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Articoli filtrati per data: Wednesday, 03 Agosto 2022

Ancora morti in Congo. Al posto di confine di Kasindi tre camion militari e un blindato, con le insegne Onu, provenienti dall’Uganda hanno forzato il passaggio in territorio congolese sparando ad altezza d’uomo, uccidendo tre persone e ferendone 15. Da diversi giorni il paese è attraversato da manifestazioni anti-ONU, che hanno avuto luogo soprattutto nell’est della Repubblica Democratica del Congo, provocano un totale di 36 morti.

La missione di peacekeeping dell’ONU Monusco opera in Congo dal 1999. I caschi blu vengono accusati di inefficienza e di non contrastare le milizie armate che imperversano nel paese. Con 17.783 addetti – 2.970 civili e 14.813 tra militari e agenti di polizia – è la più grande missione Onu, insieme alla UNMISS impegnata nel Sudan del Sud. Nel 2010 la MONUSCO è stata autorizzata a impiegare tutti i mezzi necessari per svolgere il suo mandato che consiste nel sostenere il governo del Paese nei suoi sforzi di stabilizzazione e pacificazione e nel proteggere i civili, il personale che svolge compiti umanitari e i difensori dei diritti umani da minacce di violenza fisica.

Gli edifici MONUSCO sono stati assaltati con pietre e bombe molotov, danneggiati, dati alle fiamme, saccheggiati da centinaia di persone che lanciavano slogan contro i peacekeeper e ne chiedevano il ritiro dal paese. Mentre una parte del personale della missione veniva evacuato per garantirne la sicurezza, le forze dell’ordine congolesi sono intervenute a sostegno dei militari Onu per fermare i dimostranti.

Elena Pasquini giornalista e scrittrice Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Ripubblichiamo questa nota scritta dal Centro Sociale Askatasuna. 

Ieri si ha avuto notizia dell’esito delle richieste portate in sede di udienza preliminare da parte degli avvocati per i compagni e le compagne sottoposti a misure cautelari. Da un lato, l’udienza preliminare ha visto come risultato il rinvio a giudizio di tutte e 28 le persone imputate - ma su questo torneremo - dall’altro, nonostante un clima costruito ad hoc per rendere l’accusa legittima nella sua incredibilità, la giudice Roberta Cosentini ha parzialmente accolto le richieste. Due compagni ai domiciliari sono stati liberati con obbligo di firma, un compagno ai domiciliari ha visto l’attenuarsi delle restrizioni con l’eliminazione del braccialetto elettronico e del divieto di comunicazione. Per quanto riguarda invece la posizione di Giorgio ancora detenuto al carcere delle Vallette di Torino, la richiesta di liberazione non è stata accolta sostanzialmente per problemi tecnici, in merito alla non idoneità del domicilio proposto per effettuare i domiciliari. Insomma, i pericolosissimi criminali per i quali occorre massima attenzione, pian piano tornano a scorrazzare per la città. 

Leggiamo questo risultato in due modi speculari. Posto che rimangano misure cautelari decisamente sproporzionate per i reati specifici e per le ragioni secondo le quali dovrebbero venire imposte restrizioni alla libertà in maniera preventiva, è chiaro che non sussistono motivi dirimenti perché un impianto del genere potesse perpetuarsi a lungo. È importante sottolineare questo aspetto anche perché queste stesse misure, ieri in parte cadute, sono le stesse oggetto del ricorso presentato dalla Procura a maggio scorso, per il quale è stato reso noto l’esito qualche settimana fa, a pochi giorni dall’inizio della lunga estate di lotta articolata tra la Val Susa e Torino. 

Facciamo un passo indietro. Nel momento in cui il gip aveva in prima battuta bocciato l’ipotesi di reato 270, ovvero di associazione sovversiva, la procura di Torino, nella veste di Manuela Pedrotta e Emilio Gatti, aveva proceduto al ricorso in merito alle misure cautelari che avevano coinvolto compagni e compagne tra carcere, domiciliari, obblighi di firma e divieti di dimora. Il risultato del ricorso: un’ipotesi di reato trasformata in 416, ossia associazione a delinquere, e aggravamento delle misure sia relativamente a compagni e compagne già sottoposti a restrizione delle libertà sia allo stato attuale liberi. Decisione sospesa nell’attesa del ricorso in Cassazione operato dagli avvocati della difesa. Nel frattempo il 29 luglio si è tenuta l’udienza preliminare che ha visto il rinvio a giudizio di 28 persone, di cui 16 con il capo d’accusa per associazione a delinquere. Due vie parallele che, se a prima vista sembrerebbero sostanziarsi l’un l’altra, in realtà dimostrano una modalità di procedere sclerotica che lascia evincere da un lato, la smania di portarsi a casa il risultato costi quel che costi (se non è 270 che almeno ci concedano il 416, si potrebbe immaginare nella testa di alcuni personaggi), dall’altro l’emersione di elementi che si contraddicono a vicenda. Infatti, se la procura aveva avuto un primo assist con l’accomodamento dato dalla possibilità di partire con un processo per associazione a delinquere, l’affievolimento delle misure cautelari di ieri dimostrano un evidente ritrarsi degli spazi per aggravare alcune situazioni. 

La questione dei tempi. La modalità scelta dalla questura di Torino di diffondere comunicati poi ripresi senza remore e pedissequamente da tutte le testate giornalistiche principali, dimostra di voler approfittare di momenti di attenzione data dalle iniziative in programma, come nel caso delle settimane appena trascorse, per avvalorare una tesi visionaria come quella dell’associazione a delinquere. Stretti nell’attesa di sapere l’esito della Cassazione da un lato e, dall’altro, con l’appetito che vien mangiando dato da tempi accelerati e senza precedenti di un processo che inizia con tutta questa fretta, la questura centellina parti degli atti derivanti dalle indagini, somministrando pillole di ilarità estrapolando frasi decontestualizzate e ricostruendo teoremi degni di una saga fantascientifica per screditare i rapporti che nei percorsi di lotta di queste settimane si sono sedimentati e arricchiti. Anche su questo torneremo, con alcuni capitoli di una saga che merita di essere decostruita scena per scena,  per il momento basti evidenziare come, puntuali come un orologio svizzero, gli articoli de La Stampa e de La Repubblica si prestano a questo gioco in cui le regole valgono solo per qualcuno. 

E poi dovranno iniziare a fare i conti anche con la solidarietà. Proprio in queste settimane ha preso inizio una campagna intitolata Associazione a Resistere. Mentre nei loro uffici sudano tra le carte per trovare cavilli in grado di mettere all’angolo esperienze di lotta e di autonomia, sui sentieri della Val Susa si stringono nuove relazioni, guardando a un orizzonte comune che ha le idee molto chiare. Dalle centinaia di persone disponibili a metterci la faccia, agli artisti saliti sul palco del Festival Alta Felicità, non ci sono molti dubbi: attaccare il movimento no tav e l’Askatasuna proponendo una versione vaneggiante che travalica la realtà dei fatti porterà a ben poco. Anzi, probabilmente rafforzerà i rapporti di chi si sente dalla stessa parte. La tiritera mediatica suggerita dalla questura è ormai roba vecchia, non stupisce nemmeno più e, guarda un po’, diventa difficile crederci anche per i sinceri democratici. La creatività e la voglia di lottare invece non si fermano, possono spiazzare, possono ribaltare le carte in tavola, soprattutto quando le fondamenta iniziano a scricchiolare. 

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I realizzatori della stra nota serie The Wire, a distanza di 20 anni, ci regalano un nuova “chicca” sulla travagliata città di Baltimora negli Stati Uniti. Questa volta però, ad andare in scena è una mini serie  serratissima, sulla corruzione della polizia di Baltimore, lungo gli anni 10 del nuovo millennio. A far da sfondo è l’omicidio di Freddie Gray e il movimento di proteste e rivolte che coinvolgono la città sull’onda della deflagrazione di Ferguson.

David Simons, Ed Burns, e George Pelecanos si ispirano a fatti realmente accaduti e raccontati nell’inchiesta giornalistica sulla corruzione nella polizia del giornalista Justin Fenton, autore di un libro con il medesimo nome dato alla serie.
Nonostante ambientazione e soggetti simili, chi si appresta alla visione, non deve aspettarsi nulla di simile a The Wire, quello che abbiamo di fronte è più un’immerrsione nella singola vicenda, che ha come soggetto la  corrottissima squadra di “Falchi” anti armi, piuttosto che i panorami sociologici e soggettivi della serie cult degli anni 2000.
Il risultato è comunque di tutto rispetto, e vengono traghettati stili e inquadrature tipiche di The Wire, compresi alcuni attori, tra l’altro di Baltimora. Certo, dopo la sigla a colpi di bassi profondissimi e fotografie in bianco e nero, non si può che provare un po' di nostalgia per i voli onirici e i personaggi omerici che intrecciano la sfigata vicenda del Tenente McNalty.

Ma andiamo alla trama. Viene ricostruita la storia della Baltimore police department’s gun trace taskforce (GTTF), unità anti-armi e droga costruita per cercare di abbassare il numero di armi in circolazione.  Si viene trasportati in un horror Tour di corruzione, violenza contro la popolazione, razzismo, vessazioni di ogni tipo da parte di poliziotti in borghese e in divisa che imperversano in ogni dove.
Viene dipinto il contorno di copertura sistemica da parte dei piani alti della polizia e del Comune, e la stessa indagine che fa uscire il caso, è più frutto di una casualità non voluta che di una volontà di indagare sugli abusi. L’ omicidio di Freddy Gray viene affrontato indirettamente, ma le proteste della città trovano uno spazio considerevole.
Ovviamente il tema che infiamma la serie e la fa da padrone spingendo lo spettatore a riflettere è quello della “riforma della polizia” e del “defound police”, che negli ultimi anni ha trovato grande spazio a seguito del fiorire del movimento Black Lives Matter. Anche se non mancano i tentativi di rappresentare una parte “buona” della polizia, la critica alla “War on Drugs” è centrata e pungente. Viene evidenziato il suo ruolo di governance e di paradigma sociale che obbliga i proletari della città a vivere sotto il giogo della polizia, e di come questo sistemico intreccio fra polizia e mercato della droga, sia un modo per governare la società americana e la sua guerra civile a bassa intensità.

Evitando di scendere nei particolari ed evitare quindi facili spoileraggi, si può dire tranquillamente che anche se probabilmente, non è intenzione degli autori, quel che rimane come messaggio alla fine della decina di episodi, è più una amara constatazione di irrecuperabilità della polizia piuttosto che una sua riforma.
Anche se a tratti documentaristica, le interpretazioni di Wunmi Mosaku nei panni di un’avvocatessa per i diritti civili, e di Jon Bernthal nella divisa del capo della GTTF, ci restituiscono dei quadri soggettivi e psicologici profondi e non scontati. Sono capaci di toccarci senza cedere alla tentazione di rappresentare la bicromia buoni-cattivi, mostrandoci il cambiamento violento che porta il contesto classista e razzista nelle persone.
Forse il più grande merito di questa nuova serie è proprio quello di fotografare la realtà sociale della polizia, fuori dalle solite retoriche. Gli abusi come regola e non come eccezione, la sua natura corporativistica, la sua funzione guardiana della segregazione sociale e razziale.

Chi possiede questa città? A questa domanda non riusciamo a trovare risposta fino alla fine della serie di episodi. La risposta che ne traspira anche se non formulata, non sta nella dicotomica rappresentazione istituzioni- delinquenti, ma nell’intreccio di relazioni in cui una parte è funzionale all’altra, dove la voce fuori dal coro è quella sullo sfondo, dei movimenti sociali che hanno incendiato le metropoli dell’Impero negli ultimi anni.
Ovviamente le differenze con il contesto nostrano sono abissali, ma le menti maliziose non resisteranno alla tentazione di sostituire facce e personaggi con i nostri cari carabinieri piacentini, questurini torinesi dalla mazzetta facile o digossini e falchi di vario lignaggio. Insomma, diciamo che il materiale cinematografico non ci manca.
Buona visione!

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