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Scalfito l’art. 5 del piano casa: decideranno i sindaci

La misura rappresentò una risposta frontale alla conflittualità sociale e politica espressa fino al 2013, specie con gli Tsunami tour di occupazioni nella capitale, sul terreno del diritto all’abitare. Attraverso le occupazioni abitative i nodi della rendita e delle responsabilità della politica nel favorire il libero mercato venivano aggrediti con intense stagioni di mobilitazioni. Il Piano Casa, e in particolare l’articolo 5, rappresentò una vera misura di sabotaggio nei confronti del motore di queste lotte, colpendo indiscriminatamente il diritto universale di accesso all’acqua, alla casa e alle cure tramite la negazione della residenza. Un’altrettanto intensa stagione di mobilitazione fatta di nuove occupazioni, resistenza agli sgomberi e agli sfratti, per contrastare le conseguenze dell’articolo 5 e per ottenerne la cancellazione seguì all’approvazione del Piano Casa, portando, in tutto il paese, a saturazione i meccanismi dell’emergenza abitativa istituzionale, incapace di assorbire nei criteri della legalità stabilita le contraddizioni sull’emergenza casa. Anche per questa ragione crolla un pezzo del decreto Lupi.

Se questo primo emendamento scalfisce il tabù dell’articolo 5, di fatto eliminando l’automatismo della negazione degli allacci e della concessione della residenza, ora la battaglia punta alla sua integrale cancellazione aggredendo il criterio di una discrezionalità che si annuncia come un utile strumento di ricatto nelle mani degli amministratori locali nei confronti di chi lottando e occupando alza la testa.  

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