Con la pelle degli altri

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Lunedì

Sono le 16:00 quando, a distanza di qualche ora dalla scarica di proiettili che ha ucciso Idy, sul ponte Vespucci iniziano a radunarsi una quarantina di senegalesi. La versione ufficiale dei fatti che trasforma l'omicida in uno che semplicemente “voleva suicidarsi ma non ha avuto il coraggio” per cui ha ucciso “il primo che passava” non riesce a negare l'evidenza. Un bianco ha deciso di uccidere un nero perchè era nero. A poca di distanza da Macerata, a qualche anno dalla strage di piazza Dalmazia che lasciava a terra altri due venditori senegalesi, uno dei quali cugino di Idy e marito della sua attuale moglie.

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Parte un corteo, il primo della giornata, direzione Piazza Signoria. Ad aspettarlo ci sono l'assessore Funaro e l'imam che con i dirigenti della comunità concordano un incontro dentro Palazzo Vecchio. Una folta delegazione viene fatta entrare, mentre la maggioranza resta in piazza. Sono quelli che guardano con sfiducia all'ennesimo inutile dialogo con delle istituzioni evidentemente disinteressate alle proprie vite. Sono quelli che urlano “non ci interessa niente della vostra politica, oggi facciamo casino” (guarda video dalla piazza). Passa più di un ora in piazza della Signoria e il presidio in strada raddoppia. È diffuso lo scoraggiamento per una giornata che rischia di finire con qualche stretta di mano, qualche dichiarazione ipocrita dichiarazione di circostanza e qualche inutile rassicurazione alla comunità da parte delle istituzioni. Un gruppetto trasforma lo scoraggiamento in iniziativa: “è inutile stare qui, andiamo alla stazione, facciamoci sentire!”. Basta poco, e il corteo riparte lasciando dentro palazzo vecchio chi è salito a dialogare. Sanno già tutti come andrà a finire, inutile aspettare.

Le fioriere di via Calzaioli saltano, insieme ai cestini della spazzatura e le transenne dei cantieri incontrati sulla strada. Di fronte ad un Sindaco che sminuisce e mistifica i fatti, di fronte ad un clima di odio razziale in cui rischia di diventare normale che i neri muoiano ammazzati in questo modo, la normalità delle vie dello shopping di lusso viene stravolta. E' una piccola rivolta che avrà il merito di rendere nei fatti impossibile per i media continuare a liquidare l'omicidio di Idy come un fatto di cronaca da dimenticare nel giro di 24 ore.

I rivoltosi sono giovani neri. Lavorano nelle campagne sotto i caporali, nelle fabbriche dei cinesi con turni massacranti, nei ristoranti del centro. Si arrangiano facendo i venditori abusivi. Sono stanchi si essere trattati da animali. La distanza tra loro e i dirigenti neri che anche nei giorni successivi più volte entreranno e usciranno da palazzo vecchio è prima di tutto una distanza di condizioni di vita e di classe.

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Martedì

Sono le 15:10 della giornata di martedì, quella seguente all'omicidio di Idy, la seconda giornata di protesta della comunità senegalese. Sono trascorsi appena dieci minuti dall'inizio del concentramento sul Ponte Vespucci, già gremito. Un gruppo di giovani africani con la bandiera del Senegal si spinge sul lungarno per bloccare il passaggio di auto e bus. Sono passati dieci minuti e l'idea dei capi della comunità di un presidio “commemorativo”, dopo l'esplosione di rabbia del giorno precedente consumata nelle vie dello shopping, è già destinata a naufragare. “Ci hanno sparato addosso un altra volta, dobbiamo reagire”. Dobbiamo reagire, non è il momento di commemorare.

Intanto alcuni provano a divelgere un semaforo a pochi passi da un reparto di carabinieri. Alcune facce bianche del presidio raggiungono i ragazzi che hanno preso l'iniziativa: vogliono farli ragionare. E' con questo scopo, con questa missione che decine di esponenti della sinistra radical hanno partecipato a queste giornate.

 

“Così è solo peggio, ragiona, parleranno male di voi, invece se facciamo così...”.

Nasce un battibecco, fino a quando un giovane nero interviene lapidario:

“I ragazzi qui sono quasi tutti laureati. Io ho due lauree. Noi dobbiamo reagire”.

Nessuno deve insegnargli come si ragiona. Ma gli stessi volti bianchi insistono:

“Ma cosa vi ha fatto questo semaforo? Non ha nessuna colpa!”. “Hanno ucciso un nostro fratello e vieni qui a preoccuparti di questo semaforo?! Mi fai schifo”

E' una donna nera stavolta a rispondergli. È furibonda. Si sfiora la rissa.

 

Dalla fioriera al semaforo. Da Nardella all'attivista della sinistra radicale. Inquietante e disarmante il ritorno delle stesse preoccupazioni. Sono tutti lì in piazza a manifestare, ma la distanza è incolmabile. Nulla di strano che abbiano raccolto la stessa ostilità. Nel frattempo decine di persone, poi centinaia, seguono il gruppetto che si è parato davanti a un bus per bloccarlo. Tutto il lungarno ora è bloccato.

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Ah, la sinistra. Quel mondo politico e culturale per la quale essere ragionevoli vuol dire sempre stare buoni. Sempre da una posizione comoda, con le sofferenze e le pelli scure degli altri. Di fronte all'ennesimo morto centinaia di migranti hanno guardato alla rivolta come scelta, come consapevolezza di un urgenza, come unica reale traduzione possibile di quel senso di responsabilità a cui questa sinistra piace fare appello. Ma ciò per questa sinistra non può essere capito, non può essere riconosciuto.

E' la sinistra che vuole salvare il proletari ma inorridisce quando i proletari vogliono salvare se stessi, a modo loro, con lo stesso realismo di cui è fatta la propria vita di subalterni. La missione di questa sinistra è sempre quella di riportare questi proletari nei ranghi della protesta civile, servibile per la propria opera di rappresentanza. Anche quando nessuno gli chiede di rappresentarla. Anzi, soprattutto quando nessuno glielo chiede. E' lì che c'è davvero bisogno di lei per rimettere al proprio posto le cose.

È con uno sguardo coloniale che da sinistra si guarda oggi ai mondi proletari, tutti. E quando i proletari in questione hanno la pelle scura questo sguardo non può che raddoppiare e svelarsi in maniera esplicita. Diventa uno sguardo razzista che con le retoriche xenofobe condivide alcune coordinate di base. Un antirazzismo razzista e coloniale il loro, in cui i migranti sono de-umanizzati, privati di una possibilità di autonomia politica, soggetti deboli da coccolare e rappresentare nei parametri delle proprie retoriche profondamente bianche e borghesi, con la fiducia e la speranza che sì, anche loro, possono integrarsi nella nostra civiltà, anche loro possono imparare a stare a questo mondo, il nostro mondo. Alcuni infatti già lo hanno fatto: sono i loro preferiti. È il sogno dell'integrazione e la retorica del migrante come risorsa. E allora questa sinistra si sente di dover intervenire quando questi migranti mostrano la loro anima selvaggia, deve farli ragionare ed impedire che qualche altro bianco sia lì per aizzarli... un termine ricorrente in queste giornate e che rappresenta bene la concezione animalizzata dei migranti che sfonda anche a sinistra.

Passano altri dieci minuti e mr. Fioriera Nardella viene respinto da insulti e spintoni. È stato invitato dai capi della comunità. Ma una grande parte della comunità reale non lo vuole. Non vuole in piazza i politici che hanno legittimato o addirittura fomentato l'odio razzista. Non vogliono i politici che hanno negato la natura razzista dell'omicidio di Idy. Non vogliono i politici che danno più valore a una fioriera che alla vita di un lavoratore nero, quelli che infatti tutti i giorni se ne infischiano delle condizioni di sfruttamento e di precarietà totale – dal lavoro, ai documenti alla casa - a cui sono condannati da migranti in questo paese. Un ragazzo italiano si unisce alla contestazione e raggiunge Nardella con uno sputo dritto sul ciuffo. Nasce un parapiglia. Al termine sono i ragazzi senegalesi che hanno assistito alla scena a spiegare in poche parole agli altri cosa è successo: “il ragazzo ha fatto bene”. Contemporaneamente uno degli organizzatori “ufficiali” del presidio chiede scusa al Sindaco davanti ad una decina di telecamere.

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Il lungarno è bloccato. Ma ora in centinaia vogliono partire in corteo. Molti sono giovani, ma non sono solo loro ad avanzare verso lo sbarramento di poliziotti e carabinieri. Dopo ventiquattro ore la rabbia è la stessa del giorno prima. C'è ancora da lavorare tanto per chi desidera pacificare tutto per un presto ritorno alla normalità. I “capi” della comunità raggiungono le prime file per bloccare la spinta della piazza. Iniziano ore di discussioni accese e ripetuti parapiglia. E' evidente a colpo d'occhio che quelli che la stampa e le istituzioni continuano a definire “i rappresentanti” della comunità in questi momenti rappresentano tutto fuorchè il volere della maggioranza della comunità di uomini e donne che si è riversata in strada e che ha appena cacciato il sindaco. E contro l'atteggiamento dei “capi” alcuni giovani utilizzano a ragione gli stessi argomenti che – impropriamente – vengono usati contro chi vuole marciare in corteo: “chi ha deciso che non dobbiamo partire?”. Effettivamente è la maggioranza a voler portare la propria voce nelle strade del centro che conta. Anche se il giorno dopo i “rappresentanti” con un comunicato ufficiale diranno che le espressioni di rabbia del lunedì e del martedì erano da ricondurre tutte all'iniziativa isolata di un gruppo di senegalesi ubriachi e dei giovani dei centri sociali. La colpa di questi ultimi, in realtà, è stata quella di essere tra quei bianchi che non erano in piazza per dire ai ragazzi senegalesi cosa e come dovevano fare. Quelli che, semplicemente, sono stati con loro (guarda video di un giovane senegalese). Essendo bianchi ai loro comportamenti – nel loro essere intollerabili e deprecabili – viene riconosciuta da questa narrazione riconosciuta una certa dignità politica. Ai neri no, “erano tutti ubriachi”.

Dopo i parapiglia “interni” tra le prime file dei manifestanti, centinaia di migranti portano la propria spinta sul cordone di poliziotti. Vogliono sfondare. Parte una carica dei reparti schierati, ma nessuno indietreggia di più di un metro. E' di nuovo stallo. Di nuovo tensione.

Ci penserà l'intervento delle autorità religiose islamiche a risolvere la situazione. Un film già visto nel 2011, quando dopo alcuni scontri in piazza della Repubblica la rivolta veniva sedata senza l'utilizzo dei manganelli poco dopo in piazza Duomo. L'appello alla calma, l'invito alla ragionevolezza e poi la preghiera. Questa volta sono appena una quarantina quelli che partecipano alla funzione religiosa. Gli altri restano in piedi, osservano con sguardi amari. Tutti temono quello che sarebbe successo nell'ora successiva: la manifestazione prima si trasforma in una lunga conferenza stampa per quelli autorizzati a rappresentare i migranti – le associazioni di comunità che cooperano con le istituzioni, l'imam, esponenti del governo senegalese... - e poi lentamente si disperde fino ad esaurirsi.

Il meccanismo di recupero e pacificazione della protesta che ha visto fin dalle prime ore del lunedì cooperare istituzioni locali, questura, moschea, rappresentanti della comunità e governo senegalese inizia a dare i suoi frutti. Ancora una volta è soprattutto il ruolo svolto da questi corpi intermedi e dai loro peculari poteri di cattura a rivelarsi determinante a risolvere la crisi riaffermando una governabilità vitale dal punto di vista delle istituzioni. La regia è bianca, ma gli attori sul palcoscenico sono “migranti”, molti con la pelle nera. Sono loro le vere risorse preziose da premiare. Sono irrinunciabili. Sono allo stesso tempo la prova di un integrazione sistemica possibile da sbandierare e il migliore antidoto contro le spinte antagonistiche. C'è una vera e propria scienza specifica di governo delle comunità migranti che forma e arruola questo tipo di risorse umane per agire dall'interno, con la garanzia di una scalata sociale di qualche tipo, qualche passaggio di status o qualche meccanismo clientelare a cui accedere. Sono i neri che diventano rispettabili.

Quando la manifestazione è quasi sciolta del tutto un africano dice a un gruppo di giovani italiani:

“I nostri dirigenti sono più bianchi di voi”.

 

 

L'attesa

La manifestazione si conclude e si rimanda a sabato. C'è ancora tanto di irrisolto, tanta tensione che rimane nell'aria. Fin dal lunedì l'intenzione è di una grande manifestazione contro il razzismo con l'arrivo da tutta Italia di pullman delle comunità senegalesi. La manifestazione nata sulla spinta dalla base dei migranti scesi in strada lunedì, dovrà aspettare solo venerdì pomeriggio per avere un orario e un luogo di partenza dopo che per giorni rimbalzano notizie contraddittorie sul suo annullamento. Un auto-boicottaggio. E' semplice: quelli che le istituzioni hanno nominato legittimi rappresentanti dei migranti temono questa manifestazione. Potrebbe non andare come martedì, e già lunedì e martedì la rabbia della piazza aveva prodotto comportamenti eccedenti non ripetibili. Ne va della loro credibilità ed affidabilità nel portare avanti la propria funzione. La minaccia sono le centinaia di giovani neri che continuano ad essere insoddisfatti di una risposta reputata non all'altezza dell'ennesimo morto di razzismo.

 

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Il sabato

Sono tra le venti e le trentamila le persone che rispondono all'appello a scendere in piazza. Una piazza meticcia che unisce tantissime comunità migranti, soprattutto africane, a tantissimi fiorentini di tutte le età. I numeri danno la misura del fallimento dell'operazione politica e mediatica che fin dalla prima ora ha provato a spoliticizzare quanto era avvenuto sul ponte Vespucci. La città invece reagisce e scende in piazza con numeri assolutamente eccezionali, nonostante il clima di terrore costruito nei giorni precedenti. Un fatto importante che registra l'esistenza di un sentire antirazzista diffuso disponibile a mettersi in gioco, a metterci la faccia contro l'avanzata delle retoriche e delle violenze xenofobe. Una mobilitazione spontanea che non ha visto nessuna organizzazione di massa lavorare per spingere una partecipazione larga della città. È un serpentone di cui è impossibile vedere la coda quello che parte da piazza Santa Maria Novella e attraversa i lungarni passando dal ponte Vespucci. Nonostante la sua imponenza il corteo fa un giro tondo sui lungarni per tornare nel punto di partenza, senza mai sfiorare le vie dello shopping e del turismo. Il percorso concordato dagli organizzatori con la Questura è pensato ancora una volta per lasciare ai margini della città che conta quella marea umana.

WhatsApp Image 2018 03 13 at 22.31.08Il Sindaco Nardella aveva detto che sarebbe sceso in piazza “solo se ci fossero state le condizioni”. La sua richiesta di protezione viene soddisfatta. Sfila nel primo spezzone del corteo, insieme all'assessore Funaro e altre autorità italiane e senegalesi. Sono tutti isolati e di fatto invisibili alla marea umana della manifestazione, circondati da un centinaio di uomini del servizio d'ordine schierati in cordoni. Sono i primi tornare in piazza Santa Maria Novella, dove in un angolo della piazza offrono alle telecamere qualche minuto di teatrino per recuperare la contestazione di martedì. “Appena sono arrivato sono stato circondato dai miei amici senegalesi”, dichiara il Sindaco. In realtà la maggioranza dei presenti alla manifestazione non sanno nemmeno che è lì, anche se tutto il dispositivo di isolamento non riesce a evitare che un paio di migranti contestino lo stesso la pagliacciata del sindaco urlandogli “sei un nazista!”. Sindaco & company saranno i primi ad arrivare e i primi ad andare via, mentre la maggioranza dei manifestanti ancora deve raggiungere la piazza.

Da questa testa del corteo vengono esposti cartelli, tutti uguali, con su scritto “Idy era una persona di pace, non vogliamo fare casino”. E' fatta. Il senso con cui centinaia di migranti tra lunedì e martedì avevano spinto per la convocazione della manifestazione è stravolto. E il Sindaco non ha mai smesso di negare la natura razzista della morte di Idy può essere anche lui lì senza problemi, una volta garantita non solo la sua incolumità ma soprattutto una rappresentazione di quella marea umana scesa in piazza mistificata al punto da non dare alcun fastidio politico, neutralizzata. Non è più una manifestazione contro il razzismo. È una commemorazione laica, in attesa di quella religiosa. I migranti non scendono in piazza per imporre un nuovo valore delle proprie vite a chi quotidianamente le assimila a quelle di un animale. No, i migranti oggi sono in piazza per dimostrare di saper stare buoni, di “non fare casino”. Sono loro che devono scusarsi e dimostrare una penitenza per il sangue versato dalle fioriere di via Calzaiuoli il lunedì. È al netto di questo che le istituzioni potranno definire quella di sabato “una bellissima manifestazione, la migliore possibile”.

“Non dobbiamo fare come nel 2011. Dobbiamo dare una risposta forte, non solo parole. Oppure ci ammazzeranno tutti”.

È stata questa cosa più urlata dai senegalesi tra lunedì e martedì. Un’intenzione chiara e diffusa, tradita da chi dice di rappresentare quel proletario migrante che tutti i giorni accumula ragioni per ribellarsi, fino ad esplodere. E invece l'enorme macchina di governo del conflitto attivata per l'occasione è riuscita a fare andare tutto come nel 2011. Un’enorme sfilata che resta ai margini e che prepara il ritorno alla normalità. E che la manifestazione abbia lasciato un’insopportabile frustrazione in tantissimi è evidente a colpo d'occhio e basta scambiare qualche parola al ritorno in Santa Maria Novella per averne la conferma.

È quel mondo proletario e nero abituato ad essere parlato dalle retoriche razziste quanto da quelle antirazziste, quello che lunedì aveva fatto irruzione a modo suo sulla scena, ad essere stato completamente – e scientificamente - silenziato e neutralizzato nella manifestazione di sabato. Quel proletariato nero che contro i buonismi di ogni risma in queste giornate ha provato a rivendicare il proprio diritto alla rabbia come presupposto per una nuova dignità prima ancora oltre che come strumento verso un proprio riscatto.

Tutto è tornato al proprio posto. Il diritto al cordoglio può essere concesso con una giornata di lutto cittadino, ora che il diritto alla rabbia è stato negato. A sinistra c'è entusiasmo, e non importa se la manifestazione sia stata tradita anche nel suo carattere chiaro di manifestazione antirazzista. Di antirazzismo ci sarà tempo per tornare a parlarne, ci saranno tante cene multietniche, tante conferenze e tante manifestazioni di piazza da organizzare in futuro contro il razzismo. Meglio aspettare che quel mondo nero, proletario ed arrabbiato sia tornato ai margini. Parleranno loro anche al suo posto. Senza il rischio che quella stessa rabbia si rivolti contro il proprio mondo.

 

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