Dopo le bombe. Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia

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È davvero un mistero irrisolto quello della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969?

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Tra le tante incognite a cui si è cercato di restituire coerenza storiografica e politica nei cinquanta anni trascorsi dell’attentato che inaugurò la strategia della tensione in Italia, è forse questa la domanda che si è ripresentata più volte e alla quale tentano di rispondere gli autori del volume “Dopo le bombe. Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia” (Mimesis 2019).

Il libro, doppiamente utile per l’impostazione con la quale è stato scritto e per la direzione storiografica scelta, è in realtà un tentativo di rispondere ai tantissimi interrogativi stratificatisi in questi anni. Domande irrisolte, o il più delle volte risolte e accantonate da chi avrebbe dovuto renderle ufficiali, al punto da costruire l’impalcatura di una vera e propria “narrazione tossica” dei fatti precedenti e successivi alla strage, come sottolinea Elio Catania nel suo saggio.

Sono proprio i temi delle narrazioni, delle rappresentazioni, dell’immaginario e della memoria pubblica a costituire il canale privilegiato attorno al quale ruota la disamina storica di “Dopo le bombe”. Un approccio non scontato, in un epoca in cui le ricorrenze ormai ultradecennali della stagione dei movimenti sono diventate il pretesto per delegare l’analisi storico-politica alle penne pigre - e spesso incompetenti - di giornalisti e “testimoni”. L’impostazione del volume è quindi doppiamente meritoria perché da un lato mette in dialogo tre generazioni di storici concentrando «anni di studi sulla strage di piazza Fontana in un volume corale, accostando le nuove linee di ricerca sul tema a un documentato inquadramento degli eventi», e dall’altro utilizza la chiave analitica della public history per provare a restituire un quadro interpretativo che fa degli interrogativi il suo punto di forza, dimostrando come un’analisi accurata dei fatti e del contesto possa aiutare a diradare quella “nebbia” che, in fin dei conti, rappresentava il vero obiettivo dell’azione eversiva attuata nel quinquennio 1969-1974.

Perché se è vero che i responsabili della strage di piazza Fontana, contrariamente a quanto percepito dal senso comune, sono stati identificati (sebbene non condannati) nelle cellule dell’organizzazione neofascista Ordine nuovo, fa impressione leggere come la “verità” giudiziaria sia arrivata più per i colpevoli dei numerosi “depistaggi” a copertura delle stragi che per gli autori materiali stessi. Sono questi dati empirici, per quanto spuri e forse inutili se non incasellati nel complesso contesto di quegli anni, a costituire un perno attorno al quale innestare il tentativo di ridefinire una memoria pubblica lontana dalle deformazioni del cosiddetto «paradigma vittimario» e dal complottismo ma anche dalla retorica nazional-patriottica di una democrazia che avrebbe “retto gli urti” della destabilizzazione. Riconoscere la mano fascista nelle bombe e il ruolo di prim’ordine degli apparati di sicurezza (questi ultimi non “deviati”, ma parte integrante di una strategia atlantica che vedeva nella dottrina della “guerra rivoluzionaria” uno strumento di controllo geopolitico) è il punto di partenza, non di arrivo, grazie al quale destrutturare le narrazioni tossiche da cui siamo circondati. In questo senso, l’attenzione del saggio di Erica Picco e Sara Troglio verso i manuali scolastici è fondamentale, nel momento in cui la definizione di una didattica sensibile alle dinamiche della processualità storica non può che essere uno degli strumenti principali per sperimentare una ridefinizione pubblica di quella stagione.

In ultimo, tra i tanti spunti forniti dal libro, non si può non sottolineare l’attenzione posta nel contestualizzare l’episodio di piazza Fontana “slegandolo”, per quanto possibile, dallo sviluppo dei movimenti sociali che raggiunsero il loro apice con le lotte operaie del 1969. Questo non perché l’episodio non rappresenti un tentativo di ridimensionare (anche) le spinte rivoluzionarie della Nuova sinistra, ma soprattutto per uscire dal perdurante limite interpretativo del 12 dicembre come “perdita dell’innocenza” per quei militanti che poi avrebbero, a distanza di anni, intrapreso la scelta della lotta armata. Sebbene molti testimoni nel corso degli anni abbiano ridimensionato il peso di quell’episodio («i nostri eskimo non erano innocenti prima di Piazza Fontana» ha detto Cecco Bellosi di Potere operaio in una testimonianza del 2005), in molti continuano a sostenere che quantomeno la “percezione” del fatto abbia rappresentato un punto di svolta nell’evoluzione della sinistra extraparlamentare. È possibile che entrambe le affermazioni abbiano un fondo di verità, anche se è innegabile che la teoria della perdita dell’innocenza abbia contribuito, nel tempo, a stratificare la percezione assai diffusa degli anni ’70 come un calderone di violenza diffusa caratterizzata dallo scontro concorrenziale tra “opposti estremismi”.

Nulla di più lontano dall’evidenza storica e politica di quegli anni, ma allo stesso tempo nulla di più vicino alla percezione immaginaria della società in cui viviamo. Come sempre, in casi come questi, parlare di verità assolute sembra rappresentare più un limite che un punto di forza, ed è allora proprio per questo motivo che un volume volutamente “interrogante” e allo stesso tempo puntuale come “Dopo le bombe” rappresenta uno strumento storiografico e metodologico imprescindibile.

Di questi e di tutti gli altri spunti forniti dal libro parleremo insieme il 13 dicembre a Palazzo Nuovo (aula 11) in compagnia degli autori alle 17,30. Vi aspettiamo!

Archivio dei movimenti sociali - 14 dicembre

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