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La guerra contro i poveri: militarizzazione e violenza statale a Rio de Janeiro

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Alberto Azcárate. A Rio de Janeiro, il Governo lancia una crociata contro gli esclusi con il pretesto di lottare contro la delinquenza e il narcotraffico.

Lo Stato di Rio de Janeiro, insieme a quello del Ceará, è pioniere in un modello che emerge come un “uovo di serpente” nel paese più densamente popolato del Cono Sud latinoamericano.

In uno studio comparativo tra la realtà delle favelas di Rio e i territori palestinesi occupati, la ricercatrice Gizele Martins riflette: “Quello che gli abitanti del gruppo di favelas A Maré hanno vissuto durante la Coppa Mondiale di Calcio non è troppo differente da quello che vivono i palestinesi. La militarizzazione della vita è qualcosa di costante e spaventoso. Lì ci sono i caccia che quotidianamente attraversano la vita della gente, qui ci sono i caveirões aéreos (elicotteri blindati e armati). La cosa tragica è percepire che c’è una naturalizzazione mondiale della violenza che ambedue i popoli subiscono da parte dei poteri statali e militari”.

I militari commentavano che “era più facile agire con gli haitiani, perché qui ci sono molti attivisti che denunciano”

In effetti, c’è una serie di relazioni e analogie, che autorizzano il paragone: il Battaglione delle Operazioni Speciali carioca addestra in Israele. Il Brasile è il quinto maggiore compratore mondiale di armi israeliane. I carri blindati che girano nelle grandi città brasiliane sono di questa provenienza. Rio de Janeiro, come la Palestina, ostenta il suo “muro della vergogna”, costruito nel 2009 per il Mondiale di Calcio e i Giochi Olimpici, recinge il complesso di favelas A Maré. Le autorità lo hanno chiamato “barriera acustica”, argomentando che era per preservare i suoi abitanti dal rumore delle auto -la favela esiste dal 1940-. A nessuno è sfuggito che il muro fu edificato per evitare che gli stranieri che avessero assistito agli eventi si rendessero conto che -per troppa gente- la città era lontana dall’essere maravilhosa.

Vendono il panico e la società finisce con l’appoggiarli”, raccontava una abitante della favela di A Maré

Altri muri si costruiscono in tante altre favelas della città. Anche i controlli in entrata e uscita degli abitanti da parte dei militari formano una scena comparabile. Annualmente, inoltre, in Brasile si celebra la grande fiera delle armi, la LAAD Security, alcune volte a Rio, altre a San Paolo, alla quale presenziano sistematicamente fabbricanti israeliani. Secondo degli specialisti, l’esercito brasiliano ha sviluppato un forte know how quando nel 2004 comandò l’intervento in Haiti. Al ritorno, lo ha applicato nelle favelas carioca di A Maré, Rocinha, Jacarezinho, Alemão e, ora, nel resto del paese. Secondo testimonianze raccolte nella A Maré, i militari commentano che “era più facile agire con gli haitiani, perché qui ci sono molti attivisti che denunciano”.

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LA CREAZIONE DI UNO STATO DI POLIZIA

La strategia di costruire uno stato di polizia nel Brasile di Bolsonaro passa attraverso la creazione di un immaginario di guerra che, nel momento in cui semina il terrore tra le sue potenziali vittime, lancia un appello garantista verso il mondo imprenditoriale e i ceti medi, eterno campo fertile per l’imperativo securitario.

“Quando il tema è la sicurezza, dire che lo stato è fallito installa il terrore nella testa delle persone. È una narrazione prodotta per conseguire più risorse. Fa credere alla gente che è necessario investire in sicurezza, perché così si risolverà il problema della società. Vendono il panico e la società finisce con l’appoggiarli”, raccontava una abitante della favela di A Maré.

Parallelamente, si è prodotta una legalizzazione delle milizie, una vasta rete paramilitare con la quale il clan Bolsonaro mantiene un’intima relazione

La crescente militarizzazione ha vari fronti. Da una parte, hanno diminuito le competenze della Polizia Civile. Le sue delegacias (commissariati) attualmente servono da intermediari tra la società civile e la Polizia Militare (PM), che è una forza di scontro. Ottenendo il loro obiettivo, la PM rimarrebbe legittimata per agire senza mediazioni.

Parallelamente, si è prodotta una legalizzazione delle milizie, una vasta rete paramilitare -con la quale il clan Bolsonaro mantiene un’intima relazione- attraverso la proposta di creazione di una PM volontaria. Ancora senza un’approvazione legislativa, l’iniziativa di Wilson Witzel -governatore dello Stato di Rio de Janeiro- vuole creare un corpo remunerato, secondo scale differenziate di età e responsabilità. Non sembra facile che ottenga l’approvazione legislativa, almeno per il momento.

Dentro questo schema, la PM ha sempre più risorse e dotazioni: elicotteri blindati, granate, armi da guerra di ultima generazione. Per questo, la spesa in Sicurezza ha sperimentato un aumento esponenziale: nel 2017, il Governo autonomo ha destinato a questa voce circa 2,6 miliardi di euro, praticamente il doppio di quelli che ha destinati alla Sanità Pubblica.

Inoltre, il Governo promuove attivamente il possesso e l’uso delle armi da fuoco. Di fatto, la fabbrica di armi locale Taurus ha fatto lobby per il trionfo di Bolsonaro. Il progetto di liberalizzazione delle armi da fuoco è stato bloccato nel Congresso, ma il Governo ha ottenuto l’autorizzazione per alcune categorie del personale di sicurezza.

Un’altra delle misure più contestate permette ai poliziotti di prestare servizi privati al di fuori dell’orario di lavoro. Nel caso fosse poco, negli ultimi tempi è abituale che la polizia faccia sfilare i propri battaglioni nelle strade con il pretesto di maratone e giornate con un’impronta quasi ludica, con l’evidente fine di mostrare il proprio potere di fronte alla società. Sfilano mentre ripetono in coro parole d’ordine e minacce verso “i banditi”.

Secondo dati dell’Istituto di Sicurezza Pubblica, tra il marzo del 2016 e il medesimo mese del 2017, il numero di omicidi causati dall’azione poliziesca aumentò del 96,7%

La militarizzazione si è fatta vedere anche nelle scuole. Cominciò durante le legislature del PT, quando Sérgio Cabral -politico del PMDB oggi detenuto per corruzione- comandava il Governo autonomo. La presenza poliziesca è diventata normale nelle scuole delle 44 favelas carioca. Approfittando delle frequenti carenze nel corpo docente i poliziotti coprivano questo vuoto, facendo musica, leggendo libri e riviste dell’esercito, come Recrutinha (Soldatino), che conteneva testi di inni militari e disegni di carri armati e veicoli da guerra da colorare. Di passaggio, impedivano ad alcuni professori dal profilo critico di far lezioni di Storia.

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LA MILITARIZZAZIONE VIENE DA LONTANO

Il processo di militarizzazione e la violenza poliziesca aumentarono esponenzialmente nel 2018 con l’intervento militare a Rio de Janeiro durante la presidenza di Michel Temer, ma vengono da molto prima. Secondo dati dell’Istituto di Sicurezza Pubblica, tra il marzo del 2016 e il medesimo mese del 2017, il numero di omicidi causati dall’azione poliziesca aumentò del 96,7%, passando da 61 a 120 vittime. E, tra il gennaio e il settembre del 2018 si erano contate 814 persone assassinate da poliziotti del governo autonomo, in tutti i casi la polizia fece appello al conosciuto eufemismo di “resistenza all’autorità”.

La figura di “resistenza all’autorità” fu creata dalla dittatura militare a partire dell’Atto Istituzionale del 5 dicembre 1968. La stampa la adottò per fare sue le versioni ufficiali ed evitare la prigione in flagrante di poliziotti e militari autori di omicidi. Passò con l’essere l’espressione che alludeva alle morti causate da azioni di polizia.

Nel 2019, l’Istituto di Sicurezza Pubblica ha registrato 434 casi di “resistenza all’autorità” -così come si sogliono chiamare le morti causate dalle forze di polizia o militari- solo nei primi quattro mesi dell’anno. Sono i peggiori indicatori degli ultimi 20 anni, con l’aggravante che con anche troppa frequenza le autopsie verificano che gli spari sono stati effettuati a meno di un metro e alla testa o alla nuca. Come se non bastasse, i militari ora cercano un giro di vite nella legittimazione degli assassinii e propongono che il concetto di “resistenza all’autorità” sia sostituito da quello di “legittima difesa”.

Negli ultimi dieci anni 16.000 persone sono morte nelle favelas vittime di azioni di polizia

Un altro precedente originario di quel periodo è la “gratifica far west”, un bonus monetario che premiava i poliziotti che uccidevano di più. Promosse l’apparizione di gruppi di sterminio di sinistra fama che lasciarono una scia di massacri: nel 1993, quello di Vigario Geral con 21 assassinii, nel medesimo anno, quello della Candelaria, con l’assassinio di otto bambini di strada o quello di Acarí, con la scomparsa di 19 persone.

LE UNITÀ DI POLIZIA PACIFICATRICE (UPP)

Sono unità speciali create nel 2008 dal PT, come alternativa al fallimento delle precedenti politiche di lotta al narcotraffico. Per alcuni operatori del potere pubblico e specialisti in sicurezza fu un modo efficiente di combatterlo, nonostante ciò, per familiari e abitanti delle favelas le UPP rappresentarono una forma addizionale di controllo della popolazione nera e povera.

Negli ultimi dieci anni 16.000 persone sono morte nelle favelas vittime di azioni di polizia. Nella Baixada Fluminense, secondo cifre della stessa Polizia Civile, tra il 2010 e il 2015 ci furono 2.046 atti di “resistenza all’autorità”.

Familiari e gruppi del movimento Favelas de Rio de Janeiro offrirono numerosi racconti e testimonianze alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) che visitò la città. Nella successiva conferenza stampa, l’organismo intimò allo stato brasiliano di rivedere la figura di “resistenza all’autorità”, esortandolo a dare spiegazioni sui massacri, le scomparse forzate e le numerose violazioni commesse dalla polizia e dall’esercito nelle favelas e nelle periferie carioca.

LE MILIZIE

Costituiscono una rete paramilitare e parapoliziesca nata negli ultimi decenni e mantengono stretti legami con gli organismi dell’apparato dello stato. Sono formate da militari, poliziotti, pompieri e funzionari, espulsi per delitti di differente tenore, in alcuni casi perfino omicidi.

In ampi settori della sacca di povertà che è la Baixada Fluminense, area periferica densamente popolata, forniscono luce, gas, Internet, TV digitale ad un costo inferiore a quello delle reti ufficiali. Hanno perfino autobus  con destinazioni di media e lunga distanza, anche una propria applicazione che sostituisce Uber. Mensilmente mandano degli esattori e quando qualche proprietario si rifiuta di pagare qualche servizio, deve assumersi il rischio di un cartello alla porta della sua casa che recita: “Sei debitore”.

Per il loro vasto insediamento, si potrebbe dire che le milizie operano in “territori liberati”, nozione propria della strategia militare

Data l’influenza raggiunta in alcune aree, riescono ad eleggere rappresentanti politici che fanno parte dei corpi legislativi del governo autonomo e municipali. Per il loro vasto insediamento, si potrebbe dire che operano in “territori liberati”, nozione propria della strategia militare. Un commerciante ci ha rivelato che le milizie stanno incominciando a giungere nei quartieri dei ceti medi agiati. Non lo fanno con la truculenza che esibiscono nelle comunità povere, ma vendendo “sicurezza privata”, con l’argomento di evitare possibili assalti.

CONSEGUENZE DELLA REPRESSIONE NELLE FAVELAS

Controlli di polizia, umilianti cacce, arbitrari blocchi di passaggio, circolazione di veicoli da guerra, presenza di soldati armati, morte di persone frutto di azioni di polizia sono una costante nella vita delle popolazioni che abitano le favelas e le periferie povere. Questa brutale dinamica altera la quotidianità di questi gruppi, interferisce nel commercio, nella presenza degli abitanti nei propri posti di lavoro, nel funzionamento delle scuole e dei posti sanitari.

Le testimonianze dicono tutto questo: lo stato, invece di portare delle soluzioni per aiutare la popolazione più precaria, si fa carico del suo annichilimento sociale e fisico

Nel 2017, le scuole dovettero sospendere le proprie attività 65 volte solo nei primi 22 giorni di lezione dell’anno. Ci sono state manifestazioni che denunciavano la chiusura di scuole e di posti sanitari a causa delle sparatorie. Gli alunni raccontano che buona parte delle operazioni di polizia si effettuano in orario scolastico, a volte all’entrata o all’uscita dall’aula. Bruma Silva, è un’abitante della favela A Maré e madre dello studente Marcus Vinícius, di 14 anni, assassinato l’anno passato durante un’operazione di polizia.

La donna ha sottolineato la depressione e l’angoscia di molti abitanti, a causa del panico per gli spari dall’elicottero: “Le nostre strade sono piene di segni di proiettile. Mio figlio voleva solo studiare, ma un colpo ha messo fine alla sua vita”. Secondo Olivia Morgado Françozo, psicologa e psicoanalista del Nucleo di Appoggio Psicosociale per i Danneggiati dalla Violenza dello Stato, “l’assassinio di un familiare ad opera della violenza statale causa un grande impatto, altera la vita di tutto il contesto familiare”. Le donne finiscono con il creare le loro proprie reti di sostegno, giacché lo stato non garantisce assistenza a queste madri e familiari”. Le testimonianze dicono tutto questo: lo stato, invece di portare delle soluzioni per aiutare la popolazione più precaria, si fa carico del suo annichilimento sociale e fisico. Si tratta di una crociata in tutta regola contro i poveri, con il perverso argomento di mettere fine ai delitti e al narcotraffico.

Ringraziamenti

Ringraziamo le abitanti delle favelas e delle periferie che ci hanno offerto video, immagini e informazioni, così come Rogeria Pexinho e le altre attiviste, il professore Alfonso Pereira, la deputata Monica Francisco, il giornalista Cid Benjamin; e mettiamo in risalto i documentati studi di cui ci siamo serviti, della ricercatrice Gizele Martins…

21-09-2019

El Salto

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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