L’emergenza carceraria ai tempi del Coronavirus. Un focus in continuo aggiornamento

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È iniziata sabato 7 marzo a Salerno, ed è andata avanti per tutta la settimana successiva, seppur in forme diverse a seconda degli istituti, la protesta dei detenuti in decine di carceri italiane. In alcuni penitenziari ci sono stati scontri violenti con la polizia e reparti distrutti, in altri numerose evasioni, in altri ancora proteste pacifiche e battiture sulle sbarre di celle e finestre, ma il dato comune è che migliaia di persone hanno iniziato a rivoltarsi nelle celle e nei padiglioni di tutta Italia.

Le proteste sono cominciate dopo le restrizioni ai colloqui e alle attività formative imposte dal decreto emergenziale entrato poi in vigore lunedì 8 marzo, mentre del tutto insufficienti apparivano le misure sanitarie e di prevenzione adottate per contrastare la diffusione del Coronavirus. In pochi giorni ci sono state almeno dodici morti accertate, ma potrebbero essere anche quindici. Sembra assurdo non avere certezze su questo, ma sui decessi sono state e tutt’ora sono pochissime e confuse le informazioni ufficiali, talvolta contraddittorie tra loro. Almeno otto di queste morti sarebbero riconducibili alla rivolta nel carcere di Modena: quattro oppure cinque detenuti sarebbero deceduti all’interno del carcere emiliano mentre gli altri durante i trasferimenti ad Alessandria, Parma, Ascoli Piceno. Un detenuto proveniente da Modena è morto nel carcere di Verona, ma la destinazione del suo trasferimento era Vicenza. Altre cinque o sei morti sono avvenute a Bologna e Rieti.

Dopo le rivolte il ministro Bonafede ha riferito al Senato semivuoto con un intervento goffo, a tratti imbarazzante. Cifre generiche, nessun dettaglio né assunzione di responsabilità. I provvedimenti del decreto sono stati per lo più confermati: colloqui sospesi, stesso discorso per le attività scolastiche e formative, interlocuzione con le famiglie solo attraverso telefonate e Skype, sebbene in molti istituti gli strumenti per procedere con i colloqui online siano inadeguati.

Bonafede ha parlato di decessi avvenuti «perlopiù per abuso di sostanze trafugate alle infermerie», e ha annunciato provvedimenti insufficienti a tamponare l’emergenza come l’arrivo di centomila mascherine. Nessun dettaglio viene fornito sui trasferimenti. Alcuni familiari di detenuti dal carcere di Poggioreale denunciano spostamenti punitivi fuori regione, addirittura in piena zona rossa, mentre dal fronte istituzionale non si racconta nulla di quanto successo nelle prigioni durante le sommosse. Non lo fa il ministro Bonafede, non lo fa Basentini, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria in odore di defenestrazione, la cui gestione inadeguata del caso e in generale del sistema non può nascondere le falle strutturali. In coerenza con questa confusione e nell’assurda assenza di un decreto ministeriale, direttori di istituti, magistrati di sorveglianza e gip stanno adottando dopo le proteste provvedimenti differenti regione per regione, carcere per carcere talvolta, come nel caso dei semiliberi (che in alcune carceri hanno avuto il permesso per rientrare a casa per la notte, in altri no), dei detenuti con pena inferiore ai diciotto mesi (a cui sono stati concessi i domiciliari solo da alcuni istituti), dei detenuti con problemi di salute.

Anche le istanze all’interno delle prigioni sono diverse: c’è chi chiede amnistia e indulto, chi maggiori diritti, chi interventi strutturali, chi prevenzione dal contagio del virus. Un comune denominatore è invece la violenza che viene denunciata in questi giorni. Detenuti che a Napoli stanno tornando ai domiciliari denunciano maltrattamenti successivi alla rivolta nelle “celle di giù” (rivive lo spettro della Cella ZeroCella Zero), e lo stesso fanno i familiari dei venti trasferiti da Poggioreale a Carinola.

Se per i provvedimenti strutturali, però, il dibattito sull’estensione delle pene alternative e lo svuotamento di istituti desueti e sovraffollati sarà necessaria una battaglia serrata nei prossimi mesi, l’urgenza adesso è di monitorare la situazione per una gestione immediata dell’emergenza Coronavirus: ritorno a casa la notte per tutti i semiliberi, domiciliari per tutti i detenuti con pena (definitiva o meno) inferiore almeno ai due o tre anni, domiciliari per tutti i detenuti con problemi di salute, aumento delle rilevazioni agli ingressi e alle uscite degli agenti di penitenziaria, primo possibile fattore di contagio; e ancora: intervento immediato sulle condizioni igienico-sanitarie, a livelli ormai sotto lo zero, stop ai trasferimenti punitivi e controllo attraverso organismi speciali di una situazione di tensione che ora a portoni chiusi è altissima, come racconta chiunque abbia possibilità di interagire con i detenuti.

Il tentativo che Monitor cercherà di mettere in atto nei prossimi giorni è quello di un focus sulla questione carceraria durante l’emergenza. Un post in continuo aggiornamento per provare a tenere alta l’attenzione su quello che è successo, sta succedendo e succederà, e allo stesso tempo mettere in rete le diverse realtà politiche e sociali, le associazioni, gli avvocati, gli attivisti e i solidali, i giornalisti che faticosamente provano a occuparsi del tema.

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AGGIORNAMENTO: GIOVEDÌ 2 APRILE

Mentre il paese sembra essere prossimo al superamento del picco dell’epidemia, nelle carceri la situazione è ancora tanto confusa quanto tesa. Le notizie sul numero di contagi e sulla gestione dei pazienti fanno sempre fatica ad arrivare all’esterno, mentre nella maggior parte degli istituti dove si sono verificate rivolte tra il 7 e il 10 marzo, a distanza di un mese i detenuti scontano ancora punizioni, isolamenti, provvedimenti restrittivi, ritorsioni di vario genere. Nell’ultima settimana è arrivata notizia dell’apertura di un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Udine per far luce sulla morte di Ziad Dzhihad Krizh, ventiduenne deceduto il 15 marzo tra le mura del carcere della città friulana. Proprio questa mattina è morto invece a Bologna, in ospedale, il primo detenuto affetto da Coronavirus

Cala intanto il numero dei ristretti all’interno di alcuni istituti. È il caso del carcere di Poggioreale, il più sovraffollato del paese. In un mese le presenze sono scese da 2150 a 1900 circa. Si tratta tuttavia di un dato che non ha grossi legami con i provvedimenti governativi successivi allo scoppio dell’emergenza. Sono soltanto poche decine infatti le persone che hanno beneficiato del decreto Bonafede, mentre almeno un paio di centinaia restano da settimane in attesa dei braccialetti elettronici, nella paradossale situazione di chi ha diritto agli arresti domiciliari ma non può beneficiarvi, solo perché lo Stato non riesce a garantire le condizioni che ha previsto per poterglieli concedere. Fa riflettere, piuttosto, il fatto che uno sfoltimento del corpo detentivo arrivi in seguito a un’interpretazione più elastica delle norme e a una conseguente accelerazione nella concessione dei benefici, applicabili sempre ma raramente applicati in condizioni di normalità: estensione degli arresti domiciliari ai giudicabili, velocizzazione degli affidamenti in prova, licenze per i semiliberi, maggior numero di dichiarazioni di incompatibilità per motivi di salute. La dimostrazione che, se affrontato, il problema del sovraffollamento potrebbe trovare delle risposte rapide ed efficaci. 

CASA CIRCONDARIALE DI UDINE

Ziad Dzhihad Krizh è morto in carcere a Udine a ventidue anni lo scorso 15 marzo, per cause ancora da chiarire. Il tampone per verificare una eventuale affezione da Coronavirus è risultato negativo. Il giovane era in carcere per possesso e spaccio di stupefacenti. Era di origine bulgara ma viveva in Italia da quando era bambino con la madre e il fratello. Aveva in passato effettuato un percorso al Sert ed era seguito farmacologicamente.

Nelle ultime settimane, il ragazzo si lamentava con la madre di frequenti dolori alla schiena che il personale medico del carcere stava affrontando semplicemente aumentando le dosi dei medicinali che regolarmente gli venivano somministrati. L’ultima volta Ziad ha parlato con la madre il 14 marzo, il giorno prima di morire, riferendole che aveva febbre e dolori da due giorni e di essere stato sottoposto a una terapia di paracetamolo.

La prima parte dell’esame autoptico sul corpo del giovane è stata già effettuata ma non sono stati resi pubblici i risultati. I periti hanno ora sessanta giorni di tempo per depositare gli esami dei liquidi, effettuati per capire che tipo di sostanze possono essere state assunte.

CASA CIRCONDARIALE DI PAVIA – TORRE DEL GALLO

A distanza di quasi un mese dai trasferimenti punitivi successivi alle rivolte, i detenuti arrivati a Pavia da altre carceri hanno ricevuto soltanto pochi vestiti e generi di prima necessità. Alcune famiglie sono riuscite a sentire i loro cari per la prima volta solo venti giorni dopo il trasferimento. Il clima è molto teso, si segnalano continue provocazioni soprattutto per i nuovi arrivati da parte degli agenti di penitenziaria e una gestione impegnativa degli spazi anche tra gli stessi detenuti. Ci sono detenuti in isolamento da oltre venti giorni.

CARCERE DI MILANO – OPERA

Per oltre venti giorni a un numero indefinibile di detenuti è stata bloccata la possibilità di fare la spesa. Il direttore ha dichiarato ad alcuni parenti che il provvedimento “potrebbe essere stato preso” in seguito ai danni arrecati alla struttura nel corso delle rivolte, a titolo di “pignoramento per il dovuto risarcimento ex articolo 72 del DPR 230/00”. Di questo provvedimento le famiglie non hanno ricevuto alcun avviso e solo a chi ha chiesto informazioni è stata proposta una rateizzazione del risarcimento. Solo successivamente alle denunce, è stato concesso lo sblocco dei conti come d’altronde è obbligo di legge, ma per l’acquisto di sole bottiglie d’acqua, caffè e sigarette.

Al 25 marzo, il primo reparto, quello della rivolta, era l’unico in cui a differenza delle altre sezioni i detenuti non potevano fare attività e avevano la spesa bloccata. Alcuni detenuti hanno riferito di un prigioniero picchiato violentemente perché trovato dagli agenti di penitenziaria in possesso di un telefono cellulare.

Quello di Opera risulta uno degli istituti più presenti (con otto segnalazioni) nel dossier raccolto dall’associazione Antigone sulle violenze ai danni di detenuti nelle carceri di tutta Italia nell’ultimo mese. Secondo le denunce, le violenze avrebbero riguardato anche persone anziane e malati oncologici e avrebbero portato “a mascelle, setti nasali e braccia rotte”. Secondo l’associazione risultano “tutte concordanti”. Il dossier è stato inviato il 20 marzo alla Procura di Milano. Una segnalazione ricevuta da NapoliMonitor parla in particolare di un giovane di Torino “ridotto come Stefano Cucchi”.  

CASA CIRCONDARIALE DI BOLOGNA – DOZZA

All’ospedale civile di Bologna è morto il primo detenuto d’Italia per Coronavirus. Si tratta di un ristretto del circuito dell’Alta sicurezza, ricoverato in stato di detenzione e poi ammesso agli arresti domiciliari a seguito del trasferimento in terapia intensiva. Era italiano, aveva settantasei anni e pare fosse affetto da altre patologie.

Intanto la testimonianza di un detenuto raccolta da Reti Evasioni fornisce dettagli sulla rivolta del 9 marzo:

“I detenuti sono stati padroni della Dozza per ventinove ore, dalle 13:30 del 9 marzo fino alle 18:30 del 10 marzo. Il primo giorno le duecento guardie con caschi, scudi e manganelli non sono riuscite a entrare perché era stata bloccata l’entrata con i frigoriferi e i tavoli delle celle. Sarebbero riuscite ad entrare solo dal tetto. C’era chi era pronto alla guerra con le gambe dei tavoli in mano e calzini impregnati d’olio pronti ad essere infuocati. Da fuori si è poi sentito urlare: ‘Ritirata!’ da parte delle guardie. Era un vero campo di battaglia.

Alle 18:30 del 10 marzo la rivolta è finita. La rivolta si è conclusa, per volontà dei detenuti, per poter tutelare la salute dei detenuti più anziani e più vulnerabili. I detenuti della sezione giudiziaria sono poi stati rinchiusi nelle proprie celle, senza luce, senza tv, con l’acqua alta cinque centimetri . Tutte le celle e tutta la sezione sono rimaste al buio”.

CARCERI DI NAPOLI – POGGIOREALE E SECONDIGLIANO

Il 25 marzo viene diffusa dall’Assemblea anticarceraria napoletana una lettera firmata dai parenti dei detenuti delle carceri di Poggioreale, Secondigliano, Carinola, Santa Maria  Capua Vetere e Palmi. La lettera contiene una serie di rivendicazioniuna serie di rivendicazioni per il fronteggiamento dell’emergenza e altre per la gestione politica generale del problema carcerario, identificando come del tutto insufficienti le misure previste dal decreto Cura Italia.

Intanto, mentre sale il numero dei contagi nelle prigioni di tutto il paese (delicata sembra essere la situazione nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere) aumentano le spinte per l’eliminazione dell’istituto della sorveglianza dinamica, ovvero la possibilità data ai detenuti di rimanere nel padiglione, all’esterno delle celle, per alcune ore durante la giornata. Lo denunciano alcuni detenuti del carcere di Secondigliano in una lettera inviata alla stampa, in cui si chiede di intervenire anche sul numero di postazioni di isolamento per la cura del virus, attualmente limitate a quattro. 

Il 1 aprile l’Asseblea anticarceraria napoletana 1 aprile ha rilanciato l’iniziativa nazionale di battitura sulle finestre delle abitazioni della città per chiedere amnistia e indulto per tutti i detenuti. 

AGGIORNAMENTO: LUNEDÌ 23 MARZO

Le misure previste dal decreto del ministro Bonafede, emanato la scorsa settimana, si rivelano del tutto insufficienti da un punto di vista sanitario e scontentano tutti: i detenuti, i loro familiari, gli organi di polizia penitenziaria. L’interruzione dei colloqui con i familiari e la difficoltà quasi ovunque a portare avanti in maniera efficace e accessibile a tutti le video-telefonate, insieme al crescente allarme per i contagi da Coronavirus sempre più diffusi, fanno sì che la situazione all’interno delle carceri sia ancora molto tesa. La violenta repressione delle rivolte del 7-10 marzo, però, insieme a tutto quanto è avvenuto nei giorni successivi, fungono ancora da deterrente per limitare nuove proteste.

Intanto sale il numero dei contagi all’interno degli istituti, complici misure di prevenzione e protezione praticamente inesistenti. Alcuni agenti penitenziari (sicuramente uno a Vicenza e uno a Milano, nel carcere di Opera) sono in terapia intensiva. A Santa Maria Capua Vetere è risultato positivo il dirigente sanitario del carcere Uccella: dopo la notizia sono stati effettuati dieci tamponi, tutti a personale sanitario, medici, infermieri e agenti, nessun tampone invece per i detenuti. Contagiati quattro tra medici, infermieri e agenti a Bologna. A Vicenza sono stati comunicati contagi tra i detenuti come anche a Voghera, Pavia, a Milano-Opera, Modena, Lecce. I detenuti colpiti (di cui si ha notizia) sarebbero almeno venti, ma decisamente alto potrebbe essere, considerando la media età del corpo detenuto, il numero degli asintomatici non curati.

L’associazione Antigone intanto ha ricostruito i nomi dei detenuti deceduti durante e dopo le rivolte. Sono: Hafedh Chouchane, trentasei anni; Slim Agrebi, quaranta; Ali Bakili, cinquantadue; Lofti Ben Masmia, quaranta; Erial Ahmadi, trentasette, tutti morti nel carcere di Modena. Nel corso dei trasferimenti da Modena sono deceduti: Salvatore Cuono Piscitelli, quarant’anni (ad Ascoli); Ghazi Hadidi, trentasei (a Verona); Abdellah Rouan, trentaquattro (ad Alessandria). Nel carcere di Bologna è morto Haitem Kedri, trentasei anni. A Rieti: Marco Boattini, trentacinque anni; Ante Culic, quarantun’anni; Carlo Samir Perez Alvarez, ventotto anni.

CASA CIRCONDARIALE DI TORINO – LE VALLETTE

In fibrillazione a Torino ci sono anche i semiliberi, a cui sono stati revocati i permessi speciali per tornare a casa e possono recarsi solo a lavoro (spesso sono costretti a reperire dei “mezzi propri”, anche a pagamento, a causa della riduzione delle corse del trasporto pubblico). Molti hanno perso del tutto il lavoro a causa del blocco delle attività produttive e quindi non escono più dal carcere. Questo comporta ulteriore sopraffollamento, sebbene i provvedimenti di contrasto al virus prescrivano, sulla carta, una gestione che va in direzione opposta.

CASA CIRCONDARIALE DI PAVIA – TORRE DEL GALLO

Si ha notizia di almeno un caso di Coronavirus accertato ma anche di una serie di violenze fisiche e non solo, punitive dopo la rivolta dell’8 marzo. Per molti giorni le celle sono rimaste senza acqua e tutt’ora sono senza riscaldamenti. Dall’8 marzo sono state prima sospese e poi reintrodotte a scartamento ridotto le telefonate. Telegrammi e vaglia sono stati sospesi per molti giorni. Alcuni parenti non sono riusciti a ottenere notizie sulle condizioni dei detenuti per oltre dieci giorni, ricevendo le uniche informazioni attraverso qualche fugace comunicazione – tutt’altro che incoraggiante – dalle finestre del carcere. Alcuni detenuti trasferiti hanno raccontato di una repressione molto violenta della sollevazione. Molti dei trasferimenti sono stati punitivi, sono avvenuti fuori regione o verso carceri di massima sicurezza come quello di Monza. I detenuti trasferiti denunciano di essere stati lasciati giorni interi senza vestiti e senza la possibilità di visite mediche. Alcuni detenuti ex tossicodipendenti sono stati lasciati senza farmaci e in preda a violente crisi di astinenza.

CARCERE DI MILANO – SAN VITTORE

Sono assai più di quanto era trapelato inizialmente i detenuti che hanno partecipato alla rivolta, e sembra che il malcontento sia pronto a esplodere nuovamente. A metà di questa settimana i detenuti erano ancora senza acqua e riscaldamenti. La sorveglianza dinamica è stata ridotta a quattro ore dalle otto/dodici del pre-rivolta. La possibilità di un colloquio con l’avvocato viene data arbitrariamente dall’amministrazione o declinata senza spiegazioni.

CARCERE DI MILANO – OPERA

Anche da Opera arrivano notizie sempre più precise di quanto successo dopo la rivolta. L’ora d’aria è stata eliminata. La sospensione dei colloqui estesa fino al 31 maggio, sostituita con telefonate di dieci minuti, ma per più di dieci giorni alcuni familiari denunciano di non aver sentito i loro cari. Altri segnalano come le telefonate vengano interrotte bruscamente non appena il discorso scivoli sulle violenze nella repressione della rivolta e sulle denunce ai danni dei promotori della stessa, in particolare i detenuti del primo e secondo reparto. Alcuni hanno raccontato di non aver ricevuto il vitto per molti giorni e di aver avuto sequestrate le televisioni come provvedimento punitivo.

CASA CIRCONDARIALE DI MODENA – SANT’ANNA

L’associazione Antigone ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica affinché si possa far luce sulle morti avvenute all’interno del carcere e durante i trasferimenti successivi alla rivolta dell’8 marzo. Una nota congiunta con le camere penali chiede inoltre ufficialmente di conoscere il numero di detenuti ancora presenti nel penitenziario (fortemente danneggiato dalle rivolte), in quali reparti e quale sia la loro posizione giuridica. Da fonti ufficiose dovrebbero essere circa ottanta.

Alcuni detenuti trasferiti che sono riusciti a telefonare ai familiari hanno raccontato che dopo la rivolta, probabilmente la più violenta, i detenuti trasferiti, appena arrivati nei nuovi istituti, sono stati fatti spogliare e sono stati picchiati. Ad alcuni tra i contusi è stato proibito di vedere un medico per giorni. I trasferimenti sono stati fatti tutti in ottica punitiva, in carceri lontane dal luogo di residenza o più difficili da raggiungere per i familiari (almeno tre nel carcere di Porto Azzurro dell’Isola d’Elba).

CASA CIRCONDARIALE DI BOLOGNA – DOZZA

Fino a metà della scorsa settimana nessuno tra i familiari dei detenuti aveva avuto notizie rispetto alla destinazione di trasferimento dei propri cari. Per i detenuti delle due sezioni protagoniste della rivolta le telefonate sono state bloccate per più di una settimana. I trasferimenti sarebbero almeno venti. Intanto i sindacati di polizia penitenziaria ne approfittano per scagliarsi contro la sorveglianza dinamica, che prevede l’apertura delle celle per alcune ore della giornata (misura attualmente sospesa).

CARCERI DI NAPOLI – POGGIOREALE E SECONDIGLIANO

In nessuno dei due penitenziari sono ancora arrivati gli smartphone per effettuare i colloqui visivi tra i detenuti e i loro cari. Attualmente l’unica via di comunicazione sono telefonate di dieci minuti ognuna (due a Secondigliano, tre a Poggioreale), pochissimi soprattutto per i tanti detenuti che hanno a casa famiglie particolarmente numerose.

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AGGIORNAMENTO: DOMENICA 15 MARZO

CASA CIRCONDARIALE DI NAPOLI – POGGIOREALE

Le rivolte cominciate domenica scorsa hanno provocato danni a diversi padiglioni, su tutti il Napoli e il Livorno. Approfittando della situazione di parziale inagibilità, nel corso di questi giorni sono stati effettuati numerosi trasferimenti colpendo in particolare, a quanto raccontano alcuni detenuti in semilibertà, i protagonisti della sollevazione. 

Numerosi familiari riferiscono di non ricevere notizie riguardo la destinazione di trasferimento di parenti detenuti. Nei padiglioni sembra esserci una situazione di grande tensione e ripercussioni anche nei confronti dei detenuti che hanno inscenato una protesta non-violenta attraverso urla e battiture. Da giovedì i parenti dei ristretti, che durante i precedenti quattro giorni avevano effettuato presidi all’esterno del carcere, sono rimasti a casa preoccupati per la diffusione del virus in Campania, ma anche per le possibili ritorsioni che starebbero avendo luogo ai danni dei detenuti. Secondo le stesse fonti, un detenuto, tra i promotori della rivolta, sarebbe stato inviato nel carcere di Venezia, in piena zona rossa.

Intanto, in seguito alle proteste, ai semiliberi di Poggioreale, ma anche a quelli di Secondigliano, è stato concesso un permesso di quindici giorni durante i quali i detenuti rientreranno a dormire nelle loro abitazioni dopo il lavoro, anziché in carcere. In Campania, lo stesso provvedimento è stato adottato per i semiliberi delle carceri di Salerno e Santa Maria Capua Vetere. Gli Uffici di sorveglianza del tribunale di Avellino (sotto la cui competenza ricadono le carceri di Avellino e Benevento) non hanno emanato nessun provvedimento in questo senso.

Da Poggioreale tornano a casa in detenzione domiciliare anche i detenuti con pena pari o inferiore ai diciotto mesi e quelli con problemi di salute accertati dalla direzione sanitaria. Nessun provvedimento è stato applicato allo stato dai giudici delle indagini preliminari per trasformare le custodie cautelari in detenzioni domiciliari.

CASA CIRCONDARIALE FEMMINILE DI POZZUOLI

Nella giornata di ieri sono cominciate le agitazioni anche nel carcere femminile di Pozzuoli. Le detenute affacciate alle finestre hanno gridato per diversi minuti chiedendo un immediato provvedimento di indulto.

CASA CIRCONDARIALE DI BOLOGNA – DOZZA

A Bologna la rivolta è durata un’intera notte, tra il 9 e il 10 marzo, in diversi bracci. I circa quattrocento detenuti che vi hanno partecipato si sono arresi dopo una lunga trattativa durante la quale hanno chiesto garanzie rispetto alle misure alternative durante l’emergenza Coronavirus e a provvedimenti strutturali come l’incremento degli educatori. In termini umani il bilancio è molto pesante. Due sono i detenuti morti, uomini magrebini di ventinove e trentacinque anni, secondo le fonti carcerarie per overdose di farmaci. Almeno venti i feriti.

Anche il carcere di Bologna, come quello di Modena, ha grossi problemi di sovraffollamento, e in particolare il padiglione riservato alla Giudiziaria, dove si trovano i detenuti in attesa di condanna e quelli che scontano una pena inferiore ai cinque anni. Dopo le rivolte, il tribunale di sorveglianza ha concesso ai semiliberi la detenzione domiciliare al termine delle ore lavorative.

CASA CIRCONDARIALE DI MODENA – SANT’ANNA

Il carcere di Modena è stato teatro della rivolta più violenta. Allo stato attuale i decessi dovrebbero essere nove, cinque dei quali avvenuti nel carcere, e gli altri durante i trasferimenti verso i penitenziari di Torino, Parma, Vicenza e Ascoli Piceno. Tutte le morti, riferiscono le fonti ufficiali, sarebbero avvenute a causa di overdose di metadone, benzodiazepine e altre sostanze sottratte dai detenuti durante l’assalto all’infermeria. Tutti i morti, tranne uno, sarebbero migranti.

Dubbi sorgono rispetto alle modalità di trasferimento. I detenuti infatti, se deceduti per overdose di sostanze, avrebbero dovuto essere soggetti a uno screening o essere almeno trasportati su un’ambulanza nelle carceri più vicine (Pisa e Parma, per esempio). Almeno due sono stati invece inviati verso destinazioni assai più lontane, come Torino e Vicenza e, stando alle ricostruzioni delle forze di polizia, sarebbero morti lungo la strada, nei pressi delle prigioni di Alessandria e Verona.

Quasi ottanta sono stati i trasferimenti durante e subito dopo la rivolta, di detenuti costretti a lasciare velocemente il carcere, e con esso gli effetti personali e le documentazioni andate poi in buona parte perdute durante l’incendio all’ufficio matricole. Altri duecento trasferimenti o poco più sono avvenuti tra martedì e mercoledì. Secondo Antigone, nonostante una buona parte dei padiglioni siano attualmente inagibili, fino alla giornata di sabato ancora duecento-duecentoventi detenuti erano ancora nel penitenziario. Intanto c’è grande preoccupazione tra i familiari, dal momento che soltanto una minima percentuale tra loro ha ricevuto comunicazione delle destinazioni dei loro cari. Pochissimi detenuti sono stati trasferiti in regione (non a Bologna, ma soprattutto alle più lontane carceri di Parma e Piacenza), mentre gli altri sono stati dislocati in diverse carceri in giro per l’Italia.

Il carcere di Modena, come tutti quelli dell’Emilia Romagna, presentava un alto tasso di sovraffollamento. Al momento della rivolta i detenuti erano 530 a fronte dei 369 posti. Soltanto tre gli educatori, secondo l’ultimo rapporto di Antigone del maggio 2019.

CARCERI DI MILANO – OPERA, SAN VITTORE, BOLLATE

Parenti di detenuti rinchiusi nel carcere di Opera denunciano ad Acad, Associazione contro gli abusi in divisa, una risposta molto violenta da parte degli agenti della polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti non solo durante rivolte, ma anche nei giorni successivi, una volta ripristinata la calma. Secondo le segnalazioni gli agenti sarebbero entrati nelle celle in piccoli gruppi, spegnendo le luci e picchiando anche in testa i detenuti con i manganelli. Gli agenti in antisommossa avrebbero fatto irruzione nel carcere, subito dopo le rivolte, anche nei padiglioni non interessati dalle proteste. 

Sul versante sanitario, due detenuti e un agente di penitenziaria sono risultati positivi al test per il Coronavirus. Il poliziotto è attualmente in rianimazione. 

A San Vittore i protagonisti della rivolta sono stati soprattutto migranti, per lo più di origine nordafricana. Il braccio maggiormente interessato è stato il quinto, dove gli agenti sono entrati con scudi e manganelli caricando i detenuti. Non sono stati rilasciati bollettini ufficiali dei contusi. Dopo le rivolte milanesi la leader dell’Associazione nazionale dei dirigenti e funzionari di polizia Daniela Caputo ha chiesto punizioni severe per i detenuti, presenza dell’esercito per allontanare familiari e solidali dalle mura e la “interdizione di ogni accesso a esponenti della società civile o associazioni”.

A Bollate non ci sono state rivolte, ma da giorni i detenuti sono in stato di agitazione a causa delle difficoltà a comunicare con le famiglie, considerando le sole otto postazioni Skype. Dopo la sospensione dei permessi premio e le semilibertà, a seguito di una trattativa con l’autorità giudiziaria, ai semiliberi è stato concesso un periodo di licenza lunga fino al 30 aprile.

Da napolimonitor

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