
Data Center a Modena: dati in pasto alla guerra
Introduzione
Brescia, 18 agosto 2026. Festa di Radio Onda d’Urto. Temperature da fornace padana, nell’estate più lunga, torrida e faticosa mai registrata in Italia. Insieme a noi, sotto la tensostruttura dove si svolge il dibattito, decine e decine di persone. Provenienti da tutta la Lombardia e, come noi modenesi, anche da fuori regione. A prendere parola sono esperti, giornalisti, analisti, cittadini preoccupati e incazzati, ex consiglieri comunali, appartenenti a realtà territoriali e comitati locali, e militanti. Il tema, non a caso, non è mai stato più “caldo”: Data Center: il volto materiale dell’Intelligenza Artificiale.
Il dibattito è un prezioso momento di informazione sulla mobilitazione popolare e territoriale che, dalla provincia lombarda e non solo, sta emergendo con sempre più voce in contrapposizione alla proliferazione e alla nocività di imponenti Data Center nell’hinterland milanese e bresciano al servizio delle capacità di elaborazione delle AI. Una lotta che, dalle periferie degli Stati Uniti dove è in avanzamento sempre più di massa a quelle italiane dove comincia a muovere i primi embrionali passi, sta già facendo fare i conti con le contraddizioni e le ambivalenze dentro questa fase di ristrutturazione capitalistica, con i costi e la direzione di un certo tipo di sviluppo, con le scelte politiche (e geopolitiche) di chi comanda la vita del Paese e sui territori dove cresciamo, abitiamo, lavoriamo. Territori come anche quello di Modena.
Ristrutturazione e guerra
Nonostante lo spazio emiliano non risulti essere – per il momento… – nell’area di maggior interesse di questo specifico e accelerato sviluppo, a tratti e insieme fortemente speculativo, che sta scompaginando equilibri ecologici, politici e del “quieto vivere cittadino” lombardo, vogliamo provare a ipotizzare la traiettoria della linea che collega la proliferazione dei Data Center allo strutturarsi in «fabbrica della guerra» della nostra provincia.
Come mostrato nell’inchiesta di Kamo Modena Il laboratorio della guerra. Tracce per un’inchiesta sull’università dentro la «fabbrica della guerra» di Modena, infatti, l’implementazione dell’intelligenza artificiale – nella cui ricerca, non a caso anche a fini bellici, e promozione è protagonista Rita Cucchiara, la nuova rettrice dell’Università di Modena e Reggio – è materializzata nei numerosi progetti e laboratori Unimore in tale ambito presenti in città, ed è considerata il principale driver di trasformazione produttiva (ma non solo: pensiamo alla sua implementazione nei processi dell’«industria della formazione», che fa dell’intera «fabbrica sociale» e di produzione della soggettività il campo della sua azione) necessario a una ristrutturazione del tessuto industriale composto, a livello locale, prevalentemente da attori e imprese di medio-piccole dimensioni ben inserite nelle catene del valore nazionali e globali. Ristrutturazione che risulta strategica nell’ottica di rientrare competitivamente e cavalcare «la curva dell’accumulazione capitalistica nel tempo della crisi e della guerra».
Si tratta quindi di implementazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, produzione di tipo dual use civile-militare di tecnologia, integrazione e reindirizzamento delle filiere, politiche belliche e commesse militari orientate al riarmo. Dalla «Motor Valley» alla «Drone Valley». È un sistema industriale complessivo, allargato e integrato, che prende una direzione precisa, più che la somma aritmetica delle singole imprese. È qui, in questo processo territorializzato, che si produce per la guerra, e quindi la guerra stessa. Cosa c’entrano i Data Center?
Il volto materiale e geopolitico dell’AI
Come suggerito dal nome scelto per il dibattito e riportato nella pemultima uscita della newsletter Orizzonti, che riprende i principali aspetti discussi a Brescia durante l’iniziativa, i Data Center rappresentano, di fatto, la dimensione materiale e per ora maggiormente tangibile della scala di diffusione sempre più accelerata dell’AI, specialmente in termini di impatti diretti sulla popolazione che vive e lavora dove sorgono queste abnormi strutture. Questi mostruosi centri di calcolo altamente energivori rappresentano infatti una componente fondamentale dell’infrastruttura fisica sulla quale in particolare i modelli AI sviluppati dalle Big Tech fanno affidamento per poter essere addestrati, grazie all’accumulazione ed elaborazione continua di sempre maggiori moli di dati. È sui Data Center che si squarcia il velo narrativo (e propagandistico) sull’AI, considerata nel suo sviluppo “immateriale” e “intangibile”, dipinta acriticamente (e ideologicamente) come meta inesorabile di progresso dell’umanità, oltre che fondamentalmente priva di ingenti impatti negativi sull’ambiente naturale (e aggiungeremmo anche sulla capacità umana vivente, come la definiva Alquati).
Tornando al dibattito, quanto emerso dalle parole dei portavoce dei comitati locali, in particolare quelli di Lacchiarella (MI) e Travagliato (BS), è uno scenario di selvaggio moltiplicarsi di richieste a Terna per l’allaccio alla rete elettrica locale finalizzate alla costruzione di colossali Data Center. Il territorio in questione si trova infatti in prossimità dell’allaccio terrestre alla dorsale di cavi sottomarini in fibra ottica Blue & Raman Submarine Cable System. Da quest’ultimo punto emerge come, oltre la dimensione della mera speculazione (immobiliare e finanziaria) sui Data Center, si celino in realtà evidenti interessi geopolitici: il cavo Blue si estende fino a raggiungere Israele, per poi lasciare spazio al Raman, le cui due principali diramazioni terminano rispettivamente a ridosso dello stretto di Hormuz e in India.

La Data Center Valley e le sue conseguenze
Per restituire una scala degli impatti locali generati da questo tipo di Data Center, basti pensare che le strutture in questione saranno in grado di consumare una quantità di energia fino all’equivalente del fabbisogno domestico di 2 milioni di persone, con un consumo di suolo che può arrivare fino a 140 mila metri quadri, un innalzamento della temperatura di 2-3 gradi nel raggio di 10 chilometri dallo stabilimento e un copioso consumo di acqua per il raffreddamento dei processori, come emerso dagli interventi in occasione dell’iniziativa a Brescia.
Per quanto riguarda il consumo idrico, basandosi su studi effettuati su diversi Data Center lombardi (nella maggior parte dei casi di proprietà Amazon e Microsoft), si parla di un ordine di grandezza di diversi milioni di litri di acqua consumati in un lasso temporale di tre mesi; si tratta infatti di un sistema di raffreddamento a bulbo umido, che entra in funzione durante il periodo più caldo dell’anno.
In linea di massima i Data Center costruiti in Italia vedono sistemi di raffreddamento alternativi a quelli ad acqua, con prevalenza di sistemi ad aria. Questo permette di ridurre notevolmente gli impatti sulle riserve idriche, a discapito però del consumo di energia che vede invece un notevole aumento, finalizzato ad alimentare questi sistemi di raffreddamento alternativi ed altamente energivori.
Quali sono le conseguenze? Sul fronte sociale delle bollette, la presenza di Data Center potrebbe causare un rialzo locale del prezzo di mercato dell’energia elettrica, dal momento che quest’ultimo viene calcolato attraverso il cosiddetto prezzo zonale. Attraverso questo meccanismo, un territorio caratterizzato da altissima domanda di energia elettrica vedrà con ogni probabilità un innalzamento del suo prezzo, con conseguente rincaro delle utenze domestiche e delle aziende locali. È inoltre lecito ipotizzare un aumento delle quote fisse, a fronte degli ingenti costi necessari ai lavori di ristrutturazione della rete elettrica utili a sostenere i colossali flussi di energia richiesti dai Data Center.
Per maggiori informazioni rimandiamo all’intervista al Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio, pubblicata da Infoaut, che passa in rassegna approfonditamente molti dei temi appena accennati.
Data Center a Modena?
Spostiamo quindi l’attenzione dalla Lombardia all’Emilia, e in particolare a Modena. Qui nominare i Data Center potrebbe risuonare ancora strano: qualcosa di sconosciuto, di molto lontano. Tuttavia, scandagliando il portale di Terna che riporta i dati pubblici sulle richieste di connessione di impianti di energia elettrica alla rete di trasmissione nazionale, risultano un totale di sei pratiche attive per richiesta di allaccio per progetti relativi a Data Center nella provincia di Modena.
Di queste pratiche, tre risultano ancora in fase di autorizzazione, mentre altrettante hanno già superato questo primo step (di cui due solamente durante il periodo di scrittura di questo articolo).
In quanto ad energia cumulativa richiesta dalle pratiche in questione, parliamo di un totale di 0,66 GW; a grandi linee l’equivalente del consumo domestico di energia elettrica di 5 milioni di italiani! Le richieste passate al secondo step di verifica fanno riferimento a una potenza di 0,46 GW, equivalente al fabbisogno energetico di circa 3,5 milioni di persone – quasi 19 volte il numero dei residenti di Modena!
Si tratta, a ben vedere, di progetti di Data Center di dimensioni e consumo altamente impattanti per il nostro territorio, già martoriato e reso sempre più invivibile per via della cementificazione selvaggia, del consumo di suolo vergine e agricolo, degli effetti del riscaldamento climatico (cosa significa risiedere a fianco di una struttura che alza di qualche grado la temperatura nel raggio di chilometri durante un’estate come quella del 2026, in cui si sono superati i 40 gradi e toccato il 90% di umidità in pianura?) e delle esternalità negative e nocive dell’industrializzazione e della logistica.

Una spia: agrivoltaico e BESS
Una spia, da non trascurare, a rafforzare la possibilità di questo scenario. Da qualche anno a questa parte stiamo assistendo a una forte accelerazione sul territorio modenese nell’installazione di enormi distese di pannelli fotovoltaici e mega-impianti di accumulatori elettrochimici BESS, come quelli di San Damaso e Fossoli; entrambe tipologie di progetti volti al potenziamento della produzione di energia elettrica e del suo stoccaggio, con successiva immissione nella rete nazionale, e fatti passare come l’ennesima opera necessaria per un futuro sostenibile verso il fantasioso traguardo “emissioni zero”. Riportiamo sotto i dati presenti sul portale di Terna, riferiti alle pratiche di richiesta di allaccio alla rete elettrica nazionale per i soli progetti che prevedono installazioni alimentate ad energia solare nella provincia modenese.

Difficile non mettere in relazione la proliferazione accelerata e massiva di distese di impianti fotovoltaici, agrivoltaici e BESS, considerati e “venduti” come prezzo da pagare per la “transizione verde”, con l’utilizzo che se ne farà invece per alimentare Data Center, appropriandosi della produzione di energia elettrica a discapito delle tasche e dei bisogni dei cittadini.
C’è la concreta prospettiva di trovarci di fronte a uno scenario di diffusione massiccia di impianti energetici ed energivori accomunati da un ingente utilizzo di suolo, quasi sempre coltivabile (legandosi al tema, che qui non possiamo approfondire, della crisi del comparto agricolo nazionale e locale: gli agricoltori hanno più interesse a disfarsi della terra o ad affittare terreni al fotovoltaico per decine di anni piuttosto che metterli a coltivazione di prodotti a prezzi troppo bassi sul mercato), senza la concreta contropartita della creazione di posti di lavoro, che saranno invece pochissimi e limitati alle fasi di progettazione e costruzione.
Fabbrica della guerra, AI e Data Center
Parallelamente, la profonda crisi del comparto automotive tedesco e la ormai fisiologica impennata del prezzo dell’energia hanno messo in ginocchio la filiera di produzione tedesca e come reazione a catena anche buona parte della catena di subfornitura presente sul nostro territorio; da qui, come anticipato, la sempre maggiore presenza di commesse legate alla produzione bellica e dual use (come tracciato sul portale di Mappature dal basso), con l’AI come vettore della ricerca universitaria e strumento di innovazione ad alto valore aggiunto per il mosaico di imprese che compongono il nocciolo duro del settore produttivo modenese.

Come accennato in precedenza, a Modena l’AI sta già assumendo il ruolo di fattore di rilancio innovativo (e quindi di investimento di risorse, non solo simboliche) della ricerca universitaria e della produzione locale – più concretamente per la prima, in potenza per la seconda nonostante l’adozione stia sicuramente in fase ascendente attraverso programmi specifici elaborati dalle associazioni di categoria in sinergia con università ed enti anche europei. Si tratta di un impulso fortemente teso verso il processo di riarmo che sta attraversando il nostro Paese e l’Europa intera, nello scenario globale di guerra imperialista; guerra che si fa ibrida e il cui dispiegamento assume nuove forme, attraverso l’utilizzo di droni e mezzi a guida autonoma, con il centrale supporto delle Big Tech leader nel campo dell’AI.
Se, almeno nel contesto occidentale ed europeo, un arruolamento di massa nei ranghi dell’esercito in vista di una guerra combattuta al fronte può giustamente sembrare qualcosa di sostanzialmente improponibile, non si può tuttavia negare che ad essere di fatto messe a valore per fini bellici e dual use siano le nostre conoscenze e i nostri saperi, e quindi in sostanza le nostre vite nelle loro numerose sfaccettature, che vanno dal percorso formativo, al consumo di contenuti online e alle interazioni sui social, al lavoro e via dicendo. Puntando lo sguardo sul settore della ricerca e sviluppo dei più avanguardistici sistemi di combattimento ibridi e automatizzati, non è infatti segreto che i dati rivestano un ruolo centrale ed estremamente delicato nell’addestrare modelli AI sempre più letalmente precisi e “intelligenti”. Dati che, sempre senza dover scomodare remote teorie complottiste o improbabili ipotesi, rappresentano il prodotto più o meno tangibile di quella “iperindustria” che esce dalle mura delle fabbriche, incorpora nei propri ingranaggi algoritmici il sapere umano e lo valorizza in termini capitalistici attraverso i modelli AI e le rispettive infrastrutture materiali, con i Data Center in prima linea tra queste ultime. Questa forma di valorizzazione capitalistica porta ad un nuovo livello le sempre maggiori compenetrazioni e mutue dipendenze tra ambito civile e militare, con il primo in grado di convertirsi rapidamente in strumento di guerra ibrida (e viceversa) vista la sua sempre più marcata natura dual use.
Nel nostro contesto, quello modenese, a rendere maggiormente evidente questo processo è ciò che nell’ambito dell’inchiesta di Kamo Modena viene definito come “Laboratorio della guerra”, ovvero l’università che si ristruttura e riorganizza in funzione di guerra e rilancio capitalista, facendosi punto di condensazione e raccordo tra i diversi livelli di interesse e di potere in gioco: piccole medie imprese locali, vitale necessità di ricerca avanzata in ambito AI, politica locale/nazionale/internazionale e catene globali del valore.
Domande e ipotesi
A partire dalle trasformazioni che stanno investendo il nostro territorio e dalle più o meno evidenti fratture e contraddizioni, anche soggettive, che solo una costante e attenta attività di inchiesta può andare a sondare e a mettere a sistema nell’ottica di dare vita a conricerca e quindi organizzazione, proviamo a stimolare la formulazione di alcune ipotesi a partire dalle quali intercettare inediti spiragli di lotta.
Che composizioni e forme organizzative, con quali prospettive e istanze, contraddistingueranno eventuali attivazioni conflittuali sul territorio generate dalla sua trasformazione dall’alto in infrastruttura fisica dell’AI, lungo la direzione della ristrutturazione impressa da Big Tech, fabbrica della guerra e governo politico (sia nazionale che dei territori)? Quali le soggettività che incarneranno contraddizioni e ambivalenze, potenzialmente non riducibili e più difficilmente recuperabili in ambiti istituzionali? Sarà possibile generare inedite ed efficaci forme organizzative di lotta con la composizione di lavoratori chiamati a lavorare all’interno di queste strutture, o con quella di ex-lavoratori emarginati dal mercato del lavoro in nome dell’efficientamento? Queste sono alcune domande e ipotesi attraverso le quali inchiestare le trasformazioni del territorio, da mettere a verifica sulle soggettività, per andare a comprendere e anticipare quali forme e conseguenze assumerà la “rivoluzione industriale” dell’AI, se si darà, dentro le specificità del nostro contesto, strutturalmente diversa dal polo logistico-finanziario rappresentato da Milano e dal suo hinterland.
Cosa potrebbe voler significare in termini di sicurezza (e di valore dei terreni/immobili nelle vicinanze) avere sul territorio infrastrutture altamente strategiche in ambito AI dual use e militare come i Data Center destinati a questo utilizzo? Ne abbiamo avuto un primo indiretto assaggio a fine marzo assistendo agli attacchi iraniani, effettuati tramite lancio di droni, che hanno bersagliato e colpito due Data Center di Amazon situati negli Emirati Arabi e uno in Bahrain.
L’obiettivo del governo di rendere l’Italia il principale hub del Mediterraneo in quanto a potenza di calcolo dei Data Center, con alcuni di questi già designati come infrastrutture di interesse strategico nazionale, sta giustificando iter di approvazione estremamente semplificati per la loro costruzione e una quasi totale assenza della politica nel porsi come mediatrice tra le Big Tech straniere, gli speculatori nostrani e la popolazione, compresi i comitati cittadini.
I lavoratori che vedranno le loro mansioni quotidiane e i piani di formazione profondamente reindirizzati verso l’utilizzo dell’AI si sentiranno realmente “compensati” dal tanto promesso rilancio economico ed occupazionale che una ricerca universitaria mirata sull’AI dovrebbe portare nelle piccole e medie imprese modenesi o verrà percepito come un “colonialismo digitale” quasi completamente imposto dall’alto da parte delle principali big tech made in USA? Questa profonda trasformazione verrà quindi percepita come un forte impoverimento delle proprie conoscenze e capacità, messe a servizio di agenti AI che sostituiranno i lavoratori nelle loro mansioni più “pratiche” e applicate, magari con doppi fini strettamente legati all’addestramento di modelli utilizzati e testati in scenari di guerra (come stiamo vedendo in Palestina e Ucraina)?
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