
Meet the Leftist radicals taking on Meloni, Turin has become a battlefield
Traduciamo dal sito inglese UnHerd questo articolo di Tobias Jones, frutto di un reportage a Torino ed in particolare nel quartiere Vanchiglia, nella primavera di quest’anno.
Lo facciamo per alcune ragioni che crediamo necessitino alcune precisazioni. La prima è di completezza, infatti alcuni giornali locali lo hanno usato per generare notizie e articoli di tipo sensazionalistico, omettendo, nella maggioranza dei casi, i numerosi spezzoni di interviste ad abitanti ed attivisti del territorio, curvando il senso generale del reportage alle necessità della, ormai e perlopiù, stampa di regime. Almeno, nella lettura completa, le persone interessate potranno carpirne il senso e trarne le proprie critiche. La seconda è perchè crediamo che restituisca l’idea del “clima” che respira Torino e il quartiere Vanchiglia in questo ultimo anno. Militarizzazione e vessazioni autoritarie, che però non cancellano lo spitito di una parzialità di città che si sente “torinesemente” ribelle, partigiana. Un immaginario comune sotto la Mole, che più che “anomalia” pensiamo abbia la capacità di essere “esempio” di come la normalità del potere può essere ribaltata. Tutto ciò al netto di considerazioni, analisi e giudizi dello scrittore su Torino e la sua storia di lotte, che a tratti troviamo mutuati da luoghi comuni, inesattezze e letture perlopiù derivate da come la controparte ha riscritto quelle storie, piegandole ad una narrazzione giudiziaria e manichea tipica dello Stato. Buona lettura!
Negli ultimi mesi, il quartiere torinese di Vanchiglia ha iniziato ad assomigliare a Belfast al culmine dei Troubles. Camionette antisommossa dei Carabinieri in coppia presidiano l’inizio e la fine di una dozzina di angoli di strada. Non c’è un bar senza qualche poliziotto dentro o fuori. E, in una certa misura, non è una novità. Nel corso dei secoli, Torino ha sempre attirato i radicali — e, a sua volta, ha assistito alla repressione. Con le Alpi innevate così vicine, la città ha attratto fuorilegge, e rifugiati ebrei e protestanti, che avevano una chance combattiva per fuggire in Francia o in Svizzera se i Duchi di Savoia avessero iniziato una caccia ai capri espiatori. È anche il luogo dove Antonio Gramsci studiò e poi insegnò; dove la resistenza italiana combatté i nazisti; e dove, negli anni Settanta, sindacati e radicali di estrema sinistra, in gruppi dai nomi come Lotta Continua, Avanguardia Operaia e Autonomia Operaia, sfidarono la potenza industriale della Fiat e degli Agnelli.
Nell’ultimo anno, l’ultimo scontro di Torino — tra lo Stato da un lato, e un’alleanza di “comitati di quartiere” anarchici e manifestanti filo-palestinesi dall’altro — si è andato intensificando. Lo scorso novembre, uno degli imam di Torino, Mohammed Shahin, è stato arrestato e mandato in Sicilia, in attesa dell’espulsione verso la sua terra d’origine egiziana, sebbene la sua deportazione sia stata poi bloccata. Torino è gemellata con Gaza dal 1998, e l’organizzazione Torino per Gaza porta regolarmente centinaia di migliaia di manifestanti in strada.

Poi, il 18 dicembre 2025, in seguito a ordini emessi dal Ministero dell’Interno e coordinati dal capo della Polizia, le truppe hanno fatto irruzione nel centro sociale “Askatasuna”, nel cuore di Vanchiglia, e sgomberato tutti i suoi occupanti. Ciò ha posto fine a quasi 30 anni durante i quali l’occupazione — il nome significa “libertà” in basco — era diventato un punto d’incontro per gli attivisti ambientali. Da allora ci sono stati scontri continui. Quando l’ho visitata in occasione della parata del 1° Maggio, i sostenitori di Askatasuna e la polizia antisommossa si sono scontrati. Scudi e manganelli contro aste di bandiera e bottiglie di birra, e io ho preso la mia doccia d’obbligo dall’idrante di una camionetta della polizia.
Due forze distinte si stanno schierando l’una contro l’altra: le autorità, che ricevono ordini dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e i gruppi di “autonomi” e “attivisti” che cercano di piantare quante più bandiere palestinesi possibile. Lo scontro è asimmetrico perché la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si sta dimostrando più duratura di quanto chiunque si aspettasse. Eletta nell’ottobre 2022, le mancano solo poche settimane per battere il record del governo più longevo nella storia Repubblicana Italiana. Nonostante la recente sconfitta nel referendum sulla riforma della giustizia, e nonostante sia caduta in disgrazia presso Donald Trump, Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia sembrano saldamente al comando.
Eppure, se lo scontro è impari, l’esito non è scontato. “I governi si fanno a Roma,” si vantava un tempo Torino, “ma cadono a Mirafiori.” Un riferimento alla mega-fabbrica Fiat, a sud del cuore barocco di Torino, che un tempo impiegava oltre 60.000 lavoratori. Il patrimonio operaio della città è svanito negli ultimi decenni, e la sinistra tradizionale è comunque disprezzata dagli occupanti di “Aska”. Questi attivisti non aspirano a cambiare un governo: perché non credono nella democrazia tradizionale né tantomeno nello spettro politico in quanto tale. Tentano invece un associazionismo dal basso che fa eco ad alcune delle tradizioni più radicali della loro città.
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Torino disorienta. La sovrapposizione dei suoi quattro fiumi sinuosi su viali perpendicolari le dà l’aria di un tabellone del gioco dell’oca. Con la Basilica di Superga sull’altra sponda del Po, e palazzi reali tutt’intorno — i Duchi della città divennero Re d’Italia — è un luogo grandioso ma sfuggente. Politicamente, tuttavia, le credenziali di sinistra di Torino sono sempre state chiare, non da ultimo per l’eredità della Resistenza bellica. Oltre 1.000 partigiani locali sono sepolti nel “Campo della Gloria” nel cimitero monumentale della città.
Oggi, però, l’antifascismo manca di una definizione al di là dell’ovvio, ed è comunque politicamente poco utile: non si può costruire il futuro su una negazione. Inoltre, la proliferazione di assemblee cittadine in tutta Torino, non da ultimo a Vanchiglia, suggerisce che i radicali della città siano oggi meno ispirati da Gramsci che da David Graeber. L’antropologo americano in prima linea nelle proteste di Occupy, Graeber immaginava “un anarchismo nuovo, aperto e pragmatico”, e parlava degli edifici occupati come di “un esercizio nella politica del mutuo soccorso, della solidarietà e della cura. Un semplice, non autorizzato atto d’amore.”
In molti sensi, l’Italia è stata pioniera degli spazi autonomi, sia in teoria che in pratica. I primi CSA — “centri sociali autogestiti” — erano occupazioni politiche organizzate dai radicali di estrema sinistra negli anni Settanta. Ma oltre ai centri sociali, sperimentarono anche il “ritorno alla terra”. I procuratori antimafia iniziarono a confiscare edifici e fattorie della criminalità organizzata, e molti radicali si aggiudicarono bandi per avviare comunità di recupero e spacci agricoli.

Ma se l’Italia è stata all’avanguardia nel congregazionalismo anarchico, è stata pioniera anche nella repressione. A Genova, nel 2001, un uomo fu ucciso e una scuola fu perquisita dalla polizia antisommossa alla ricerca di un illusorio “black bloc” anarchico. Ora Meloni ha intensificato il ritmo della repressione. Nell’agosto 2025, a Milano, il centro sociale Leoncavallo è stato sgomberato nel suo cinquantesimo anniversario. A Genova, l’estate precedente, anche la Burrida — un centro simile, dal nome di uno stufato di pesce locale — è stata perquisita e sgomberata.
È possibile che Meloni stia subendo pressioni in tal senso da parte di Roberto Vannacci, ex generale dell’esercito e minaccia incombente sul suo stesso fianco destro. Ma quale che sia la causa di questi blitz, è chiaro che il caso Askatasuna è diverso, non da ultimo per il modo in cui è stato a lungo in prima linea nella protesta ben oltre Vanchiglia. Centrale in questo attivismo è l’opposizione al cosiddetto “TAV”, acronimo italiano di “treno ad alta velocità”, il progetto promette infine un nuovo collegamento ferroviario tra Torino e Lione. Ma con le Alpi di mezzo, le incontaminate valli montane attorno a Torino sono state sconvolte dai disordini, con scontri campali tra attivisti No-TAV e polizia antisommossa che hanno portato a migliaia di arresti.
Forse per la sua sfumatura ambientalista, il movimento No-TAV ha guadagnato sostenitori anche al di fuori della sinistra radicale. Un’attivista, Martina, lo descrive come “davvero popolare”, capace di riunire “sindaci, cattolici e gente comune”. Negli ultimi anni, intanto, anche la guerra a Gaza ha alimentato l’indignazione locale. La criminalizzazione della protesta — con alcune parole del tutto vietate — fa sì che molti torinesi siano furiosi. “Cosa dovremmo fare?”, chiede un attivista di nome Karim. “Aspettare che siano tutti morti prima di dire che è un genocidio?”
L’architettura peculiare di Torino offre luoghi di ritrovo per questi gruppi diversi ma spesso sovrapposti. A causa della massiccia immigrazione dal Sud durante il boom postbellico torinese, questa città fra le più industriali d’Italia conta decine delle cosiddette case di quartiere, oltre a una serie di circoli operai e case del popolo.

L’ex edificio di Askatasuna si trova a soli due minuti a piedi dalle sponde del Po. Un vasto palazzo color ciliegia, che affaccia squadrato sul traffico frenetico di Corso Regina Margherita, circondato da scuole. Data l’intensa presenza di polizia, questo costringe genitori e bambini a passare ogni giorno attraverso posti di blocco. Eppure l’area dietro l’edificio è pedonale, ed è qui, fiancheggiata da muri decorati con ritratti di martiri antifascisti, che Askatasuna continua a fare il suo lavoro di sensibilizzazione.
Riccardo arrivò nel 2006, 10 anni dopo la prima occupazione di Askatasuna. “È qui che ho trovato ospitalità”, dice. È alla fine di un “laboratorio” all’aperto sul reimmaginare l’educazione. Trenta persone — dai bambini ai pensionati — sono rimaste sedute in cerchio tutto il giorno. I Carabinieri, la forza di polizia nazionale militarizzata italiana, fanno rombare i motori a entrambe le estremità della zona pedonale, rendendo difficile sentirsi.
Alla fine del workshop, Riccardo descrive Aska come una sorta di punto d’ascolto “portaci i tuoi bisogni”, quello che lui e i suoi compagni chiamano uno sportello. Le persone passano con un problema, e il gruppo aiuta a trovare una soluzione. Una donna che non può permettersi di riparare una perdita viene messa in contatto con un idraulico che lavora gratuitamente. A una vittima di sfratto viene trovato un alloggio d’emergenza.
Gianluca Vitale, avvocato che rappresenta Mohamed Shahin e diversi attivisti No-TAV, sostiene che periferie emarginate come queste — spesso con ampie popolazioni immigrate — vengono messe sotto pressione per ragioni di “decoro urbano”. Torino si sta gentrificando rapidamente, in gran parte grazie alle start-up tecnologiche e al turismo, e le sacche di “marginalità”, che pagano affitti bassi con contratti precari, sono bersagli facili per i politici di Fratelli d’Italia che invocano la “riqualificazione”.
Attraverso tutto ciò, gli attivisti sono appassionatamente e ideologicamente contrari a coinvolgere lo Stato nelle loro questioni. “C’è un enorme problema di spaccio e delinquenza nel nostro quartiere”, ammette uno di loro. “Ma non chiamiamo la polizia perché conosco il mio vicino.”
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Al suo apice del dopoguerra, Mirafiori copriva tre milioni di metri quadrati del lato sud di Torino, l’equivalente di 420 campi da calcio. All’interno, circa 60.000 operai incollavano, saldavano e rivettavano lungo quasi 25 miglia di linee di montaggio. Ciò che producevano erano automobili: milioni di esse. La Fiat era la fabbrica più importante d’Italia, e i proprietari dell’azienda, gli Agnelli, erano ricchi come sovrani. Possedevano anche la Juventus, il gioiello calcistico di Torino e la squadra più famosa d’Italia.
Nato nel 1943, in una cittadina a ovest di Milano, Pietro Perotti lasciò la scuola a 11 anni. Andò presto a lavorare in un panificio, svegliandosi alle 2 del mattino e lavorando fino a mezzogiorno. Nel 1969, non molto più alto di quanto fosse a 11 anni, si trasferì a Mirafiori, lavorando come manutentore in officina. Un giorno, Perotti si stava spostando tra i reparti quando vide gli operai meridionali dare inizio a una forma innovativa di protesta. Alcuni, ricorda, “presero un bidone d’olio vuoto e iniziarono a percuoterlo come un tamburo”. Altri si unirono, mentre si diffondeva la voce di un infortunio o di una lamentela. Questi ex mezzadri, appena arrivati dalla Sicilia o dalla Calabria e disorientati dalle catene di montaggio tayloriste, usarono persino i loro attrezzi per iniziare a “fabbricare trombe, fischietti e strumenti musicali”.
In tutto ciò, Perotti vide una ricreazione delle “feste dei santi” del Sud, “dove il sacro e il profano coesistono”. Fu la svolta della sua vita, perché capì che l’ordine delle cose doveva essere ribaltato attraverso l’allegria sul posto. Perotti iniziò a disegnare graffiti politici nei bagni. La sua arte — Marx appeso sul frontespizio della fabbrica, Agnelli con i pantaloni calati — veniva realizzata in officina.
Ma nel corso degli anni Settanta, l’atmosfera si oscurò. Durante gli Anni di Piombo — gli anni del terrorismo estremista sia di sinistra che di destra, con i servizi segreti italiani annidati oscuramente nel mezzo — molti operai idealisti furono attratti da attentati ed esecuzioni. Perotti, dal canto suo, aderì sia a Lotta Continua che ad Avanguardia Operaia, due gruppi in seguito accusati di indirizzare gli attivisti verso la lotta armata.
“Qui, a Mirafiori, eravamo in sette in una cellula operaia,” ricorda Perotti. Gli fu ordinato di darsi alla clandestinità, ma rifiutò. Cinque del suo gruppo di sette finirono nelle Brigate Rosse, il più famigerato gruppo di estrema sinistra, che nel 1978 avrebbe rapito e ucciso Aldo Moro, ex primo ministro italiano. Quanto a Perotti, rimase alla Fiat fino al 1985, organizzando proteste invisibili come il “salto della scocca” — quando ogni 10 automobili che passavano sulla linea di produzione, una veniva ignorata.

Forse perché visse i sanguinosi anni Settanta, Perotti è frustrato dalla natura conflittuale delle proteste di Askatasuna. Sostiene invece che l’agitazione ha bisogno di ironia, e che nella manifestazione del 1° Maggio i manifestanti “avrebbero dovuto prendersi gioco di loro”, trovando nuovi slogan di disprezzo e dando “biscotti ai bambini da offrire alla polizia antisommossa”.
Certamente, Perotti è un abile manipolatore della narrazione politica contemporanea. I suoi pupazzi di gommapiuma di Trump e Meloni sono stati spesso pubblicati dai giornali, accanto alle solite immagini di manganelli e gas lacrimogeni. Ma non è l’unico a cercare di incanalare la rabbia in direzioni positive. Ortensia, parte del Comitato di Vanchiglia, un altro “comitato” di base, è una psicologa che dice che lei e i suoi colleghi cercano di trovare parole “che arrivino a tutti, che siano gentili, e di non usare parole come ‘battaglia’.”
Ma il clima si sta oscurando. Ortensia descrive “una polarizzazione” in cui né la polizia né i manifestanti possono fare marcia indietro. Una sua amica, un’inglese, mi racconta che, un anno fa, il Comitato parlava solo di aiuole con gli anziani; ora si trovano in una zona militarizzata a farsi controllare i documenti.

Al tramonto, mi fermo in una casa di quartiere a San Salvario, un quartiere di lunghe strade e densi caseggiati del dopoguerra. La casa un tempo era l’antico bagno pubblico, ed è ora un’altra sede di quartiere dall’aria alternativa, tutta street art, ping pong, adolescenti rumorosi e nonne con i passeggini. Lì incontro Nicoletta, Rosa e Giulia, parte di un’organizzazione informale chiamata Mamme in Piazza. Queste madri — una dozzina in tutto — si sono unite dopo aver visto i loro figli criminalizzati durante le proteste No-TAV. La loro intenzione non era scusare il crimine, ma capire i propri figli e la rabbia che li animava. “Non sempre condividiamo le pratiche della lotta,” dice Rosa, “ma difendiamo la lotta dalla repressione.”
Queste madri parlano molto di rabbia: rabbia con i figli, con i coniugi, con se stesse, verso lo Stato e la sua repressione. Ma come spesso accade quando le madri scendono in piazza, vengono ascoltate perché hanno un linguaggio che, come dice Nicoletta, “non è studiato: è emotivo, istintivo, ingenuo se vogliamo su certe cose”. Le donne hanno usato megafoni fuori dal carcere cittadino, e hanno partecipato a innumerevoli marce con i loro striscioni. Organizzano regolari concerti dai balconi. “Ci asteniamo dal giudizio,” dice Rosa, “ma vediamo un “loop”. Una repressione esagerata e spaventosa ti radicalizza. Ti fa incazzare.”
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Il fatto che persino queste madri pacifiche imprechino mostra il livello di rabbia nella città. C’è un profondo malcontento per il disagio economico e la persecuzione giudiziaria, e i radicali di Torino hanno perso ogni fiducia nel fatto che la politica tradizionale possa offrire soluzioni. L’ultima volta che accadde, 50 anni fa, molti rivoluzionari frustrati si trasformarono in assassini armati. Nessuno si aspetta che il caos degli anni Settanta ritorni — ma la questione della violenza è il punto in cui il dibattito quasi sempre finisce per arenarsi.
Da parte sua, la destra accusa i manifestanti di una serie di reati, indicando l’irruzione negli uffici del giornale La Stampa, e un attacco a un poliziotto nel mese di gennaio, come prova che il loro movimento sia immancabilmente violento. Ma se lo si fa presente ai membri di Askatasuna, la risposta rovescia l’accusa. “Per noi,” dice Riccardo, “‘conflitto’ è un termine chiave. Ma oggi esiste un sistema che infligge violenza quotidiana a tutti i cittadini che vivono nelle nostre comunità.”
Il tanto sbandierato “Pacchetto Sicurezza” di Meloni dovrebbe risolvere tutto questo. Questa nuova legislazione sulla sicurezza, approvata nel febbraio 2026, consente la creazione di “zone rosse” con presenze militarizzate, e legittima l’arresto preventivo. Torino è centrale in questa crociata. Prima capitale dell’Italia unita, e patria dei Re e della Fiat, non può permettersi di fallire su qualcosa di semplice come “l’ordine pubblico”.
Per Vitale, l’avvocato, questo è un terreno pericoloso. “Stiamo parlando,” dice, “di argomenti particolarmente delicati e della manifestazione di un pensiero.” Sostiene che “un’opinione può non essere condivisa [da voi] ma resta un’opinione. Un’opinione non può essere punita, non costituisce un reato.” “Sembra,” aggiunge Vitale, “che a Torino stiamo assistendo a uno scontro tra visioni rivali dello Stato: o la legislazione governativa è sottoposta a ciò che è legale secondo la Costituzione, oppure è la magistratura a dover obbedire a un atto legislativo.”
Quello scontro tra magistratura ed esecutivo è antico, ma per chi vive a Vanchiglia stessa, la situazione appare bizzarra. Quando si parla con le madri fuori dalle scuole, mentre accompagnano i figli, raccontano di essere insultate dalla polizia. “Ha il diritto di stare zitta,” pare abbia detto un agente a Ortensia.
A un angolo di strada mi imbatto in Alice Ravinale, rappresentante dell’Alleanza Verdi e Sinistra nel parlamento regionale. “È tutta solo scena,” dice, indicando due camionette antisommossa con le luci blu lampeggianti. “Ogni giorno ci chiediamo di cosa abbiano paura.” La risposta, forse, è che hanno paura di persone che rifiutano di riconoscere la necessità della loro presenza. Questa, come sa bene Perotti, è la miglior forma di attacco: non prendere troppo sul serio le figure d’autorità.
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