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Articoli filtrati per data: Wednesday, 07 Settembre 2022

Mentre sono in corso le audizioni al Parlamento europeo sul gruppo israeliano NSO, anche una società di spionaggio italiana, la Tykelab, propone tecnologie controverse. 

 

L’Unione Europea (UE) sta iniziando a rendersi conto della minaccia rappresentata da un’industria di sorveglianza fuori controllo, con il famoso gruppo israeliano NSO e il suo software Pegasus nel mirino. Mentre il Parlamento europeo riprende le audizioni sugli spyware questa settimana, un’indagine di Mediapart, Der Spiegel, Domani, IrpiMedia e EU Observer, condotta sotto l’egida di Lighthouse Reports, rivela l’entità delle operazioni di un gruppo di sorveglianza europea sconosciuta, ma di cui gli strumenti sono utilizzati in tutto il mondo, anche nei paesi le cui autorità sono accusate di corruzione e violazioni dei diritti umani.

Tykelab, con sede in Italia (http://www.tykelab.it/wp/http://www.tykelab.it/wp/ Via Padre Lais Giuseppe, 12, 00142 Roma), e la sua società madre RCS Lab Group (https://www.rcslab.it/it/index.html, Via Caldera 21, 20153 Milano) vendono potenti tecnologie di sorveglianza all’interno e all’esterno dell’UE che, nelle loro parole, “tracciano i movimenti di quasi tutti quelli che hanno un telefono cellulare, sia che si trovino a pochi isolati di distanza o in un altro continente”.

Analizzando i dati riservati delle telecomunicazioni e gli approfondimenti degli esperti del settore, siamo stati in grado di stabilire che queste aziende utilizzano una gamma di strumenti di sorveglianza e hacking. Eseguono attacchi segreti alle reti telefoniche per conto dei loro clienti e utilizzano malware sofisticati, che forniscono un accesso remoto completo a un dispositivo mobile.

Questi strumenti sono stati utilizzati contro obiettivi nel sud-est asiatico, in Africa, in America Latina e in Europa.

Gli eurodeputati, i professionisti delle telecomunicazioni e gli esperti di privacy intervistati su queste rivelazioni sono fermamente convinti che aziende come Tykelab minaccino i diritti e la sicurezza dei cittadini.

“Questo è un grande fornitore di spyware, questa volta con sede in Europa, che non rispetta lo stato di diritto, indigna l’eurodeputata Sophie In’t Veld. È giunto il momento che l’intero settore, che opera in una sorta di zona grigia dell’UE, sia regolamentato. Devono essere fissati dei limiti o la nostra democrazia è infranta».

Secondo Edin Omanovic, direttore dell’advocacy per l’ONG Privacy International, “la minaccia rappresentata dall’industria degli spyware mercenari dovrebbe ora essere ovvia per Bruxelles e le capitali europee: devono intraprendere azioni decisive per proteggere le reti, porre fine a questo commercio e sanzionare le aziende complici negli abusi, come hanno già fatto gli Stati Uniti”.

Questa indagine fa parte di una lunga serie di rivelazioni sulle attività dell’industria dello spionaggio nel mondo. L’anno scorso, un consorzio di giornalisti ha dimostrato come il software Pegasus fosse stato utilizzato contro giornalisti, difensori dei diritti umani e politici. Più recentemente, è stato scoperto che un software simile era stato utilizzato per monitorare un giornalista e un politico in Grecia. Quest’estate, una commissione parlamentare europea ha ascoltato esperti della società civile e un alto rappresentante del gruppo israeliano NSO.

Sfuttare le vulnerabilità delle reti

I dati riservati che abbiamo ottenuto mostrano così come l’azienda italiana, che si presenta come un fornitore inoffensivo di servizi di telecomunicazioni, abbia sfruttato segretamente le vulnerabilità delle reti telefoniche di tutto il mondo per conto dei propri clienti.

Alla domanda sulle nostre rivelazioni, il gruppo RCS Lab ha confermato di controllare Tykelab e che i suoi “prodotti e servizi sono forniti alle forze dell’ordine per supportare la prevenzione e l’indagine su reati gravi come atti di terrorismo, traffico di droga, criminalità organizzata, abusi sui minori, corruzione, ecc. La società ha dichiarato di aderire alle normative italiane ed europee sull’esportazione e assicura che il proprio personale non è autorizzato a svolgere attività operative a supporto dei clienti. Tuttavia, si è rifiutata di divulgare qualsiasi dettaglio su di loro.

Diversi specialisti della sicurezza delle reti di telecomunicazioni hanno spiegato, in condizione di anonimato, di aver visto Tykelab svolgere attività di sorveglianza telefonica su larga scala. La società ha affittato dozzine di punti di accesso alla rete (noti come “titoli globali” nel settore delle telecomunicazioni) da operatori legittimi in tutto il mondo e li ha utilizzati per sondare i punti deboli nelle reti dei paesi ed esfiltrare di nascosto dati personali, inclusa la posizione delle persone che li utilizzano reti.

La società è stata avvistata svolgere attività di sorveglianza in paesi tra cui Libia, Nicaragua, Malesia e Pakistan, nonché in Italia e altrove nell’UE.

“Sono sempre più attivi, testimonia un esperto che da mesi segue le attività di Tykelab su diverse reti telefoniche. Dall’inizio di quest’anno il numero degli attacchi è aumentato e ora è costante. »

Tykelab fa parte di un conglomerato di sorveglianza italiano in crescita, RCS Lab, che ha filiali in Francia, Germania e Spagna, nonché un’altra filiale in Italia, Azienda Informatica Italiana (http://www.azinit.ithttp://www.azinit.it Corso Vittorio Emanuele II 74, 10121 Torino). Il gruppo è stato recentemente acquisito da un’altra società di sicurezza italiana, Cy4Gate (https://www.cy4gate.com/it/ Via Coponia 8 – 00131 Rome).

Tykelab ha sede a Roma, al secondo piano di un normale edificio per uffici. Ma gli specialisti della sicurezza delle reti di telecomunicazioni hanno notato l’anno scorso che la società stava instradando grandi quantità di traffico sospetto attraverso un gruppo di reti telefoniche con sede nel Pacifico meridionale. Era una dei numerosi segnali d’allarme.

I dati riservati visti da Lighthouse Reports mostrano come, in un solo giorno del 2022, Tykelab abbia utilizzato un operatore telefonico di gruppo con sede in un arcipelago remoto per inviare migliaia di domande sospette in Malesia.

Queste richieste, in una rete debolmente protetta, portano alla divulgazione dell’ubicazione degli utenti del telefono. Non esiste traccia di attività sul telefono stesso e c’è poco che un singolo utente possa fare per prevenire l’attacco.

Altri dati mostrano come, in un periodo di dieci giorni a giugno, l’azienda abbia sfruttato 11 punti di accesso alla rete dalle isole del Pacifico per prendere di mira persone in Costa Rica, Nicaragua, Libia e Pakistan, nonché in Iraq, Mali, Macedonia, Grecia, Portogallo e Italia.

“Li vediamo sondare le reti e cercare costantemente e sistematicamente modi per aggirare i sistemi di protezione. Vediamo anche che effettuano un monitoraggio palese e mirato degli individui “, spiega l’analista, che ha compilato questo set di dati.

“Sebbene la maggior parte di questi attacchi miri a forzare la divulgazione dei luoghi, in Libia abbiamo assistito ad attività coerenti con i tentativi di intercettare chiamate o messaggi di testo”, ha aggiunto.

L’analista spiega che oltre a casi evidenti di sorveglianza di individui, l’azienda sembra esplorare, in modo più generale, le debolezze delle reti telefoniche. Una cartografia dell’attività dell’azienda che abbiamo potuto rivedere mostra come, in soli due giorni, ha intervistato reti in quasi tutti i paesi del mondo.

“Sembra un’operazione di vasta portata progettata per identificare le reti globali meno ben difese”, ha commentato l’analista.

Jean Gottschalk della società di consulenza per la sicurezza mobile con sede negli Stati Uniti Telecom Defense ha esaminato questi dati su richiesta di Lighthouse Reports e conferma che indicano attività sospette. “I messaggi specifici che sono stati osservati vengono solitamente inviati da piattaforme di geolocalizzazione il cui scopo è tracciare i movimenti di obiettivi di alto valore”, afferma.

Dall’inizio degli anni 2010, è risaputo che il sistema SS7 (che collega tra loro le reti mobili globali per consentire alle compagnie telefoniche di sapere dove si trovano i loro clienti quando viaggiano) può essere sfruttato per la sorveglianza. Aziende specializzate offrono questo tipo di servizio ai clienti governativi e alcuni operatori telefonici hanno implementato sofisticati firewall per contrastare i rischi di sorveglianza. Ma, in generale, l’industria considera questo problema complesso e costoso da risolvere.

Dietro le quinte, i professionisti delle telecomunicazioni hanno lanciato l’allarme sulle attività di Tykelab. Un rapporto riservato per un forum del settore privato attribuisce all’azienda oltre 27.000 attacchi di rete in alcune parti dell’Africa, del sud-est asiatico e dell’Europa nella prima metà del 2022. In Canada, il Center for Government Cyber Security (CCCS) ha recentemente identificato tre Tykelab punti di accesso come principali canali per il traffico sospetto.

Il rapporto CCCS ha richiesto una chiamata per interrompere una piccola parte dell’accesso di Tykelab alle reti telefoniche globali. Ma Pat Walshe, ex direttore della privacy presso l’associazione del settore mobile GSMA, afferma che queste misure sono insufficienti. “Queste rivelazioni richiedono un’indagine immediata da parte delle autorità di regolamentazione e un’azione da parte dell’industria”, ha affermato.

Uno degli analisti che indaga sulle attività di Tykelab afferma che le pratiche dell’azienda non rientrano in ciò che è normalmente accettato nel settore delle telecomunicazioni. Secondo lui, “non c’è giustificazione per un ente italiano che utilizzi punti di accesso situati nel Pacifico meridionale per inviare richieste di localizzazione a privati in Libia e Nicaragua”.

Delle società in piena espansione

L’accesso alla rete di Tykelab ha consentito alla sua società madre, RCS Lab, di offrire ai propri clienti un sofisticato servizio di intelligence, chiamato Ubiqo. Un opuscolo di vendita spiega che Ubiqo può “tracciare i movimenti di quasi tutti coloro che hanno un telefono cellulare, sia che si trovino a pochi isolati di distanza o in un altro continente” e “generare informazioni elaborando schemi di movimento, luoghi di incontro e orari.

La società ha affermato che spera di espandere la propria presenza nei mercati esteri, cosa che potrebbe aiutarla a fare le battute d’arresto pubbliche del gruppo NSO rivale.

A giugno, la società di sicurezza informatica Lookout e il gruppo di analisi delle minacce di Google hanno identificato Tykelab e RCS Lab come gli sviluppatori di uno strumento di sorveglianza precedentemente sconosciuto chiamato Hermit, attivo in Italia e Kazakistan. Lookout ha rivelato ad agosto di aver appena identificato un altro caso di pirateria informatica nell’UE, questa volta in Romania.

Gli utenti vengono indotti a scaricare Hermit dopo aver ricevuto collegamenti dal proprio operatore telefonico o da altri fornitori di servizi. Una volta installato, Hermit può registrare l’utente e l’ambiente circostante e accedere a contatti, foto, messaggi, eventi del calendario e file memorizzati.

Il ricercatore di Lookout Justin Albrecht afferma che mentre il metodo di installazione di Hermit è meno sofisticato di quello di Pegasus, le sue capacità sono simili. “Sia Pegasus che Hermit sono potenti strumenti di sorveglianza”, spiega Albrecht. Praticamente tutte le comunicazioni e i dati personali provenienti da un dispositivo infetto da uno di questi malware sarebbero esposti all’entità che esegue la sorveglianza. »

La società sorella di Tykelab, Azienda Informatica Italiana, è descritta nella documentazione aziendale come “incentrata sui servizi di ricerca e sviluppo a supporto dell’unità Spyware”. Sui social media, i suoi dipendenti affermano di costruire software di intercettazione per dispositivi iPhone e Android. Un manager racconta che negli ultimi anni si era concentrato sul rendere il prodotto dell’azienda più facile da vendere all’estero, e di conseguenza il sistema veniva venduto in Italia “e in diversi paesi esteri”.

La continua espansione all’estero è una parte importante della strategia del nuovo conglomerato Cy4Gate-RCS Lab. Le due società hanno “rapporti d’affari con i governi concentrati nel Golfo, in Asia centrale e in America Latina”, secondo le dichiarazioni degli azionisti. Ma è probabile che tale crescita all’estero sia controversa e metta RCS Lab e i suoi nuovi proprietari sotto maggiore controllo.

“La sorveglianza informatica commerciale venduta segretamente a chiunque sia disposto a pagare rappresenta un rischio per la sicurezza globale per tutti noi all’interno e all’esterno dell’Unione europea”, ha affermato Markéta Gregorová, relatrice del Parlamento europeo per il controllo delle esportazioni di tecnologie di sorveglianza. Questo tipo di servizio permette di torturare e uccidere attivisti per i diritti umani e giornalisti”.

da Mediapart.fr di Crofton Black, Gabriel Geiger e Riccardo Coluccini (Lighthouse Reports)

traduzione a cura di Salvatore Palidda

Da: Osservatorio Repressione

 

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L’uso improprio della retorica e delle autorità antiterrorismo stanno incoraggiando gli Stati autoritari, contribuendo a un regresso democratico e diminuendo la nostra sicurezza collettiva. 

 

In tutto il mondo, assistiamo a una pratica costante di abuso del linguaggio e delle leggi antiterrorismo per prendere di mira, mettere a tacere e danneggiare la società civile e i difensori dei diritti umani. L’uso improprio della retorica e delle autorità antiterrorismo stanno incoraggiando gli Stati autoritari, contribuendo a un regresso democratico e diminuendo la nostra sicurezza collettiva. Due esempi sorprendenti dall’Arabia Saudita e da Israele sottolineano la portata delle sfide e l’urgenza di confrontarsi direttamente con gli Stati il ​​cui flagrante abuso della retorica e delle leggi sull’antiterrorismo minano insieme la sicurezza e i diritti.

La condanna di Salma al Shebab da parte dell’Arabia Saudita

La scorsa settimana, un tribunale antiterrorismo dell’Arabia Saudita ha condannato Salma al-Shebab, madre di due figli e studentessa laureanda in odontoiatria, a una pena detentiva e a un divieto di viaggio di 34 anni. I suoi atti di “terrorismo” consistevano semplicemente nel twittare e nel retwittare messaggi che sembrano esprimere sostegno ai dissidenti sauditi che sostengono la riforma politica e i diritti umani fondamentali nel Regno. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha giustamente e duramente risposto a questa sentenza del tutto sproporzionata e dura esortando “le autorità saudite ad annullare la sua condanna e a rilasciarla immediatamente e incondizionatamente. Non avrebbe mai dovuto essere arrestata e accusata di tale condotta”.

Il Regno mantiene una definizione inaccettabilmente ampia di terrorismo nella sua legge nazionale antiterrorismo, del tutto incoerente con i requisiti del diritto internazionale, comprese le risoluzioni antiterrorismo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che impongono agli Stati di attuare i loro obblighi sull’antiterrorismo coerenti con il diritto internazionale, il diritto umanitario internazionale e i loro obblighi in materia di diritti umani. La legge saudita del 2017 sulla lotta ai crimini di terrorismo e sul suo finanziamento (modificata nel giugno 2020) è un atto profondamente problematico della legislazione nazionale, che consente sostanziali abusi dei diritti umani, minando qualsiasi capacità autonoma degli individui di esercitare diritti fondamentali come la libertà di riunirsi, discutere e partecipare politicamente senza entrare in conflitto con la vastissima gamma di atti ordinari descritti come “terrorismo” dal governo. È opportuno citare alcuni passaggi della legislazione per illustrare quanto sia incredibilmente ampia la gamma di atti descritti dal governo come “terrorismo”:

“Qualsiasi atto commesso, individualmente o collettivamente, direttamente o indirettamente, da un autore, con l’intenzione di turbare l’ordine pubblico, destabilizzare la sicurezza nazionale o la stabilità dello Stato, mettere in pericolo l’unità nazionale, criticare la Legge Fondamentale dell’Arabia Saudita o alcuni dei suoi articoli, minare la reputazione del governo o dello Stato, causare danni a strutture statali o risorse naturali, tentare di costringere una delle sue autorità a compiere una particolare azione o inazione o minacciare di compiere atti che porterebbero ai suddetti obiettivi o istigare tali atti; o qualsiasi atto inteso a causare la morte o lesioni personali gravi a un civile, o a qualsiasi altra persona, quando lo scopo di tale atto, per la sua natura o contesto, è intimidire una popolazione, o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a fare o astenersi dal compiere qualsiasi atto”.

Il “crimine” di Salma al-Shebab nell’uso di Twitter per “causare disordini pubblici e destabilizzare la sicurezza civile e nazionale” ridicolizza qualsiasi tipo di seria discussione sull’antiterrorismo e sottolinea un punto più profondo: il Regno dell’Arabia Saudita sta abusando sistematicamente delle leggi antiterrorismo prendendo di mira i difensori dei diritti umani, le donne che esprimono la loro opinione, i giornalisti e chiunque sembri sgarrare, non importa quanto minore possa essere l’infrazione.

Tutto ciò sarebbe deplorevole, ma quando lo stesso Stato che sta imprigionando delle giovani madri per il loro uso di Twitter ai sensi della legge antiterrorismo, è anche uno dei principali finanziatori dell’architettura globale dell’antiterrorismo presso le Nazioni Unite, queste azioni hanno altre implicazioni. Più specificamente, sottolineano che gli Stati che “pagano per giocare” nell’antiterrorismo e di conseguenza ottengono un’influenza smisurata sulle politiche antiterrorismo globali, non possono ricevere un lasciapassare sui propri abusi sistematici dell’antiterrorismo.

Non è sufficiente che le voci più autorevoli in materia di diritti umani siano ascoltate su questo abuso, è tempo che il sistema delle Nazioni Unite nel suo insieme parli con una sola voce dell’uso improprio, costante, prolungato e pervasivo degli abusi dell’antiterrorismo in tutto il mondo e agisca. In particolare, la portata del problema spetta all’Ufficio del Segretario Generale e all’Ufficio per l’Antiterrorismo delle Nazioni Unite per affrontare direttamente e inequivocabilmente tali abusi.

Le azioni repressive di Israele contro le organizzazioni palestinesi per i diritti umani

Un altro governo della regione, Israele, ha giocato a lungo in modo altrettanto inconcepibile nei suoi tentativi sistematici e inequivocabili di distruggere la società civile palestinese attraverso la retorica e le operazioni abusive di “antiterrorismo”. Il governo israeliano ha autorizzato irruzioni militari negli uffici di sette importanti organizzazioni palestinesi e ha interrogato o cercato di interrogare i loro membri. Le irruzioni sono state effettuate come un’operazione militare, lasciando supporre che le organizzazioni per i diritti umani avrebbero risposto con la forza e la violenza alle continue violazioni dei diritti umani contro di loro.

Le incursioni militari seguono l’azione profondamente screditata del governo israeliano di bandire queste organizzazioni nell’aprile 2022. Ancora una volta, utilizzando una legislazione nazionale antiterrorismo altamente viziata (Legge antiterrorismo 5776/2016 e relativi regolamenti e ordini) si può osservare la pratica dell’antiterrorismo strumentalizzata per annullare la tutela dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale con una mossa altamente cinica e politicamente motivata. Un gruppo di Relatori Speciali delle Nazioni Unite (me compresa) di questa legge nel maggio 2020 ha detto:

“Siamo preoccupati che l’attuale quadro giuridico e normativo per la designazione di organizzazioni terroristiche manchi di precisione in alcuni aspetti fondamentali, violi diritti di importanza cruciale e possa non soddisfare le soglie richieste di legalità, necessità, proporzionalità e non discriminazione ai sensi del diritto internazionale”.

Nessuna prova significativa o convincente è stata offerta dal governo israeliano per la sua designazione e le azioni degli ultimi mesi. Non sorprende che i tribunali israeliani siano stati estremamente ligi quando si invoca il “terrorismo” e non disposti a creare condizioni di parità per qualsiasi contestazione legale affidabile all’applicazione di tali misure. Mentre il “fascicolo” originale è segreto (un altro affronto a una procedura equa secondo la legge), una versione trapelata sottolinea la natura ridicola delle affermazioni e delle azioni che sono seguite. È fondamentale notare che un’analisi condotta dall’Ufficio Antifrode dell’Unione Europea ha confermato che “non è stato riscontrato alcun sospetto di irregolarità e/o frode ai danni dei fondi dell’Unione Europea” e diversi governi europei hanno affermato la loro profonda  preoccupazione per la proscrizione e la recente chiusura arbitraria di queste organizzazioni. Allo stesso modo, le agenzie dei servizi statunitensi non sono state in grado di avvalorare le affermazioni israeliane secondo cui queste organizzazioni per i diritti umani sono coinvolte o sostengono il terrorismo.

Gli abusi dell’antiterrorismo ci minacciano tutti e minano la nosra sicurezza collettiva

Riflettendo su queste preoccupanti tendenze, è chiaro che alcuni Stati stanno sistematicamente abusando dei poteri e delle leggi antiterrorismo per prendere di mira la società civile e mettere a tacere coloro che osano denunciare le loro politiche repressive. Nel contesto dell’occupazione israeliana, è proprio l’efficacia e la continua difesa delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani che hanno criticato sia Israele che l’Autorità Palestinese a renderle un bersaglio diretto. È giunto il momento di porre fine a tale abuso, e per tutti gli Stati, in particolare le principali democrazie, e di chiamarlo per quello che è.

Questo abuso delle misure antiterrorismo e di sicurezza è intimamente legato alla retrocessione democratica e al consolidamento autoritario. Uno dei motivi per cui gli abusi dell’antiterrorismo si sono rivelati così dannosi è perché fino ad oggi la comunità internazionale non è stata disposta a denunciarlo e sanzionare implicitamente gli Stati per i loro abusi. Di fatto, coloro che abusano dell’antiterrorismo comprendono che invocare la retorica del terrorismo offre loro copertura per violazioni inaccettabili del diritto internazionale. La mancata denuncia di queste violazioni legittima gli Stati autoritari, indebolisce le democrazie e mina gli obiettivi più ampi di risoluzione dei conflitti contenuti nella Carta delle Nazioni Unite.

La comunità internazionale è a un bivio. È giunto il momento di riconoscere la portata degli abusi dell’antiterrorismo in tutto il mondo, che rappresentano un attacco diretto alla società civile in Arabia Saudita, Israele e altrove. Gli Stati dovrebbero respingere gli abusi dell’antiterrorismo come violazioni fondamentali del diritto internazionale, emanare sanzioni e altre conseguenze specifiche contro coloro che compiono tali abusi e riaffermare un impegno globale a difendere i diritti umani ovunque.

Le pratiche antiterrorismo abusive, in Arabia Saudita, Israele o altrove, minacciano le norme fondamentali, prendono inesorabilmente di mira coloro che parlano per gli emarginati e minano lo Stato di diritto. Ignoriamo tali abusi a nostro rischio e pericolo.

Fionnuala Ní Aoláin è caporedattrice di Just Security, un forum su diritto, diritti e sicurezza nazionale degli Stati Uniti. È anche Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo. Contemporaneamente è anche Professore Reggente e titolare di cattedra Robina in Diritto, Ordine Pubblico e Società presso la Facoltà di Legge dell’Università del Minnesota e Professore di Diritto presso la Facoltà di Legge dell’Università Queens di Belfast, Irlanda del Nord. Ha pubblicato ampiamente nei campi dei poteri di emergenza, della regolamentazione dei conflitti, della giustizia di transizione e violenza di genere in tempo di guerra. Il suo libro: Law in Times of Crisis (Diritto in Tempi di Crisi – CUP 2006) ha ricevuto l’autorevole premio della Società Americana di Diritto Internazionale nel 2007: il Certificate of Merit (Attestato di Merito) per una borsa di studio creativa. I suoi libri: On the Frontlines: Gender, War and the Post Conflict Process (In Prima Linea: Genere, Guerra e Processo Post Conflitto) e Handbook on Gender and Conflict (Manuale su Genere e Conflitto) sono stati pubblicati da OUP (2016-17). Ní Aoláin è stata rappresentante del pubblico ministero presso il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia ai processi per crimini di guerra interni in Bosnia (1996-97). Nel 2003 è stata nominata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite come Esperto Speciale sulla promozione dell’uguaglianza di genere in tempi di conflitto e pacificazione. Nel 2011 ha completato uno studio sulle riparazioni per la violenza sessuale correlata ai conflitti per l’OHCHR e UN WOMEN. Ha presieduto l’International Women’s Program (Programma Internazionale delle Donne) dell’Open Society Fund (Fondo per una Società Aperta) 2011-17 ed è ora membro del Program Board (Comitato di Programma). Per due volte è stata nominata dal governo irlandese giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Fonte: english version

Di Fionnuala Ní Aoláin – 25 agosto 2022 - Traduzione: Beniamino Rocchetto 

Da:  Invictapalestina.org

 

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Il lavoro, nella sua essenza di processo trasformativo, non è una prerogativa dell’essere umano; macchine e animali possono svolgere molte mansioni, ma soprattutto le macchine le quali, in ragione dell’avanzamento tecnologico, tendono a sostituire il lavoro umano. 

Quindi il lavoro in sé, come fonte di profitto per chi lo utilizza, organizzandolo in un processo razionale, potrebbe fare a meno dell’essere umano se si potesse affidare ogni mansione ad un sistema meccanizzato o elettronico. Per quanto fantascientifico possa apparire, è quello che si sta realizzando, seppur in alcune aree economiche circoscritte dell’Occidente, ma questo non è un problema nuovo che attanaglia la contemporaneità, esso fu ipotizzato già nel momento stesso in cui si ravvisavano le prime innovazioni tecnologiche nel campo industriale. Ricardo, già nel 1817 nei “Principi di economia politica e dell’imposta” difatti scriveva: l’opinione della classe lavoratrice secondo la quale l’impiego delle macchine è spesso dannoso ai propri interessi non si basa sul pregiudizio e sull’errore, ma è conforme ai corretti principi dell’economia politica. Ciò che Ricardo non immaginava era che l’evoluzione dei mezzi di trasporto e di comunicazione, avrebbero diviso il mondo sostanzialmente in aree di due categorie, da un lato le aree a capitalismo avanzato che implementando lo sviluppo tecnologico richiedono meno forza lavoro, e le aree con un capitalismo in via di definizione, che attraggono quote crescenti di produzione dai paesi avanzati grazie al vantaggio competitivo costituito in primis il costo del lavoro, in secondo luogo da norme assai lasche o inesistenti circa salute, sicurezza e ambiente.

Si può immaginare sul lungo periodo che si raggiunga un equilibrio nello sviluppo globale del pianeta, ma non si può chiedere a chi versa in ambasce, quali la segregazione sociale e la povertà, di sperare in un ipotetico futuro migliore, ammesso e non concesso che gli sconvolgimenti climatici non ci spazzino via anzitempo. Forse spostando l’attenzione dal problema del lavoro in termini quantitativi, al problema del lavoro in quanto fattore di riproduzione che può essere surrogabile con altro, ci indurrebbe a rivedere alcune scelte del passato e rimodulare le azioni del presente.

Discutere sul significato del lavoro non equivale quindi a definirne il senso, il fatto che la domanda più pertinente della nostra contemporaneità ruoti attorno al senso del lavoro, dovrebbe far risuonare qualcosa nelle menti di coloro i quali negli anni si sono sempre dimostrati attenti ai cambiamenti. Molte cose sono cambiate definitivamente nell’ultimo quarto di secolo, alcune stanno cambiando molto rapidamente, per altre il cambiamento è sempre stato implicito nella loro natura; purtroppo ci si è spesso attardati nell’affrontare i sintomi dei mutamenti senza scendere alle radici stesse del problema.

Difendere il lavoro tout court fuori dal suo significato di fattore interno alla riproduzione capitalista pone certune organizzazioni in una posizione di sudditanza assai imbarazzante. Ma a fronte di una automazione imperante e vorace che sta trasformando non solo la produzione di merci (attività manifatturiere) vieppiù la produzione di servizi, quell’antico legame che intercorreva tra salario e riproduzione sociale pare farsi via via sempre più evanescente. Il profondo cambiamento di paradigma avvenuto nel corso dell’ultimo secolo sembra non aver destato molte preoccupazioni in alcuni ambiti.

Ciò mette in luce il ritardo analitico nel quale stiamo annaspando. Ritardo spesso assecondato da richieste di ripristinare lo status quo invece di tentare di mettere in discussione tutto il sistema. Negli anni passati si inneggiavano slogan contro la globalizzazione spesso non avendo idea di cosa fosse fino in fondo, ora che stiamo guardando i suoi effetti, spesso non ci viene in mente nulla di meglio che esigere redditi più alti e lavori stabili, questo vuol dire continuare a sottovalutare la portata del fenomeno.

Il processo di integrazione globale è un processo scomodo da maneggiare, perché poco chiaro nelle sue propaggini socio economiche, scomodo perché pieno di contraddizioni, scomodo perché si basa su strumenti assai potenti che lasciano il segno e influenzano enormemente i territori su cui operano.

Il processo di integrazione globale è altrettanto scomodo per gli stessi soggetti che ne fanno uso, nel momento in cui si trovano ad armeggiare con un processo molto flessibile e rapido che con la stessa velocità con la quale riesce a far schizzare il PIL in una regione, ne affossa un’altra. Non è quindi semplice decifrare il senso del lavoro nella nostra contemporaneità senza comprendere fino in fondo cos’è il processo di globalizzazione e quali sono gli scenari che ha contribuito a chiudere e quali quelli che sta aprendo.

Il lavoro e la struttura economica sono molto più che fattori interdipendenti, sono elementi costitutivi dello stesso sistema, che pur essendo influenzati dai medesimi processi assumono ruoli diversi all’interno del meccanismo di riproduzione del capitale. Le relazioni che legano il lavoro alla struttura economica della società contemporanea sono relazioni nelle quali il lavoro deve essere identificato e catalogato per poter essere inteso e per comprenderne il ruolo all’interno dei processi produttivi. L’avanzamento tecnologico aumenta la velocità di trasferimento dei servizi delle risorse e del capitale, fino al punto in cui i flussi di investimento e i trasferimenti di denaro sono praticamente istantanei e virtualmente senza confini, mentre la velocità di trasferimento della forza lavoro oltre ad essere dettata dai tempi di trasporto è limitata dai confini istituzionali. Quindi da un lato i servizi e le merci non conoscono (o quasi) barriere, mentre il lavoro è bloccato e territorialmente circoscritto (Stiglitz, 2015).

L’innovazione tecnologica quindi crea le condizioni sulle quali si costruiscono nuovi scenari e sulle quali vengono ad essere impostate le istanze di cambiamento della struttura socio economica mondiale.

L’implementazione del sistema dei trasporti e dell’informatizzazione della logistica, ha contribuito in maniera assai profonda alla ridefinizione di tempi e costi attraverso un processo di efficientamento a livello mondiale. Ciò ha favorito la delocalizzazione della produzione in aree nelle quali il costo del lavoro è concorrenziale, addirittura con l’avanzamento tecnologico, nel momento in cui il lavoro umano costa poche decine di dollari al mese. Ma al di là di alcune eccezioni, il processo congiunto di delocalizzazione e robotizzazione sta rendendo problematica la gestione delle residualità di lavoratori attualmente impegnati in Europa e Stati Uniti. Per questi lavoratori l’economia neoliberista non è in grado di trovare una collocazione, se non chiedendo programmi statali di accompagnamento dolce alla disoccupazione.

È il caso della FCA che, non avendo più bisogno di lavoratori tra Pomigliano e Melfi, procede a ristrutturazioni della produzione, lasciando a casa gente problematica e trattenendo (chissà per quanto ancora) lavoratori più mansueti. Il problema che ci riporta all’inizio di questo discorso introduttivo è quindi il senso del lavoro, ed è nei paradossi e nelle contraddizioni che spesso si coglie il senso più profondo delle cose. Quindi abbiamo da un lato lavori che tendono a sparire perché semplicemente sono rimpiazzati o da automi o da esseri umani che costano meno, mentre quel poco che resta è spinto dal principio di massimizzazione della produttività. Dal momento che un lavoratore in Europa “costa troppo”, allora devo farlo lavorare più intensamente nelle 8 ore, solo così posso parzialmente bilanciare lo svantaggio competitivo di lasciare la produzione in Italia.

Quindi un paradosso potrebbe essere il seguente; si riduce il personale e quello che resta viene sottoposto a ritmi molto intensi e usuranti, chi perde il lavoro (soprannumerario o semplice contestatore del ritmo produttivo) lotta per essere riassunto in un posto di lavoro parimenti logorante o comunque destinato a sparire,  per opera della delocalizzazione o per opera dell’automazione. Da qui nuovamente la domanda circa il significato che assume il lavoro salariato nella nostra fase storica. Seguendo il ragionamento fino alle sue conseguenze ultime, si approderebbe al nocciolo del problema e al fatto che il lavoro è l’unica attività che consenta la creazione di reddito monetario individuale, da qui la domanda basilare, sul significato autentico di reddito, il suo scopo nell’attuale struttura socio economica mondiale.

Precedentemente si è data una sommaria spiegazione del significato del salario in epoca fordista e le sue mutazioni in epoca post-fordista. Il passaggio dal salario dell’operaio al reddito generale dei vari strati della società non è un’operazione lineare, in questo passaggio logico è racchiusa, in parte, la ratio che denota il cambiamento fondamentale introdotto nell’economia dagli 80’ in poi. Ciò che è avvenuto è riassumibile nel concetto espresso da due economisti Grossman e Rossi-Hansberg che nel 2006 con un articolo dal titolo “The rise of offshoring: it’s not wine for cloth anymore”, introducevano nel dibattito economico mondiale la spiegazione per un cambio di paradigma assai profondo, che in buona parte mandava in soffitta le teorie del valore (per quanto concerne l’economia politica) di Smith e Ricardo. Nel momento in cui il vantaggio competitivo della delocalizzazione rende più conveniente produrre qualcosa altrove, non c’è più una specializzazione nazionale (la Germania esportava carbone all’Inghilterra e da questa importava cotone).

Quindi (anche se in maniera semplificata) l’attuale impalcatura dell’economia mondiale si basa su alcuni punti cardine; si ricolloca la produzione dove l’abbattimento dei costi rende l’operazione più competitiva, aumentando i profitti, si cercano altri mercati in via d’espansione per collocarvi il grosso della produzione, si mantiene una rete di servizi distributivi nei propri confini nazionali in quanto il grosso della produzione di beni è stata delocalizzata, mantenendo in loco il minimo indispensabile per poter continuare ad usare il made in (Italy, USA, Germany ecc. ecc.) non che questo sia garanzia di alcunché, solo il fatto di sfruttare una parvenza di qualità di bandiera. Nella società dei consumi è chiaro a cosa possa servire il reddito, ma qui si apre un altro punto, critico se non addirittura un altro paradosso, ossia che nella società attuale, la quale è sorretta dal principio di crescita lineare, tenda a ridurre la capacità di spesa inibendo l’istanza di base su cui essa si fonda ovvero il consumo a livello individuale. Posta in questo senso la questione appare paradossale, in realtà le cose non stanno esattamente così in quanto va chiarito un aspetto cruciale, ossia l’individuazione dell’elemento centrale che necessità della crescita lineare. A ben vedere la popolazione è parte di questo meccanismo ma non gioca un ruolo fondamentale. Soprattutto in una fase nella quale si può creare profitto impegnando risorse offshore oppure ridimensionando la forza lavoro e ampliando il “parco macchine”. Cosa fare della forza lavoro inutilizzata? In economia non si butta via mai nulla se mai si immagazzina o si utilizza in altro modo, la forza lavoro inattiva è, ad esempio, un grosso strumento di ricatto sociale per ritardare “puntualmente” la completa meccanizzazione della produzione che creerebbe un collasso sociale di proporzioni catastrofiche. È da evidenziare però come importanti sacche di “esercito industriale di riserva” garantiscono, assieme al lavoro (quasi)gratis, forme di profitto legate a particolari settori produttivi anche importanti come la logistica e l’agricoltura.  Si cerca quindi di mantenere in equilibrio il sistema lasciando convivere, in alcuni settori produttivi, forme di lavoro fordiste (e addirittura ottocentesche) con quelle comunemente definite post-fordiste, entrambe utili per massimizzare i profitti e “non gettare via nulla”, come si diceva pocanzi. Le aziende, ad ogni modo, tendono a cercare fortuna altrove, avendo sia la localizzazione ottimale ove allocare risorse produttive, sia i compratori ottimali cui vendere. L’occidente non è più la terra dei consumi (men che meno quella della produzione industriale), pur rimanendo legata a questo concetto, i mercati più floridi sono ad oriente, non solo India e Cina, ma in tutta quella porzione geografica cui spesso non si fa molto caso, tipo i territori dell’ Azerbaijan.

La redazione di Malanova

Da: malanova.info

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