri­ca che via via pren­de­va­no il posto del­le vec­chie Com­mis­sio­ni inter­ne, carat­te­riz­za­te da una maggiore col­la­bo­ra­zio­ne fra dato­ri e pre­sta­to­ri di lavo­ro. I nuo­vi orga­ni­smi, inve­ce, espri­me­va­no più spic­ca­ta­men­te gli inte­res­si dei lavo­ra­to­ri, e anda­va­no via via tra­sfor­man­do­si in embrio­ni di con­trol­lo ope­ra­io.
Gli indu­stria­li com­pre­se­ro pre­sto che ciò che era in gio­co era il pote­re nel­la fab­bri­ca. E lo espres­se mol­to chia­ra­men­te l’industriale Oli­vet­ti quan­do, nell’assemblea gene­ra­le del­la Con­fin­du­stria a Mila­no, pro­cla­mò: «In offi­ci­na non pos­so­no sus­si­ste­re due pote­ri! I gior­na­li bor­ghe­si pre­ci­sa­ro­no ulte­rior­men­te que­sto con­cet­to, se mai ce ne fos­se sta­to biso­gno: il quo­ti­dia­no La Stam­pa scris­se che gli indu­stria­li «sapen­do di difen­de­re non tan­to la loro cau­sa, quan­to quel­la dell’assetto socia­le odier­no, sono deci­si a pro­se­gui­re nel loro atteg­gia­men­to fino alle estre­me con­se­guen­ze». Gli indu­stria­li pas­sa­ro­no dun­que dal­la posi­zio­ne più con­ci­lia­ti­va tenu­ta l’anno pre­ce­den­te a una mol­to più intran­si­gen­te, espri­men­do­si aper­ta­men­te con­tro i Con­si­gli di fab­bri­ca e aspet­tan­do l’occasione per rego­la­re i con­ti.

Quest’occasione si pre­sen­tò loro quan­do il gover­no fis­sò, a par­ti­re dal 21 mar­zo, l’inizio dell’ora lega­le.

Gli ope­rai tro­va­va­no insop­por­ta­bi­le esse­re costret­ti a usci­re di casa al buio, sic­ché il gior­no seguen­te – sia­mo al 22 mar­zo – la Com­mis­sio­ne inter­na del­la Fiat deci­se di spo­sta­re le lan­cet­te dell’orologio nuo­va­men­te sull’ora sola­re. Ciò che era in gio­co non era una que­stio­ne d’orario, ma di pote­re nel­la fab­bri­ca, e la dire­zio­ne del­la Fiat, che lo ave­va com­pre­so bene, non si lasciò sfug­gi­re l’occasione e licen­ziò i tre com­po­nen­ti dell’organismo. Imme­dia­ta­men­te, i lavo­ra­to­ri sce­se­ro in scio­pe­ro riven­di­can­do­ne la rias­sun­zio­ne. Fu quel­lo che ven­ne cono­sciu­to come lo “scio­pe­ro del­le lan­cet­te”.

Dopo un’intera gior­na­ta di ste­ri­li trat­ta­ti­ve, gli ope­rai, stan­chi del tira e mol­la, occu­pa­ro­no la fab­bri­ca. L’occupazione si este­se anche a un altro sta­bi­li­men­to del­la Fiat. Il 25 mar­zo, l’azienda riu­scì a far entra­re da un ingres­so secon­da­rio le for­ze dell’ordine che sgom­be­ra­ro­no la fab­bri­ca. Il 27 mar­zo, per evi­ta­re che la pro­prie­tà attuas­se la ser­ra­ta, gli ope­rai deci­se­ro di rien­tra­re al lavo­ro attuan­do però una nuo­va for­ma di lot­ta, lo scio­pe­ro bian­co, con­si­sten­te nel ral­len­ta­re for­te­men­te le ope­ra­zio­ni median­te l’ostruzionismo, in modo da abbas­sa­re di mol­to il tas­so di pro­dut­ti­vi­tà. L’azienda ne ven­ne real­men­te dan­neg­gia­ta, e così altre 44 offi­ci­ne mec­ca­ni­che in cui ven­ne attua­to lo stes­so scio­pe­ro bian­co in segno di soli­da­rie­tà.

Ripre­se­ro le trat­ta­ti­ve, ma con una novi­tà: esse furo­no avo­ca­te dal segre­ta­rio nazio­na­le del­la Fiom, Bru­no Buoz­zi, che vol­le così esau­to­ra­re di fat­to il sin­da­ca­to loca­le aven­do ben com­pre­so che il nodo di fon­do era­no i pote­ri dei Con­si­gli nel­le fab­bri­che e, in sen­so più gene­ra­le, i rap­por­ti fra gli ordi­no­vi­sti tori­ne­si di Gram­sci e gli orga­ni­smi cen­tra­li del Par­ti­to socia­li­sta. Dopo gior­ni di trat­ta­ti­va, il nego­zia­to giun­se a un pun­to mor­to. Sot­to la spin­ta del­la base ope­ra­ia, il sin­da­ca­to fu costret­to con­tro­vo­glia a pro­cla­ma­re il 14 apri­le lo scio­pe­ro gene­ra­le. Si trat­tò del più lun­go e com­pat­to scio­pe­ro mai veri­fi­ca­to­si fino ad allo­ra nel­la sto­ria del movi­men­to ope­ra­io ita­lia­no.
La dire­zio­ne poli­ti­ca del movi­men­to ven­ne affi­da­ta a un Comi­ta­to di agi­ta­zio­ne di fat­to ege­mo­niz­za­to dagli ordi­no­vi­sti. Frat­tan­to, Buoz­zi e altri sin­da­ca­li­sti non ave­va­no inter­rot­to per un solo momen­to i con­tat­ti con la con­tro­par­te padro­na­le.

Gli ordi­no­vi­sti ave­va­no com­pre­so che lo scio­pe­ro – che intan­to il gior­no 19 apri­le si era este­so a tut­to il Pie­mon­te coin­vol­gen­do 500.000 lavo­ra­to­ri – non sareb­be potu­to con­ti­nua­re all’infinito e si pose­ro il pro­ble­ma di uni­fi­ca­re la lot­ta ope­ra­ia con le agi­ta­zio­ni con­ta­di­ne che negli stes­si gior­ni si svi­lup­pa­va­no nel­la regio­ne. Ma il ten­ta­ti­vo fal­lì per l’opposizione dei diri­gen­ti del sin­da­ca­to. A que­sto pun­to, Gram­sci e i suoi nutri­ro­no l’ingenua illu­sio­ne che il Psi potes­se ema­na­re l’ordine dell’estensione a livel­lo nazio­na­le del­lo scio­pe­ro. Figu­ria­mo­ci se i diri­gen­ti rifor­mi­sti del par­ti­to vole­va­no una cosa del gene­re! Il Con­si­glio nazio­na­le del Par­ti­to socia­li­sta decise di inviare il segretario generale CGL D’Aragona, per­ché inter­ve­nis­se in pri­ma per­so­na.

Rima­sta iso­la­ta la lot­ta, il brac­cio di fer­ro fra D’Aragona e il Comi­ta­to di agi­ta­zio­ne si con­clu­se con l’affermazione del pri­mo che chiu­se con gli indu­stria­li un accor­do che scon­fes­sa­va total­men­te il ruo­lo del­le Com­mis­sio­ni inter­ne e dei Con­si­gli di fab­bri­ca. Il 24 apri­le lo scio­pe­ro fu revo­ca­to: il padro­na­to ave­va vin­to con l’aiuto dei diri­gen­ti del movi­men­to ope­ra­io.

Anto­nio Gram­sci scri­ve­rà poi che la clas­se ope­ra­ia tori­ne­se non era usci­ta dal­la lot­ta con la volon­tà spez­za­ta.

Se ne accor­se subi­to la bor­ghe­sia che ave­va can­ta­to il de pro­fun­dis del movi­men­to ope­ra­io pre­co­niz­zan­do trop­po pre­sto la fine degli scio­pe­ri poli­ti­ci. Infat­ti, il 1° mag­gio 1920, dopo soli sei gior­ni dal­la con­clu­sio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le, il pro­le­ta­ria­to tori­ne­se die­de luo­go a un’imponente mani­fe­sta­zio­ne. Il cor­teo ven­ne affron­ta­to dal­la for­za pub­bli­ca che spa­rò ad altez­za d’uomo ucci­den­do due lavo­ra­to­ri. Ma gli ope­rai rea­gi­ro­no assal­tan­do le camio­net­te dei cara­bi­nie­ri e, armi in pugno, si scon­tra­ro­no con le for­ze di poli­zia ucci­den­do un agen­te e feren­do­ne mol­ti altri.
La scon­fit­ta del­lo scio­pe­ro di apri­le raf­for­zò negli indu­stria­li la con­vin­zio­ne che solo una posi­zio­ne intran­si­gen­te avreb­be impe­di­to ai lavo­ra­to­ri di rial­za­re la testa. 
A par­ti­re dal 20 ago­sto, 400.000 metal­mec­ca­ni­ci in tut­ta Ita­lia entra­ro­no in lot­ta, dan­do vita a un’agitazione su tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le.

L’ostruzionismo fu par­ti­co­lar­men­te effi­ca­ce, tan­to da far cala­re dra­sti­ca­men­te la pro­du­zio­ne (alla Fiat Cen­tro, dove lavo­ra­va­no 15.000 ope­rai, sce­se del 60%). E allo­ra scat­tò la rea­zio­ne padro­na­le.
Il 30 ago­sto, a Mila­no, ven­ne attua­ta la ser­ra­ta nel­lo sta­bi­li­men­to del­la Romeo. Su ordi­ne del­la Fiom, gli ope­rai che anco­ra si tro­va­va­no all’interno del­la fab­bri­ca la occu­pa­ro­no. Lo stes­so accad­de simul­ta­nea­men­te nei 300 sta­bi­li­men­ti di Mila­no. La richie­sta degli indu­stria­li al gover­no di inter­ven­to mili­ta­re per far sgom­bra­re le fab­bri­che ven­ne respin­ta: il pri­mo mini­stro Gio­lit­ti, vole­va evi­ta­re un con­flit­to arma­to che teme­va sareb­be potu­to sfo­cia­re in una guer­ra civi­le; ma con­fi­da­va anche sul fat­to che alla testa di quel gran­dio­so movi­men­to vi era­no diri­gen­ti rifor­mi­sti che non vole­va­no che il pro­ces­so si esten­des­se dal­le fab­bri­che ai cen­tri nevral­gi­ci del pote­re, tele­gra­fi, tele­fo­ni, fer­ro­vie, caser­me, pre­fet­tu­re. Eppu­re, quel movi­men­to si allar­gò, nono­stan­te e con­tro gli inten­ti con­ci­lia­ti­vi del­la diri­gen­za rifor­mi­sta, dal trian­go­lo indu­stria­le del nord (Mila­no-Tori­no-Geno­va) all’Emilia, al Vene­to, alla Tosca­na, all’Umbria, fino alle cit­tà di Anco­na, Roma, Napo­li e Paler­mo. Nel­la sola Tori­no qua­si 150.000 furo­no gli occu­pan­ti, 100.000 a Geno­va, 600.000 in tut­ta Ita­lia quan­do anche offi­ci­ne non metal­lur­gi­che ven­ne­ro occu­pa­te. Spon­ta­nea­men­te, nel sud del Pae­se ripre­se­ro mas­sic­cia­men­te le occu­pa­zio­ni del­le ter­re.

Una del­le novi­tà di que­sta lot­ta sta­va nel­la gestio­ne ope­ra­ia: fra lo stu­po­re degli indu­stria­li – che mai avreb­be­ro imma­gi­na­to che gli ope­rai fos­se­ro capa­ci di affron­ta­re le dif­fi­col­tà tec­ni­che del­la pro­du­zio­ne – gli occu­pan­ti mise­ro in pie­di un gigan­te­sco espe­ri­men­to di gestio­ne ope­ra­ia del­la fab­bri­ca in un set­to­re di pri­mo pia­no dell’economia capi­ta­li­sti­ca e facen­do fron­te al sabo­tag­gio atti­vo degli indu­stria­li, del­le ban­che e del­lo Sta­to. A Tori­no ven­ne crea­to un comi­ta­to per cen­tra­liz­za­re la pro­du­zio­ne, gli scam­bi e le for­ni­tu­re dei pro­dot­ti fini­ti. L’altro fat­to nuo­vo del movi­men­to di occu­pa­zio­ne era dato dal­la dife­sa degli sta­bi­li­men­ti. In alcu­ne del­le offi­ci­ne si fab­bri­ca­ro­no bom­be a mano, elmet­ti e par­ti stac­ca­te di armi. In altre, gli ope­rai si prov­vi­de­ro di mitra­glia­tri­ci. Altro­ve si ten­tò di costrui­re un auto­blin­do. Sui tet­ti del­le fab­bri­che ven­ne­ro instal­la­ti riflet­to­ri, mol­ti acces­si alle offi­ci­ne furo­no mina­ti e con­trol­la­ti da siste­mi di segna­la­zio­ne e allar­me. Lo sta­bi­li­men­to del­la Fiat Lin­got­to era dife­so da una recin­zio­ne con cor­ren­te elet­tri­ca; quel­lo di Bar­rie­ra di Niz­za da un impian­to ad aria com­pres­sa in gra­do di spa­ra­re aci­do con­te­nu­to in un’enorme vasca. La dife­sa del­le fab­bri­che era in gene­ra­le affi­da­ta alle Guar­die rosse.

Le dire­zio­ni del sin­da­ca­to e del par­ti­to, inve­ce, vole­va­no che la ver­ten­za uscis­se dal­la dimen­sio­ne poli­ti­ca (che, al di là del­le loro inten­zio­ni, ave­va assun­to) per ricon­dur­la nei suoi limi­ti riven­di­ca­ti­vi eco­no­mi­ci.

Per que­sto il 9, 10 e 11 set­tem­bre, si svol­se­ro del­le dram­ma­ti­che e tese riu­nio­ni per indi­vi­dua­re una solu­zio­ne alla vicen­da. In altri ter­mi­ni, si sareb­be dovu­to deci­de­re se l’agitazione in cor­so fos­se dovu­ta resta­re nel sol­co di una lot­ta sin­da­ca­le; oppu­re, se essa aves­se dovu­to esten­der­si per assu­me­re la carat­te­ri­sti­ca di un movi­men­to insur­re­zio­na­le.

In real­tà, il fat­to stes­so che i desti­ni di una rivo­lu­zio­ne venis­se­ro affi­da­ti a una discus­sio­ne così sur­rea­le dimo­stra, al di là di ogni dub­bio, la scar­sa con­vin­zio­ne con cui la pro­po­sta insur­re­zio­na­le era soste­nu­ta, non solo dal­la dire­zio­ne ma anche dal­le com­po­nen­ti del­la sini­stra. Di fat­to, tut­ti vole­va­no sol­tan­to usci­re da una situa­zio­ne che li ave­va posti spal­le al  muro. 

Fu così che, quan­do la dire­zio­ne rifor­mi­sta del sin­da­ca­to, dichia­ran­do­si in disac­cor­do con l’insurrezione, minac­ciò le pro­prie dimis­sio­ni in bloc­co e invi­tò la dire­zio­ne del par­ti­to socialista ad assu­me­re la gui­da del movi­men­to, quest’ultima intra­vi­de lo spi­ra­glio per usci­re dal­la dif­fi­ci­le situa­zio­ne: respin­ge­re le dimis­sio­ni del­la dire­zio­ne del­la CGL votan­do a mag­gio­ran­za un ordi­ne del gior­no che lascia­va la gestio­ne del­la ver­ten­za al sin­da­ca­to (can­cel­lan­do­ne dun­que l’aspetto poli­ti­co) e che di fat­to met­te­va la paro­la fine alla lot­ta in cam­bio del rico­no­sci­men­to da par­te padro­na­le del prin­ci­pio del con­trol­lo sin­da­ca­le del­le azien­de.

Si trat­ta­va, natu­ral­men­te, di paro­le vuo­te. E lo capì benis­si­mo Gio­lit­ti, che fino a quel pun­to era rima­sto total­men­te estra­neo alla ver­ten­za per timo­re che una repres­sio­ne arma­ta da par­te dell’esercito potes­se sca­te­na­re la guer­ra civi­le.

Non appe­na vide che la pro­spet­ti­va insur­re­zio­na­le era sta­ta uffi­cial­men­te abban­do­na­ta dai socia­li­sti, Gio­lit­ti rien­trò in gio­co con­vo­can­do fra le par­ti una riu­nio­ne che si con­clu­se il 20 set­tem­bre con un accor­do che san­ci­va la fine dell’occupazione del­le fab­bri­che e pre­ve­de­va alcu­ni miglio­ra­men­ti eco­no­mi­ci e sala­ria­li per i lavo­ra­to­ri e la pro­mes­sa di inca­ri­ca­re una com­mis­sio­ne di stu­dio per ela­bo­ra­re un dise­gno di leg­ge sul con­trol­lo ope­ra­io.

Insom­ma, 600.000 ope­rai occu­pa­va­no le fab­bri­che, con­trol­la­va­no in armi alcu­ne gran­di cit­tà, di fat­to dete­nen­do par­zial­men­te il pote­re.

In quel set­tem­bre del 1920, la bor­ghe­sia ita­lia­na vis­se quel­la che fu defi­ni­ta “la gran­de pau­ra”, la pau­ra di per­de­re tut­to. Fra tut­ti i Pae­si del con­ti­nen­te euro­peo, fu in Ita­lia, dun­que, che si veri­fi­cò il più vio­len­to e peri­co­lo­so attac­co al suo pote­re. Il bien­nio ros­so fece com­pren­de­re ai capi­ta­li­sti che le vec­chie clas­si diri­gen­ti libe­ra­li non era­no più in gra­do di difen­de­re i loro inte­res­si. 

Dopo l’accordo del 20 set­tem­bre, le occu­pa­zio­ni dura­ro­no anco­ra per una deci­na di gior­ni, ma pro­prio in quel perio­do si veri­fi­cò il mag­gior nume­ro di scon­tri arma­ti fra gli ope­rai e le guar­die regie, con mor­ti da entram­be le par­ti. Si trat­tò in real­tà di una rab­bio­sa quan­to dispe­ra­ta rea­zio­ne da par­te del­le avan­guar­die degli occu­pan­ti alla noti­zia del­la sti­pu­la del con­cor­da­to: l’idea di dover abban­do­na­re le fab­bri­che che con tan­ti sacri­fi­ci ave­va­no tenu­to – e sen­za aver con­se­gui­to alcun rea­le avan­za­men­to poli­ti­co – appa­ri­va una bef­fa insop­por­ta­bi­le.

Già duran­te la fase del­le trat­ta­ti­ve fra sin­da­ca­ti, indu­stria­li e gover­no, la mag­gior par­te del­le fab­bri­che si era espres­sa per il rifiu­to dell’ipotesi di accor­do e per la con­ti­nua­zio­ne dell’occupazione, men­tre la par­te più arre­tra­ta degli ope­rai  pur non essen­do sod­di­sfat­ta del con­cor­da­to, votò per la sua accet­ta­zio­ne subor­di­nan­do­la a due pre­giu­di­zia­li che i socia­listi ave­va­no ela­bo­ra­to: paga­men­to del­le gior­na­te di occu­pa­zio­ne e garan­zia che la deci­sio­ne fina­le sareb­be sta­ta deman­da­ta alle assem­blee di fab­bri­ca.

Antonio Gramsci il 1ottobre 1926 su L’Unità scrisse amaramente: “Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all’altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. Tutti i problemi che le necessità del movimento posero loro da risolvere furono brillantemente risolti. Non poterono risolvere i problemi dei rifornimenti e delle comunicazioni perché non furono occupate le ferrovie e la flotta. Non poterono risolvere i problemi finanziari perché non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati che invece capitolarono vergognosamente, protestando l’immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe.”

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