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Proteste in Perù: testimonianza di una studentessa a Lima

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri…

 

A Lima manifestiamo da una settimana. Nella mia vita non mi è mai capitato di assistere a tanta violenza e brutalità da parte della polizia peruviana. Usano sui manifestanti inermi lacrimogeni, petardi e perdigones, pistole a pallottole che dovrebbero essere di gomma, ma caricate con piombo e vetro. Chi esce di casa si scrive sulla pelle il proprio nome, cognome e gruppo sanguigno, per non rimanere non identificato in caso di morte o per ricevere assistenza medica. Io l’ho scritto vicino all’ombelico.

Da lunedì abbiamo protestato pacificamente contro l’insediamento di Manuel Merino come presidente di un governo di transizione. Sapendo che ci sarebbe stato molto dissenso, una delle prime mosse politiche di Merino è stata introdurre una legge per dare alla polizia la facoltà di uccidere praticamente senza ripercussioni. Certo, formalmente ci sono ancora delle restrizioni riguardo all’uso della forza, ma è evidente come a queste persone non ne importi nulla. Anche nei confronti di chi manifesta in modo pacifico.

Martedì vado con delle mie compagne a Plaza San Martín per manifestare, arriviamo alle 16, la polizia restringe le persone in ingresso, riusciamo a entrare in piazza alle 17. La polizia ha blocca le persone nella piazza per molte ore. A un certo punto imbocchiamo Jiron Nicolás de Pierola, marciamo per due o tre isolati, all’arrivo ci aspetta un convoglio armato che lancia lacrimogeni, usa bombe sonore e perdigones. Non le sparano a terra, mirano al petto delle persone. Ci allontaniamo e alle 19 siamo in via Tacna. Vediamo dei protestanti pacifici che cercano di tenere a bada chi vuole usare delle bombolette spray o sembra voler manifestare in modo violento. Sappiamo cosa può succedere nel caso in cui scoppi una rissa o una rivolta, sappiamo che siamo vulnerabili e cerchiamo di proteggerci. Ma non serve a nulla: la polizia ci circonda arrivando da vie diverse, io e altre tre donne scappiamo insieme, nel giro di dieci secondi esplodono intorno a noi almeno quattro lacrimogeni e altrettante bombe sonore, li vediamo mentre prendono la mira per spararci.

Ci premiamo contro la porta principale di una casa, abbiamo visto altri manifestanti essere accolti dalle persone che abitano nella via per ripararsi, ma la polizia vede che ho indosso la bandiera nazionale del Perù e prende di mira me e le mie amiche, ci strattonano e ci spingono di nuovo nella folla. Quando finalmente riusciamo ad allontanarci dal caos, un poliziotto ci schernisce, mentre sta per lanciare un lacrimogeno “Tornatevene a casa, siete solo delle ragazzine”, e ci indica una una strada dove delle persone sono già in fuga, incalzate da altri lacrimogeni della polizia. Veniamo condotte verso Plaza Dos de Mayo, riusciamo a tornare a casa.

Giovedì c’è stato l’attacco di Jiron Abancay. Le persone manifestano, gruppi di musicisti animano la proteste suonando e cantando. Dopo che arriviamo a Jiron Abancay, la polizia inizia a sparare alla folla pacifica, come gli altri giorni. Ma giovedì ho visto con i miei occhi degli infiltrati della polizia che cercavano di causare disordini tra noi manifestanti. Probabilmente sono del Grupo Terna, una squadra speciale della polizia che ormai molte persone ha visto infiltrarsi per causare violenze, anche se il governo si ostina a negarlo. Ho visto coi miei occhi un poliziotto della Terna accoltellare un ragazzo per tentare di causare una rissa. Un altro poliziotto infiltrato correva urlando a delle ragazze minorenni: “C’è una bomba ragazze, seguitemi! Dobbiamo protestare! Dobbiamo ribellarci!”, noi le abbiamo avvisate di non seguirlo perché era evidentemente una trappola, lui si è defilato e, guarda caso, non lo abbiamo più visto. Abbiamo visto un altro poliziotto infiltrato aprire il cranio a un anziano per causare una rissa. Quel giorno ci hanno sparato ancora, mirando al corpo dei manifestanti con i perdigones. Ci hanno sparato anche quando eravamo vicine all’ospedale di emergenza gestito da volontari della Croce Rossa. I giornalisti vengono censurati, non possono pubblicare le notizie riguardo ai morti e ai feriti nelle testate locali e nazionali.

Venerdì non abbiamo partecipato alle proteste, ma sappiamo che la polizia ha trattenuto le persone fuori casa fino a notte fonda, oltre il coprifuoco delle 23, solo per poter arrestare i manifestanti con una scusa valida.

Sabato è stato il giorno peggiore. Scendiamo per Jiron Nicolás de Pierola, veniamo attaccate dalla polizia che si era appostata in cima a un edificio governativo. I manifestanti che sanno disinnescare i lacrimogeni si mettono davanti, ma noi non sappiamo come difenderci e scappiamo verso il Parco Universitario, dove vengono portati i morti e i feriti e dove viene offerto un primo soccorso da parte degli studenti dell’Università. Cerchiamo di dare una mano, ma la polizia ci spara da così vicino che riusciamo a vedere la luce provenire dalle pistole. Ci allontaniamo come possiamo tornando verso Plaza San Martín, dove vediamo altri feriti o morti. Noi riusciamo a scappare prima che la polizia torni violenta e continui la repressione della folla.

Domenica, verso le 2 o 3 del mattino, dopo aver passato la notte fuori, i manifestanti arrivano finalmente di fronte al Congresso, obiettivo della marcia. Gli agenti della polizia stringono loro le mani, rassicurandoli sul fatto che non ci saranno violenze se la situazione rimane pacifica. Alcuni manifestanti addirittura si siedono per terra. Allora la polizia dà fuoco ad alcuni bidoni dell’immondizia per attirare l’attenzione di fotografi e giornalisti, e approfitta di questo momento di distrazione mediatica per attaccare i manifestanti seduti.

So che, non ufficialmente, sabato ci sono stati almeno 120 feriti e 7 morti, e una sessantina di dispersi in tutta la settimana. Lo Stato ha mandato ordini di censura ai giornalisti, molti infatti si stanno dimettendo. I poliziotti del Grupo Terna si infiltrano per incitare alla violenza e mettere negli zaini delle persone pistole, droghe e coltelli per farle arrestare. Ci stanno letteralmente uccidendo, e quasi nessuno ne sta parlando. Anche ora, dopo le dimissioni di Merino, noi continuiamo a protestare contro un governo corrotto, che sta mettendo in ginocchio le prospettive del Paese, che non si è minimamente occupato della gestione dell’emergenza sanitaria causata dalla pandemia, che sta distruggendo le prospettive dei giovani che vogliono continuare a studiare con politiche mafiose e di favoreggiamento dei potenti. Ma noi siamo unite, siamo uniti e continueremo a protestare fino a che le cose non cambieranno.

 

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