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Siria: guerra politica. Le Ypg sul fronte di Tel Abyad

Rashid è arrivato dall’Iran occidentale per combattere con le Ypg. «La maggioranza degli abitanti di Gre Spi sostiene Daesh – dice senza mezzi termini – ma sono civili. Si tratta semplicemente di tenere gli occhi aperti». Dal confine turco arrivano colpi di mitragliatrice. «L’esercito turco ci spara due o tre raffiche ogni dieci-quindici minuti» spiega Maxsun, 18 anni, di guardia sul tetto di una postazione; «la Turchia non ha digerito la nostra presenza qui» (e dopo l’invasione a Jarablus, la situazione è ulteriormente peggiorata). Maxsun ha difeso Tel Abyad in occasione dell’attacco dell’Is dello scorso 27 febbraio, organizzato, secondo le Ypg, direttamente dalla Turchia. «Sono arrivati in 300 da laggiù» indica le barriere che separano la città da Agcakalé: «Avevano lanciarazzi, mitragliatrici. Erano a piedi». Nello stesso momento, altri miliziani raggiungevano le postazioni degli Asaysh, le guardie rivoluzionarie a protezione del confine meridionale della città, da Raqqa, indossando false uniformi Ypg. «Erdogan ha utilizzato i banditi sperando che Gre Spi cadesse; ma Gre Spi non è caduta» conclude Maxsun, sorridendo orgoglioso.

I combattimenti infuriarono per un giorno in tutta la città. I miliziani raggiunsero le case delle persone che consideravano «collaborazioniste» delle Ypg e le decapitarono in mezzo alla strada, prima di essere a loto volta trucidati dai compagni. Circondati dentro un edificio, i superstiti furono uccisi da un bombardamento statunitense, e le Ypg esposero i loro corpi in strada come monito. Un ragazzo della zona nega che la maggioranza degli abitanti sia simpatizzante di Daesh: «Metà può avere quella forma mentis. Ma è vero che l’atteggiamento della popolazione araba, qui, è stato estremamente negativo durante il conflitto». Rispetto a Qamishlo, Kobane o Serekaniye, la differenza è palpabile. I veicoli delle Ypg sono scrutati con sospetto da gran parte della popolazione; e quando Serhat, cane sciolto della sinistra turca finito a combattere con Rashid e Dilovan, deve rivolgersi a un medico, le segretarie velate accolgono nello studio lui e i suoi compagni alzando platealmente gli occhi al cielo – un po’ come le omologhe tedesche potevano aver fatto nel 1945, all’ingresso di un soldato russo.

Tel Abyad è libera dal giugno 2015, grazie a un’avanzata congiunta delle Ypg da Kobane e Serekaniye sostenuta, per la prima volta, in modo sistematico dall’aviazione statunitense. «Avanzammo assieme a due diverse formazioni del Free Syrian Army ostili a Daesh, una da est e una da ovest» racconta un compagno europeo veterano dell’operazione. «Incontrammo una forte resistenza nel reticolato di villaggi attorno alla città, ma quest’ultima cadde in cinque giorni». «Tutti i nemici fuggirono in Turchia» ricorda Dilgesh, giunto da Ayn Issa; «I militari turchi aprirono loro le porte per Agcakalé». L’area di Tel Abyad è politicamente delicata. Situata al centro del miscuglio identitario del Rojava, la maggioranza della sua popolazione è araba, ma esistono cospicue minoranze curde, turcomanne e armene. Nell’autunno 2015 hanno cominciato a circolare voci di una «pulizia etnica» operata dalle Ypg, con evacuazioni forzate di civili arabi e incendi delle loro case. Inizialmente furono i gruppi salafiti Jaish al-Islam e Ahrar al-Sham a rivolgere queste accuse, ma esse furono poi riprese da Amnesty International, lo scorso ottobre.

La controversia condusse a una rottura temporanea tra le Ypg e la formazione araba Thuwaar al-Raqqa («I rivoluzionari di Raqqa»), che aveva combattuto con loro per la conquista di Tel Abyad. «Ricordo quelle persone» dice il compagno europeo, «ho pure parlato con loro; e ricordo che, mentre mi parlavano, pensavo: anche questi, sebbene ora combattano con noi, non sono che volgari banditi». Appena entrati a Tel Abyad, racconta, i miliziani di Thuwaar al-Raqqa si abbandonarono ad estorsioni e violenze sulla popolazione. «Li abbiamo dovuti minacciare, e hanno cominciato con la storia della pulizia etnica. Sappiamo che questi gruppi Fsa sono tutti legati alla Turchia, in un modo o nell’altro. Non ci voleva un genio per capire da dove arrivava la manovra propagandistica». Thuwaar al-Raqqa arrivò a dare un ultimatum alle Ypg. «Ci dissero che entro 24 ore dovevamo lasciare la città. In poche ore conducemmo invece noi un’operazione lampo, e ad andarsene furono loro, senza spargimenti di sangue».

Le accuse di pulizia etnica hanno potuto trovare linfa nell’impressione che offre la situazione demografica a sud di Tel Abyad che, come in altre zone della Siria, è disarmante: per decine di chilometri i villaggi sono disabitati, abbandonati e semidistrutti, o talvolta rimangono poche famiglie, ora arabe, ora curde. «La maggior parte degli arabi è fuggita a sud con Daesh» dice un militante delle Ypg; «No, sono andati in Turchia» dice un altro; «Si sono rifugiati a Tel Abyad» ipotizza un altro ancora. Tutti e tre hanno ragione. Diverse tribù arabe e centinaia di famiglie hanno lasciato questo luogo tormentato, scegliendo lo stato islamico o l’emigrazione in Turchia o in Europa, a seconda delle inclinazioni politiche. Le ragioni di queste partenze sono state, come sempre accade, le più disparate. C’è chi è partito perché stanco e disgustato dalla guerra; chi è stato evacuato dalle zone ad alto rischio militare per sua stessa tutela, e ha deciso di andarsene; chi, semplicemente, non ha voluto accettare una convivenza in cui un movimento curdo di sinistra, discriminato tanto prima della guerra quanto sotto l’Is, avesse voce in capitolo.

Tel Abyad era in origine assiro-armena e si chiamava Balihu. Fu ripopolata dalle famiglie armene in fuga dal genocidio operato dalla Turchia, anche tramite reparti curdi, nel 1915. Vent’anni dopo arrivarono le tribù curde in fuga dal massacro che stavolta era rivolto contro di loro. Infine, il regime siriano operò qui, come altrove in Rojava, una collocazione calcolata di popolazione araba per «correggere» la composizione linguistica della parte settentrionale di quella che tutt’oggi si vuole chiamare «repubblica araba siriana». Duecentocinquanta famiglie armene sono fuggite da Tel Abyad tra il 2013 e il 2014, a causa delle persecuzioni di Al Qaeda e dell’Is. Soltanto una cinquantina ha fatto ritorno dopo la liberazione: non pochi armeni diffidano per ragioni storiche dei curdi, i quali d’altra parte avevano a loro volta dovuto lasciare la città, nel 2014. L’espulsione dei curdi in quanto «apostati» era stata decretata dall’emiro dell’Is, probabilmente su richiesta della confinante Turchia, e annunciata dai minareti delle moschee.

Tuttavia, l’identità e il senso d’appartenenza ai diversi «popoli» che qui convivono contribuisce soltanto in parte a comprendere ciò che è avvenuto. Tel Abyad ha oggi la prima co-sindaca donna della sua storia, Layla Mohammed; affianca un anziano signore arabo, Hamdan al-Rabad. Sono cambiamenti che incontrano l’ostilità delle strutture gerarchiche presenti nella società clanica tradizionale, così come dei movimenti conservatori o reazionari presenti in Siria e al governo in Turchia. Sebbene la vittoria delle Ypg abbia posto fine alla guerra dispiegata, occorre ricordare che la guerra in Siria non finisce con l’operazione militare, perché è una guerrapolitica. Quando, dopo la liberazione della città, alcune centinaia di sfollati sul lato turco hanno deciso di fare ritorno, sono stati arrestati dalle Ypg. I loro familiari hanno parlato di «liste»: e in effetti chi aveva subito le violenze dello stato islamico e di Al Qaeda per due anni non aveva esitato a compilare quelle liste, consegnandole alle unità di protezione popolare. Dietro alle strumentali accuse di «pulizia etnica» si cela un ovvio conflitto politico. Chi aveva goduto dei privilegi garantiti dall’Is ai maschi e ai capoclan fedeli al califfo, oggi vive una situazione meno fortunata e, senz’altro, di minor agio.

«Siamo fuggiti in Turchia perchè avevamo paura. Le Ypg non ci hanno ordinato di partire, nè hanno usato la forza affinché partissimo» racconta Muhammad, residente arabo della città, al sito KurdWatch; e aggiunge un altro residente, anch’egli arabo: «Non hanno fatto nulla alla popolazione: erano solo timorosi che ci fossero persone legate a Daesh. Non un solo arabo è stato arrestato in città». La verità è che se le Ypg sono inflessibili nella repressione politica delle organizzazioni salafite (e questo significa arrestare centinaia di persone, facendo irruzione nelle loro case) non conducono alcuna rappresaglia «etnica» poiché, oltre che irrealistico, immaginare una Gre Spi curda sarebbe contrario al loro progetto. Il consiglio esecutivo creato dal Tev Dem a Tel Abyad, dopo la liberazione, comprende anche rappresentanti curdi, turcomanni e armeni, ma la maggioranza è araba. Eppure la nascita di questa amministrazione è stata salutata dalla Turchia, lo scorso ottobre, con colpi di mortaio sulla città: perché ciò che spaventa non è la «pulizia etnica», ma proprio l’idea della convivenza. Essa è pericolosa per gli stati, vicini e lontani, che governano l’Asia sud-occidentale grazie alle divisioni settarie e alla loro presentazione come esiti inevitabili della natura umana o della storia.

Eccessi ed abusi di potere sono possibili, naturalmente, in ogni guerra e in ogni rivoluzione; ma l’opera, a Tel Abyad, è semmai incompiuta. Cellule dell’Is sono ancora presenti, e durante quest’estate attacchi suicidi hanno fatto venti morti. La città è interessata da un coprifuoco permanente, dalle 21.00 all’alba. Dopo alcuni giorni di presidio l’unità mobile di Dilovan, Serhat e Rashid lascia la città, per essere dispiegata su un altro fronte. Lungo il tragitto raccolgono tre operai arabi, assunti dalle Ypg per alcuni lavori ad Ayn Issa, a ridosso di Raqqa. Un anziano combattente scherza con loro durante il viaggio, dicendo che per i miliziani di Daesh chiunque è un miscredente, e tutti ridono di gusto. E’ anche un modo per tastare con chi si ha a che fare. Le famiglie di Tel Abyad, intanto, continuano ad attraversare la strada al passaggio dei pick up delle Ypg, talvolta senza salutare i convogli: secondo i codici non scritti delle aree di guerra in Iraq e in Siria, è un segno di ostilità. Saranno «banditi»? Può darsi; ma anzitutto sono vittime – ormai da quindici anni – di una guerra globale che, in medio oriente, diviene sempre più «civile».

Dal corrispondente di Radio Onda d’Urto e Infoaut a Tel Abyad-Gre Spi, Rojava

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