20 Agosto 1946: Insurrezione partigiana a Santa Libera

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Il 22 giugno del 1946 viene promulgata la cosiddetta “amnistia Togliatti” e dopo pochi giorni iniziano ad essere liberati i primi fascisti rinchiusi nelle carceri. Il prefetto di Asti in una relazione del 12 luglio del 1946 afferma:

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“Il recente provvedimento di amnistia adottato dal Consiglio dei Ministri, mentre è stato accolto favorevolmente da una parte della popolazione, in quanto esso viene giudicato un atto indubbio di pacificazione generale, ha provocato un certo disappunto specialmente tra gli elementi partigiani e tra le famiglie dei Caduti (…). In considerazione del malcontento suscitato dal decreto di amnistia specialmente tra i partigiani a fra i perseguitati politici del cessato regime e delle loro famiglie è stato necessario predisporre, sebbene in modo non appariscente, accurati servizi di vigilanza”.

Nonostante queste precauzioni in provincia di Asti si registrano le prime aggressioni nei confronti di fascisti e dei loro avvocati. Sempre ad Asti diversi gruppi di ex partigiani, provenienti dalle formazioni garibaldine e da quelle di Giustizia e Libertà, si ritrovano per discutere e si organizzano, nell’ottica di un forte dissenso nei confronti della politica delle forze di sinistra e del PCI:

“Ci sono state più cause di contestazione dell’amnistia. Non solo sono usciti i gerarchi e altri fascisti importanti, ma […] si è cominciato ad arrestare ex partigiani per fatti accaduti durante la guerra di liberazione. […] Con l’amnistia noi partigiani siamo stati messi sullo stesso livello delle brigate nere, perché ci arrestavano, dicendo: “Sì, le brigate nere hanno bruciato delle case, ma voi avete fucilato quello là, avete rubato il vitello…”. Allora praticamente eravamo uguali, invece no. Mettiamo pure che nella massa c’è sempre chi sbaglia, ma questa legge è stata applicata male. […] Tanto negli uffici sono rimasti tutti quelli che c’erano già sotto il fascismo. […] Con l’amnistia noi siamo stati messi al pari con quelli della Repubblica di Salò, delle Brigate nere, ma quelli sono, con l’amnistia, usciti fuori, hanno ripresi i posti di lavoro, gli arretrati. Non accettiamo che l’amnistia ci abbia messo sullo stesso piano, anche perché le leggi erano ancora quelle fasciste […]. L’amnistia veniva applicata in modo molto esteso per i funzionari fascisti e invece in modo molto restrittivo, e in certi casi non applicata, per gli ex-partigiani. Questa era l’origine del nostro scontento: chi dirigeva, chi era ai posti di comando erano ancora loro”.

Il 9 luglio viene stilato un volantino firmato “Comando 1° Gap Asti” che anticipa l’imminente ribellione partigiana:

Partigiani, Reduci, Cittadini! Ecco il bilancio tragico dei primi 14 mesi di PACE.

Abbiamo chiesto: EPURAZIONE

Abbiamo avuto: I maggiori responsabili del FASCISMO non solo non sono stati colpiti ma continuano ad avere DENARO e POTERI.

I Criminali, gli speculatori di guerra godono la vita.

Gli ufficiali repubblichini percepiscono stipendi ed arretrati.

Gli alti funzionari fascisti sono rimasti ai loro posti di comando.

Amnistia per i briganti neri

Abbiamo chiesto: LAVORO E PANE

Abbiamo avuto: DISOCCUPAZIONE FAME MISERIA

Abbiamo chiesto: PACE

Abbiamo avuto: Attentati terroristici neofascisti […]

Abbiamo chiesto: REPUBBLICA E COSTITUENTE

Abbiamo avuto: Sì la Repubblica, ma il RE traditore, Badoglio ed i suoi degni compari, con i milioni rubati al popolo […]tramano nell’ombra contro la libertà e la democrazia.

Siamo arrivati alla Costituente ma quanti “Uomini qualunque”

Reazionari

Fascisti

Siedono ai seggi dei deputati?

BASTA! Non è più possibile tollerare queste vergogne, sopportare queste umiliazioni, questi insulti al sacrificio dei nostri morti. Se i diritti del popolo, i

sacrosanti diritti di chi ha sempre sofferto, di chi altro non chiede che di poter lavorare e vivere in un mondo fatto di GIUSTIZIA ed EGUAGLIANZA, di

LIBERTA’ non verranno immediatamente riconosciuti noi riprenderemo le armi per la seconda lotta di liberazione”.

La scintilla che fa scoppiare la rivolta di Santa Libera è la sostituzione del capo della polizia ausiliaria, l’ex partigiano garibaldino Carlo Lavagnino con il tenente Russo, ex ufficiale della polizia fascista. Il 20 agosto del 1946 una sessantina di astigiani armati (ex partigiani e membri della polizia ausiliaria di Asti) sequestrano un camion, lo caricano di armi e di viveri, dirigendosi verso Santa Libera, un paese vicino a Santo Stefano Belbo, occupando il paese e dando vita a un’insurrezione armata.

Tra di loro Armando Valpreda “Armando”, ex partigiano e segretario dell’Anpi di Asti e leader del movimento.

“La situazione sociale e politica che si era andata creando nel nostro paese dopo la liberazione aveva prodotto una grande delusione ed un profondo malcontento tra tutti i partigiani. Il fascismo era stato sconfitto ma le sue radici non erano state stroncate; l’amnistia aveva rimesso in circolazione molti criminali e torturatori delle brigate nere; fascisti e repubblichini venivano riammessi nei posti di comando ed ottenevano il pagamento degli arretrati […] ai partigiani non era stato concesso nemmeno un semplice attestato di equiparazione ai combattenti della guerra. Ai contadini, ai montanari che avevano aiutato la Resistenza e subito le atroci rappresaglie nazifasciste nulla era stato riconosciuto.

Migliaia di partigiani, di reduci, di ex internati […] reclamavano invano il più umile dei diritti: il diritto al lavoro. […] La costruzione di una società nuova, più giusta, più democratica, più civile appariva come una lontana chimera. Gli stessi partiti della sinistra, che pure si richiamavano alla Resistenza, non apparivano esenti da responsabilità. Ad essi ci sentivamo di rimproverare di aver accettato la affrettata smobilitazione dei partigiani, di non aver sostenuto ad oltranza l’unico governo presieduto da un esponente della Resistenza, di non opporsi con sufficiente intransigenza ai tentativi di rivincita delle forze fasciste e reazionarie, di non battersi con abbastanza forza ed audacia per cambiare veramente l’Italia […]. Accettare senza ribellarsi una simile situazione per noi equivaleva a tradire gli ideali partigiani […]. Non ritenevamo possibile risolvere i problemi del nostro paese con le chiacchiere ed i compromessi politici: i progressi presentati dai politici al potere erano ben lontani dal placare la nostra sete di libertà, di giustizia, di uguaglianza e di progresso sociale”.

La notizia si propaga in tutta Italia, raccogliendo adesioni dal cuneese, dal casalese, dall’oltrepò pavese, da Torino, dalla Liguria, dalla Lombardia, dal Veneto, dalla Toscana, dal Trentino, dall’Emilia Romagna e dal Friuli.

Il ministero dell’interno manda un battaglione di fanteria assieme a reparti di Carabinieri, dell’esercito e della celere ma, nonostante le minacce (“abbiamo già ordinato 40 bare”) e gli ultimatum, nessuno interviene militarmente, e inizia la trattativa con vari esponenti delle istituzioni. Vengono coinvolti anche ex partigiani e i dirigenti delle Anpi locali, i quali sono contrari all’intervento repressivo armato e, pur non condividendo i metodi degli insorti, considerano giuste le loro rivendicazioni e solidarizzano con loro. Parecchi ex partigiani vanno a Santa Libera e si uniscono alla protesta: tra questi Giovanni Gerbi “Reuccio”. Il 22 agosto si registrano diverse agitazioni partigiane di stampo insurrezionalista a Sondrio, Brescia, Mantova, Vercelli, Lucca, Massa, Parma (Val di Taro), Pavia, Pistoia, Savona, Reggio Emilia, Verona, Vicenza, Udine, Firenze, La Spezia, Genova. A Santa Libera vengono recapitati numerosi telegrammi e messaggi di solidarietà da sezioni ANPI di città anche molto lontane come Edolo, Quiliano, Viareggio, Treviso, Briga, Biella, Vigevano, Verona, Macerata, Chioggia, Borgo Val di Taro, Padova, Piacenza, Poggiorenatico, Rossano, Foggia, Roccella Jonica e arriva anche un messaggio di solidarietà dalla comunità israelitica di Roma. A Santa Libera i ribelli arrivano a più di cento unità. Valpreda spiega:

“Noi avevamo praticamente ribaltato la situazione: da un gruppo di disperati, che idealmente erano pronti anche a sacrificarsi per una giusta causa, siamo arrivati ad avere il controllo di una grande parte del territorio e se noi avessimo innescato l’azione avremmo coinvolto un grande numero di altri partigiani. Nel Casalese, nell’Oltrepò pavese, a Torino, in Liguria tutti erano sul piede di guerra, mobilitati, pronti a intervenire”.

Il 23 agosto, con la mediazione di Davide Lajolo (ex partigiano e caporedattore dell’Unità di Torino) viene formata una delegazione da mandare a Roma per parlamentare con Pietro Nenni (vicepresidente del Consiglio: Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, era momentaneamente assente). Giovanni Rocca “Primo”, uno dei due partigiani ribelli che facevano parte della delegazione, rilascia questa dichiarazione prima di partire:

“Questo movimento non è che una viva protesta di un gruppo di veri partigiani che dopo 17 mesi dalla Liberazione attendono ancora un riconoscimento morale e materiale per quanto essi hanno fatto. Essi vogliono partecipare con ogni energia alla ricostruzione del Paese e chiedono che vengano attuati senza intralci burocratici tutti quei provvedimenti in favore dei reduci, ex internati e partigiani che da tempo sono stati richiesti dal governo. Tutti i combattenti della libertà sono solidali e la delegazione da me presieduta che si reca a Roma dovrà ottenere un risultato concreto. Soltanto a tale condizione potrà essere sedata questa agitazione che potrebbe estendersi e di cui noi renderemo responsabile il governo. Se le trattative dovessero fallire ciò darebbe luogo a un’intera sollevazione armata di gran parte dei partigiani del Piemonte”.

Oltre ai ribelli “Primo” e a Aldo Sappa “Ken”, la delegazione che si reca a Roma è composta dal capodelegazione Isacco Nahoum (detto “Milan”, partigiano dell’ANPI di Torino), dai dirigenti dell’ANPI regionale piemontese Giulio Dolchi, Aldo William, Felice Mautino (detto “Monti”) e Renato Aimo, dal partigiano Francesco Rosso (detto “Perez”) per l’ANPI di Asti, dal leggendario capo partigiano Vincenzo “Cino” Moscatelli (a quel tempo deputato e sottosegretario del Governo). Vengono ricevuti il 24 agosto e Pietro Nenni informa subito la delegazione dell’approvazione del decreto che riconosce i gradi ai fini amministrativi ai partigiani combattenti. Moscatelli torna in Piemonte e convince i ribelli a rinunciare al loro proposito rivoluzionario informandoli del buon avvio delle trattative e prospettando, in caso di proseguimento della rivolta, uno scenario simile alla Grecia, dove i partigiani comunisti erano stati massacrati dalle forze governative e dagli inglesi. I ribelli propongono in cambio della fine dell’insurrezione l’invio di un documento a Roma con le loro richieste e Moscatelli si impegna per farle approvare in sede governativa. Le richieste sono le seguenti:

Impunità civile e militare incondizionata e comunque divieto a procedere verso tutti coloro i quali, direttamente o indirettamente, hanno aderito al movimento di protesta in tutti i suoi aspetti e manifestazioni.

1bis. Selezione democratica che tenga conto dei meriti, dei titoli e delle capacità di ognuno, di tutto l’apparato dello Stato.

Immediata assunzione di tutti i partigiani e disoccupati di Asti. Immediata e pratica applicazione dei DDLL relativi all’assunzione obbligatoria dei reduci di guerra, compresi i partigiani, fino a totale assorbimento di essi, indifferentemente dall’aliquota stabilita dai DDLL stessi; inoltre immediato avviamento al lavoro di tutti i reduci che tornano a casa. Superare le difficoltà materiali e sveltire l’apparato burocratico inerente l’applicazione di DDLL relativi a provvedimenti in favore di reduci e partigiani, con l’affidare il disbrigo delle pratiche stesse agli interessati disoccupati con adeguata assegnazione di fondi. Abolizione del limite di età per gli aventi al diritto alle pensioni di guerra e immediata corresponsione di essa e di congruo anticipo. Riconoscimento delle forze di pubblica sicurezza ausiliaria e ferroviaria con loro ammissione nei ruoli effettivi a tutti gli effetti amministrativi e militari. Per il passaggio in ruolo si deve tener conto dei meriti, delle capacità e dello stato di servizio acquisiti. Firma e pubblicazione del decreto relativo al riconoscimento dei partigiani a tutti gli effetti, quali volontari combattenti e dei rispettivi gradi ai fini amministrativi e tecnici.

8.Riconoscimento dei danni per rappresaglia nazi-fascista o attinenti alla guerra di liberazione quali danni di guerra, con precedenza assoluta ai danneggiati che si trovano in particolari condizioni di bisogno.

Immediata libertà provvisoria di tutti i partigiani trattenuti in carcere che a un primo e rapido esame istruttorio rientrino nel decreto relativo alla non perseguibilità delle azioni commesse durante la Resistenza e per azione politica. Pagamento immediato dei debiti contratti dalle formazioni partigiane durante la guerra di liberazione. Riconoscimento ed equiparazione alle scuole di Stato dei convitti scuola reduci-partigiani. Una volta alla settimana il prefetto riceverà i rappresentanti riconosciuti dei reduci e dei partigiani per discutere il loro problemi.

Moscatelli assicura a Valpreda il rapido ottenimento delle rivendicazioni presentate e l’organizzazione di una grande manifestazione popolare ad Asti che accolga trionfalmente il rientro dei partigiani insorti. Valpreda e i suoi uomini decidono quindi che alle ore 16.00 del 27 agosto lasceranno Santa Libera e torneranno ad Asti. L’arrivo dei ribelli in città è salutato da una folla numerosa e in piazza del municipio viene organizzato un comizio. La rivolta di Santa Libera si conclude così mentre a Roma, il giorno dopo, il consiglio dei ministri convocato da De Gasperi per discutere della situazione finisce con una bozza d’intenti alquanto deficitaria rispetto alle richieste dei ribelli. Quello che ottengono si limita all’estensione delle pensioni di guerra ai partigiani, alle famiglie dei caduti, alle vittime politiche e ai loro familiari, l’equiparazione dei partigiani ai militi volontari (con relativo trattamento economico) e il riconoscimento dei gradi militari ai partigiani ai fini amministrativi. Non vengono nemmeno menzionati i punti principali contenuti nelle richieste degli ex partigiani e cioè la costituzione di un corpo di polizia formato da ex partigiani, destituzione di tutti i funzionari compromessi con il regime fascista, assunzione al lavoro dei reduci e dei partigiani, blocco dei licenziamenti e, soprattutto, l’abrogazione dell’amnistia. Ben poco era stato concesso e nulla rispetto alle rivendicazioni “politiche” contenute nelle richieste dei ribelli.

Così, dopo 7 giorni finisce la rivolta di Santa Libera.

Le motivazioni che spinsero gli ex partigiani alla ribellione all’inizio erano ben chiare, ma Giovanni Gerbi “Reuccio”, uno dei protagonisti della rivolta sottolineò anni dopo la vera motivazione di quei giorni ribelli:

“un senso di solidarietà, un senso del dovere verso dei valorosi che ancora una volta erano pronti a rischiare la vita nell’interesse generale e per impedire la rinascita fascista”.

 

Fonte: Resistenzatradita.eu

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