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Nasce Buenaventura Durruti

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Buenaventura Durruti nasce nella città di Léon in Spagna il 14 luglio 1896. Il padre di Buenaventura è un ferroviere iscritto al sindacato dell’UGT, arrestato nel 1903 per aver partecipato ad uno sciopero sindacale.

All’età di 21 anni Durruti partecipa allo sciopero generale proclamato dall’UGT (Union general de trabajadores), in cui, a seguito degli scontri con le forze di polizia spagnole, 70 persone vengono uccise, 500 ferite e oltre 2000 arrestate. A causa della partecipazione allo sciopero Durruti perde il lavoro. Renitente alla leva, si sposta in Francia per poi rientrare nel 1920 a Barcellona, dove inizia la sua militanza nel CNT. La polizia spagnola è però sulle sue tracce, e Durruti così è di nuovo costretto a lasciare il paese. Passa gli anni dal 1924 al 1926 fra Cuba, Messico, Cile e Argentina, e sempre nel 1926 viene arrestato a Parigi. Un anno dopo viene scarcerato con l’obbligo di lasciare la Spagna. Vi rientrerà solo nel 1931.

Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, Durruti promuove la creazione del Comitato centrale di Milizie antifasciste della Catalogna, e si mette a capo di alcune migliaia di rivoluzionari antifascisti, formando quella che verrà chiamata Colonna Durruti, capace di ottenere una serie di importanti successi sul piano militare contro le truppe del generale Franco.

Durante la guerra, Durruti cercò in ogni occasione di impedire che si eccedesse nelle violenze. Fece suo “segretario” e collaboratore Jesus Arnal Pena, un prete cattolico che alcuni miliziani intendevano fucilare proprio in quanto prete, anche se nulla aveva a che fare con i fascisti; si rifiutò di colpire indiscriminatamente le popolazioni civili, e impedì ogni volta che gli fu possibile il compimento di “azioni” improvvisate e/o spontanee che avrebbero solo gettato discredito e disaffezione verso la causa rivoluzionaria, come quando a bordo di un aereo in perlustrazione sulla città di Huesca, si oppose al lancio di bombe a mano sui fedeli che stavano uscendo dalla messa. Il non lasciare libero sfogo agli istinti e al desiderio di vendetta dei suoi miliziani, non fu un elemento secondario o esclusivamente “caratteriale” di Durruti, bensì una fra le caratteristiche che già in vita gli valsero il rispetto e l’ammirazione di tutti i sinceri rivoluzionari.

Il 20 novembre 1936, a Madrid, scendendo dall’automobile su cui si trovava, Durruti viene colpito a morte da un proiettile, secondo la versione ufficiale del CNT sparato da un cecchino fascista. Visto il diametro del foro provocato dal proiettile, sorse il sospetto che il colpo fosse stato esploso da molto vicino, facendo sorgere numerose interpretazioni. Qualcuno disse che a sparare furono gli stalinisti, qualcuno che fu un colpo accidentale partito dall’arma di Durruti stesso, qualcuno addirittura che fu ucciso da qualche suo compagno. Qualunque sia la versione corretta, la notizia fu uno shock per tutta la Spagna antifascista. I funerali si tennero a Barcellona il 22 novembre 1936, e vi parteciparono almeno un milione di persone.

Nel suo elogio funebre, lo storico dell’arte e membro della Colonna Durruti Carl Einstein scrisse:

“Durruti, uomo sommamente concreto, non parlava mai di sé, della sua persona. Aveva escluso dalla grammatica il preistorico vocabolo “io”. Nella Colonna Durruti si conosce solo la sintassi collettiva. I compagni insegneranno ai letterati a rinnovare la grammatica in senso collettivo. Durruti aveva compreso profondamente la potenza del lavoro anonimo. Anonimato e comunismo sono la stessa cosa. Il compagno Durruti ha operato ad una distanza stellare da ogni vanità delle vedettes di sinistra. Viveva con i compagni, lottava come compagnero. Così ha brillato come un esempio entusiasmante. Noi non avevamo nessun generale, ma la passione della lotta, la profonda dedizione verso la maggior causa, la rivoluzione, scorrevano dai suoi benevoli occhi nei nostri e i nostri cuori erano una cosa sola col suo che per noi continua a battersi sui monti. Sempre sentiremo la sua voce. Adelante, adelante. Durruti non era un generale, era il nostro compagno”.

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