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Per una “vita degna di essere vissuta”

04 Marzo 2018 | in SEGNALAZIONI.

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Riportiamo l'ntroduzione di Silvia Federici a “Reincantare il mondo” pubblicata da CommonwareCommonware

 

Viene dal futuro il suono di certe voci del più remoto passato americano. Voci antiche. Seguitano a dirci, per esempio, che noi siamo figli della terra, e che la madre non si vende né si cede in affitto. Mentre su Città del Messico cade una pioggia di uccelli morti, e i fiumi si tramutano in fogne e i mari in immondezzai e le foreste in deserto, quelle voci ostinatamente vive ci annunciano un altro mondo, diverso da questo avvelenatore delle acque, del suolo, dell’aria. E dell’anima. E un altro mondo ancora ci annunciano possibile le antiche voci che parlano della comunità. La comunità, il modo comunitario di produzione e di vita, è la più remota tradizione d’America, la più americana di tutte le tradizioni: appartiene alle origini dei tempi e delle genti, ma anche ai tempi a venire, è il presagio di un Nuovo Mondo.

Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci

Pubblicare un libro dedicato alla politica dei commons può sembrare oggi un atto di grande ingenuità, circondati come siamo dalla minaccia costante di guerre e crisi economiche ed ecologiche che stanno devastando intere regioni. Tuttavia, proprio questa costante minaccia rende necessario riaffermare che nonostante gli ostacoli un altro mondo sta emergendo, come l’erba che cresce tra le crepe del cemento urbano, incrinando l’egemonia del privato e dello Stato; perché in un contesto in cui sviluppo significa violenza e la politica istituzionale è sempre più irrilevante per la maggioranza della popolazione, riconoscere la nostra essenziale interdipendenza e potenziare la nostra capacità di cooperazione è l’unica strada per la sopravvivenza. È questa la forza espressa dalle molte lotte che, in ogni parte della terra, si oppongono all’espansione dei rapporti capitalisti, in difesa dei beni comuni e per costruire società fondate sulla solidarietà e l’uso comune delle ricchezze naturali e prodotte.

È nel contesto di queste lotte che, a partire dagli anni Novanta, si è sviluppata una vasta letteratura, che comprende analisi teoriche, ricostruzioni storiche, nonché resoconti relativi alla sperimentazione che in vari paesi sta procedendo all’insegna dei commons. Nell’appendice a questo volume ho indicato le opere più significative, sopratutto in campo femminista, per il mio lavoro. Qui voglio solo sottolineare che i saggi raccolti in questo volume sono debitori a questa importante produzione, di cui condivido le tesi principali e la prospettiva politica che li informa. Cioè che il concetto dei commons, sia pur diversamente declinato – commons, commoning, el común, comunalidad –, è oggi il linguaggio nel quale si esprime l’alternativa alla logica del capitalismo, ed esso fa riferimento a una realtà complessa in cui beni materiali da ripartire, relazioni sociali e regolamenti riguardanti l’uso e la cura della ricchezza naturale o prodotta formano un tutto indissociabile sia nella teoria che nella pratica. Questo significa che, come sostiene Massimo de Angelis in Omnia Sunt Communia[1][1], per commons intendiamo un sistema sociale, un modo di produzione, con una sua logica unitaria e la capacità di auto-riprodursi[2][2]. Allo stesso tempo, “il comune” già esiste, in forma embrionale, in una grande varietà di progetti e iniziative – dagli orti e squat urbani alle fabbriche recuperate, dal movimento del free software ai comedores populares – con cui “si cercano soluzioni ai problemi che il capitalismo non può risolvere”[3][3].

In questo contesto, l’analisi che propongo estende la tematica dei commons a un ambito finora poco esplorato, quanto meno nella letteratura riguardante i commons prodotta negli Stati Uniti. Questo è l’insieme delle attività che provvedono alla riproduzione della vita quotidiana e della forza-lavoro, che tuttora sono svolte principalmente dalle donne. Come ha osservato dolores Hayden, nella sua classica opera The Grand Domestic Revolution, il desiderio di socializzare questo lavoro ha una lunga storia[4][4]. Già alla fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti, femministe socialiste (fourieriane, oweniste) e riformatrici hanno dato vita a importanti esperimenti, tendenti a rompere l’isolamento a cui l’organizzazione del lavoro domestico ha condannato le donne, collegando la casa al quartiere e costruendo forme collettive di riproduzione come le cucine collettive[5][5].

Oggi, questi che alla fine dell’Ottocento rimanevano esperimenti limitati a gruppi e reti di donne femministe o donne impegnate a livello istituzionale in progetti social-democratici di riforma della riproduzione sociale, riappaiono ma realizzati su larga scala, dettati non da ideologie politiche ma dalla necessità di inventare collettivamente nuove forme di sopravvivenza.

Questo aspetto della politica dei commons è da anni al centro del mio interesse perché sono convinta che la costruzione di forme più cooperative di riproduzione sia la condizione non solo di una “vita degna di essere vissuta” – la rivendicazione oggi di vari movimenti femministi e non – ma anche della resistenza all’avanzare dei rapporti capitalisti e della creazione di una società non subordinata alla logica del profitto e del mercato.

Vari articoli qui raccolti (“Femminismo e la politica dei commons”, “Il comune della città”, “Dalla crisi ai commons” e “Marx, il femminismo e la ricostruzione dei commons”) sono dedicati a questo tema, che è in gran parte ispirato dalle lotte delle donne in America Latina, come le lotte delle mujeres villeras di Buenos Aires, incontrate nella Villa Retiro Bis[6][6]. Tuttavia il libro affronta anche altre tematiche.

Necessariamente, la prima parte è dedicata alle nuove forme di enclosure (recinzioni) che costituiscono la spina dorsale della globalizzazione e sono in parte la motivazione per l’emergere di una politica dei commons. A questo scopo ho utilizzato saggi pubblicati in “Midnight Notes” negli anni Novanta, di ritorno da un periodo di insegnamento in Nigeria durante il quale ho potuto constatare direttamente l’avvento di una nuova fase di sviluppo e di ricolonizzazione, promossa dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale nel nome della crisi del debito, tesa a sradicare dal continente africano, in cui ha tuttora radici profonde, ogni forma di comunalismo, sopratutto riguardo alla proprietà della terra. Particolarmente importante tra questi è il saggio The New Enclosures[7][7] (qui ripubblicato come “Le nuove recinzioni”), uno dei primi negli Stati Uniti a leggere la globalizzazione come un processo di “accumulazione originaria”. La linea teorica che questo saggio propone è poi concretizzata in due saggi dedicati alle conseguenze dell’aggiustamento strutturale in Africa e della transizione al capitalismo in Cina, il cui scopo è evidenziare che nonostante la diversità nelle modalità e negli ambiti politici e geografici, la distruzione dei regimi comunitari e dell’accesso ai mezzi della (ri)produzione, rimane la condizione prioritaria dello sviluppo capitalista, ed è la ragione della violenza che tuttora l’accompagna.

Esempi di questa violenza sono esaminati in due saggi della Parte prima (“Caccia alle streghe, globalizzazione e solidarietà femminista” e “Violenza contro le donne e nuove forme di accumulazione”). Il primo riguarda la nuova caccia alle streghe, che passo a passo con la privatizzazione delle terre e il passaggio a regimi a titolazione individuale si è scatenata in varie parti dell’Africa, dell’India, del Nepal e di altre regioni, sopratutto in aree destinate a usi commerciali. Il secondo esamina, in forma più generale, il salto quantitativo e qualitativo che si è verificato in questi anni, a livello mondiale, nella violenza contro le donne, che prende oggi forme che rievocano la caccia alle streghe del XVI e XVII secolo. In entrambi i casi si tratta di una vera guerra che, non casualmente, colpisce la donna in quanto soggetto più direttamente responsabilizzato nella riproduzione della comunità e nella preservazione della sua memoria collettiva e della sua coesione. Sottolineare questa connessione tra la privatizzazione e le nuove forme di violenza contro le donne è particolarmente importante in un momento in cui, all’insegna del “Ni una menos”[8][8], un nuovo movimento femminista sta crescendo in quasi ogni parte del mondo per denunciare questa violenza e smascherarne i colpevoli e le cause.

Mentre la Parte prima ricostruisce il contesto in cui la politica dei commons è maturata, la seconda cerca di definire il significato dei commons sia come realtà praticata nel presente che come prospettiva anticipante a livello embrionale un mondo al di là del capitalismo.

Come già ho brevemente accennato, le parti più propositive di questa analisi sono quelle ispirate dai movimenti di donne impegnate nel cosiddetto “femminismo popolare” in America Latina, che vedono la difesa dei beni naturali, la creazione di forme associative di riproduzione e la lotta contro capitalismo e patriarcato come elementi imprescindibili di un unico processo di trasformazione sociale. Parte di questa lotta è oggi diretta anche contro le diseguaglianze che caratterizzano i rapporti di potere in vari regimi comunitari dell’Africa e dell’America Latina e che, a partire dalla Conferenza di Pechino (1995), sono state abilmente sfruttate dalla Banca Mondiale per promuovere la privatizzazione e la titolazione individuale, entrambe presentate come una difesa del diritto delle donne di aver accesso alla terra. La lezione, in questo caso, come ha dimostrato Gladys Tzul Tzul, in riferimento alla partecipazione delle donne nei regimi comunitari dell’altopiano di Totonicapan (Guatemala)[9][9] è che il riconoscimento del potere decisionale delle donne è, oltre che un principio di giustizia, una garanzia di vita per i commons, altrimenti corrosi da divisioni interne che più facilmente li espongono all’esproprio.

Come distinguere, dunque, regimi o esperimenti comunitari capaci di creare un’alternativa alla logica dello sfruttamento da forme di comunalismo che funzionano, al contrario, come valvole di sicurezza, con cui un sistema capitalista in crisi cerca di allentare le tensioni che la spinta alla privatizzazione di ogni bene e rapporto sociale inevitabilmente crea? In Omnia sunt Communia, Massimo de Angelis ci pone giustamente in guardia dal tentativo di costringere la realtà necessariamente fluida, sperimentale, di ogni forma di comunalidad dentro le strettoie di modelli ideologici aprioristicamente definiti. Tuttavia è impossibile non interrogarci a questo riguardo, assediati come siamo da un proliferare di commons che, sì, uniscono (sulla base di identità etniche, di classe, religiose) ma solo per escludere, per proteggere privilegi e vantaggi o, come si è accennato, per dirottare l’opposizione alla privatizzazione.

È con questo obiettivo che, in “Commons contro e oltre il capitalismo”, scritto in collaborazione con George Caffentzis, si è specificato che la politica dei commons non è un ritorno al passato, bensì una realtà che solo può essere costruita attraverso le lotte, e inoltre che i commons non si possono dissolvere nel “pubblico”, che la loro esistenza dipende dall’esistenza di una comunità e questa, a sua volta, si fonda sulla cooperazione, il lavoro collettivo, la cura reciproca tra le persone e tra queste e l’ambiente.

Con lo stesso obiettivo ho anche esaminato il rapporto tra commonismo e comunismo nell’opera di Marx, quanto meno in quella parte del suo lavoro che Marx ha deciso di pubblicare e che più direttamente ha influenzato il movimento socialista a livello internazionale. La mia analisi a questo proposito è solo parziale, in quanto si limita a registrare le differenze più evidenti tra l’immagine dei commons proiettata dagli odierni movimenti sociali e, da un lato, la critica marxiana al “socialismo utopico”, e dall’altro la visione di Marx del comunismo quale si può ricavare dai suoi vari riferimenti al ruolo dello Stato, alla dittatura del proletariato, alla funzione unificante dell’espansione dei rapporti capitalisti a livello mondiale e così via[10][10]. Ciò che manca in quest’analisi è la ricostruzione del passaggio – rintracciabile approssimativamente alla fine del Settecento – da un momento storico-politico in cui in l’idea della comunanza dei beni – identificata con la comunanza della terra – rappresentava ancora la rivendicazione primaria dei rivoluzionari in Europa (da Winstanley a Babeuf), a un momento in cui si impone il “comunismo”, identificato con l’appropriazione e gestione in comune, da parte di libere associazioni di produttori, dei mezzi di produzione. Tuttavia due elementi risaltano che, anche oggi, distinguono i teorici dei commons che si muovono in ambiti femministi, ecologisti, anarchici e marxisti-femministi dai teorici desarrollisti o accelerazionisti, che (come spesso Marx) vedono la distruzione dei commons esistenti come una condizione necessaria per la realizzazione della futura società comunista. Essi sono l’attribuzione allo Stato del compito di espropriare gli espropriatori ed eliminare la proprietà privata – rispetto alla costruzione, a partire dal presente, di forme pur limitate di autogoverno – e la spinta all’universalizzazione dei rapporti capitalisti quale elemento unificante del proletariato a livello mondiale, di contro all’affermazione della necessità di molteplici forme di comunalismo, in corrispondenza alle differenze nelle traiettorie storiche, culturali e alle diverse condizioni geografiche e ambientali. I commoners odierni non credono nello Stato e rivendicano la capacità di decidere della propria vita, di riprendere il controllo sulle condizioni più essenziali della propria riproduzione, così come considerano opprimente l’imposizione di un modello unitario di vita sociale e culturale. Non solo. A centocinquant’anni dalla pubblicazione de Il Capitale possiamo verificare che lo sviluppo tecnologico a cui Marx affidava la costruzione della basi materiali del comunismo sta distruggendo non solo i restanti regimi comunitari, ma le possibilità di riproduzione e di vita per un numero sempre crescente di specie sul nostro pianeta.

È a quante e quanti stanno lottando, con grossi rischi per la propria vita, contro questa distruzione, che questo libro è dedicato.

 

[1][1] Massimo de Angelis, Omnia Sunt Communia. On the Commons and the Transformation to Postcapitalism, Zed Books, Londra 2017.

[2][2] Ivi, pp. 240 ss. “Omnia sunt Communia” – “tutto deve essere in comune” – sono le ultime parole, si dice, pronunciate da Thomas Müntzer, il leader della guerra dei contadini in Germania, catturato dopo la battaglia di Frankenhausen nel 1525, prima di morire sotto la tortura.

[3][3] Ivi, p. 270.

[4][4] Dolores Hayden, The Grand Domestic Revolution, MiT Press, Cambridge MA 1985.

[5][5] Scrive Hayden: “Tra la fine della Guerra Civile e l’inizio della Grande depressione, tre generazioni di femministe materialiste hanno interrogato in modo fondamentale la cosiddetta ‘sfera delle donne’ e il ‘lavoro delle donne’. [...] Per superare un modello di spazio urbano e spazio domestico che isolava le donne e rendeva invisibile il lavoro domestico, hanno sviluppato nuove forme di organizzazione del quartiere, come le cooperative di casalinghe, gli asili nido, le cucine pubbliche e i club-ristoranti della comunità. Hanno anche immaginato ideali città femministe. Ridefinendo il lavoro domestico e le esigenze delle donne e delle loro famiglie riguardo alla casa, esse hanno spinto gli architetti e i pianificatori urbani a ripensare gli effetti dell’architettura sulla vita della famiglia” (ivi, p. 1).

[6][6] “Villa” è il nome che si dà in Argentina ai quartieri popolari costruiti senza autorizzazione, è l’equivalente di favela in Brasile. La Villa 31 Retiro Bis è una “villa miseria”, cioè uno dei tanti insediamenti informali che si trovano nella città di Buenos Aires. Sorta nel 1932, con il nome di Villa disoccupazione, è stata oggetto di molti tentativi di distruzione da parte delle autorità, che però non hanno mai avuto successo. Su Villa Retiro Bis in relazione alla politica dei commons, si veda Raúl Zibechi, Descolonizar el pensamiento crítico y la práticas emancipatorias, Ediciones desde abajo, Bogotà 2015, pp. 99-100.

[7][7] Midnight Notes #10, The New Enclosures, Jamaica Plain MA, autunno 1990.

[8][8] Questo è lo slogan con cui nell’ottobre del 2016, le femministe argentine, riunite per il loro incontro annuale nella città di Rosario, hanno lanciato un appello perché l’8 marzo del 2017 fosse dedicato alla lotta contro la violenza contro le donne. Questo dopo che negli stessi giorni dell’incontro un’altra giovane era stata barbaramente uccisa nella città di Mar de la Plata.

[9][9] Gladys Tzul Tzul, Sistemas de Gobierno Comunal Indígena. Mujeres y tramas de parentesco en Chuimeq’ena’, Editorial Maya Wuj, Guatemala 2016.

[10][10] Si veda Gerrard Winstanley, La nuova legge di giustizia (1649), in Atonino recupero (a cura di), La terra a chi la lavora!, Guaraldi, Firenze 1974. Si veda anche Maurice Dommanget, Babeuf e la congiura degli uguali, Edizioni immanenza, Napoli 2015.