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Vanchiglia chiama Torino: assemblea cittadina post sgombero di Askatasuna

Riportiamo il commento a caldo del Comitato Vanchiglia Insieme in merito alla partecipatissima assemblea tenutasi nei locali della palestra della scuola del quartiere Vanchiglia e ripubblichiamo il testo di Alessandra Algostino apparso su Volere la Luna.

In fondo all’articolo si trova anche un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione e una raccolta di contributi scritti e realizzati da chi abita il quartiere Vanchiglia.

Lo sgombero (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/12/19/askatasuna-uno-sgombero-contro-la-citta/non ha chiuso la storia di Askatasuna. Al contrario, ne sta innescando un prosecuzione di grande interesse.

Askatasuna è un bene comune. Non lo dice il patto di collaborazione con il Comune, al momento rescisso, ma lo afferma, con i fatti, l’assemblea che si è tenuta mercoledì pomeriggio in Vanchiglia, il quartiere di Aska, nella palestra stracolma di una scuola. Rappresentanti di associazioni, a partire dagli organizzatori (il Comitato Vanchiglia Insieme), ma anche tante e tanti cittadine e cittadini, molti genitori e insegnanti delle scuole che da anni condividono spazi con il centro sociale. La presenza popolare, di generazioni e provenienze diverse, gli interventi densi e sentiti, hanno sancito, dal basso, che Askatasuna è un bene comune, che il quartiere ha costruito insieme al centro sociale una alternativa alla città competitiva, alla global city, alla gentrificazione, alla sicurezza come ordine pubblico. È emersa nell’assemblea un’idea e una pratica diversa di città, la città della sicurezza sociale, della ricostituzione del senso di comunità, della capacità di evidenziare contraddizioni e affrontarle attraverso un conflitto dal basso, emancipante.

Non intendo dipingere un quadro forzatamente idilliaco – tensioni esistono, così come passività e indifferenza – ma sottolineare come sia viva una partecipazione consapevole, un’alternativa resistente che, nelle differenze, mantiene la capacità di cogliere ciò che unisce. È un elemento di speranza in una società resa passiva e frammentata dalla logica competitiva del neoliberismo, compattata artificialmente intorno al nemico, mantenuta unita dalla paura, sterilizzata dalla repressione. 

Negli interventi è stato dipinto il quadro fosco del contesto: dalla noncuranza per il diritto all’istruzione a fronte di supposte esigenze di ordine pubblico e all’economia di guerra che assesta il colpo di grazia allo Stato sociale, dalla repressione nei confronti di studenti minorenni alla paura della guerra che si profila all’orizzonte, dalla normalizzazione della legge del più forte e della violenza che ha spodestato il diritto internazionale alla deriva autoritaria della democrazia. È la consapevolezza del legame fra locale e globale, della complessità, delle connessioni e delle contraddizioni che avvolgono quanto accade sul territorio, e di come in gioco sia un modello di vita e di relazioni

La risposta del quartiere, subito dopo lo sgombero, con un corteo di oltre cinquemila persone, e, mercoledì, con l’assemblea partecipatissima e intensa, mostrano sin d’ora, con i fatti, la vitalità e il legame con il territorio del centro sociale. Askatasuna è un bene comune: occorre trovare le forme e il modo che consentano di proseguire l’esperienza. Nell’immediato è necessario porre fine alla militarizzazione del quartiere, che il Comune rivendichi il proprio ruolo (https://volerelaluna.it/controcanto/2025/12/23/askatasuna-il-giorno-dopo/), sostituendo alla visione autoritaria dello sgombero, quella della democrazia che riconosce il conflitto e valorizza l’autorganizzazione sociale e l’alternativa politica, ovvero l’espressione della democrazia dal basso, della partecipazione effettiva (quella partecipazione che l’articolo 3 della Costituzione sancisce come obiettivo e strumento di emancipazione).

La vicenda Askatasuna non riguarda solo Torino; in questi giorni il pensiero corre in particolare allo Spin Time di Roma, all’immagine di un’altra assemblea affollatissima, a testimonianza, di nuovo, del radicamento nei territori e nella società degli spazi sociali. I centri sociali sono luoghi di aggregazione, di ri-costruzione del legame sociale, di solidarietà, di cultura alternativa, di immaginazione e pratica politica alternativa. Spazi di critica, libertà e liberazione, intollerabili per chi governa attraverso la militarizzazione dei territori, e di democrazia; per chi sta preparando un’ulteriore stretta repressiva, nuovi disegni di legge e decreti che si accaniscono sul classico trittico del nemico (migranti, dissenzienti e poveri), senza scordare i disegni di legge antisemitismo (non solo della destra) che mirano a disciplinare scuola e università.

Lo sgombero di Askatasuna, preceduto negli scorsi mesi da quello del Leoncavallo, è simbolo della chiusura del pluralismo e del conflitto che connotato l’essenza della democrazia, quel conflitto che permette il riconoscimento dei margini e la trasformazione, quel conflitto che si ostina a rifiutare che governi, a livello nazionale e internazionale, la legge del dominio, la legge del più forte. C’è un filo che lega gli sgomberi dei centri sociali, la riforma sulla giustizia, il progetto di premierato, l’autonomia differenziata, lo scardinamento del diritto internazionale: è la costruzione di un potere economico e politico autoritario, senza limiti, autoreferenziale, pronto ad eliminare tutti coloro che considera eccedenti, che siano spazi sociali, migranti, palestinesi, poveri, ribelli. La partecipazione consapevole e resistente è la costruzione di un’altra storia.

Vanchiglia chiama Torino.

Torino risponde….e prende la rincorsa!

“Ieri la palestra della scuola Fontana era stracolma di persone di ogni età: pensionatə, studentə, attivistə e collettivi, persone comuni si sono guardate negli occhi, intrecciato percorsi e condiviso pensieri.

Travolti dagli avvenimenti di questo ultimo mese che ha portato alla sottrazione violenta di uno spazio importante per il quartiere e la città e la conseguente militarizzazione, si sono ritrovate insieme per cominciare a tracciare la via per una risposta collettiva.

Siamo tanto emozionatə quanto entusiastə di questo nuovo inizio. Grazie, a prestissimo! A breve i prossimi appuntamenti!”

In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione:

Segnaliamo infine un podcast realizzato da “I viaggi di Futura” – Come un lutto, lo sgombero di Askatasuna un mese dopo, di Beatrice Galati e un testo dal titolo Se il trauma politico si scrive sul corpo, di Francesca Cola e Marta Pastorino che hanno entrambi il pregio di raccogliere e raccontare le voci del quartiere, nella loro complessità e eterogeneità, rappresentando quanto questo passaggio sia stato un fatto politico che ha aperto delle contraddizioni e quindi anche delle possibilità da scrivere collettivamente.

“A quasi un mese dallo sgombero del centro sociale Askatasuna, per quasi 30 anni al civico 47 di corso Regina Margherita, abbiamo raccolto le voci di genitori e negozianti che nel quartiere Vanchiglia vivono la loro quotidianità. Una quotidianità che ora sentono cambiata, incerta e minacciata. Sul piatto le modalità scelte dalle istituzioni per la chiusura del centro, ma anche il dispiegamento di 500 agenti delle forze dell’ordine per contrastare la manifestazione organizzata in solidarietà e il presidio permanente di polizia e carabinieri in via Cesare Balbo, via Michele Buniva e via Guastalla. Con la chiusura di Askatasuna, secondo parte del quartiere, chiude un’alternativa sociale contro le logiche economiche”

Se il trauma politico si scrive sul corpo

di Francesca Cola e Marta Pastorino

Contributo originariamente apparso su InTheNet

La connessione è un imperativo biologico”. Lo scrive Deb Dana, autrice che ha divulgato le teorie polivagali di Stephen Porges, per ricordarci che la sopravvivenza come specie dipende dalla nostra capacità di relazionarci. Il nostro sistema nervoso non è un’entità isolata: attraverso il cosiddetto “sistema di ingaggio sociale”, invia e riceve segnali per creare sicurezza. È una connessione tra corpi, intesa nel suo farsi sociale e relazionale. In nessun modo, qui, digitale.

Di questo tipo di connessione ci occupiamo per lavoro, ma è stato il quartiere Vanchiglia di Torino a unirci. Se Italo Calvino ha scritto le sue Città Invisibili in risposta all’invivibilità urbana, Vanchiglia ne rappresenta una pagina vivente: un’organizzazione di prossimità dove la geografia dei contatti si scrive quotidianamente sulla pelle degli abitanti.

È una pelle fatta di soglie: tra la scuola e il marciapiede, tra la memoria storica e il desiderio dei nuovi residenti. Per trent’anni, il Centro Sociale Askatasuna ha agito come una membrana tra queste soglie, un luogo di transito dove il corpo sociale poteva respirare fuori dalle logiche del profitto. Tra l’asilo, la scuola primaria e il centro sociale, si è saldata nel tempo un’economia del respiro: merende condivise, una ludoteca, una palestra gratuita, la sala di registrazione, i concerti, supporto agli anziani, una “pedagogia informale del tatto” che ha reso reale il “tra-due” di Luce Irigaray: lo spazio vitale in cui l’io incontra l’altro senza fagocitarlo.

Tutto questo è stato bruscamente interrotto. Lo sgombero del 18 dicembre non si è manifestato solo come fatto d’ordine pubblico, ma come una ferita nel sistema nervoso del quartiere. Laddove c’era porosità, ora c’è il metallo dei Jersey; laddove c’era respiro, c’è la contrazione diaframmatica del trauma.

La neurobiologia clinica ci insegna che il trauma è un processo fisico. Quando un quartiere viene militarizzato, la tensione entra nelle fibre muscolari, altera il ritmo del respiro dei bambini, irrigidisce i diaframmi. Il sistema nervoso risponde con la sua parte più arcaica, attivando il meccanismo rettile di attacco-fuga.

L’operazione del 18 dicembre non ha agito solo contro un perimetro murario, ma ha reciso brutalmente un delicato ecosistema di garanzie politiche e civili. Da un lato c’era il tentativo di Ugo Zamburru, psichiatra, di tradurre il conflitto in cittadinanza attiva attraverso il Patto di Collaborazione; dall’altro, il sostegno di figure come Max Casacci, che con la sua adesione rivendicava il valore di Askatasuna come polmone culturale e non solo come nodo di resistenza.

Queste figure non erano semplici firmatari, ma i ‘garanti’ di una scommessa: l’idea che la sicurezza di un quartiere come Vanchiglia non passi attraverso la compressione dei corpi, ma attraverso la loro libera circolazione in spazi di senso condiviso. Il blitz ha agito come un atto di sfiducia istituzionale: lo Stato ha deciso di ignorare la voce del territorio e della cultura per riaffermare una gestione della cosa pubblica puramente muscolare. In questa ‘anatomia’, lo strappo prodotto segna il passaggio dal linguaggio della mediazione a quello dell’assedio, dove i garanti sono stati sostituiti dalle camionette e il dialogo è diventato, improvvisamente, un corpo estraneo.

L’irrigidimento degli spazi a Vanchiglia riflette una deriva globale in cui i corpi smettono di essere soggetti per diventare ‘target’. Questa oggettivazione si manifesta in una doppia asfissia: quella del popolo venezuelano, schiacciato tra l’autoritarismo di Maduro e l’urto traumatico del blitz di Trump, e quella prodotta dalla violenza istituzionale delle agenzie di controllo.

La tragica morte di Renee Nicole Good per mano dell’ICE non è un errore procedurale, ma l’esito di una logica che recide il legame biologico tra l’individuo e il diritto alla sicurezza. Che si tratti di incursioni interne o blitz geopolitici, il risultato è un’aggressione alla ‘carne e sangue’ della comunità: un’occupazione muscolare che sacrifica l’agency umana e la vita stessa sull’altare della dimostrazione di forza.In questo contesto, la politica diventa anatomia. Per gli adolescenti che tornano in piazza dopo l’isolamento della pandemia, ‘metterci il corpo’ non è retorica, ma la necessità di farsi presenza pulsante.

Sentiamo l’urgenza di analizzare questa dimensione attraverso il concetto di acuerpamiento: una somatizzazione politica comunitaria. Se il trauma è stato collettivo e fisico, la risposta non può limitarsi al piano intellettuale. Abbiamo bisogno di trasformare la tensione accumulata in movimento consapevole, riappropriandoci della geografia urbana attraverso i sensi.

La risposta a questa oggettivazione dei corpi risiede in una pratica di quartiere che è, insieme, politica e cura: riprendersi gli spazi non attraverso lo scontro, ma attraverso una nuova presenza. Per questo abbiamo scelto di camminare. Camminiamo nel quartiere per manifestare concretamente la possibilità di stare insieme, agendo proprio in prossimità dei check-point con presidi pacifici che trasformano il confine in soglia.

Sono camminate che, come riportato da alcune testate, si rivelano “potenti ma gentili”: una forza che non ha bisogno di armi perché trae la sua potenza dall’essere un corpo collettivo che respira all’unisono. In questo muoversi lento e consapevole, recuperiamo la prossimità che ci è stata sottratta, trasformando la contrazione del trauma in un’espansione del possibile. Abitare le strade significa rifiutare l’irrigidimento del metallo e delle grate per tornare a essere membrana: un tessuto sociale capace di sentire, di accogliere e di resistere attraverso la semplice, radicale bellezza del restare umani, l’uno accanto all’altro.

Quando la mediazione politica abdica alla forza, il trauma si deposita innanzitutto sui corpi più esposti. Il fallimento del Patto di Collaborazione non è rimasto un’astrazione burocratica: ha preso la forma delle camionette che presidiano costantemente le vie di Vanchiglia e, in modo ancor più violento, si è riverberato sulla vita di sei studenti, oggi agli arresti domiciliari.

In pieno stile ‘sorvegliare e punire’, lo Stato ha scelto di rispondere all’attivismo giovanile con una compressione fisica della libertà che sa di ritorsione. Questi ragazzi, cresciuti in un quartiere che cercava di immaginarsi come ‘bene comune’, si ritrovano ora confinati, corpi sottratti alla socialità e restituiti alla dimensione domestica come misura punitiva.

Anche per loro camminiamo continuando ad incontrarci e a organizzare momenti assembleari aperti a tutta la cittadinanza, per ricordarci che anche quando gli spazi vengono murati, restano i corpi. Resta lo sforzo suggerito da Georges Didi-Huberman: sottrarsi ai riflettori accecanti del presente per riscoprirsi ‘lucciole’. Piccoli segnali luminosi che, malgrado tutto, continuano a scambiarsi messaggi nell’ombra per rendere il territorio, di nuovo, uno spazio vivo di esistenza e resistenza.

venerdì, 16 gennaio 2026

In copertina e nel pezzo: Foto di Stefano Strangesinviate dalle Autrici

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