
Garvaghy Road non ha ceduto
Alle 8:15 la Portadown District Lodge era ancora schierata al cancello di Drumcree Church, ombrelli aperti contro una pioggia che il meteo aveva promesso puntuale. Un’ora dopo era già rientrata nella Orange Hall di Carleton Street. In mezzo, sette ore di una notte che l’Irlanda del Nord pensava di essersi lasciata alle spalle nel secolo scorso.
Tutto era cominciato con un ribaltone. Sabato notte la giudice Patricia Smyth aveva fermato con un’ingiunzione d’emergenza la parata che la Parades Commission aveva autorizzato per la prima volta in quasi trent’anni lungo il tracciato conteso, trentacinque uomini, nessuna banda, partenza alle otto. La Corte d’Appello ha ribaltato tutto in poche ore, riaprendo una ferita che a Portadown non si è mai davvero rimarginata dal 1995, quando gli Orangemen bloccati dalla polizia diedero avvio a tre estati di stand-off, rivolte e morti, fino all’assassinio lealista dei tre fratelli Quinn nel 1998, bruciati vivi nella loro casa a Ballymoney nel pieno della tensione sulle marce. Da mezzanotte Garvaghy Road si è trasformata in un corpo umano compatto, oltre le cinquemila persone secondo le stime sul terreno, arrivate da Belfast, Derry, Newry, South Armagh, East Tyrone e dalla Repubblica. Tutti gli accessi alla strada sono stati chiusi. Alla guida della catena, allacciati braccio a braccio nella tattica di resistenza passiva già vista ad Ardoyne, i consiglieri e i militanti dello Sinn Féin, con in prima fila il deputato di West Belfast Paul Maskey e Matt Carthy. Più indietro, la First Minister Michelle O’Neill si è seduta accanto alla catena umana della gente del distretto, mentre più tardi, affiancata da Mary Lou McDonald, ha esortato la folla a “fare quello che è stato chiesto”, parole che la giornalista Máiría Cahill ha definito capaci di mettere a rischio la tenuta stessa dell’esecutivo condiviso. Sulla strada era presente anche Paul Murphy, deputato del Dáil per People Before Profit, autore di uno striscione comparso tra la folla: “From Gaza to Garvaghy Road, resist occupation and fascism”, l’internazionalismo di sempre della scena repubblicana che salda Portadown a Gaza sotto la stessa parola, occupazione. Alle prime ore la PSNI ha schierato quasi mille agenti, rinforzati da mezzi arrivati dalla Scozia e altre colonne di blindati risalite da Belfast sulla M1, cannoni ad acqua compresi. Le Land Rover hanno tentato più volte di avanzare, con avvertimenti ripetuti dagli altoparlanti. In uno dei momenti più alti della notte, Breandan Mac Cionnaith, storica voce della Garvaghy Road Residents Coalition, ha fermato con il proprio corpo un blindato in movimento. Il mezzo si è arrestato. Dall’altra parte del tracciato, all’imbocco di un parco, un gruppo rimasto non identificato si è staccato dalla linea pubblica e ha lanciato un ordigno incendiario contro la colonna della polizia, incendiando alcuni bidoni della spazzatura e costringendo i mezzi a ripiegare verso Obins Street. Poco distante, un altro gruppo di trenta-quaranta uomini a volto coperto si è posizionato sulle alture con casse di bottiglie, senza che sia stato possibile stabilirne l’appartenenza. Alla rotonda, manifestanti arrivati da Derry hanno invece aperto un corridoio per permettere ai fedeli di raggiungere la messa delle otto e mezza a Sant Giovanni Battista, un’immagine di cura dentro il caos che vale quanto qualunque dichiarazione politica. A Drumcree, poi, sono arrivati anche l’attivista lealista Jamie Bryson e Carla Lockart del DUP, fotografati mentre parlavano con Nigel Dawson, District Master della loggia di Portadown. Bryson ha poi chiesto pubblicamente le dimissioni di O’Neill dall’esecutivo.

Verso le sette, con la decisione ormai passata dalla Parades Commission alla High Court e infine alla PSNI, secondo quanto riferito dal giornalista della BBC Mark Simpson, il capo della polizia Jon Boutcher, l’uomo che ha guidato l’inchiesta Kenova sulle collusioni più oscure del conflitto, ha scelto di non far entrare la loggia sulla strada e di non tentare un nuovo sfondamento. Alle otto passate gli Orangemen erano ancora schierati al cancello. Poco dopo hanno rinunciato e sono rientrati a Carleton Street. Resta da capire se quello di stanotte sia stato un cedimento tattico della polizia davanti al numero, o l’esecuzione sul campo di un accordo già scritto altrove, un rinvio mascherato da impossibilità tecnica che permette a tutti, loggia, residenti, Londra, di non firmare la resa con il proprio nome. Lo schema non è nuovo a questa strada. Quello che è nuovo, dopo trent’anni, è che stavolta a fermarsi, davanti a un uomo solo in mezzo alla carreggiata, è stato il blindato.
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