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Notav: dopo il delitto di laurea arriva il delitto di cronaca. Giornalista condannato per non essersi accontentato della versione della polizia

11 Aprile 2018 | in NO TAV&BENI COMUNI.

Davide Falcioni, al tempo giornalista di Agoravox, è stato condannato pochi giorni fa per aver raccontato un’azione di contestazione dei notav. Il diritto di cronaca viene sacrificato sull’altare delle grandi opere ma dal mondo del giornalismo italiano non arriva neanche una timida voce di protesta.

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Nell’estate 2012, a poco più di un anno dal violento sgombero della Libera repubblica della Maddalena, invasa da centinaia di militari e poliziotti per mettere in piedi il cantiere della Torino-Lione, i notav decisero di fare visita a una delle aziende che partecipavano al consorzio dei costruttori della tratta ferroviaria Torino-Lione. Un’azione di lotta per andare a mettere davanti alle proprie responsabilità le aziende che avevano deciso di mettere le mani in pasta in questa scellerata grande opera.

La ricostruzione della polizia, non presente al momento dei fatti, non poteva quindi che essere inventata di sana pianta e raccontava quell’azione come l’invasione di orde barbariche che devastarono l’attrezzatura informatica della ditta intimidendo i presenti. Una favoletta tutta funzionale alla mazzata repressiva che doveva arrivare poco dopo e che portò addirittura all’arresto di diversi notav. Quell’azione fu raccontata dalla totalità dei giornalisti rimanendo comodamente seduti in redazione e utilizzando esclusivamente tre tasti della propria tastiera: tanto basta, in effetti, per fare copia e incolla dei comunicati stampa che la Questura aveva inviato a tutte le testate chiedendo cortesemente pubblicazione. C’era però un’eccezione, Davide Falcioni, un cronista presente quel giorno che testimoniò né più né meno come andarono i fatti. Così si legge nell’articolo: “Dipinta come un'azione violenta realizzata dei soliti "facinorosi" dei centri sociali torinesi, in realtà ha visto la partecipazione pacifica di decine di persone di ogni età ed organizzazione politica o sociale. L'azione si è svolta a volto scoperto, suonando il citofono e facendosi aprire. Una volta entrati, è stato srotolato uno striscione ed accesi un paio di fumogeni rossi. Nessun danno è stato arrecato agli oggetti dello studio. Nessuna minaccia ai dipendenti che, anzi, hanno amabilmente chiacchierato con i militanti No Tav presenti”.

Durante il processo Davide Falcioni, sorpreso delle accuse mosse ai manifestanti e sicuro di ciò che aveva visto (e scritto) ha deciso di testimoniare in aula. È successo a quel punto l’incredibile, un fatto che dovrebbe dirla lunga su quanto questo piccolo movimento in una valle alpina fa tremare i palazzi di questo paese: se si prende la difesa dei notav si diventa immediatamente correi. Il giudice infatti, tra lo stupore generale, ha trasformato su richiesta del PM il testimone in imputato, stralciando la sua posizione e rendendolo responsabile anche lui di "concorso in violazione di domicilio”. È seguito un processo kafkiano, in cui il Pubblico ministero ha chiesto a Falcioni di rendere conto del perché volesse scrivere del TAV pur essendo marchigiano e di giustificarsi sulla sua curiosità giornalistica: "Falcioni, perché è entrato? Non poteva farsi raccontare quello che era successo dalle Forze dell'Ordine?" ha chiesto l’accusa. Il primo grado si è concluso all’inizio di questa settimana: condanna a quattro mesi di reclusione.

Non è d’altronde la prima volta che chiunque osi rompere la narrazioni dominante rispetto al movimento notav deve subire la scure della legge. È del 2016 la condanna di una studentessa in antropologia che aveva scritto la sua tesi di laurea sulla valle che resiste: condannata a due mesi di reclusione perché “moralmente complice” dei notav.

Davanti alla condanna di Falcioni, però, ci si sarebbe potuto aspettare un rantolo di dignità, se non altro corporativo, da parte della categoria dei giornalisti. In fondo, i dittatori travestiti da democratici in giro per il mondo, dalla Turchia all’Arabia saudita, dalla Russia all’Egitto, non condannano forse i cronisti esattamente con le stesse motivazioni (vicinanza ideologica a movimento anti-governativi, accesso a zone di guerra o interdette etc.)?

Ma, incredibile, quando anche in Italia arriva la condanna di un giornalista per aver raccontato ciò che ha visto non si alzano le voci sdegnate dei Roberto Saviano e dei Gianni Riotta. Silenzio stampa. Il che dimostra bene l'idea che i professionisti dell’informazione hanno su ciò che dovrebbero fare i giornalisti nel nostro paese. Altro che quarto potere: quatti quatti come potete… 

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