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Verso il 23 marzo, l’ordine delle cose

22 Marzo 2019 | in EDITORIALE.

 

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Il 23 marzo a Roma ci sarà un esperimento. Un famoso adagio ci insegna che una delle forme più invisibili e sottili di dominio sta in come le cose vengono ordinate. Il potere decide di quest’ordine del discorso che ha degli effetti materiali non solo sulle percezioni ma anche sulle forme di organizzazione della società e sulle resistenze a queste forme di organizzazione. Tocca provare a sparigliare quest’ordine definito dall’alto. E non serve andare lontano a cercare quello di cui abbiamo bisogno.

In questi anni abbiamo visto sorgere in tutto il nostro paese centinaia di resistenze, comitati, movimenti, frizioni davanti a progetti inutili, costosi e ecologicamente devastanti. Un nuovo ciclo di lotte che si è dato come resistenza a un rilancio della frontiera dello sfruttamento dei territori, della colonizzazione capitalistica della natura, della messa a lavoro attraverso il consumo. Tutte queste lotte, nel loro carattere frammentario e parziale, hanno iniziato ad alludere sempre più chiaramente a dei nodi più profondi: l’irriducibilità del conflitto tra la possibilità di una vita dignitosa a casa propria e il rilancio dell’accumulazione dei profitti. In tanti abbiamo capito che queste lotte erano qualcosa di più, ora lo ha capito anche la nostra controparte: a cosa abbiamo assistito in questi mesi se non a un cosciente uso politico della questione TAV? Una leva usata per risollevare il complesso equilibrio di clientele e intrecci tra economia e politica che non aveva certezza che i propri interessi sarebbero stati garantiti dopo l’ultima tornata elettorale. Chiudere lo spazio a ogni cambiamento. Riaffermare che i valori del Progresso e dello Sviluppo (il loro) non sono negoziabili. Il sistema ha saputo mettere sulla lotta al TAV ciò che era rimasto implicito, bisbigliato tra le orecchie degli attivisti, nascosto nel cuore dei valligiani, custodito come un segreto ben celato. Il notav non parla solo di un treno, è l’accusa, parla di un altro modello di società. Colpevoli. La controparte ha cercato goffamente di mettere un’etichetta a questo non detto, di ordinarlo nel suo discorso. E allora accuse di decrescita infelice, di passatismo, di chiusura, di ignoranza. Un rilancio politico.

Il problema è la potenza. Per essere efficaci contro un nemico dai mille tentacoli bisogna spiazzarlo e rilanciare. Iniziare a dare un nuovo nome alle cose questa è l’ambizione del corteo del 23 marzo, definire il perimetro di uno spazio ancora tutto da costruire che tracci delle direttrici politiche tra tre temi che raccontano la nostra contemporaneità, intrinsecamente collegati da un legame sempre consapevolmente nascosto. Il primo è quello di una presenza imposta. Le piccole e grandi opere inutili promosse pervicacemente in nome di una razionalità generale che sta svelando sempre più la sua faziosità fatta di interessi particolari, opacità delle decisioni e violenza sulla natura. Il secondo è quello di un’assenza nascosta. La mancata messa in sicurezza del territorio e la mancata risposta ai bisogni sociali che scaturiscono dopo ogni disastro ambientale. Il collegamento è palese e orami evidente: la questione è come le risorse vengono spese, non si può delegare a pochi “specialisti”, è indecente che nella gerarchia del discorso del potere venga prima un supertreno (o una grande nave o un mega-gasdotto) della vita dei terremotati e di quelle degli abitanti della Terra dei fuochi. Il terzo è quello di una possibilità a venire. Ne abbiamo visto un assaggio venerdì scorso, durante lo Sciopero mondiale per il clima, pregno di ambivalenze che contegno in sé tanto una possibile radicalizzazione anti-sistemica quanto un recupero nell’alveo del capitalismo verde. La geografia a cui allude il corteo del 23 marzo è ancora tutta da esplorare, una necessaria sintesi incompiuta tra queste tre dimensioni. Dare potenza e connettere le lotte territoriali. Far uscire la situazione dei terremotati, delle vittime dei disastri ambientali e delle nocività dalla emergenzialità impolitica con cui vengono governati. Calare il tema della lotta al cambiamento climatico nella parzialità degli interessi che gli sono soggiacenti, intercettando una risposta generazionale sincera e ancora magmatica.

Imporre un ordine del discorso altro è la posta in gioco da guadagnare, la partita è ancora aperta, il 23 marzo proviamo a redistribuire un po’ di carte.

 

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