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Stralci di inchiesta (8): AirBnb tra accumulazione originaria e gentrification

 

1) AirBnb è una delle piattaforme più diffuse a livello globale per reperire un alloggio, esempio piuttosto tipico della sharing economy. Stiamo parlando di un servizio che riduce fortemente i prezzi rispetto ai tradizionali alberghi e ostelli, grazie a un abbattimento dei costi dovuto al fatto che si aggirano le normative (come quelle sulla sicurezza) e si riduce drasticamente la necessità di lavoro. Qui infatti sono i singoli individui a mettere a valore un proprio bene privato: la casa usata come “strumento di lavoro/mezzo di produzione” – esempio analogo a quanto avviene rispetto all’automobile con Uber. A “lavorare per AirBnb” sono solitamente persone con un reddito medio-basso che “collettivizzano” un loro bene per trarne un profitto e facendo risparmiare gli utenti/clienti, con un vantaggio reciproco.

Il punto critico risiede evidentemente nel fatto che il lavoro e una percentuale del suo prodotto, determinati su un terreno “comune” come quello dell’abitare, vengono “estratti” dalla piattaforma. È infatti AirBnb il terzo incomodo in un rapporto che apparentemente apparirebbe “orizzontale”. AirBnb è proprietaria dell’infrastruttura e funziona grazie alle informazioni che producono gli utenti sulla piattaforma, essendo dunque operativa grazie a tecnologie di data mining. Siamo appunto di fronte a una vera e propria estrazione di valore a partire da un tessuto produttivo “comune”: un ottimo esempio della tendenza a divenire-rendita del capitalismo contemporaneo. AirBnb infatti non produce nulla. Se per Justeat avevamo parlato di un ritorno di forme che si pensavano superate di lavoro, anche in questo caso si assiste a una riemersione dell’arcaico. Alcuni hanno infatti parlato di una vera e propria forma di mezzadria esercitata da piattaforme come AirBnb, con un movimento però “opposto” al passato: se il capitalismo nasce dalla recinzione delle terre comuni, dall’appropriazione violenta dei commons, oggi l’iper-proletariato collettivizza i beni privati attraverso strumenti di “infeudamento” come le piattaforme. Non a caso questo riproporsi della rendita si definisce (per AirBnb così come per altre piattaforme quali Google o Facebook) con una fortissima tensione al loro divenire monopoliste. Sembrerebbe dunque confermarsi l’idea secondo la quale la «cosiddetta accumulazione originaria» di marxiana memoria, lungi dall’essere un fatto conclusosi con le origini del sistema capitalistico, si riproponga continuamente come forma di «distruzione creatrice» delle condizioni di vita consolidate.

La società è sempre più vista come un ambiente produttivo da cui estrarre valore, e queste piattaforme si formano in un rapporto costitutivo con l’ambiente sociale cooperativo. Gli effetti sul lavoro sono molteplici. Ci limitiamo a indicarne brevemente alcuni. In primo luogo la possibilità stessa di una vertenza lavorativa si fa sempre più sfumata e asimmetrica, uscendo quasi definitivamente dal rapporto sociale che ha definito nell’ultimo secolo abbondante il Lavoro: il contratto. Ormai si paga solo la secca prestazione lavorativa (poco, tra l’altro), mentre i costi di riproduzione vengono sempre più negati (sia dal capitale che dallo Stato). Ci troviamo di fronte a una complessiva organizzazione logistica del lavoro (just in time and to the point) che ha un impatto cruciale sulla giornata lavorativa. Da un lato c’è una complessiva lavorizzazione della vita, dall’altro la giornata lavorativa sociale è ormai esplosa e frammentata. La tenuta di questo modello viene comunque definita attorno a valori che queste piattaforme definiscono attorno alla capacità di imporre uno standard, una misura. È al fondo su questo che si gioca la capacità di esercitare comando da parte del capitale oggi.

Gli assemblaggi macchinici sempre più complessi che caratterizzano l’esperienza di vita nelle metropoli contemporanee stanno riportando alla discussione una delle intuizioni e anticipazioni teoriche più interessanti del primo operaismo: quella sull’automazione e sulla fine (possibile) del lavoro (salariato). Si riapre qui, in sostanza, il nodo della riappropriazione del capitale fisso. Tuttavia all’oggi il riaffiorare di quel dibattito rimane sostanzialmente ancorato a discussioni che oscillano attorno al nodo del determinismo tecnologico (in senso “positivo”/accelerazionista o “catastrofista”) e si muovono solo in seminari e scritti più o meno accademici.

 

2) Commento/sintesi dell’intervista

M. inquadra il suo lavoro per AirBnb come un “monetizzare le stanze”, e definisce la propria prestazione lavorativa come “lavoro autonomo”. Come per gli altri lavori della gig economy, è la flessibilità e la facilità di accesso che orienta verso questo lavoro: “di fatto scegli tu quanto vuoi lavorare”; “è uno strumento molto flessibile, che puoi adattare alle tue esigenze”.

Dalle parole di M. si nota la funzione di AirBnb come macchina estrattiva che si basa sulla cooperazione tra gli utenti: “Airbnb non ha una gerarchia di personale, è una piattaforma di sola intermediazione tra chi vuole essere ospitato e chi vuole ospitare” ed è “una cosa per la quale ti autogestisci la permanenza in modo molto free”. O ancora: “una cosa semplice come l’ospitalità … viene fatta passare dal commercio e dalla monetizzazione”. Ad ogni modo la percezione/considerazione sulla rendita di AirBnb è tutto sommato blanda: alla domanda su quanto la piattaforma guadagni la risposta è: “abbastanza poco, una percentuale attorno al 5%”.

Il ruolo della piattaforma viene individuato sostanzialmente nel garantire l’infrastruttura e nell’imposizione di standard: “stila solamente alcune regole di comportamento generali”. Dice inoltre M. che “ci sono casi in cui si possono aprire dei contenziosi, ma anche questi sono molto diretti tra utenti ospitanti e ospitati. Chi ha delle questioni ti scrive tramite Airbnb, facendo una richiesta specifica solo a te” e che “l’unica sanzione rimane sempre tra le due parti, e si concretizza nel feedback negativo, ossia se si viene descritti come utenti non affidabili”. AirBnb dunque non interviene mai direttamente, ma appunto lascia ai singoli anche il ruolo di dirimere le controversie attraverso il ricorso a una sanzione al capitale relazionale degli utenti, che può essere comminata da ogni utente nei confronti dell’altro. Chi non ha un buon livello di recensioni finisce per essere marginalizzato dal sistema. Un qualcosa che ricorda molto da vicino alcuni scenari di BlackMirror…

Alla “positività” del lavoro semplice e flessibile si aggiungono due aspetti negativi. Da un lato, nel caso in cui a venire affittata è direttamente la propria stanza, “chiaramente ti vivi un disagio molto forte non potendo stare nella tua stanza”. Ma più in generale “il giudizio negativo è che, se hai bisogno di avere dei soldi, [AirBnb] ti costringe a mettere a valore le cose più intime della tua vita, il tuo tempo, la tua casa, la tua stanza… Quando vedi com’è facile fare soldi sei disposto ad andartene da casa tua. Quindi in sostanza ti costringe a rinunciare a parte della tua vivibilità. È certo vero che nella povertà che si sta costruendo oggi è uno dei modi più semplici e redditizi per mettere da parte quei soldi che ti permettono di sbarcare di mese in mese il lunario, e tutto sommato è molto flessibile perché puoi decidere quanto dedicarti a questa cosa in base a come sei messi di periodo in periodo”. È dunque proprio su questa ambivalenza di fondo che insiste AirBnb.

Infine val la pena prendere in considerazione gli effetti urbani che si determinano dalla diffusione di AirBnb. La tipologia di persone che M. ha ospitato “è veramente variegata, e molto internazionale”, e generalmente “sta solo due o tre giorni e usa Bologna come scalo”. In particolare quest’ultima frase è emblematica. Mettendola in formula si potrebbe dire che il materializzarsi delle piattaforme online come AirBnb produce un effetto di realtà molto concreto: sempre più infatti sono le città stesse a mutare adeguandosi a questa nuova forma. Le città diventano piattaforme, un divenire-hub delle città che segue le frontiere espansive del capitalismo contemporaneo fatto per utenti-consumatori.

Inoltre M. fa notare che con il diffondersi di AirBnb la città in cui abita “ha cambiato molto il suo modo di costruire il mercato degli affitti. Prima era la regola avere, soprattutto in centro, case affollate con tante persone dentro. È chiaro che questo succede sempre meno se hai questi mezzi smart per mettere a valore casa propria. Ci si rivolge sempre di più a mezzi come questi che permettono di avere un soggetto che vuole spendere tanto per stare poco, rispetto al mercato prima fatto da famiglie di lavoratori o da studenti, che ti costringono a sovraffollare la casa (coi danni che si vanno di conseguenza a creare) o sono “incerti”: una famiglia oggi può sempre più avere problemi di liquidità e a pagare un affitto. […] Già è sempre più dura per i soggetti normali accedere alle case. Ho visto che rispetto agli anni precedenti ormai per affittare una casa ci vogliono garanzie, uno stipendio, i contratti sono sempre più stringenti. Per me nell’espulsione dal centro o da determinate zone degli studenti o comunque nel preferire Airbnb rispetto ai soggetti che si trovano in difficoltà a trovare casa questi mezzi sono molto incisivi”. Dunque da un lato si nota da queste parole come AirBnb incida sulle forme stesse dell’abitare, in cui l’individuo mobile prevale sempre più sulle esigenze di altre forme dell’abitare. Dall’altro AirBnb ha una funzione decisiva nel sostenere e spingere i processi di gentrification delle città, consegnando nelle mani dei proprietari delle case un formidabile strumento di massimizzazione del profitto che va a discapito delle fasce meno abbienti della popolazione.

 

 

3) Intervista a M.

I: Perché hai scelto di fare Airbnb?

M: Come ogni lavoro abbastanza flessibile sono stato tra virgolette costretto a farlo quando non mi bastavano più i soldi del, diciamo, welfare familiare. Ho avuto nuove spese cambiando casa (registrazione del nuovo contratto, caparre e quant’altro), e avevo bisogno di 1.000 euro in più nel giro di due mesi. Non riuscendo a trovare un lavoro che mi portasse quei soldi in tempo breve la cosa più semplice da fare era monetizzare le stanze libere che avevo in casa con Airbnb. Era un periodo estivo, e nella casa dove stavo c’erano molti studenti che se n’erano andati, quindi mi è venuto in mente questo come modo per far fronte a queste spese straordinarie.

I: Mi puoi descrivere come funziona?

M: Allora, c’è questo portale dove metti la descrizione della casa: grandezza, servizi (televisione, internet, uso cucina e lavatrice ecc…), tipo di mobili e posizione. Di fatto scegli tu quanto vuoi lavorare. Può dipendere dal prezzo che metti, se hai bisogno di tanti soldi metti un prezzo basso, laddove basso dipende ovviamente dalle caratteristiche della casa – per esempio io ho fatto solo 20 euro a notte in una stanza grande, bagno privato e soggiorno in centro, vicino la stazione, cosa che ti permetteva di avere praticamente qualcuno ogni notte – oppure si può tenere un prezzo molto alto in modo che decidi di lavorare solo se hai una prenotazione dai 50 euro in su, decidendo cioè di monetizzare soltanto quando ne vale veramente la pena. Inoltre si può decidere se avere soltanto prenotazioni brevi o anche a medio-lungo termine, e anche se mettere dei blocchi per avere giorni liberi tra una prenotazione e l’altra. È uno strumento molto flessibile, che puoi adattare alle tue esigenze.

I: Nel concreto cosa devi fare?

M: Allora, un minimo di comunicazione con l’ospite che fa la domanda, con cui ti devi mettere d’accordo sugli orari di check-in e check-out. Poi si tratta sostanzialmente di pulire la casa e la stanza e di dargli i servizi essenziali (internet, asciugamani e lenzuola…). Anche qui dipende da che servizio vuoi offrire in base a quanto chiedi per il soggiorno: se chiedi poco offri poco, mentre se vuoi monetizzare di più offri anche servizi come la colazione o altri extra da mettere in stanza (come ad esempio offrire qualcosa da bere quando arrivano le persone). Oltre a queste cose non c’è molto altro da fare, perché Airbnb non viene visto come un hotel nel quale devi stare sempre in contatto col cliente. Viene visto come una cosa per la quale ti autogestisci la permanenza in modo molto free. Le persone che si rivolgono a te per questo tipo di ospitalità non hanno molte pretese soprattutto se lo fai a prezzi contenuti.

I: Quanto impegna la tua quotidianità questo lavoro?

M: Dipende molto dalle condizioni in cui sei. All’inizio avevo bisogno di monetizzare tanto, e potendolo fare quotidianamente siccome avevo delle camere libere mi impegnava parecchio. Se ti viene un ospite ogni due giorni sei sempre lì che devi pulire tutta la casa, gli spazi comuni, cambiare lenzuola e quant’altro, oltre che comunicare in continuazione con tante persone diverse. Se chiedi poco gli orari di check-in e check-out li devi tenere molto flessibili, non puoi costringere chi viene a dare un orario fisso. Se chi viene ti dice che arriva a mezzanotte, o alle due di notte (capitano anche cose così), devi articolare la tua vita, gli altri tuoi impegni (lavoro, studio, tempo libero) alle esigenze dell’ospite. Quindi se lo si fa molto e a prezzi bassi ti impegna parecchio. Se già hai una stanza per i fatti tuoi è comunque fattibile. L’ho fatto anche in un’altra casa in cui davo la mia stanza. Lo facevo di meno, ma c’era il disagio in cui dovevo essere io a cercarmi un’altra stanza. Per cui magari per tre giorni non puoi entrare nella tua stanza, puoi stare in casa solo negli ambienti comuni, devi cercare ospitalità da amici. In alcuni casi, in cui la possibilità è grossa (magari arriva qualcuno per una settimana e ti lascia 200 euro, con cui paghi l’affitto di un mese), è chiaro che lo fai. Ti impegna solo una settimana al mese… ma in cui chiaramente ti vivi un disagio molto forte non potendo stare nella tua stanza.

I: Esiste una qualche forma che possa essere assimilata a un capo o a dei colleghi?

M: No, di fatto credo possa essere assimilato in tutto e per tutto a un lavoro autonomo. Airbnb non ha una gerarchia di personale, è una piattaforma di sola intermediazione tra chi vuole essere ospitato e chi vuole ospitare. Stila solamente alcune regole di comportamento generali, anche quelle molto flessibili. La cosa principale riguarda gli orari di check-in e check-out, che stanno totalmente a te e all’ospite. È automatico anche il meccanismo delle prenotazioni e gli eventuali rimborsi. Ci sono tre formule se tu o l’ospite decidete di cancellare la prenotazione. La si può lasciare completamente gratuita, chiedere la metà dei soldi o il 100% a seconda di quando si cancella. Quando si prenota l’utente paga direttamente, e quando c’è la cancellazione non c’è un contenzioso o un soggetto intermedio che comunica tra le parti. Il sito preleva direttamente dal denaro che è stato versato e ti da la parte che ti spetta dato che l’utente sapeva della penale in caso di cancellazione. Ci sono casi in cui si possono aprire dei contenziosi, ma anche questi sono molto diretti tra utenti ospitanti e ospitati. Chi ha delle questioni ti scrive tramite Airbnb, facendo una richiesta specifica solo a te, non è pubblica la vedete solo tu e chi amministra il sito, chiedendo un rimborso x perché magari uno dei servizi previsti non c’era o era diverso da quello annunciato. Poi sta a te rispondere o meno. Airbnb non costringe a rispondere alle richieste di risarcimento. L’unica sanzione rimane sempre tra le due parti, e si concretizza nel feedback negativo, ossia se si viene descritti come utenti non affidabili. Non è una penale materiale, ma è molto importante perché Airbnb si basa sull’affidabilità e sul clima che si crea con la gente che ospiti. Se ci sono recensioni negative, se ci sono spesso problemi, è chiaro che lavorerai molto di meno perché la gente preferisce andare da chi ha recensioni positive, anche se paga qualcosa in più.

I: Quanto prende Airbnb?

M: Abbastanza poco, una percentuale attorno al 5%. Su 50 euro se ne prende 2-3, e la proporzione rimane piuttosto bassa anche quando il tuo profitto sale parecchio. In una delle prenotazioni più grosse che ho fatto (200-250 euro) si era preso una decina d’euro. Quindi la parte che ti scala come costo di servizio è piuttosto irrisoria.

I: Come tipologia di persone ospitate?

M: È veramente variegata, e molto internazionale. Magari questo è dovuto anche a una città come Bologna, che ha un turismo molto poco stanziale, mordi e fuggi, e al fatto che io sono sempre stato abbastanza vicino alla stazione – quindi sicuramente più attrattivo per chi sta solo due o tre giorni e usa Bologna come scalo. Mi è capitato di avere una coppia di sessantenni norvegesi così come dei regaz australiani che facevano una cosa simile all’Interrail, sino a gente che veniva perché non stava riuscendo a trovare casa e con Airbnb spendeva meno che andando in un ostello classico, o ancora chi stava cercando lavoro. Quindi sia per età che per provenienza geografica, che per lo scopo col quale soggiornava, è estremamente eterogenea. C’è anche chi magari viene per un concerto o roba del genere…

I: Mi daresti un tuo parere, una tua riflessione che hai sviluppato su Airbnb?

M: Guarda, in termini generali questa cosa la vedo un po’ male sia rispetto al concetto che vorrebbe veicolare e che mette a valore. Nel senso: una cosa semplice come l’ospitalità, che ti dovrebbe portare a sviluppare nuovi contatti e nuove conoscenze, e che di per se stessa (almeno come sono abituato io in termini culturali) dovrebbe essere gratuita e spontanea, viene fatta passare dal commercio e dalla monetizzazione. Rispetto ad altre piattaforme che esistevano in precedenza come CouchSurfing, è proprio Airbnb che porta a mettere a valore una cosa come l’ospitalità. Prima era più legato non al guadagno, ma a un’idea di scambio di esperienze. Non eri visto come un lavoratore del settore turistico ma come un ragazzo con cui scambiarti un favore e come occasione per muoversi. Inoltre il giudizio negativo è che, se hai bisogno di avere dei soldi, ti costringe a mettere a valore le cose più intime della tua vita, il tuo tempo, la tua casa, la tua stanza… Quando vedi com’è facile fare soldi sei disposto ad andartene da casa tua. Quindi in sostanza ti costringe a rinunciare a parte della tua vivibilità. È certo vero che nella povertà che si sta costruendo oggi è uno dei modi più semplici e redditizi per mettere da parte quei soldi che ti permettono di sbarcare di mese in mese il lunario, e tutto sommato è molto flessibile perché puoi decidere quanto dedicarti a questa cosa in base a come sei messi di periodo in periodo. Io quando ho veramente bisogno di soldi lavoro tanto con Airbnb, in altri momenti non lo uso quasi per nulla.

I: Per te come Airbnb cambia il vivere le città?

M: È evidente che si lega anche ad altre questioni. Bologna negli ultimi anni ha cambiato molto il suo modo di costruire il mercato degli affitti. Prima era la regola avere, soprattutto in centro, case affollate con tante persone dentro. È chiaro che questo succede sempre meno se hai questi mezzi smart per mettere a valore casa propria. Ci si rivolge sempre di più a mezzi come questi che permettono di avere un soggetto che vuole spendere tanto per stare poco, rispetto al mercato prima fatto da famiglie di lavoratori o da studenti, che ti costringono a sovraffollare la casa (coi danni che si vanno di conseguenza a creare) o sono “incerti”: una famiglia oggi può sempre più avere problemi di liquidità e a pagare un affitto. Allora si preferisce affittare con Airbnb. Se a uno studente non posso chiedere più di 300 euro, quei soldi ora li posso fare in una settimana anche tenendo vuota la stanza il resto del mese. Si capitalizza di più con persone meno fisse, e il padrone di casa così evita anche i conflitti che si possono creare con una persona fissa, oltre al fatto che un utente di Airbnb non sta praticamente mai in casa. Già è sempre più dura per i soggetti normali accedere alle case. Ho visto che rispetto agli anni precedenti ormai per affittare una casa ci vogliono garanzie, uno stipendio, i contratti sono sempre più stringenti. Per me nell’espulsione dal centro o da determinate zone degli studenti o comunque nel preferire Airbnb rispetto ai soggetti che si trovano in difficoltà a trovare casa questi mezzi sono molto incisivi. 

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