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Articoli filtrati per data: Thursday, 08 Settembre 2022

“E’ l’ora della convergenza, di sovrastare con le nostre voci unite ogni “Bla Bla nocivo”, per uscire dalla testimonianza e insorgere”. 

A partire da queste parole, lo scorso 26 marzo ci siamo trovate/i in decine di migliaia a Firenze per un grande corteo che ha attraversato la città. La siccità, lo scioglimento di ghiacciai secolari, le ondate di calore sempre più intense, sono la drammatica conferma del cambiamento prodotto dal riscaldamento globale. Siamo nella costante lotta per arrivare a fine mese, contro il precariato, gli appalti, contro il carovita per un salario degno. Ma la lotta per arrivare a fine mese non ha nessun senso se non si vince quella contro la ‘fine del mondo’. Ed è impossibile coinvolgere fette crescenti della popolazione nella lotta contro la fine del mondo, se non le si carica della lotta di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. Vivere una vita non vuol dire solo avere un’occupazione e un salario, ma ha a che fare con la qualità del nostro tempo libero e dei luoghi che viviamo, con il riconoscimento delle nostre identità, con la dimensione ecologica del nostro contesto quotidiano, con i tanti diritti inalienabili che rivendichiamo nelle nostre città, a partire da casa, spazi sociali, mobilità collettiva e sostenibile, sanità e cultura.

️Un tempo avremmo detto: vogliamo il pane e vogliamo anche le rose. Oggi aggiungiamo, vogliamo il pane e che le rose non muoiano nel caldo torrido, o affogate dalle conseguenti alluvioni. Dopo più di due anni di pandemia, il lavoro emerge sempre più come netto sfruttamento, mentre nel nome dell’economia di una guerra che ripudiamo si aumentano le spese militari a scapito di quelle sociali, e l’inflazione causa l’aumento del costo dei beni di prima necessità; nel pieno della crisi climatica, la più grande sfida che l’umanità si sia trovata ad affrontare nella sua storia millenaria, governi e lobby economiche continuano a parlarci di armi, crescita del PIL, grandi opere, combustibili fossili, perpetuando un modello patriarcale che ci ha portato sull’orlo del baratro. Il lavoro che ci propongono è tanto precario da rendere precaria la nostra stessa vita, appesa alle bollette da pagare o ad un rinnovo di contratto. Il boccone che ci chiedono in cambio è salato: inquinamento, crisi economica, restrizione della democrazia.

Vogliamo perseverare nel ‘convergere per insorgere’ perché, come abbiamo affermato a Firenze, “​​è l’attuale modo di produzione e consumo ad essere inquinante, ed è dal suo cambiamento radicale che bisogna ripartire”. Da questo punto di vista, Bologna e l’Emilia-Romagna rappresentano un laboratorio, dove i partiti di maggioranza dei governi locali e regionali sperimentano convergenze tossiche che garantiscono il ‘business as usual’, rendendo grandi opere d’asfalto e cemento il “simbolo della transizione energetica nazionale” e facendo dei rigassificatori e delle trivellazioni lo strumento per la transizione verso le fonti rinnovabili; definendo questo territorio la ‘Motor Valley’, ovvero un luogo che rifiuta di rinunciare alla nicchia di mercato delle ‘super-car’ per garantire un futuro vivibile alle proprie figlie e ai propri figli; sostenendo, attraverso le sovvenzioni PAC, il sistema dei grandi consorzi agroalimentari rivolti al mercato globale, dell’allevamento industriale e della grande distribuzione organizzata. Un sistema che genera sofferenza animale, perdita progressiva di biodiversità, concentrazione della terra in poche mani, inquinamento del suolo, dell’aria, delle acque e del cibo; favorendo la monocultura del turismo nelle città e delegando alla rapacità delle piattaforme digitali che massimizzano i propri profitti inquinando i territori e precarizzando e impoverendo ulteriormente il lavoro, mentre gli spazi pubblici e comuni vengono privatizzati e sottratti agli usi collettivi. Un modello che continua a mettere il PIL e la corsa delle merci e dei profitti prima della trasformazione radicale da cui bisogna invece partire, e che per nascondere le proprie responsabilità dichiara, a sole parole, l’emergenza climatica.

Ma Bologna e l’Emilia Romagna sono anche la terra dove contadine e contadini, insieme alle comunità nei territori, salvaguardano e ricostruiscono una rete alimentare agro-ecologica e locale, basata su sistemi di produzione, distribuzione e consumo che mettono al centro un rapporto non predatorio con la terra, l'autogestione, la creazione di relazioni non gerarchiche, l'accesso a cibo genuino e una sana alimentazione per tutte/i; la terra di lotte sociali diffuse; lo spazio di conflitti sindacali determinanti nel far crescere i diritti di tutte/i; il luogo in cui si sperimenta una crescente opposizione alle grandi opere che, passando dai centri per la logistica agli impianti di risalita sugli Appennini, ha nell’allargamento delle autostrade che convergono su Bologna e del cosiddetto ‘Passante di Mezzo’ il suo elemento simbolico più forte: in quelle strisce d’asfalto, infatti, c’è tutta l’arroganza di un sistema che vuol continuare a garantire profitti invece che diritti, cementificazione invece che transizione, imposizione invece che condivisione.

Bologna può insorgere come Firenze ha fatto il 26 marzo. Può arricchire con i propri prevalenti, le proprie lotte, un processo di insorgenza che è “per questo, per altro e per tutto”. Il processo di convergenza può a sua volta arricchire Bologna di nuovi rapporti di forza. Dal 7 all’11 settembre torna a Venezia il Climate Camp e il 23 settembre in tutto il mondo le/i giovani saranno in piazza per rivendicare giustizia climatica, e noi saremo tra loro. Crediamo che anche questo climate strike debba essere seguito da una data di convergenza e proponiamo che essa sia il 22 ottobre. Il 23 settembre e il 22 ottobre sono un'unica data. Distanti nel calendario, vicine nei temi e nel processo. Il tema non è Governo vecchio o Governo nuovo, ma mondo vecchio o mondo nuovo. Qualsiasi nuovo governo ci troveremo di fronte, la nostra agenda di mobilitazione deriva dalla nostra urgenza di cambiamento. Non viene dettata da quella che sarà la combinazione parlamentare che potrà uscire dalle urne. È dettata dalla enorme crisi idrica, dal riscaldamento climatico, dall'inflazione, dall'escalation bellica mondiale.

E allora, tenetevi libere e liberi: esattamente il 22 ottobre a Bologna, con una piazza che, al di fuori delle ritualità e con la capacità di collocarsi all’altezza del momento eccezionale che stiamo vivendo, sia in grado di far esprimere i percorsi sociali, sindacali, i movimenti e le lotte in un passaggio di potenziamento collettivo e di insorgenza per iniziare a costruire un movimento popolare ampio, che diventi capace di rovesciare i rapporti di forza in questo paese.

Per i diritti, l’ambiente, la salute, gli spazi pubblici e comuni, una vita bella e per la pace, è ancora tempo di convergere: per questo, per altro, per tutto, tenetevi libere/i il 22 ottobre 2022: ci vediamo in piazza a Bologna!

Vogliamo costruire un percorso includente, plurale, convergente. Questo testo rappresenta un invito al quale le tante lotte che condividono queste righe possono contribuire con documenti e approfondimenti: a settembre vi invitiamo a momenti di confronto e incontro che culmineranno in un’assemblea regionale il 5 ottobre alle 19.30 in Via Zamboni 38 a Bologna.

Collettivo di Fabbrica GKN

Fridays For Future Italia

Assemblea No Passante Bologna

Rete Sovranità Alimentare Emilia-Romagna

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Quale senso ha oggigiorno il lavoro salariato? Se la tendenza in Occidente è quella di un peso specifico sempre minore del lavoro salariato come componente fondamentale di riproduzione del capitale, come si mantiene la società dei consumi? 

La risposta non è semplice, l’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro, inducono ad immaginare lo sviluppo di una sorta di “operaio non manuale”, ossia figure professionali iper-specializzate in mansioni tecnico-pratiche o procedurali; sono questi i casi della catena della logistica nella quale il facchinaggio è una componente numericamente bassa di tutta la forza lavoro impiegata, costituita in maggioranza da magazzinieri, tecnici meccanici o informatici che assistono e controllano le macchine.

Ma in tutto ciò viene introdotto anche un altro grosso cambiamento sociale, fino agli anni 80’ l’operaio era una figura con una sua valenza socio-economica, nel senso che il salario dell’operaio era la base minima su cui costruire la società dei consumi a livello nazionale. Il salario era la misura sociale della ricchezza, sotto quel livello si era considerati poveri, su quel livello si faceva una vita “normale”, superato il salario dell’operaio cominciava la borghesia agiata. Oggi questo ordine non solo è mutato, ma non vi è più uno strato sociale di riferimento che faccia da spartiacque tra il ricco e il povero, tutto è divenuto piuttosto relativo se si guarda al possesso di strumenti tecnologici o di una vettura. Il mercato ha reso disponibili prodotti per tutte le categorie sociali e pagamenti altrettanto accessibili, il credito al consumo ha esteso le potenzialità del reddito oltre la sua misura, portando milioni di persone a familiarizzare con il concetto di debito. Nella società di oggi anche i poveri sono diversificabili in categorie, c’è il povero sfortunato, al quale la crisi ed eventi avversi hanno portato via tutto e poi ci sono i poveri sconvenienti, il sottoproletariato urbano, costituito da migranti e minoranze etniche, quelli sono i poveri per i quali non vi è una giustificazione in quanto pur partecipando al generale processo riproduttivo della società capitalista, non sono accettati. Il loro ruolo non si esaurisce qui, il ruolo del sottoproletariato urbano è un ruolo cruciale, esso fornisce la spiegazione semplicistica per ogni sorta di problema.

Ma andiamo oltre, in chiave di relazione tra produzione e consumo, la base della piramide sociale fornisce due gradi di libertà alla libera riproduzione del capitale, da un lato svincola fondi pubblici da immettere nel sistema del terzo settore che innesca circuiti di consumo assistito, dall’altro tutto ciò che ha a che fare col sottoproletariato è quasi sempre di natura informale, compreso il lavoro, il quale viene adoperato in circuiti produttivi a basso costo. Il senso del lavoro, come elemento di emancipazione sociale, ha finito per dimostrarsi la menzogna che è sempre stata. Il lavoro emancipa solo nella misura in cui si è “liberi acquirenti” ed “eleva” solo nella misura in cui l’individuo vorrebbe guadagnare di più per acquistare di più. In quest’ottica il fordismo è ancora presente come orizzonte di benessere economico cui tendere. Ma come fare ad uscire dal vicolo cieco in cui versa attualmente l’occidente è un’incognita alla quale si deve prestare attenzione; sono su queste elaborazioni e su queste proposte che si giocano i futuri equilibri sociali o le strategie per ammansire gli individui.

Qui entra in gioco l’asso nella manica, la teoria legata ai redditi di cittadinanza o, in una visione ancora più “estrema”, al basic income. Ossia redditi monetari elargiti dallo Stato e prelevati attraverso dei meccanismi fiscali, atti a compensare il fatto che (almeno in occidente) il concetto di lavoro umano sta progressivamente abbandonando il campo.

In molti ci vedono il compimento di una società libera e felice, altri il compimento della supremazia dello Stato, altri una schiavitù senza catene, ecc. 

A parte la differenziazione tra i redditi derivanti dal workfare e il basic income, aventi due significati assolutamente distinti, il concetto di base rimane grossomodo invariato, qualcuno deve darti quattrini perché il tuo lavoro non serve più. Il riferimento è sempre alla percentuale più consistente di lavoro salariato, ossia il manifatturiero e il logistico, rimangono fuori il lavoro cognitivo e quello agricolo, quest’ultimo è quello che maggiormente fa uso di manodopera irregolare, mentre il primo da anni soggiace sulla precarietà. Le soluzioni introdotte con i redditi di base o di cittadinanza, non sono reali soluzioni, ma processi compatibili con il sistema economico dominante, le quali non arrestano il principio di crescita lineare, anzi è proprio per permettere di consumare che si è disposti ad elargire reddito monetario.

A questo proposito sono d’obbligo alcune precisazioni sul significato di workfare e di come questo strumento si inserisca all’interno del tessuto socio-economico, non come supporto o sostegno al reddito individuale o familiare, ma come strumento che determina il comportamento individuale. Il workfare si estrinseca in un insieme di obblighi comportamentali e indirizzi all’acquisto. Chi è assoggettato al sistema deve attenersi ad un insieme di obblighi e sottostare ad alcuni controlli, e ciò che percepisce non può essere speso in un acquisto libero di prodotti di qualsivoglia natura. Questo stride in parte con la retorica della libertà degli individui di poter spendere liberamente il proprio denaro, mantra tanto caro alle scuole neo liberiste, ma è coerente con una visione paternalista dello Stato, il quale ti sta elargendo una certa somma ma ti controlla rispetto a quel che puoi comprare. Il sistema del workfare si estrinseca anche nell’obbligo di accettare le proposte di lavoro che ti vengono fatte e nel prestare lavoro volontario per la collettività. Se ad uno sguardo disattento, magari supino alla retorica che il sussidio non deve creare sfaticati e scansafatiche, ciò può sembrare legittimo e socialmente stimolante, ad uno sguardo un po’ più attento alcune contraddizioni emergono.

Una prima contraddizione risiede nell’essere costretto ad accettare un lavoro (potendo rifiutare due proposte) non solo per una questione di attitudine lavorativa, ma semplicemente per la ricattabilità insita nel meccanismo, se vieni licenziato comincia un periodo di osservazione per capire se sei un soggetto meritevole del sussidio mentre per chi licenzia nella sostanza non succede quasi nulla. In pratica chi assume attraverso i canali del workfare ha dei vantaggi economici incamerando alcune mensilità del sussidio destinate al lavoratore, che rigirerà a quest’ultimo. Ma oltre alla convenienza di non pagare alcune mensilità, il datore di lavoro ha il coltello dalla parte del manico dal momento che se licenzia sarà il lavoratore a doversi discolpare e dimostrare di essere una persona ossequiosa e ligia al dovere. Per quanto riguarda le ore da dedicare obbligatoriamente a lavori di pubblica utilità, circa 8 a settimana quelle previste dal sistema italiano, finiscono per essere lavori per conto dell’ente comunale o aziende che operano su servizi di rilevanza comunale, quindi si può immaginare che si possano passare due turni da 4 ore a falciare prati o potare siepi, oppure assorbiti come operatori base nel terzo settore. Il problema è che se da un lato può sembrare lecito e razionale, ripagare in qualche modo la società per il supporto economico, dall’altra chi gestisce questo tesoretto di forza lavoro “già pagata” si ritrova a poter svolgere più lavori senza aumento di costi. Questo tipo di razionalità comincia ad essere assai poco indirizzata verso qualcosa di socialmente utile.

Per quanto concerne invece in basic income, o reddito universale, se da un lato elimina la retorica del merito, in quanto sarebbe un fisso mensile per tutti, ricchi e poveri uomini e donne singoli e famiglia (quindi cumulabile), dall’altro apre l’interrogativo circa la provenienza di questo salario universale. Uno dei principali sostenitori del basic income è il professor van Parijs il quale quantifica il reddito universale come percentuale sul PIL nazionale (dal 15 al 25%) divisa per tutta la popolazione residente maggiore di 18 anni, l’esborso dovrebbe autofinanziarsi con l’eliminazione di tutti gli altri sussidi, comprese le pensioni. Senza scendere nel dettaglio fine sulle reali fattibilità di questo strumento, si parla per l’Italia di circa 350 euro al mese con un prelievo del 15% del PIL fino ad arrivare a circa 500 euro con un prelievo del 25%. Il che vuol dire, avendo legato il PIL al reddito, che maggiore è il PIL maggiore è il reddito universale, con tutto quello che comporta sostenere, in maniera lineare, la crescita del PIL che, per l’Occidente, è direttamente legato all’impoverimento di altre parti del mondo. Probabilmente nella visione apocalittica di popoli che sostengono la diretta ridistribuzione della ricchezza, proveniente dalla crescita economica indefinita e dalle transazioni finanziarie e azionarie, l’espansionismo economico sarà sostenuto come l’unica realtà possibile, tanto quanto lo è attualmente il pensiero neo-liberista.

Riteniamo, in conclusione, porre due considerazioni politiche su queste forme di sostegno al reddito. La prima considerazione è legata al soggetto sociale. Senza una soggettività conflittuale che ne rivendica, con la lotta, l’utilità e l’adozione, lo strumento rischia di diventare un boomerang contro le classi popolari e subalterne. La sua provenienza “dall’alto”, ci sembra che trascini e smantelli tutti gli strumenti di welfare già esistenti (come sta già avvenendo, ad esempio, con il cosiddetto assegno unico). La seconda considerazione è direttamente collegata alla prima: se le lotte servono a mutare i rapporti di forza, allora i fondi con i quali finanziare questi strumenti devono essere drenati dal capitale e non dal lavoro, questo per evitare – come sta già accadendo – che ciò che ci elargiscono sia sostanzialmente reddito indiretto, già prelevato, sotto altre forme, dallo Stato ai lavoratori contribuenti.

da: La redazione di Malanova

La prima parte dell’articolo puoi leggerla QUI

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Pubblichiamo il numero zero del bollettino "Case in Rivolta" curato da diverse realtà della lotta per la casa e il diritto all'abitare nel nostro paese. Sono raccolti diversi contributi da Brescia, Roma, Parma, Pisa e Milano. Il bollettino è stato presentato il 24 agosto durante la festa di Radio Onda d'Urto. L'idea di questo progetto è nata in conclusione della tre giorni milanese "Città in rivolta" tenutasi a maggio e l'obiettivo è arrivare a costruire un coordinamento tra le diverse città. QUI è leggibile il bollettino.  

UN’INTRODUZIONE NECESSARIA
Step by step. Questo che avete tra le mani è il NUMERO ZERO di un giornale periodico che ha nelle sue intenzioni di raccogliere, documentare e condividere le storie e le molte sfaccettature dei conflitti abitativi in Italia. Questa idea nasce “a margine” di alcuni scambi e confronti aperti che una serie di collettivi e comitati hanno elaborato nel corso degli ultimi mesi, in un arco temporale che va da maggio 2021 a giugno 2022.
Il primo evento che ha dato vita a questo confronto è stato il convegno sull’Abitare organizzato a Roma l’8 e il 9 maggio. Il secondo è stato il meeting “Casematte”, tenuto a Pisa in autunno 2021. L'ultimo invece a metà maggio a Milano, dal titolo “Le città in rivolta”. Questi tre appuntamenti sono stati degli intervalli di pensiero collettivo e confronto politico di un flusso di azioni di lotta che scadenzano, da sempre, il tessuto urbano e provinciale del nostro paese e che hanno come protagonist*: inquilin* delle case popolari; occupanti senza titolo e\o assegnatari; donne in conflitto contro la violenza istituzionale, economica e domestica; famiglie e giovani contro gli sfratti e contro gli affitti a libero mercato. Le pratiche raccontate sono: picchetti, occupazioni abitative, riunioni e assemblee di vicinato e di quartiere, difese legali e ricorsi all’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Battaglie urbane che coprono un ventaglio ampio e disperso: dal nodo dei servizi sociali e del welfare a quello delle pianificazioni metropolitane in mano ai complessi finanziari industriali del turismo e della rendita. Dietro la recrudescenza dell’emergenza abitativa in realtà ci sono soggetti in carne ed ossa che si battono, che pensano e che agiscono. Gli appuntamenti di discussione nazionale si sono configurati come bisogno di ascolto reciproco e di connessione organizzativa per poter contare di più. Dare valore all'abitare nella crisi ecologica e ambientale prodotta anche della tossicità energivora delle metropoli in espansione. Dare valore ai quartieri, alle vie, ai condominii, opponendosi alla vendita e alle espulsioni delle città turistificate. Dare valore alle relazioni tra l* residenti, ribaltando il mito proprietario e mettendo al centro il potere di lotta e contrattazione delle proprie comunità territoriali, contro la violenza dei padroni del mattone.
Da maggio 2021 a giugno 2022 non si è costituita una nuova organizzazione, ma è cresciuto lo spirito di collaborazione tra molte realtà resistenti e occupanti, per reagire insieme alla crisi del libero mercato, per darsi obiettivi praticabili che spostino i rapporti di forza a favore dei “senza reddito e dei senza proprietà”. Per dare fiducia e immaginazione ai percorsi di conflitto e autonomia che hanno bisogno di svilupparsi, contro gli sfratti, i pignoramenti e la degradazione del patrimonio pubblico. È il cattivo abitare un nemico delle nostre esistenze, ciò che ci rende subalterni ai poteri che governano le nostre città e provincie. Ma cos’è questo cattivo abitare?
Sono le ristrettezze degli spazi in cui siamo stipati in affitto; sono i debiti e i pignoramenti per gli affitti a libero mercato; sono la muffa e la mancanza di sicurezza e manutenzione; sono l'invasività dei padroni di case, dei poliziotti e dei funzionari statali a violare i nostri spazi domestici.
Queste condizioni di alienazione sostanziale del diritto all'abitare dignitoso hanno bisogno di essere messe al centro di un agire collettivo e pratico. Hanno bisogno di essere conosciute per essere rovesciate in libertà e condivisione dell'abitare.
Il bollettino “Case in Rivolta” nasce dunque come prima risposta a questa esigenza: conoscere e diffondere le azioni e le idee, i linguaggi, le pratiche di chi da nord a sud si batte per la casa.
Scrivevamo nell'appello di convocazione dell'appuntamento autunnale a Pisa: “Casematte vuole essere uno spazio di ascolto, partecipazione e riflessione per: approfondire l'analisi e la discussione politica della lotta per la casa, per dare forza alla battaglia contro il Libero Mercato Immobiliare. Perciò riteniamo fondamentale il confronto diretto per la condivisione di pratiche ed esperienze delle reti e delle realtà di lotta per la casa. Siamo spint* dalla profonda necessità di formarci, come compagne e compagni, come persone impegnate nei picchetti antisfratto e nelle attività sociali nei quartieri. Formarci per apprendere da altre esperienze e per studiare i meccanismi di oppressione che rendono l'insieme degli inquilini, dei residenti e degli abitanti una massa impaurita e tendenzialmente atomizzata di fronte alle leggi della proprietà immobiliare. Ma questa esigenza è anche la medesima di conoscere e consolidare nuovi rapporti per vincere le battaglie per la giustizia abitativa. Il mercato abitativo ha continuamente bisogno di investire, costruire, predando il territorio e creando enormi danni al livello ambientale (sostenendosi sulla retorica della mancanza di risorse), mentre milioni di abitazioni giacciono in disuso e le persone non hanno un tetto sulla testa. Nelle nostre città, dalle province suburbane ai quartieri delle metropoli, assistiamo a una ripresa dell'organizzazione di base delle lotte nei territori, sempre più spostate nella provincia e nelle periferie, per autodeterminare i bisogni abitativi contro sfratti, pignoramenti sgomberi ma anche contro i distacchi delle utenze.”

L'INIZIO DI UN PERCORSO.
La due giorni tenuta a Roma nell’occupazione abitativa Metropoliz è stata un primo momento di incontro e di confronto in presenza tra varie realtà in lotta. Il convegno è stato organizzato con l’intento di costruire una piattaforma di proposta di iniziativa popolare sull'abitare a partire da cinque punti, che hanno costituito cinque tavoli tematici: sfratti, sgomberi e controllo degli affitti; finanziarizzazione del patrimonio immobiliare; problema delle residenze e articolo 5 del Piano Casa; studentificazione, turistificazione e gentrificazione dei quartieri; edilizia residenziale pubblica e sanatorie.
La tre giorni “Casematte”, tenuta all'interno del convento comunale “Santa Croce in Fossabanda”, occupato per l'occasione, ha prodotto analisi e racconti in diverse tavole rotonde, dando spazio anche a contributi di compagn* andalusi, catalan* e portoghesi. È stata una tre giorni decisiva per pensare all’abitare, al territorio domestico e urbano, come “variabile impazzita” per la conduzione di una lotta generale e compositiva contro l’ordine costituito. Hanno preso parte decine di esperienze di lotta per l'abitare. Nella sua parzialità è stato un momento di grande vitalità che ha incoraggiato singole situazioni di lotta abitativa a riprendere il dialogo e ad immaginare nuove traiettorie di movimento sociale a partire dai territori. I movimenti per l’abitare, infatti, non si sono mai fermati negli anni, ma la pandemia e le continue evoluzioni della crisi sociale e politica hanno determinato dei cambiamenti sia nei bisogni abitativi che nelle forme di lotta e organizzazione delle varie realtà.
Il risultato positivo condiviso è stato quello di sentirsi parte di un avvio comune, non delimitato da formule organizzative precostituite, ma con il duplice obiettivo di stare con i piedi ben piantati nelle contraddizioni materiali e locali e con l'ambizione e la consapevolezza di vivere un momento storico, frutto delle contraddizioni insanabili della globalizzazione e del libero mercato.
Un'altra caratteristica condivisa del confronto tenutosi a Roma e Pisa è stata l'irriducibilità della lotta per la casa a questione “particolare ed emergenziale”. La contraddizione insanabile tra i bisogni voraci del mercato immobiliare e le effettive esigenze delle persone, generano un'emergenza abitativa permanente, che non rappresenta una stortura negativa dello stato sociale: è invece il profondo sintomo della polarizzazione della ricchezza e rappresenta la base materiale del saccheggio su cui avvengono le grandi trasformazioni finanziarie delle città globali. Convinzione condivisa è che la lotta per la casa non sia di retroguardia. È invece una lotta per cambiare modello sociale, è una lotta di potere, inteso come possibilità di riscatto collettivo contro lo stesso sistema industriale e nocivo che ha prodotto la pandemia.

 

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