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Articoli filtrati per data: Wednesday, 21 Settembre 2022

Il 21 settembre 2018, Zakie Oh! - un membro della comunità LGBTQIA+ ateniese, sieropositiv*, genderqueer, drag queen, antifascista e attivista per i diritti umani -  viene brutalmente assassinat* da due commercianti Evangelos Dimopoulos e Athanasios Hortarias in Gladstonos Street a Omonia. L’omicidio si è consumato in pieno giorno in nome della difesa della proprietà del commerciante. Complici diretti dell'omicidio sono stati i poliziotti giunti sul posto che hanno contribuito alla violenza e i testimoni indifferenti che guardavano mentre Zakie veniva picchiat*.

Dopo un processo durato quasi quattro anni, tutti i poliziotti sono stati assolti e la corte ha inflitto a Dimopoulos e Hortaria una pena detentiva di 10 anni: al primo è stato concesso lo sconto di pena agli arresti domiciliari e il secondo è stato rilasciato dopo due mesi dalla condanna.

Personalità come Zakie rappresentano “un ostacolo alla "gentrificazione" e alla "riqualificazione" del centro cittadino” recita il testo di introduzione al corteo, queste sono parole d’ordine delle stesse destre che propongono leggi a limitazione del diritto all’aborto, militarizzazione delle città e leggi razziste che assecondano le morti in mare sulle coste greche come su quelle italiane.

Di recente in Grecia vi è stata l'approvazione del disegno di legge di co-custodia che prevede il giudizio definitivo per poter limitare i legami con un genitore violento, la norma ricorda il disegno di legge proposto dal senatore Pillon nel 2018 con l’introduzione dell’alienazione parentale come strumento giuridico. Un sermone anti-aborto da leggere nei luoghi di culto è stato inviato dal Santo Sinodo della Chiesa ortodossa. Tali avvenimenti esulano dai confini greci, è di pochi giorni fa la notizia di un convegno organizzato da «Pro Vita e Famiglia» all’interno del palazzo della Regione Piemonte a Torino. L’evento - per cui sono state revocate le autorizzazioni in seguito alle polemiche - avrebbe visto protagonista la dott.ssa Silvana De Mari, condannata per omofobia per aver definito le associazioni Lgbt “criminali contro l’umanità”.

È evidente il vergognoso attacco che globalmente coinvolge tutte le soggettività non conformi, l’autodeterminazione e le conquiste portate avanti nel tempo:  dalla possibilità di attraversare liberamente le strade al diritto all’aborto e ai consultori per tutt*.

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Abbiamo intervistato Nicola dello Spazio Autogestito Arvultura sull’alluvione che ha colpito Senigallia ed i suoi dintorni. Il disastro è già passato nelle seconde pagine dei giornali travolto da questa assurda campagna elettorale, ma la scia di morte, devastazione e danni che ha lasciato presenta delle responsabilità precise che vanno comprese. Un intero territorio rischia di vivere in maniera cronica fenomeni di questo genere eppure c’è chi continua a non cogliere il legame con il cambiamento climatico… Buona lettura!

Qual è la situazione in questo momento?

L'impatto dell'alluvione che è avvenuta tra venerdì e sabato te lo posso comunicare nella maniera più chiara possibile con una notizia che mi è arrivata mezz'ora fa. Cioè il fatto che viene confermata la chiusura di tutte le scuole di ordine grado per altri tre giorni. E questo per chi ha già vissuto l'alluvione del 2014, per chi conosce il territorio marchigiano dopo due anni di Covid sa perfettamente che se le scuole vengono chiuse siamo in una situazione molto grave. E questo da un lato è un pessimo segnale dall'altro è un dato di sicurezza per gli studenti. Perché dico questo? Perché a differenza della Alluvione del 2014 che è stata totalmente inaspettata, tenete presente che la precedente alluvione risaliva a metà degli anni 70, quindi nessuno di noi si aspettava nel 2014 di essere sommersi, nel 2022 oggi forse ce lo aspettavamo ancora di meno. Ma se nel 2014 è stata una sorpresa che, magari anche ingenuamente, abbiamo attribuito alla sfortuna evidentemente oggi siamo consapevoli che la matrice è diversa perché i cambiamenti climatici, la tropicalizzazione del clima che da anni stiamo vivendo in Italia è estremamente connessa con quanto è successo. Un'estate con una temperatura media di 35 °, l'estate più calda mai vissuta con zero piogge per quattro mesi e da un certo punto il cielo si sfoga. E la domanda, quasi certezza, che ci stiamo ponendo e che cambia il punto di vista non solo delle soggettività politiche, ma di ogni cittadino di Senigallia e dell'entroterra è se siamo davanti ad un evento o questa è la prima manifestazione di qualcosa che diverrà costante. Quindi il problema attorno a cui stiamo ragionando come soggettività politiche, ma attorno al quale sta ragionando ogni cittadino, è ma se adesso avremo un'alluvione ogni due anni come l'affronteremo? Possiamo permetterci di vivere costantemente e quotidianamente nella catastrofe? Questo è un elemento importante. Vi porto un altro esempio, la famiglia di un nostro compagno ha finito di pagare la ristrutturazione della propria casa dai danni avuti dall'alluvione del 2014 20 giorni fa e oggi si ritrova da punto accapo. È possibile immaginare di vivere così soprattutto ora quando ci troviamo in una fase di crisi economica e sociale? Usando una triste metafora, continua a piovere sul bagnato.

La situazione del territorio è molto pesante, molto più pesante di quella del 2014 perché il 2014 aveva riguardato una porzione ristretta e specifica della città, il resto della città e buona parte dell'entroterra non si era neanche accorto di quanto stava succedendo. Mentre oggi siamo di fronte ad un'alluvione che ha portato disastri in tutta la città a macchia di leopardo ma che soprattutto ha disintegrato, uso questa parola perché è così perché di fatto non esistono più determinate località, l'entroterra senigalliese cioè tutti i paesini che stanno sulle colline, che sono anche i paesi dove ci sono stati morti. Noi contiamo 11 morti ed è un bilancio pesantissimo. 11 morti perché? Perché i servizi di soccorso non sono arrivati o non sono arrivati in tempo perché non è stato dato l'allarme. Questa è una delle questioni sociali e politiche che diventeranno dirimenti. Perché nessuno si è reso conto di quanto stava accadendo? Di chi è la colpa? Di chi sono le responsabilità? Sicuramente da una parte abbiamo decenni di disinvestimento rispetto alla gestione e tutela del territorio, alla compatibilità della produzione e dell'agricoltura con il territorio, e al controllo ed al monitoraggio degli aspetti che riguardano il corretto corso del fiume. Comunque parliamo di una città che ha sempre vissuto in maniera conflittuale con il proprio fiume, quindi si sa che il Misa, passatemi la battuta, fa questi scherzi. E non c'è stato mai nessun investimento che i governi di centrosinistra, che da sempre hanno governato le Marche come Regione e anche la nostra città di Senigallia, hanno fatto perché hanno sempre guardato ogni cosa nell'ottica del profitto. L'arrivo in Regione e in città dei governi di centrodestra a trazione Fratelli d'Italia non ha fatto altro che peggiorare la situazione perché ha portato al governo non solo persone che continuano a mirare al profitto semplicemente riferendosi ad altre lobby, ma per giunta persone e personaggi che sappiamo benissimo essere negazionisti climatici. Oltretutto dei totali improvvisati al lavoro, che hanno un livello di incompetenza amministrativa drammatica e che quindi poi produce questi risultati. Questa è la situazione in cui ci troviamo siamo in una città in cui in pratica le istituzioni sono totalmente assenti. Questa è la voce che corre di più tra gli alluvionati ed è anche il claim, lo slogan dell'iniziativa comunicativa che abbiamo fatto ieri proprio per denunciare questa completa assenza delle istituzioni e l'abbandono dei cittadini.

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Di che territori stiamo parlando?

La geografia del territorio della provincia di Ancona, perché di questo stiamo parlando, anche se in realtà l'alluvione origina nella provincia di Pesaro; quindi, nelle colline sopra il pesarese che franano e franando tracimano nella provincia di Ancona, prendono le colline senigalliesi, cioè Ostra, Ostra Vetere, Castel Colonna, probabilmente sono nomi che a voi non dicono niente, sono i nomi del circondario della città di Senigallia. Quindi sono tutti paesi che stanno sulle colline, noi stiamo sulla costa e Senigallia è la città di riferimento, detto banalmente, dove i ragazzi vanno a scuola.

Parliamo di paesini piccoli, mille, duemila, cinquemila abitanti. Parliamo anche di zone dove ormai l'abbandono delle abitazioni, ma proprio del vivere è molto diffuso, da molto tempo. Parliamo anche di paesini dove resistono magari qualche centinaio di anime oppure di luoghi di seconde case di facoltosi turisti russi piuttosto che tedeschi.

E' un magma complesso, dove vive una popolazione prevalentemente anziana e dove da anni c'è un rapporto centro-periferia con Senigallia, perché noi non siamo una metropoli per cui questo rapporto si dà tra la città ed i borghi circostanti. Questi territori sono costantemente sotto emergenza perché basta anche molta meno acqua per produrre comunque disagi e da molto tempo si discute dell'abbandono delle periferie, quindi dei borghi e delle cittadine limitrofe a Senigallia, perché non producono significativi profitti, non producono voti, non producono consenso. Perché pian piano anche la stessa popolazione si sta spostando tutta verso la costa. Per cui sono luoghi abbandonati, sono luoghi impervi da raggiungere con i mezzi e quindi di fronte ad un'emergenza i tempi di risposta rischiano di essere molto lenti, per questioni anagrafiche di chi ci abita, per come è fatto il territorio ecc... ecc... È ovvio che Senigallia essendo un po' il centro, con queste isole che gli gravitano attorno, e vivendo anche vicino alla costa ha una capacità di intervento maggiore e più rapida. Questo è un problema decennale ormai che riguarda non solo Senigallia, ma il rapporto che le Marche intrattengono tra la fascia territoriale costiera e l'entroterra che è sostanzialmente una periferia della costa semi-abbandonata.

Il territorio che è stato colpito vive essenzialmente di industria terziaria e quaternaria: turismo e di tutto ciò che ruota attorno all'economia del turismo. Contemporaneamente è un territorio di piccole imprese essenzialmente per la maggior parte a gestione familiare ed è un territorio di artigiani e commercianti. Questa è un po' la geografia economica che lega la costa con il suo entroterra. Tutte queste attività sono state completamente devastate.

In che condizione sta vivendo la popolazione dopo l’alluvione?

La vita di noi senigalliesi al tempo dell'alluvione è una vita molto umida nel senso che la maggior parte della popolazione cittadina sta vivendo nel fango. Quindi chi ha avuto la fortuna di avere ancora una casa agibile ospita chi invece non ha avuto la stessa possibilità. C'è una grossissima solidarietà in campo come c'è stata anche nel 2014, associazioni laiche, cattoliche, movimenti che fanno di tutto, raccolgono fondi per abiti, per cibo, vanno a spalare, vanno a ricostruire, vanno a pulire. Quindi c'è una grande attivazione dal punto di vista dell'autorganizzazione sociale della città. Come è avvenuto nel 2014 e come spesso avviene al centro di questa attivazione ci sono i ragazzi delle scuole superiori che sono la forza viva che interviene immediatamente. Poi ci siamo noi come soggettività antagonista autorganizzata che nel giro di pochi giorni è riuscita a mettere in campo quasi 300 volontari da mandare lì dove vi è bisogno; quindi, la risposta sociale e la modalità in cui si vive ad oggi è quella emergenziale, siamo nel fango e la risposta sociale è togliere il fango. Per ora questo è, perché è inimmaginabile qualcos'altro. Non esagero quando vi dico che alcune località dell'entroterra sembrano città bombardate perché è veramente uno scenario di guerra dal punto di vista paesaggistico, dell'immagine che ti restituisce. Quindi per noi in questo momento un "oltre" è un po' complesso. Come soggettività politica oltre a autorganizzare l'aiuto ed il soccorso stiamo mettendo in campo una serie di iniziative comunicative di critica rispetto alla gestione che Fratelli d'Italia ha avuto, sta avendo dell'alluvione. Un momento, speriamo importante, potrebbe essere venerdì 23 durante lo sciopero del clima F4F Marche ci ha invitati a partecipare, a portare il fango sotto i palazzi del potere regionale, quindi quella mattinata di venerdì potrebbe essere un momento interessante per iniziare a parlare di prospettive politiche.

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Dal tuo discorso appare chiaro come questo disastro sia figlio tanto dei cambiamenti climatici quanto dello sfruttamento e del disinvestimento nella tutela dei territori. Puoi approfondire questo nesso?

Possiamo schematizzarla così: la tragedia che ci ha colpiti è l'esito finale di tre cause che si intrecciano tra loro. La prima sono i cambiamenti climatici: su questo dobbiamo essere molto onesti qualsiasi soluzione tecnica di contenimento di un'alluvione con la quantità di acqua che è caduta, con quella l'intensità, con quella quantità in quel poco spazio di tempo, non sarebbe stata sufficiente e il disastro si sarebbe comunque prodotto. Su questo bisogna essere onesti: la prima responsabilità è da imputare al cambiamento climatico, perché non è normale che piova così tanto in così poco tempo. Su questo serve la massima chiarezza e dunque da un punto di vista politico dobbiamo continuare e implementare le lotte che nei territori, in tutta Italia e nel mondo si portano avanti per la giustizia climatica e sociale. Perché questo è il centro della questione.

Secondo elemento: dissesto idrogeologico. Come accennavo prima il Misa è un fiume che straborda con una certa facilità, la convivenza tra il fiume e la città è sempre stata complessa, il potere politico del Partito Democratico non si è mai occupato fino in fondo, seriamente della messa in sicurezza degli argini e del controllo e della messa in sicurezza del letto del fiume e dei territori circostanti, agendo sempre come qualcuno che mette delle pezze precarie, fragili senza mai arrivare a risolvere il problema cioè a rifare gli argini, pulire completamente il fiume, immaginare dei posti dove il fiume possa esondare senza portare danni eccetera eccetera. Dentro questo discorso c'è la questione delle vasche di espansione, di laminazione, che sarebbero dei luoghi che dovrebbero favorire la tracimazione delle acque evitando che vadano a colpire le zone agricole e soprattutto quelle urbanizzate. La discussione su queste vasche a Senigallia ha più o meno la mia età, io ho 42 anni e da quando sono nato sento discutere di queste vasche che mai sono state realizzate. Le hanno progettate e hanno dato il via alla costruzione con l'ultimo governo di centrosinistra regionale ma appena è arrivato il governo di centrodestra, nonostante avesse tutto per iniziare i lavori, li ha ritardati di un anno. Detto questo, se queste vasche ci fossero state, con questa Alluvione qua, non avrebbero fatto un granché, bisogna essere onesti perché la quantità di acqua era talmente tanta che sarebbero state poco efficaci.

Il terzo elemento è appunto l'inconsistenza, l'inqualificabilità, l'incompetenza di questi soggetti improvvisati che ahimè ci governano. Non sanno come muoversi, non sanno assolutamente nulla di quanto andrebbe fatto, non gli interessa. Sta emergendo il fatto che gli assessori e il presidente di regione mentre l'alluvione era in corso erano a fare festa ed aperitivi di partito, quindi siamo di fronte ad una classe politica di destra che è complice, come dire, per inefficienza. Purtroppo, sono lì.

Questo è il combinato disposto che ci ha portato in questa situazione ed i rapporti che intercorrono tra la crisi climatica globale e l'incuria del territorio urbano, la scarsa attenzione verso l'ecosistema e l'incapacità della gestione immediata dei soccorsi.

Sono iniziati ad emergere punti di vista sul futuro dei territori coinvolti all’interno della popolazione?

Non sono in grado ancora di risponderti, perché in questo momento sia al nostro interno come compagne e compagni, sia tra la popolazione non c'è ancora una discussione diffusa su come gestire il futuro, su come dicevo prima non vivere in catastrofe in maniera quotidiana, perché ancora la catastrofe è pienamente in atto. Siamo ancora pienamente immersi nel fango e le persone ciò di cui ora hanno bisogno è vestiti, cibo, luoghi per dormire perché tutto questo non c'è più. Ci sono famiglie che hanno perso interamente la loro esistenza, la loro storia, i loro beni insomma... Quindi ancora siamo ad un livello un po' ruvido, un po' grezzo, non c'è ancora il contesto e quella serenità che ti permette di iniziare a riflettere sul futuro, siamo ancora pienamente, fuori da ogni metafora, con i piedi nel fango. Tanto che noi come centro sociale per ora ci stiamo esattamente concentrando solo su questo. Cioè sul costruire brigate volontarie che vadano ad assistere la popolazione senigalliese e dell'entroterra e contemporaneamente martellare da un punto di vista politico la critica all'amministrazione comunale e regionale. Il dopo si vedrà appena la prima fase dell'emergenza sarà risolta. Penso che i termini di contesa saranno principalmente sui finanziamenti, quanti soldi ed in quanto tempo ed ovviamente su tutti i sistemi di prevenzione per, non impedire, ma anche solo contenere i danni alla prossima alluvione che ormai la diamo per scontata.

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Dal punto di vista istituzionale come stanno affrontando il post dell’alluvione?

Essenzialmente tutto tace, c'è stato Draghi a Ostra e ha detto che subito verranno mandati svariati miliardi, che c'è una tragedia in corso e che lo Stato ci sarà, però siamo al livello delle dichiarazioni, anche perchè sappiamo perfettamente che tra una settimana lo scenario politico cambierà, quindi gli impegni che vengono presi adesso poi bisognerà tutti rivederli tra un po' di giorni. No, le istituzioni finora fanno il loro, le loro passerelle, le loro promesse e tornano a Roma come hanno fatto nel 2014, mentre noi restiamo.

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Come si può contribuire a sostenere la popolazione colpita?

L'appello che faremo è quello che di fatto abbiamo già fatto ed ha avuto una grande risposta, cioè non solo l'affetto e la solidarietà da tutta Italia, ma tra l’Emilia-Romagna, l'Abruzzo, l'Umbria molte compagne e molti compagni sono venuti già da sabato stesso a darci una mano, sono tornati in massa domenica e sono presenti, dormono proprio nel nostro centro sociale in questi giorni. Quindi potremmo dire che le realtà le realtà confinanti con la nostra regione sono già presenti sul territorio e ci stanno dando una mano ed un aiuto con grande generosità. Noi non pensiamo che ad oggi e nei prossimi giorni serva ampliare ed amplificare questo tipo di attivazione, perchè ormai i lavori più manuali si stanno risolvendo, da adesso in poi ci sarà bisogno invece di attrezzature che non sono governabili o neanche acquistabili per noi persone normali.

Quindi mi viene da dire che nei prossimi giorni, entro questo weekend, il nostro intervento immediato andrà ad esaurirsi, esattamente come avvenuto nel 2014, poi bisognerà aprire un'altra partita e lì probabilmente ci sarà bisogno del sostegno di tutte e tutti. Questa partita riguarderà principalmente pensiamo la questione economica, perchè poi qua c'è un problema economico enorme e quindi una questione di fondi, invio di materiale igenico-sanitario, di indumenti o comunque anche di materiale per l'edilizia per ricostruire le case. Quindi io penso che la prossima campagna di autosostegno sarà quella di creare una cassa comune di mutuo soccorso, che possa andare ad aiutare o almeno ad alleviare chi ha subito questi danni.

Da un punto di vista più politico invece penso che la relazione e la prosecuzione riguardi principalmente che già tutti e tutte stiamo facendo sul tema dei cambiamenti climatici. Continuare a sottolineare che il problema non è il clima ma il sistema.

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Riprendiamo questo intervento di Pierluigi Fagan sulle ultime mosse della Russia nello scenario di guerra ucraino. Una lettura differente della strategia messa in campo da Putin alle soglie dell'inverno che sembra mostrare l'inizio di una nuova fase del conflitto.

 

Impazzano le analisi ed i commenti sulla mossa referendaria voluta dai russi per i territori sin qui sottratti all’Ucraina, oggi accompagnata da un discorso di Putin con Shoigu a seguire. Poiché rappresenta una parziale novità rispetto alla guerra in corso su cui avevamo sospeso i discorsi fino, appunto, a novità di rilievo, ne diamo un commento.

La mossa referendaria era stata annunciata più e più volte sin dai primi mesi di guerra. Arriva a fine settembre e ciò induce a pensare in rapporto al tempo. Nei fatti, l’operatività militare su terra in quel di Ucraina sud-est, da ottobre quantomeno sino ad aprile inoltrato, sarà fortemente condizionata dal tempo atmosferico, pioggia, neve, gelo. Questo porta a diversi problemi operativi in termini di logistica militare, a parte lanciarsi l’un l’altro missili in testa. Nei fatti, la blocca o la limita fortemente. Per i mezzi pesanti, escluso l’off-road, rimane l’utilizzo delle strade o autostrade, praticamente un invito a farsi bombardare su coordinate certe, lo abbiamo visto già all’inizio del conflitto che era appunto marzo-aprile. A scanso d’equivoci, anche per turnare le truppe nei lunghi mesi freddi e bui, il Cremlino mobilita la riserva ovvero ex soldati già formati, da aggiornare.

Ammetto di non esser un analista militare, leggeremo i contributi di chi ne sa di più, ma ad occhio mi sembra che tempistica e contenuto degli annunci siano così leggibili. Si tratta di quel “congelamento del conflitto” ovvero consolidare le posizioni difendendole e senza nuove iniziative, iniziative problematiche anche per l’avversario, di cui già parlammo. Mosca avrebbe preferito senz’altro conquistare tutto il Donbass, ma non è stata in grado, tanto vale allora prenderne atto ed attestarsi.

Passiamo allora al piano strategico e politico. Mosca ha dichiarato i suoi obiettivi in tre più due punti sin dai primissimi giorni. Si trattava della famosa intervista Peskov a Reuters basata su. 1) riconoscimento autonomia Donbass; 2) riconoscimento sovranità di Mosca su Crimea; 3) neutralità in Costituzione ucraina con, in aggiunta, de-militarizzazione sostanziale dell’Ucraina (di cui Shoigu ha appena detto esser nei fatti stata realizzata, al netto degli apporti successivi NATO) e la quanto mai vaga denazificazione. Poiché questi due ultimi punti erano e rimangono vaghi, sembrano messi lì apposta per trattare di modo l’uno possa dire “ho vinto” e l’altro “ho vinto o comunque non ho perso e comunque non ha vinto lui”. I punti 2) e 3) dovrebbero esser in qualche modo trattabili, l’1) no. Direi che l’impianto rimane valido dopo quasi sette mesi di conflitto anche perché così è continuamente ribadito dai russi nella formula “obiettivi dell’operazione militare speciale” e quindi lo assumerei come posizione russa alla base della strategia del congelamento operativo del conflitto.

Sul piano politico ci sarebbe da parlare degli equilibri interni alla Russia nonché tra Russia ed amici SCO, ma lo faremo in altro momento.

Alla luce di ciò, anche le consultazioni nelle aree non Donbass che costituiscono oggi l’area della cartina aggiornata, avrebbero un valore successivamente trattabile, trattabile -nella mente dei russi- in un quadro più ampio in cui vanno messe sanzioni, ostracismo, forniture gas et varia. Ogni area avrebbe un suo peso e prezzo in una ipotetica trattativa. Ovviamente, ad oggi, non si vede la minima prospettiva di trattativa, fra sette mesi, chissà. Personalmente e contrariamente a molti, non vedo escalation di fatto, vedo anzi congelamento situazione di fatto e scommessa su i tempi lunghi.

Non so dire se hanno o meno ragione, ma a me pare che i russi sapessero sin dall’inizio che la questione sarebbe stata lunga, quindi immagino si siano attrezzati relativamente. Occorre scorporare tutto ciò che cediamo di sapere perché lo hanno detto le fonti informative occidentali dalla blitzkrieg a Kiev, all’invasione fino ai confini della Romania, la Novorussia con Odessa ed altre intenzioni attribuite in statuto ampiamente ipotetico. Nei fatti, nulla di tutto ciò potevi ottenerlo con 100-150.000 uomini quindi nulla di tutto ciò era nelle strategie russe.

Le strategie poi debbono declinarsi e le si declinano anche rispetto all’avversario, non puoi farle tutte a priori. Mi sembra probabile i russi vogliano vedere come staranno le cose tra sette mesi e cosa faranno ucraini ed euro-anglo-americani in questi sette mesi. Mi pare un gioco su un tavolo in cui le fiches sono appunto “tempo”. Chi ha più tempo e resistenza? I russi vantano di poter mettere sul piatto altri 300.000 riservisti per turnare al fronte, difesa, presidio, nulla di particolarmente impegnativo se non rischiare la pelle sotto le bombe ed i missili che continueranno a piovere. Gli ucraini al fronte e la popolazione verso la quale si potranno avere altri disagi come il riscaldamento e la luce, come staranno tra sette mesi? E cosa succederà alle elezioni americane di novembre? Gli americani daranno missili a lungo raggio o addirittura aerei il che li porterebbero ufficialmente in guerra? E l’Europa, quale sarà la geografia politica europea dopo il lungo e problematico inverno e relativa tenuta delle opinioni pubbliche? La partita è ancora lunga.

Credo i russi vogliano comprare tempo, vedremo, è una ipotesi. A poker corrisponderebbe non a "rilancio" ma allo "sto". Certo, ogni ipotesi deve fare i conti con la consistenza di deduzioni ed induzioni su informazioni che però non sono certo quelle date in pubblico dalla stampa occidentale. Vedremo quindi quale tra questa ed altre ipotesi avrà più consistenza.

[Non mi sfugge il tintinnio di atomiche ovvio, solo che parlarne è un conto, usarle un altro. La M.A.D, secondo me, di base vale ancora, com'è ovvio che sia]

 

 

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Abbiamo approfondito con Oscar di Pro Natura la questione energetica e le implicazioni di soluzioni “alternative”, come idrogeno e gas metano, promosse nel quadro del PNNR nel contesto di scarsità energetica.

Per quanto riguarda il gas metano occorre sottolineare quali conseguenze per l’ambiente, la vita umana, i territori potrebbe alimentare questa scelta. Il biometano per esempio, proveniente dai rifiuti, ha una serie di implicazioni da tenere in conto. Vi sono poi altri aspetti correlati, come l’esplosione di richieste di impianti, inceneritori, progetti per la produzione di questa fonte energetica. In Piemonte, le richieste in corso per questi progetti, se autorizzate nella totalità, esprimerebbero una disponibilità impiantistica che ricoprirebbe più del doppio della produzione prevista di rifiuti a livello regionale. Questa è uno degli elementi che fa capire che si tratti di un business, oltre alle questioni riguardanti l’agroindustria e gli allevamenti intensivi.

Quando si parla di riduzione dei consumi si parla di costi scaricati verso il basso, di responsabilità individuale di una decrescita da considerare necessaria, mentre il consumo, il profitto e la speculazione delle aziende private non vengono messi in discussione. Anche nella nostra città ci sono degli esempi concreti di questa dinamica in cui il pubblico per mirare al risanare il proprio debito appalta servizi essenziali ad aziende private, multiutilities come Iren o Smat, all’interno delle quali, nonostante il 51% di partecipata pubblica non c’è un reale margine di ingerenza. Infatti, questi utili vanno a vantaggio del restante 49% di proprietà, ossia fondi privati, e altro. Ciò a cui bisognerebbe ambire è far sì che diminuiscano i margini di guadagno e impedire che il costo venga scaricato sul cliente, oltre a un ragionamento che comprenda una radicale “decrescita” di chi sta ai piani alti della società e detta un’agenda di profitto, produzione e consumo che non ha altro futuro se non quello della distruzione del pianeta e di chi lo abita.

Da Radio Blackout

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