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Articoli filtrati per data: Saturday, 17 Settembre 2022

Riprendiamo la seguente riflessione di Rise Up 4 Climate Justice sull'alluvione che ha colpito le Marche e ha provocato almeno 10 morti e 50 feriti.

 

Stanotte nelle Marche una forte alluvione ha colpito le province di Ancona e Pesaro-Urbino. I comuni intorno al Mise sono stati sommersi e al momento si contano nove vittime e quattro dispersi. Alle popolazioni colpite da lutto e distruzione va tutta la nostra solidarietà.

In poco più di due ore sono caduti 420mm di pioggia, l'equivalente di circa sei mesi di precipitazioni in tempi "normali". Dopo una lunga estate di siccità, ora le alluvioni. Un controsenso? Niente affatto. È il normale corso della crisi climatica, che dalla fascia equatoriale spinge più a nord e più a sud i fenomeni atmosferici tropicali.

In queste ore si sta cercando di capire meglio se vi siano state altre concause: le piogge fortissime hanno causato smottamenti ad alta quota, provocando lo sradicamento di moltissimi alberi. I tronchi, spinti dalla forza dell'acqua, sono scesi a valle e si sono incastrati sotto un ponte, determinando l'alluvione delle aree intorno agli argini.

Stando a questa ricostruzione, probabilmente ancora parziale, possiamo comunque dire almeno due cose. Che per quanto questo sia il "normale corso del surriscaldamento globale", nel surriscaldamento globale di questa era non c'è nulla di normale. Non c'è nulla di naturale nelle tonnellate di CO2 che da circa duecento anni vengono pompate nell'atmosfera, nei combustibili fossili che vengono estratti, nella produzione industriale di merci che non servono a nessuno se non a chi le produce. Non c'è nulla di naturale nella cementificazione selvaggia, nelle grandi opere, nelle mega farm, nella monocoltura intensiva.

E la colpa di tutto ciò non è di una doccia troppo lunga, di un termosifone di mezzo grado più alto del consentito. La colpa di non è di quellə a cui viene chiesto di sacrificarsi, di fare i "piccoli gesti". È di chi estrae impunemente milioni di metri cubi di gas e petrolio, dei governi e delle istituzioni che lo consentono, delle multinazionali che avvelenano la terra e l'aria, delle compagnie assicurative che le tutelano, delle banche che investono e speculano su materie prime e crisi climatica.

La seconda riflessione è che, al netto del fatto che fenomeni atmosferici come quelli di ieri non dovrebbero riguardare le nostre latitudini, il territorio non era minimamente preparato. Questa non è la prima alluvione nella zona del Mise, ma dall'ultima del 2014 non ci sono stati interventi di messa in sicurezza. La manutenzione ordinaria delle aree boschive, dei letti fluviali, non avviene. Non è una priorità. Anzi, le aree interne in particolare vengono sempre più abbandonate, in termini di investimenti economici e sociali.

E questa è una colpa, è una responsabilità ben precisa: di chi amministra i territori, di chi sceglie e ha scelto di non interessarsi della sicurezza e del benessere delle comunità di cui si dice rappresentante.

Colpevole è l'incuria, colpevole la deregolamentazione.
Da mesi, da anni cerchiamo di fare capire che il clima ha dei nemici con nomi, cognomi, acronimi chiari. Un messaggio che - stando alle manifestazioni, alle proteste, alle azioni dirette, alle campagne che ogni giorno attraversano il pianeta - viene recepito e capito perfettamente dalle "persone comuni", ma sistematicamente ignorato da istituzioni, governi, multinazionali. 

E allora proviamo a dirglielo ancora una volta, tuttə insieme, a voce alta. Il 23 settembre andiamo a dirlo chiaramente che otto persone sono morte questa notte perché le loro vite valevano meno di un barile di petrolio, di un gasdotto, di un fertilizzante.

 

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A Noventa di Piave un ragazzo di 18 anni è morto durante uno stage nella BC Service una fabbrica specializzata in metallo. Secondo le ricostruzioni il giovane è stato colpito da una lastra che gli ha schiacciato le gambe e che era caduta dai cavalletti ai quali era appoggiata.

Dopo Lorenzo e Giuseppe è il terzo ragazzo nel giro di poco tempo che muore durante l’alternanza scuola-lavoro.

I giornali titolano sulle proprie pagine “operaio 18enne travolto da una lastra”, ma questo giovane frequentava un tecnico della zona ed era in fabbrica per maturare i crediti formativi. Dunque perché definirlo operaio? Per occultare il fatto che si trattasse di un giovane ancora nel periodo della sua formazione evidentemente. Perché in questo paese di merda le morti operaie fanno ormai parte di una statistica di guerra a cui gran parte dell’opinione pubblica è assuefatta, mentre il fatto di morire di lavoro mentre si è ancora giovani e nella fase degli studi qualche flebile sussulto ancora lo provoca.

Ora vediamo nuovamente il cordoglio infame del ministro Bianchi e della politica tutta, quando nulla hanno fatto in questo anno per abolire o trasformare i percorsi di PCTO, nessuna nuova norma è stata introdotta per tutelare i giovanissimi dalle morti sul lavoro, anzi chi ha protestato contro questa barbarie è stato soggetto alle manganellate, all’incarcerazione, gestendo nuovamente un problema sociale come un tema di ordine pubblico. Questa morte deve pesare sulle coscienze di chi non ha fatto niente per tutelare gli studenti, di chi ha voltato pagina facendo finta di nulla.

Da gennaio a luglio 2022 le morti sul lavoro sono state 569 con una media di 81 morti ogni mese. E, sebbene le rilevazioni ufficiali da gennaio a luglio 2022 facciano emergere un decremento complessivo della mortalità del 16% rispetto al 2021 (erano 677 a fine luglio 2021), la realtà dei fatti è ben diversa. Perché la flessione continua ad essere fortemente drogata dalla quasi totale assenza nel 2022 dei decessi per Covid rispetto al 2021: lo scorso anno infatti, nei primi sei mesi, gli infortuni mortali per Covid erano 367 su 538, circa il 68%. Quest'anno sono solo 11 su 463, ossia il 2%. Ciò significa che gli infortuni mortali non Covid sono passati dai 171 del primo semestre 2021 ai 452 del corrispondente periodo del 2022, con un eclatante e drammatico incremento del 164%". 

La fascia d'età più colpita dagli infortuni mortali sul lavoro è sempre quella tra i 55 e i 64 anni (145 su un totale di 412). Ma l'indice di incidenza più alto di mortalità rispetto agli occupati viene rilevato ancora tra i lavoratori più anziani, gli ultrasessantacinquenni, che registrano 55,3 infortuni mortali ogni milione di occupati. L'incidenza di mortalità minima rimane, invece, ancora nella fascia di età tra 25 e 34 anni, (pari a 10,5), mentre nella fascia dei più giovani, ossia tra 15 e 24 anni, l'incidenza risale a 12,8 infortuni mortali ogni milione di occupati. Questi dati confermano che la maggior frequenza di infortuni mortali si riscontra tra i lavoratori più vecchi e che i giovanissimi, cioè i lavoratori sotto i 25 anni, rischiano di morire sul lavoro più dei lavoratori più maturi. I settori in cui si muore di più sono i trasporti ed il magazzinaggio, le costruzioni e le attività manufatturiere.

Come si spiega questa strage quotidiana? Tra pandemia, guerra ed inflazione le aziende scaricano la crisi verso il basso risparmiando sulla sicurezza, aumentando i ritmi di lavoro, senza adeguata formazione e con contratti spesso precari e a breve termine. Inoltre gli organismi di controllo sono ampiamente definanziati e incapaci di intervenire in termini di prevenzione. Il modello italiano della piccola e media azienda, tutto incentrato in questa fase sui ricavi marginali che si possono spremere da un maggiore sfruttamento e da un maggiore risparmio è il tritacarne in cui vengono gettate migliaia di vite operaie.

Questa condizione si approfondisce quando si tratta di giovani studenti che entrano tra le mura di una fabbrica per l’alternanza scuola-lavoro, perchè questi non ricevono un’adeguata formazione (considerato il fatto che rimangono poco tempo all’interno dell’azienda e che la formazione è considerata un costo) e vengono spesso messi a svolgere le funzioni più lasche, come forza lavoro addizionale da cui comunque in breve tempo bisogna estrarre il maggior valore possibile.

E’ inaccettabile che questo tritacarne continui a girare per i profitti di coloro che si lamentano ad ogni piè sospinto di fronte a richieste di dignità come il salario minimo o maggiore sicurezza sul lavoro. Il fallimento della società in cui siamo costretti a vivere è evidente quando sacrifica i suoi figli più giovani per qualche settimana di sfruttamento in più, quando la vita di chi lavora vale così poco.

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