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Articoli filtrati per data: Friday, 05 Agosto 2022

Riprendiamo da giustiziamigiustiziami queste considerazioni a caldo di Frank Cimini sulla caduta dell'accusa di associazione a delinquere nei confronti del sindacalismo combattivo di Piacenza.

 

“L’associazione per delinquere è caduta e si è fatta pure male” dice l’avvocato Marina Prosperi. Il tribunale del Riesame di Bologna ha annullato l’ordinanza che aveva portato agli arresti domiciliari sei sindacalisti di SICobas e Usb. Restano gli obblighi di firma per un paio di indagati, ma per la procura di Piacenza e per il gip che aveva fatto un copia e incolla si tratta di una sconfitta su tutta la linea.

“Abbiamo sostenuto fin dalla notifica del provvedimento la totale insussistenza a carico di tutti gli indagati del reato associativo – commenta l’avvocato Eugenio Losco – Come può sussistere una associazione criminale che abbia finalità tipiche di qualsiasi associazione sindacale, cioè la tutela dei diritti dei lavoratori, dei propri iscritti, l’aumentare il consenso e il numero dei tesserati?”.

“L’ipotesi associativa non aveva nessun tipo di fondatezza sotto il profilo dei gravi indizi di colpevolezza – aggiunge Marina Prosperi – i giudici che sono stati due giorni in camera di consiglio leggendo migliaia di pagine non potevano arrivare a nessun altra conclusione. Ovvio che con una indagine così complessa e durata cinque anni probabilmente per alcuni capi di imputazione abbiano ritenuto necessaria la misura delle firme, perché evidentemente ci sono degli equilibri giudiziari da mantenere”.

Per l’avvocato Claudio Novaro “gli indagati hanno fatto il loro mestiere di sindacalisti”.

Le motivazioni del provvedimento saranno depositate tra un mese e mezzo. È scontato il ricorso in Cassazione da parte della procura che equiparando i picchetti dei lavoratori a una attività criminale sta giocando una partita il cui significato va al di là della vicenda specifica. Una partita dal sapore politico perché con le conseguenze della crisi economica previste per l’autunno di cui ha parlato Draghi ieri si vogliono mettere dei paletti al conflitto sociale restringendo ulteriormente i diritti ricorrendo all’utilizzo del codice penale.

Il Riesame sembra aver sbarrato la strada all’ipotesi della procura che era stata fatta propria dal gip sia pure disponendo gli arresti domiciliari e non il carcere come avevano chiesto i pm. Le difese in sede di udienza del riesame avevano parlato di “una storia del conflitto sociale vista dal buco della serratura con cui si cerca di veicolare l’idea che dietro ogni rivendicazione non c’è l’agire collettivo dei lavoratori nel caso della logistica ma solo un programma delinquenziale”.

La procura non aveva portato elementi indiziari a supporto della sua tesi. Aveva convinto il gip evidentemente “poco terzo”. Non è bastato per il Riesame. Se ne riparlerà in Cassazione. Nel frattempo continuerà la mobilitazione  dei lavoratori della logistica uno dei pochi settori che da anni sfugge alla pace sociale a causa di condizioni di lavori inaccettabili.

 

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Nel 2013 una dozzina di persone ha iniziato a lavorare per recuperare e ripopolare uno delle migliaia di paesi abbandonati presenti nell'altopiano iberico, un frammento della cosiddetta “Spagna svuotata” (España vaciada), prodotto dell'esodo rurale estremo avvenuto a partire dagli anni 50 e 60 del secolo scorso. Questo collettivo di “migranti alla rovescia” ha scelto per il suo progetto di ripopolamento Fraguas, nella provincia di Guadalajara, una delle aree con minore densità di popolazione di tutta la Spagna (soltanto 0,75 abitanti per kilometro quadro). Il territorio della frazione di Fraguas, con soli dodici residenti ufficiali (prima della pandemia di covid), era stato sgomberato forzatamente dal regime franchista nel 1968 per la realizzazione di manovre militari e altri utilizzi. Dopo la morte del dittatore e l'arrivo della monarchia parlamentare, la nuova regione autonoma di Castiglia-La Mancia (già Nuova Castiglia) divenne la nuova proprietaria del territorio.

Di Pedro Castrillo

Prima di occupare il paesino, il collettivo di popolatori aveva cercato ripetute volte di ottenere una cessione legale da parte del governo regionale, ma questa gli era stata sempre negata. E non solo: lo stesso governo che lo scorso anno ha presentato urgentemente al parlamento un'ipocrita Legge contro lo Spopolamento, ha denunciato sei delle persone che lavorano per il recupero di Fraguas (quattro delle quali non ci abitano nemmeno) per vari reati di occupazione di suolo pubblico, edilizia abbusiva e danni ambientali.

Nel 2018 il Tribunale numero uno di Guadalajara ha condannato ognuna delle persone denunciate ad un anno e sei mesi di prigione, oltre che a due multe ammontanti a 3240 euro. Ma la condanna non si ferma lì: include anche i costi della demolizione del paese, ovvero delle case e gli edifici recuperati dal collettivo (inclusa la chiesa locale, in stato di rovina prima del loro arrivo). Secondo il progetto della Regione, dopo la demolizione si avvierebbe il rimboschimento della zona.

Qualche giorno fa, il giudice penale ha fissato la quantità precisa che i sei di Fraguas sono stati condannati a pagare: 109.840,87 euro. Lalo Aracil, uno dei ripopolatori, ha spiegato a El Salto che “o pagano quei soldi, oppure vanno in prigione per due anni e tre mesi”. Ma il collettivo non si è arreso, avendo fatto partire una campagna di sostegno, Fraguas ReviveFraguas Revive.

In realtà, ci sono voci discordanti anche dentro le istituzioni statali. Nel 2021, quando la demolizione era quasi in corso, il Csic (omologo del Cnr italiano) ha indicato in un suo report l'illegalità dell'azione, adducendo che tutto il paese era protetto dalla Legge di Patrimonio della Regione. María del Carmen Molina Mansilla, giudice istruttice del caso, si è vista costretta a sospendere la demolizione. Ma è durato poco: ha subito incaricato - come evidente contromossa – un report al Seprona (dipartimento ambientale della Guardia Civil) sul valore artistico degli edifici ancora in piedi a Fraguas. Gli esiti di questo studio, senza nessuna sorpresa, hanno permesso alla magistrata di riattivare la procedura nei giorni scorsi.

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Riprendiamo da CSOA Askatasuna...

Puntata due: la guerriglia e i tuberi

In questi giorni la stampa locale ci ha deliziato con un’altra puntata del fotoromanzo che la Questura e Procura di Torino da mesi confezionano e propinano ai lettori. Non ci riferiamo ai giornalisti perché ci sembra chiaro che a scrivere siano direttamente Pm e Digossini, perché gli articoli, nonostante siano pubblicati su testate diverse, sono tutti uguali nel senso letterale del termine.
Quindi forse, se una critica può essere fatta ai giornali è quella di ripubblicare tutto ciò che viene loro dato dalla Questura come se fossero un loro ufficio stampa. A chi vive a Torino, non sembrerà una novità, pur essendo un fatto grave, ma d’altronde se il maggior quotidiano della città è chiamato da tutti i cittadini “la Busiarda”, è lo stesso senso comune dei torinesi a definire il disastroso stato della libertà di stampa in Piemonte.
Questa volta la puntata della saga a firma Ambra and Pedrotta, ha come soggetto la guerriglia curda, la lotta notav e il mistero svelato del micidiale “sparapatate”.
Come nelle altre puntate, la comicità è un effetto proporzionale alla volontà di chi scrive di voler imbastire una montatura giudiziaria.

Attraverso un abile taglia e cuci di intercettazioni ambientali, e relazioni della Digos, viene accostata e paragonata la lotta valsusina a quella del popolo curdo e della rivoluzione della Siria del Nord.
Infatti, nella regia cinematografico-giuridica, i perfidi notav, mutuerebbero le loro tecniche di resistenza dalla guerriglia rivoluzionaria siriana. Non viene specificato come, ma verrebbero adattate le tecniche militari mediorientali al “bosco” della Clarea. Questo “paragone” risulta subito al lettore come una forzatura e ci si aspetterebbe allora una spiegazione ampia e dettagliata a giustificare una così pesante tesi. Nulla, né negli articoli di giornale, né negli atti viene giustificata questa comparazione, non viene prodotta né teoria né pratica. A meno che non credano che l’Isis sia stato sconfitto a colpi di tubero.
Questa assenza di giustificazione è per noi il centro dal quale partire ed è ciò che evidenzia una serie di aspetti fondamentali nel ragionamento inquisitorio. Per prima cosa, come già ampiamente spiegato da un compagno che ha partecipato alla Rivoluzione in Siria, a fare schifo è il modo sensazionalistico in cui viene utilizzata una vicenda storica e sociale, che significa vita e morte per moltissime persone, senza curarsi di risultare offensivi verso chi si è sacrificato o si batte per essa.

In più, anche se venisse giustificato in qualche modo nelle carte, questo paragone non reggerebbe in ogni caso. Cosa può avere in comune una resistenza di movimento che “disturba” i cantieri attraverso mobilitazione di massa, con una rivoluzione che viene combattuta con armi di ogni tipo, con eserciti regolari in campo con migliaia di morti e feriti. In Valsusa non ci sembra di vedere nessun esercito di liberazione in armi che marcia per le montagne e trasformare un movimento popolare eterogeneo in un gruppo guerrigliero non ha senso logico, se non quello di creare sensazionalismo ed allarmismo.
Anzi, nel corso degli anni in cui la Valsusa ha vissuto la cosiddetta “militarizzazione”, così definita anche dai proponenti l’opera, chi si è spesso comportato come un esercito invasore sono state proprio le forze dell’ordine. Questo, d’altra parte, non è un paragone, ma una realtà storica documentata a suon di manganello e lacrimogeno nella coscienza dei valligiani. Ogni volta che è stato imposto un nuovo pezzetto di Tav, è stato fatto con migliaia di uomini e mezzi che letteralmente occupavano i paesi, con tutti i problemi connessi. Sono state commesse violenze sui manifestanti, sono stati usati i lacrimogeni in maniera massiccia e come proiettili, sono stati devastati ristoranti, sono stati incendiati presidi, sono state bruciate o danneggiate le auto nei paesi, sono state commesse violenze di genere durante i fermi. Posti di blocco e controlli arbitrari, viabilità interrotta per permettere le operazioni, quelle sì militari, sono all’ordine del giorno.

Ripetiamo che basta scorrere la cronaca del movimento per trovare testimonianza di quel che abbiamo detto poc’anzi.
Ora, la dimostrazione invece di supposte tecniche militari da parte dei notav, sarebbe dimostrata dalla scoperta del famigerato “sparapatate”. Nelle intercettazioni ambientali della digos, alcuni compagni vengono registrati, mentre parlano scherzosamente della famigerata “arma micidiale”, e quella che è una discussione amicale davanti a qualche birra diventa la prova solida della dimostrazione dell’esistenza di una strategia che cerca il morto. Da far rimanere senza parole.

Allora, la commedia non finisce qui. I poliziotti dichiarano di essere stati tenuti in scacco per anni da tuberi volanti che li colpivano senza che loro riuscissero a capire da dove provenissero. Anni che, immaginiamo esser stati di puro terrore, oggi risolti dalla sensazionale scoperta dell’esistenza di questo “bazzuka” spara ortaggi. La questione ha appassionato la scientifica, portandola a scoprire un video su youtube che alleghiamo in cui dei ragazzi si divertono a sparare patate e, seguendo le immagini del video, affermano di aver ricostruito lo sparapatate provando la sua micidialità, paragonandola a quella di un proiettile vero e proprio. Ora, ci chiediamo, dal basso della nostra poca conoscenza della tecnica balistica, come una porzione di patata impattando sul corpo umano possa cagionarne la morte, spiaccicandosi in tanti pezzettini di tubero potrebbe forse soffocare il mal capitato? Non osiamo e non vogliamo mettere in dubbio l’assoluta competenza dei dirigenti della Divisione Scientifica della Questura Torinese, ma crediamo che questa volta si rendano ridicoli oltremodo, soprattutto se ci propinano queste bufale negli stessi giorni in cui si fanno incensare sui giornali locali per la loro storia di assoluta dedizione al lavoro investigativo.
Non è la prima volta che la fisica viene piegata ai loschi fini polizieschi di via Grattoni ma, se le patate si trasformano in piombo, probabilmente devono aver fatto diventare la Questura la nuova Hogwarts.

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Il Climate Social Camp, svoltosi al Parco della Colletta di Torino dal 25 al 28 luglio, ha visto la partecipazione di diverse centinaia di giovani ambientalisti provenienti dai quattro angoli dell’Europa, con significative presenze dal Sud globale, in particolare dei MAPA (Most Affected Peoples and Areas), le popolazioni e i luoghi maggiormente colpiti dagli effetti nefasti della crisi climatica.

L’appuntamento doveva tenersi nell’estate del 2020 ma lo scoppio della pandemia ne ha bloccato o svolgimento per due anni. Il campeggio ha visto le giovani generazioni del movimento di lotta contro il cambiamento climatico confrontarsi per due giorni sulle tematiche e le contraddizioni che interrogano e intersecano quelle istanze con quelle della lotta sul lavoro, le migrazioni, l’utilizzo delle risorse e l’energia, l’eco-trans-femminismo, le disabilità, l’internazionalismo e le proposte di autonomia.

(qui il link sui dibattiti svoltisi)

26 luglio (primo giorno di dibattiti)

I dibattiti del primo giorno si sono concentrati sul rapporto tra lotte ambientali e lotte sindacali, sul rapporto corpi e territori e sulle forme del nuovo internazionalismo.

Abbiamo scambiato qualche parola con Snoopo, del collettivo di fabbrica GKN

 

Estratto dell’intervento di un altro compagno del collettivo GKN

Luca (SìCobas Prato)

Un’Intervista con Emanuele Leonardi, a commento della discussione sul nesso (lotte sul) Lavoro-Ecologia

 

Con una compagna di Ecologia Politica Palermo abbiamo fatto qualche considerazione sul Camp e sul dibattito dell’indomani sull’energia

 

Estratto dall’intervento di una compagna indonesiana della Global Alliance of the Youth

 

27 luglio (secondo giorno di dibattiti)

I temi al centro della seconda giornata di incontri sono stati l’energia e la convergenza tra lotte ecologiche e anti-specismo

Abbiamo fatto due chiacchiere con Ingrid, giovane attivista ambientalista francese

Le impressioni di uno studente romano del movimento della Lupa

Una chiacchierata sui temi dell’Energia, delle finte transizioni e dell’emergenza climatica con Alessandro di ReCommon (audio disturbato)

 

28 luglio (terzo giorno di dibattiti)

Al centro dell’ultimo giorno di discussioni si è discusso del rapporto tra emergenza climatica e migrazioni, agro-business e diritto all’acqua pubblica

Con Virginia di Catania abbiamo fatto qualche considerazioni sui lavori del Camp, facendoci raccontare dell’iniziativa del giorno prima (occupazione  blocco dell’ingresso dell’autostrada Torino-Milano)

 

Antonio della fattoria occupata Mondeggi

Da Radio Blackout

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