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Erri De Luca: ‘Cattivo maestro io? Sì, inservibile ai poteri’

Sabotatore e ben contento. Rivoluzionario? «Non c’è nessuna rivoluzione da fare, nessun potere da prendere: bisogna semplicemente impedire quell’opera». Cattivo maestro? «Mi assegnano un titolo professionale che non ho conseguito: non ho fatto l’università e dunque non ho potuto aspirare alla docenza. Però ad essere cattivo per quei poteri costituiti, io ci sto: intendo essere cattivo, anzi inservibile, alle ragioni di quei poteri costituiti che assediano la Val di Susa». Armi? «Finora sono bastate e basteranno pezzi di resistenza ordinaria, acquistabili in ferramenta».

Non è contrario a tutte le “grandi opere”, Erri De Luca, che a ogni definizione, scrittore o ex dirigente di Lotta continua che sia, sta un po’ stretto. È contrario – anzi «resistente» e non certo «dal salotto di casa» – solo e soltanto a quel buco nella montagna che «stupra la terra, l’aria e l’acqua» di quella valle.

Arriva la notizia che la società Ltf, incaricata della realizzazione del tratto ad alta velocità della Torino-Lione presenterà nei prossimi giorni una denuncia contro di lei per aver sostenuto che «i sabotaggi sono necessari per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile». Sconvolto?
Non sono pratico di procedure, ma l’annuncio della denuncia è un cosa ridicola, come si fossero sbagliati: invece che all’ufficio legale si sono rivolti all’ufficio stampa. A me non è arrivato nulla, tranne gli annunci pubblicitari. Roba della peggiore Italia, quella delle minacce a chiacchiere. Aspetto di avere le carte in mano per sapere di cosa in tratta.

Siamo nel pieno processo di demonizzazione del movimento?
Processo di diffamazione, piuttosto, che usa le fandonie sul rischio terrorismo per passare a un livello di repressione più alto. In quella valle c’è già uno stato di assedio, con l’esercito e i posti di blocco, ma evidentemente non bastano più e dunque inventano la fandonia del terrorismo per aumentare la militarizzazione. Esibiscono il sequestro di materiali da ferramenta – chiodi, tronchesi, guanti – e non la gran quantità di computer sequestrati alle persone della Val di Susa. Il computer è sacro, non si può toccare, ma intanto lo sequestrano. Come da noi, negli anni ’70, quando ci sequestravano il ciclostile pensando così di ammutolirci.

Riesce a vedere delle similitudini con quei movimenti?
No, solo dalla parte della magistratura che ha un desiderio di ritrovarsi nelle stesse condizioni di allora. Ma in realtà quella lotta dei valsusini è una lotta civile che utilizza materiale da ferramenta per tagliare simbolicamente una rete abusiva. Perché tali sono, quelle recinzioni.

In molti hanno solidarizzato con lei e con il movimento NoTav «fondato sui principi di nonviolenza e resistenza». Ma a volte il limite tra resistenza, rivoluzione e violenza è molto sottile. E c’è sempre qualcuno che potrebbe fraintendere, non crede?
Non c’è nessuna rivoluzione da fare, nessun potere da prendere bisogna semplicemente impedire quell’opera.

Costi quel che costi?
Sta già costando tanto alle persone di quella valle e quello che senti dire da loro è che non moleranno, non gliela daranno vinta perché non hanno una valle di ricambio. È la più forte, unanime e continua resistenza civile degli ultimi 20 anni. Il più alto esempio di democrazia dal basso: vengono a studiarlo da altri paesi del mondo.

Si potrebbe obiettare con la sindrome Nimby, non nel mio giardino.
Per niente. A casa mia si possono fare delle opere molto utili. Per esempio adesso in Sicilia stanno perforando una montagna vicino Caltanissetta e nessuno dice niente perché è un’opera utile evidentemente. Lì invece si tratta di un’opera inutile oltre che nociva, e lo si vedeva da molti anni, già da quando facevano i calcoli sbagliati sulla previsione di incremento del traffico.

Come per il corridoio Genova-Rotterdam, assai più utile e sostenibile, con il traforo del San Gottardo già ultimato e con la Svizzera che preme sull’Italia per completare il percorso. Dunque non tutte le grandi opere sono da avversare.
Delle grandi o piccole opere non mi interessa. Sono stato convocato da una popolazione che si sta battendo contro lo stupro e la riduzione in servitù della loro valle. Un’opera è sostenibile se è appoggiata dalle popolazioni. Io sostengo le loro ragioni. E da militante, non è che lo faccio dal mio domicilio. Si vuol parlare di violenza? L’occupazione militare, quella è violenza.

da Il Manifesto

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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