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Combattenti assiri in Rojava. Guerra e contraddizioni dei cristiani in Siria

Si definisce “arameo-siriaco”: le origini storiche di queste persone sono chiare ed oscure a un tempo, oggetto di infinito dibattito tra una miriade di associazioni, sparse per il medio oriente e per il mondo, e gli accademici del settore. È noto che gli assiri popolarono anticamente la Mesopotamia centrale, mentre gli aramei – provenienti da quella meridionale – invasero a loro tempo il Levante antico, ovvero la regione oggi occupata da Siria, Libano, Giordania e Palestina. Quando però, nel I millennio ac, l’impero neo-assiro sottomise gli aramei, ne adottò la lingua. Questo fatto, unito alla miriade di scismi teologici che hanno interessato assiri e aramei una volta convertiti al cristianesimo (e c’è chi sostiene che tali scismi abbiano influito anche sull’aspetto linguistico) ha prodotto una situazione in cui esistono molte varianti linguistiche e dialettali mescolate, in cui è difficile stabilire il rapporto tra identità aramee o assire dettate dall’affiliazione sociale e da percezioni soggettive, da un lato, e differenze morfologiche nella lingua, dall’altro.

Nella maggior parte dei casi, la parlata popolare sovrappone indistintamente aramei e assiri, distinguendoli semmai su base religiosa (appartenenti alla chiesa assira, caldea, siriaca occidentale o orientale, ortodossa, ecc.). Il modo più comune di definire queste persone nelle lingue anglosassoni e romanze, tuttavia, è “siriaci”: il termine “Siria”, infatti, è una traslitterazione indoeuropea dell’antico “Assiria”. Una volta nato lo stato siriano, dopo la prima guerra mondiale, il termine arabo suri (it. “siriani”) ha iniziato a connotare l’intera popolazione intesa come “cittadinanza” in senso europeo, mentre gli assiri e gli aramei hanno continuato a chiamarsi, nella loro lingua, syriani (it. “siriaci”). “I siriaci si considerano la più autentica popolazione mesopotamica” spiega Havga, ripetendo ciò che già ci avevano detto gli assiri iracheni oggi confinati dalle persecuzioni dell’Is nel sobborgo di Ainkawa, presso Erbil.

Non è forse un caso che, quando gli chiediamo cosa pensa della proposta federale per il paese, avanzata dal congresso siriano democratico (espressione politica delle Sdf), dice di non essere così sicuro: “Potrebbe anche andare bene, ma ci vuole tempo. La maggior parte dei siriaci è comunque contraria, perché pensa che si rischierebbe una divisione del paese”. Non è tutto. I rapporti tra la popolazione curda e quella aramea e assira sono stati, storicamente, pessimi. Pochi ricordano il genocidio armeno (altra popolazione cristiana) del 1915, e pochissimi sanno che anche assiri e aramei furono sterminati in quel frangente dalla Turchia, utilizzando in molti casi mercenari curdi. Il movimento di liberazione curdo contemporaneo ha pubblicamente affrontato questa eredità tragica, ammettendo le responsabilità curde; non soltanto, ma la visione politica del Pyd in Siria e del Pkk in Iraq prevede un progetto confederale dove non soltanto i curdi, ma tutte le popolazioni e lingue del mosaico mediorientale possano usufruire dell’autogoverno – non importa quali siano, e quanto siano numerose.

Havga è un miliziano, non un politico – tiene a precisare – ma ha sentito parlare del pensiero di Abdullah Ocalan: “Non ho letto i suoi libri, ma da quello che so è un grande uomo, è come Che Guevara. La sua idea di convivenza tra diverse culture e religioni è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno in Siria, ed anzi è ciò di cui ha bisogno il mondo”. Se non tutti i cristiani siriaci la vedono come lui, è anche perché il rapporto tra comunità cristiane e stato siriano è stato piuttosto stretto negli ultimi decenni. Da quando, nel partito Baath (tardi anni Sessanta), ha assunto rilevanza la fazione musulmana alewita, variante eccentrica dello sciismo, minoritaria in Siria rispetto alla fede sunnita, i regimi d’impronta alewita di Afez al-Assad e del figlio, Bashar al-Assad, hanno assicurato posti di rilievo, nelle istituzioni del paese, alle minoranze religiose (ma non alla minoranza linguistica curda) per bilanciare il potere sociale maggioritario della sunna islamica. A trarne benefici sono state in primo luogo la comunità drusa e quella cristiana, con buone conseguenze politiche per le chiese ortosossa e cattolica, che non a caso difficilmente sentirete criticare il regime siriano.

In questa ingarbugliata storia, emerge come la milizia che controlla i quartieri siriaci di Hasakah nell’ambito delle Sdf non sia semplicemente cristiana, ma rappresenti una tendenza politica specifica tra la popolazione siriaca. “Siamo il braccio armato del partito di unione siriaca (Sup) – spiega Havga – che è sempre stato all’opposizione rispetto al regime”. Il partito faceva parte, prima della guerra civile, delle opposizioni formalmente riconosciute, più o meno tollerate dal partito Baath: “Chiedevamo una nuova costituzione e maggiori diritti, in primo luogo sul piano linguistico”. Nel 2012, tuttavia, quando le Ypg hanno sconfitto il regime a Qamishlo e Hasakah, destituendolo di ogni sovranità reale, il Sup ha aderito alla proposta del Pyd curdo di costituire il coordinamento provvisorio cantonale, di fatto autonomo dal governo (quello che esiste ancora oggi), ispirato al principio confederale. Questa scelta ha condotto gli assiri del Sup a rompere definitivamente con il regime. Nella provincia di Hasakah (una delle più importanti per i cristiani in Siria) questa scelta ha funzionato, ma nella città di Qamishlo è andata diversamente.

All’inizio del 2013 le milizie del Sup hanno assunto la protezione, ove possibile, dei villaggi e dei quartieri abitati dalle comunità cristiane, e negli stessi giorni si formava un corpo propriamente militare siriaco, il consiglio militare siriaco (Smc) che iniziò a operare sul terreno di guerra in accordo con le Ypg. Negli stessi mesi, però, la milizia Sutoro di Qamishlo entrava a far parte del “comitato per la pace” proposto da diverse organizzazioni cristiane della città, e di fatto creato dal regime per controllarle. Entro breve la scissione dal Sup della fazione qamishliana di Sutoro divenne esplicita e la milizia cambiò il suo nome in Sootoro, costituendo di fatto la longa manus del governo di Assad a Qamishlo, con tanto di provocazioni continue verso le forze confederali. Il legame tra la milizia scissionista e il regime risultò evidente anche dall’arresto dei leader del Sup a Qamishlo Rubel Banho e Sait Cosar da parte della polizia di Assad in quei mesi; di Cosar, in particolare, vicepresidente del partito, si è persa ogni traccia da quando la polizia lo ha condotto nel carcere di Damasco nell’agosto 2013. Un certificato di morte “per infarto” è stato prodotto dal regime, ma nessuno ha mai potuto constatare di persona il decesso o vedere il corpo.

Quando, lo scorso 31 dicembre, un attentatore suicida dell’Is si è fatto esplodere durante le celebrazioni del capodanno cristiano in città, Sootoro ha lanciato accuse agli Asaysh che vanno dalla mancata protezione del quartiere – che pure è nelle loro mani – a quella, tanto infamante quanto ridicola, di complicità; ne è seguito un tentativo di Sootoro, verosimilmante su suggerimento del regime, di installare nuovi check-point nelle zone controllate dagli Asaysh: mossa che non ha sortito alcun effetto, ma ha lasciato un morto per parte sul terreno. L’arcivescovo di Hasakah, Jacques Bahnan Hindo, ha colto al volo l’occasione per soffiare sul fuoco parlando di “attacco curdo alla comunità cristiana”: dimostrazione che sono in primo luogo le autorità ecclesiastiche a boicottare il coinvolgimento degli assiri e degli aramei nella rivoluzione, promuovendo un riavvicinamento tra le comunità cristiane e il governo.

Nella battaglia tra curdi e regime del 20-23 aprile scorso in città, Sootoro ha nuovamente combattuto contro Ypg e Asaysh, secondo alcuni anche facendo fuoco su civili curdi dai tetti delle case. Il consiglio militare siriaco legato al Sup, invece, è parte fin dal 2014 delle Ypg ed ha anche partecipato all’operazione dell’agosto di quell’anno, in territorio iracheno, per salvare migliaia di ezidi che scappavano dalla città di Singal, brutalizzata dall’Is. La collaborazione militare tra questa forza e le Ypg ha resistito anche a un brutto episodio, avvenuto un anno fa nella provincia di Hasakah, in cui due uomini delle Ypg hanno assassinato, agendo a titolo personale, un comandante siriaco di altra tendenza politica rispetto al Sup, Dawoud Gindo. Il caso si è chiuso con la condanna dei due a vent’anni di carcere da parte del tribunale popolare di Qamishlo.

Havga, in ogni caso, è consapevole di chi siano i nemici della comunità cristiana in Siria: non certo le Ypg e gli Asaysh, e “non i musulmani, con cui i problemi prima della guerra civile erano ridotti, ma le organizzazioni fanatiche come Al-Nusra e Daesh”. Il cammino della pace nel paese, secondo lui, è reso complicato dalle politiche delle potenze regionali: “L’Arabia Saudita e la Turchia hanno portato solo merda in questo paese: interessi, capitalismo, armi per i fondamentalisti e lasciapassare per Daesh dal confine turco”. Vede positivamente il ruolo degli Stati Uniti e soprattutto della Russia, “che ha buoni rapporti con lo stato siriano da cinquant’anni”, e crede che possano contribuire a mettere fine alla guerra, a patto che non usino questa situazione per perseguire i propri interessi; “ma questa è ‘politica’ – dice – e io non ne capisco molto”. Gli chiediamo cosa vuole dire all’Europa, nel momento in cui tanti profughi siriani, anche assiri e aramei, sono bloccati a Idomeni: “Aiutate le persone a comprendere le vere ragioni della migrazione” ci esorta. “La maggior parte della mia comunità ha già lasciato il paese, sono in Libano o in Turchia, ma soprattutto in Europa. Se solo si mettessero in piedi dei buoni progetti qui, questo flusso si arresterebbe. Se avessi la pace e un buon lavoro qui, perché mai dovrei scegliere di lasciare la mia terra?”.

Dall’inviato di Radio Onda d’Urto e Infoaut ad Hasakah, Rojava

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