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La falsa alternativa tra peggio e migliore

20 Giugno 2014 | in EDITORIALE.

La dimenticabile parabola di Sel si conclude nel grottesco, con i nuovi miglioristi (la tragedia erano i primi, questi sono la farsa) che entrano nel Pd. Presto gli altri seguiranno, perché il dibattito non è sulla collocazione strategica ma sulla facciata dell’opportunismo. Parlare male dei morti non è cosa di buon gusto, ed è soprattutto inutile se durante la loro vita abbiamo già detto tutto quello che dovevamo. La fine era inscritta nell’inizio, anche quando in tanti nel 2010 accorrevano alla corte del pifferaio pugliese per poi tentare, negli anni successivi, improbabili e al solito fallimentari inciuci di “alternativa”. Dove è finita questa gente? Non hanno certo aspettato che il gallo cantasse per giurare di non aver mai conosciuto, salvo poi tenersi pronti a investire le proprie preziose energie intellettuali e politiche sull’ennesimo annuncio di rinascita della sinistra. Marx si era fermato alla seconda volta, ma cosa dobbiamo dire di una storia che si ripete a ogni tornata elettorale?

Tuttavia, il dibattito della politica istituzionale di queste settimane è occupato da un’altra questione: il M5s si allea in Europa con l’Ukip e in Italia chiede un incontro a Renzi. È da tempo ormai che Grillo e il M5s sono al centro dell’attenzione mediatica, o più propriamente dell’attacco da parte dei grandi media – a dimostrazione del ruolo immediatamente politico che questi hanno assunto. Il Partito di Repubblica è ovviamente il capofila della crociata, avendo rimpiazzato le declinanti fortune del buffone di Arcore con il nuovo spauracchio del comico di Genova. Cui prodest? La risposta è troppo semplice e supera il 40%: Renzie.

Sarebbe più politically correct unirci al coro di chi, nell’esiziale alleanza tra Grillo e Farage, grida al pericolo fascista. Scusateci, non lo facciamo. Da un lato, perché non ci sembra che il pur orrendo Ukip sia un esercito di camicie brune postmoderne: ci paiono più che altro un’espressione delle nuove forme della crisi, zeppa di demagogia e furbizia interclassista. Dall’altro lato, il problema politico è sempre lo stesso: continuare ad agitare questo fantasma non fa altro che dare un’esplicita o implicita indicazione di attestarsi sul frontismo democratico, che qui in Italia vuol dire Partito Democratico (o le sue piccole liste civetta, leggi appunto la fu Sel). In altre parole, ci sembra che il problema non sia quello che è stato definito “populismo” o “anti-politica”, come da Repubblica a pezzi del movimento si vorrebbe, ma al contrario i meccanismi di compatibilità della politica a cui Grillo si è progressivamente adeguato. Dopo una campagna elettorale sbagliata si barcamena, con una realpolitick istituzionale che finisce per accomunarlo proprio a quella politica di cui il Partito di Repubblica e i suoi accoliti di destra e di sinistra sono espressione. È quella politica che, persa ogni funzione di rappresentanza sociale, è un mercato per l’imprenditorialità individuale e di lobby o per più modesti posti di lavoro, magari proprio come specialisti dell’anti-berlusconismo o dell’anti-grillismo. Se vogliamo indicare una data simbolo di questa traiettoria la individuiamo in quel sabato di aprile dell’anno passato, quando il leader del M5s si tirò indietro dalla convocazione di un’aperta battaglia di strada contro Re Giorgio.

D’altro canto, il dibattito interno al M5s sull’alleanza con l’Ukip dimostra la dimensione caotica e contraddittoria che anima quel consistente pezzo di composizione sociale di cui il M5s è espressione. Anche qui, però, bisogna stare attenti: crediamo che nulla di buono venga dalle fronde interne dei Pizzarotti di turno, perché molte di quelle fronde sono parte del problema, cioè di un’involuzione istituzionale e delle scelte di compatibilità politica. Allora, noi continuiamo a pensare che indipendentemente da Grillo, sia anche dentro quel pezzo di composizione sociale che nella crisi si agitano – in modo assolutamente confuso e tumultuoso – alcune delle tensioni politicamente più significative, ossia le possibilità di una rottura con i progetti di stabilizzazione renziana. O per dirla in altri termini, come più volte abbiamo sostenuto, a noi interessa leggere attraverso le contraddizioni del M5s, le contraddizioni di un pezzo della composizione sociale duramente colpita dalla crisi. Lo dimostrano casi come quello della Val di Susa o di Livorno, ma anche dei tanti contesti di periferia urbana e sociale. Non si può leggere il M5s attraverso queste parzialità, ammoniscono i grillologi di professione; ma le lotte e le anomalie sociali non sono mai casi a parte, bensì le fessure attraverso cui si possono identificare delle tendenze e delle linee di possibilità. Come si diceva una volta: solo attraverso la parzialità si può guardare al tutto.

È il metodo migliore per non ridurre la composizione politica ai politici, le espressioni soggettive all’ideologia, le ambiguità delle figure sociali alle scelte di Grillo. Non seguire questo metodo rischia di lasciarci di volta in volta subalterni alla scelta del meno peggio, o del peggio Migliore... Per dirla in termini più semplici: è necessariamente attraverso quell’intrico di passioni ed espressioni soggettive che dobbiamo passare per trasformarle o rovesciarle in potenza conflittuale, contro la compatibilità istituzionale e chi vi si adegua. Se non ci riusciamo, è inutile autogiustificarci attribuendo ad altri le nostre responsabilità.

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