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Articoli filtrati per data: Wednesday, 10 Agosto 2022

L’ormai nota vicenda che ha coinvolto Beauty, venticinquenne lavoratrice stagionale presso il “Mare Nostrum” di Soverato è stato solo l’ennesimo caso simbolo che ha scandalizzato le fragili coscienze del web. Nulla che già non sapessimo, ci viene da dire.

Il titolare di questo noto lido-ristorante della provincia di Catanzaro, tale Nicola Pirroncello, dopo aver negato una cospicua parte del salario pattuito alla lavoratrice, assunta con un contratto fasullo che dichiarava un decimo delle ore effettive di lavoro, ha ben pensato di malmenare la ragazza che si è presentata presso la sua illustre impresa locale a pretendere i soldi mancanti nel pagamento.
Tutto ciò che ha permesso l’indignazione della politica istituzionale e dei canali mediatici nazionali è stato il fatto che Beauty abbia giocato d’astuzia, riprendendo l’accaduto; che avesse la sfera magica di sapere come sarebbe finita? O semplicemente il ricatto del salario è una realtà per cui lavoratrici e lavoratori hanno ben chiaro di doversi dotare di strumenti di autodifesa in merito?

Ci sembra incredibile che la narrazione che va per la più sia quella per cui Beauty abbia praticato “una protesta”, come a dichiarare velatamente che ricevere i soldi lavorati (in condizioni di sfruttamento) sia qualcosa che non rientra nelle regole del gioco, sia un in più, un diritto da guadagnarsi e per cui lottare. Mentre il patto stabilito proprio da chi fa le regole del mercato del lavoro, prevede che questa sia la conditio sine qua non, non un regalo, né una conquista legata al coraggio o meno di pretendere la retribuzione.

Quando le testate giornalistiche ci parlano di “violenza inaudita” solo in relazione al fatto che costui abbia picchiato la lavoratrice in questione, fa riflettere in merito al concetto limitato che si ha di questo strumento che è perfettamente inserito nelle dinamiche dello stato e del lavoro; la violenza inizia ben prima che questo imprenditore prendesse dai capelli Beauty, inizia dal momento in cui sfrutta una condizione di necessità per far firmare un contratto che non garantisce i minimi diritti alla retribuzione, né al riposo e tantomeno a condizioni di sostenibilità di tale lavoro da parte di una lavoratrice donna, madre e non italiana, la stessa violenza prosegue silenziosa fino alla negazione del salario e infine esplode rumorosamente quando un titolare si sente legittimato anche ad utilizzare la forza fisica per tentare di tacciare una richiesta che neanche sarebbe dovuta esserci secondo i suoi criteri, solo allora il caso fa notizia. Solo allora abbiamo uno scoop fresco fresco da prima pagina.

Proseguendo nell’approfondire le decine di notizie che ci vengono agli occhi e alle orecchie, apprendiamo che un sacco di imprenditori dal cuore grande hanno risposto con “un’ondata di solidarietà” nei confronti di Beauty, offrendole decine di offerte lavorative contrattualizzate, come se il lavoro (regolare) fosse un regalo che ci viene fatto e non l’unico strumento (legalmente stabilito) che abbiamo per garantirci di poter sopravvivere in uno stato di cose che prevede il denaro per sopperire alle necessità materiali della persona. Il triste specchio, questo, di un razzismo pietista che ostracizza la condizione di persone non bianche, in Italia, per farne esotiche figure incapaci di autodeterminarsi, spesso molto utili a lavare la coscienza del maschio bianco e anche ricco.

Wanda Ferro, deputata per Fratelli d’Italia ci ricorda un elemento importante “il tema dei diritti e della dignità dei lavoratori deve essere un confine invalicabile, anche a garanzia della leale concorrenza e a salvaguardia del sacrificio dei tanti imprenditori onesti che rispettano i contratti e garantiscono i diritti dei propri dipendenti”, Accidenti! Ma siamo proprio un peso per questi poveri imprenditori che si sacrificano ogni giorno per darci i nostri soldi, mentre la paga settimanale di un lavoratore stagionale medio equivale quasi al conto di una tavolata da 7 persone.
Ci chiediamo allora se forse non sarebbe il caso di togliere il disturbo e farci pagare le ferie in Costa Rica dal Reddito di Cittadinanza, sicuramente allora questi ristoratori non avrebbero più i sudori freddi al momento dei conti, ah no, non va bene nemmeno così… Perché in realtà, a detta di molti ristoratori e operatori turistici, tutti questi giovani scansafatiche non vogliono più lavorare perché sono pagati profumatamente dallo stato che elargisce mediamente 300 euro mensili a chi rientra nella soglia di povertà. Bella fregatura!
Infatti, il settore sembrerebbe in crisi proprio a causa del Reddito, osserviamo qualche dato?

Senza lauree in economia, basterebbe guardarsi in torno nelle principali località turistiche per non avere, neanche lontanamente, la percezione che il settore sia fermo o addirittura in perdita, anzi! Ci sembra che tutto proceda a ritmo spedito e con qualche grafico facilmente reperibile presso i siti nazionali possiamo osservare che dal 2019 (anno record per presenza turistica) ad oggi, la situazione sia in crescita netta sia per quanto riguarda i guadagni che rispetto alle assunzioni, e guarda un po’ soprattutto di persone under 25, e guarda un po’ (parte seconda) soprattutto nel settore turistico. Insomma, tutto sembra ripartito a pieno ritmo.
Ci risuona un certo slogan in mente, mentre proviamo a ragionare sulla complessità della questione. Come faceva? Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema? Sì, giusto quello. In effetti, ci sembra che sia andata proprio così, non c’è più nulla di “normale”, in due modi perfettamente uguali e contrari.

Da un lato abbiamo chi possiede le attività lavorative che sta vedendo guadagni incredibilmente in crescita e non riesce a capacitarsi del fatto che non si riesca più a trovare uno straccio di giovane, manco se straniero, che si faccia sfruttare 7 giorni a settimana per guadagnare 500 euro senza contratto e dall’altro abbiamo il dato, probabilmente il più interessante, di una generazione che effettivamente non è più disposta ad accettare tutto, e il fatto che questa cosa sia considerata negativamente è lo specchio di ciò che vorrebbero che diventassimo: silenziose macchine da sfruttare per il bene del Bel Paese. Peccato che a questa presunta unità nazionale che ci avvicina sotto la bandiera del “pizza, spaghetti e mandolino” non ci crede quasi più nessuno, dove sta l’unità in un territorio in cui chi è ricco continua ad abbuffarsi e chi è povero non riesce nemmeno a pagare la benzina per arrivare a lavoro? Scusate ma non la vediamo affatto, e ci sembra di non essere i soli.

E’ innegabile che, dallo scoppio della pandemia in avanti, ci sia una percezione diversa del lavoro, della propria vita ma soprattutto di ciò che vorremmo garantito di diritto… Sarà forse causa del fatto che milioni di lavoratrici e lavoratori siano state abbandonate completamente dai governi in fasi estremamente critiche, sia per chi ridotto in cassa integrazione senza che questi miseri soldi arrivassero in tempo per sopravvivere e anche per chi costretto a proseguire le mansioni lavorative senza tutele sanitarie, sempre nella logica del “lo facciamo per la nazione”, in questo dualismo molto netto c’è stato il fantasma degli stagionali. Persone lavoranti, spesso senza un contratto che lo certificasse che semplicemente hanno dovuto inventarsi un modo per sopravvivere in una fase in cui lavorare era impossibile, così come ottenere dei sussidi. Che questi milioni di persone abbiano compreso l’importanza del tutelare i propri interessi e non quelli dei loro padroni? Probabile, come è probabile che ci sia chi preferisce campare con poche centinaia di euro al mese piuttosto che farsi venire i reumatismi e il fegato marcio a 23 anni pur di rispettare la norma sociale che qualifica l’essere umano e la sua dignità in base a se lavora o meno e come lo fa.

Alle nostre spalle abbiamo precedenti che non permettono di fare passi indietro e gli unici a non averlo capito sono i ricchi, i politici e i privilegiati; perché non ci sia più bisogno del “coraggio” di una singola serve porre delle fermezze e imporre un cambio di guardia complessivo, siamo felici che Beauty possa lavorare in un locale in cui si trova meglio ma questo non cambia le cose, serve una modifica strutturale di come viene concepito il lavoro, in particolare quello stagionale. Ma ancor prima serve che cambi lo sguardo con il quale si osservano (a debita distanza) e si giudicano e si interagisce con i giovani.

Questo branco di fannulloni non ha più intenzione di farsi andare bene tutto, tanto meno di passare la vita a sgobbare e basta.

A questa ritrovata postura dei giovani in generale si risponde in molti modi: bastonando e arrestando chi si organizza politicamente, cacciando e non pagando chi pretende condizioni lavorative accettabili, costruendo una campagna mediatica denigratoria rispetto ai giovani; in sostanza, il metodo resta quello di martellare la marmotta quando caccia il naso fuori dalla tana, eppure il flusso è incontrollabile, incontenibile.

Sì, vogliamo più soldi per il lavoro che svolgiamo, vogliamo tutele, giorni liberi e orari adeguati a poter fare altro oltre che lavorare, non è obbligatorio che il lavoro ci piaccia, va fatto se necessario e va fatto alle giuste condizioni, altrimenti troveremo altri modi di sopravvivere, al contrario un ristorante senza camerieri è difficile che sopravviva a lungo, allora sganciate la grana e i contratti e smettetela di piangere elemosinando concessioni gratuite, smettetela di pretendere che smettano di elargire sussidi per far riabbassare i costi della mano d’opera, smettetela di pretendere che i giovani siano come siete stati voi, i tempi cambiano e la favoletta del boom economico è stata smentita. Vi hanno fregato. Ci dispiace.

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Le coste del Bel Paese stanno per circondarsi di nuovi rigassificatori, che si aggiungeranno a quelli già esistenti a Panigaglia, Livorno e Porto Viro.
Nuovi progetti infrastrutturali per la ricezione del Gas Naturale Liquefatto (GNL) incombono sui territori terrestri e marini di Piombino, Ravenna, Porto Empedocle, Porto Vesme, Porto Torres, Oristano, Brindisi, Falconara e Gioia Tauro.
Un coro di governanti o aspiranti tali, di industriali e pennivendoli esorta queste nuove “zone di sacrificio” dell’economia fossile ad immolarsi con gioia in nome della sicurezza nazionale e dell’indipendenza energetica della patria.

di Alexik da Carmilla

Oh, l’indipendenza energetica!!!
Al solo nominarla il cuore trepida di fiero orgoglio!
Del resto, mai nella storia della Repubblica le nostre politiche energetiche si sono dimostrate così indipendenti, così libere da ogni condizionamento, così immuni da ogni pressione come in questi ultimi mesi. Talmente libere che sembra di essere tornati ai tempi della “caduta accidentale” dell’aereo di Enrico Mattei (con la differenza che oggi di Mattei nessuno aspira ad emulare la statura, forse per evitare spiacevoli infortuni).

La proliferazione di nuovi impianti per la ricezione del GNL interessa non solo le coste italiane ma quelle dell’intera Unione Europea, ed è un processo in atto da alcuni anni sotto la spinta di due dinamiche simultanee, interconnesse e convergenti.
La prima – promossa dai vertici dell’Unione Europea – è la dinamica di costruzione di un “mercato europeo del gas” in chiave neoliberista.
La seconda è figlia delle strategie adottate dagli U.S.A. per frenare il declino della propria egemonia.
Ci soffermeremo su entrambi gli aspetti, prima di approfondire gli impatti climatici, ambientali, sulla salute e sulla sicurezza che il ciclo del GNL comporta.

Neoliberismo energetico

La creazione di un mercato europeo dell’energia e di un mercato europeo del gas nel segno della libera concorrenza affonda le sue radici negli anni ’90 del secolo scorso, nel contesto del processo di liberalizzazione dei mercati energetici che ha rappresentato il naturale proseguo della distruzione dei monopoli pubblici dell’energia, imposta dal Trattato di Maastricht1.
E’ con il nuovo millennio che si assiste però ad una accelerazione.
Nel 2007 la Commissione Europea delinea nel documento “An energy policy for Europe”2 la strategia per la costruzione di un effettivo Mercato Interno dell’Energia. Negli anni successivi ne seguiranno altri, tutti imperniati sugli stessi assiomi:

– L’assioma che identifica la competitività del mercato come strada maestra per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e la sostenibilità climatica.
– L’assioma secondo cui la sicurezza degli approvvigionamenti energetici verrebbe assicurata tramite la proliferazione di nuovi impianti, reti, hub, creati dagli operatori sotto la spinta del profitto. Profitto che gli Stati non devono permettersi di moderare tramite tariffe regolamentate dell’energia, perché tale intervento costituirebbe un freno agli investimenti in nuove infrastrutture (sarà in nome di questo assioma se ancor oggi i vertici europei evitano accuratamente di porre un tetto al prezzo del gas ?).
– L’assioma secondo cui un mercato del gas concorrenziale contribuirebbe a mantenere basso il prezzo delle importazioni.
– L’assioma che attribuisce la volatilità dei prezzi dell’energia e le tendenze al rialzo alla “progressiva concentrazione delle riserve di idrocarburi in poche mani”,  e che identifica la soluzione nella diversificazione delle forniture, da ottenere attraverso la creazione di nuovi hub del gas, nuovi gasdotti, nuovi stoccaggi e nuovi terminali di gas naturale liquefatto.

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La proliferazione di nuovi terminal per il GNL viene definita strategica per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento “fondamentale sia per la sicurezza energetica che per la competitività”3.
E di conseguenza, le infrastrutture per il gas naturale liquefatto da allora proliferano: dal 2013 ad oggi l’Unione Europea ha finanziato, sostenuto, o inserito nei Progetti di Interesse Comune la costruzione di nuovi terminal  in Italia (FSRU OLT Oshore LNG Toscana), Lituania (FSRU Independence), Francia (Dunkerque LNG Terminal), Polonia (Swinoujscie LNG Terminal), Malta (Delimara LNG terminal), Grecia (Revithoussa LNG Terminal, Alexandroupolis LNG Terminal), Croazia (Krk LNG terminal), Spagna (LNG terminal a Tenerife e Gran Canaria), Cipro (Cyprus LNG terminal), Svezia (Gothenburg LNG terminal), Irlanda (Shannon LNG Terminal).
Oggi è sotto gli occhi di tutti come tutta questa proliferazione di impianti non abbia affatto “ridotto la volatilità dei prezzi e dell’aumento dei prezzi sui mercati internazionali dell’energia”, forse perché i prezzi del gas seguono tutt’altre dinamiche.

Come ci spiegava ReCommon nove anni fa, in Europa convivono due modelli diversi di mercato del gas :
“A un estremo vi è quello “finanziarizzato” inglese, dove per permettere nuovi meccanismi di mercato per la definizione del prezzo del gas e la creazione di una borsa del gas naturale si è adottato un principio che si basa sul suo transito attraverso diversi hub, o nodi della rete, e in ciascuno di questi il prezzo viene definito quasi istantaneamente dalle transazioni di vendita e acquisto.
Conseguentemente, si è potuto sviluppare un mercato dei prodotti finanziari collegati al gas, inclusi i prodotti derivati, così come succede a livello mondiale per il greggio. Tale approccio è seguito anche da Olanda e Belgio.
All’altro estremo troviamo l’Italia, dove il mercato del gas è fortemente pianificato e su cui operano ancora pochi operatori, solamente energetici. Il prezzo del gas è deciso principalmente tramite gli accordi di import siglati bilateralmente dalle società con i vari paesi esportatori (per esempio l’Eni con la Gazprom russa). Inoltre, gli impianti di stoccaggio sono utilizzati solamente per esigenze fisiche e strategiche della rete e non per altre finalità speculative.
In questo modo non è possibile creare una borsa del gas naturale che definisca in ogni istante il suo prezzo variabile e questo di conseguenza sottostà agli accordi internazionali e al ruolo giocato dall’Authority per l’energia elettrica e il gas (AEEG) per quel che riguarda il prezzo finale al consumatore4.

L’eliminazione progressiva delle forniture dalla Russia – erogate prevalentemente via gasdotto e regolate tramite accordi bilaterali di lungo periodo – che rappresentavano quasi la metà (il 45% nel 2021) delle importazioni di gas dell’Unione Europea, lascia un enorme spazio per l’espansione del modello finanziarizzato del mercato del gas.
Un modello che da mesi sta producendo i suoi frutti avvelenati, descritti da Mario D’Acunto in una intervista del 14 marzo a Radio Onda d’Urto5:

“In questo momento la speculazione evidente sul prezzo dei combustibili fossili nasce dal gioco che stanno facendo sia le grandi banche sia i grandi operatori – le grandi industrie che trattano gas e petrolio – e soprattutto gli hedge fund. Sono loro che stanno gonfiando il prezzo dei carburanti, dei combustibili fossili perché la finanza innesca un meccanismo che difficilmente può essere controllato.
Questo perché in questo momento il costo del gas e del petrolio è estremamente volatile.
Nel momento in cui c’è la volatilità di una commodity come i combustibili fossili i grandi fondi di investimento hanno gioco facile.
Se pensiamo che il costo del gas durante la pandemia, quando stavamo tutti a casa, era 6 o 7 euro per MWh, oggi c’è una oscillazione nell’arco di una sola giornata di 100 euro per MWh.

Questo perché fondamentalmente i soggetti commerciali che trattano gas, petrolio e carbone sono costretti a vendere molto spesso nell’arco della giornata sotto la forza delle oscillazioni di queste commodities.
I grandi fondi di investimento sono quelli che in qualche modo decidono poi il prezzo che possono applicare.
Per esempio una cosa incredibile, su cui Cingolani è intervenuto, è che il prezzo del gas aumenta sia per i soggetti che comprano mesi prima, in previsione dell’utilizzo, sia negli hub di compravendita giornaliera, come l’hub di Amsterdam, che è fatto da circa 200 soggetti, di cui una metà sono commerciali, che sono quelli che vivono comprando e vendendo gas e petrolio, e gli altri sono soggetti speculatori, che in questo modo definiscono il prezzo di queste commodities sul mercato.

Quindi è questa estrema volatilità dovuta alla guerra e dovuta alla post pandemia, che in qualche modo permette una speculazione finanziaria accesa, senza controllo, del prezzo del gas e del petrolio”.

Speculazione che determina il prezzo del gas al consumatore finale a prescindere da quello di acquisto da parte dei vari operatori, generando extraprofitti stratosferici per le compagnie dei combustibili fossili.

prezzi del gas 27 maggio 2022 

In pratica, tornando al tema dell’indipendenza energetica, per non dipendere da Putin siamo finiti in balìa dei mercati finanziari.

L’enfasi sullo sviluppo del mercato del GNL è funzionale a questo tipo di scenario.
Le metaniere viaggiano prevalentemente sulla base di contratti spot, a brevissimo termine, soprattutto da quando gli Stati Uniti sono diventati il maggior esportatore mondiale di gas naturale liquefatto.
Sono l’emblema del libero mercato. A differenza dei gasdotti che hanno la strada segnata, le metaniere seguono il denaro, cioè la rotta del prezzo più alto, a volte invertendola ignorando gli impegni contrattuali, se conviene. E’ il caso della metaniera British Listener, “partita dal terminale Freeport LNG, vicino a Houston, il 21 marzo e diretta in Asia attraverso il canale di Panama, prima di tornare indietro il 1° aprile attraversando le chiuse in direzione opposta per dirigersi verso l’Europa e i suoi prezzi più elevati”6.
Checché ne dica la Commissione Europea, gli investimenti sul GNL sono l’antitesi dell’affidabilità e continuità  dell’approvvigionamento energetico, a meno che – come sta succedendo –  gli importatori non si rendano disponibili a garantire remunerazioni più alte, innescando una concorrenza al massacro fra i vari mercati e rafforzando la spirale al rialzo dei prezzi.

E’ in nome della speculazione, dunque, che si sta chiedendo alle città prescelte come sedi  dei nuovi rigassificatori, di accettare impianti devastanti per il clima, per l’ambiente, la salute, la sicurezza e le attività umane. (Continua)

Immagini:
1) LNG Carrier Alto Acrux Departing Darwin February 2010, di kenhodge13. Licenza CC BY 2.0.
2) Another floating gas bottle (LNG tanker) leaves Darwin Harbour for Yokohama, Japan, di Geoff Whalan. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.
3) Prezzi del gas. Fonte: Il Messaggero, 26 maggio 2022.

1 Sulla vicenda delle privatizzazioni degli anni ’90 in Italia e sul ruolo del Trattato di Maastricht si rimanda alla sintetica ed utile ricostruzione di Simona Tarzia (Svenduta. Il lungo “Black Friday” delle privatizzazioni in Italia, su fivedabliu.it, 19/02/19), che ci rammenta il ruolo di vari personaggi ancora in giro: Mario Draghi, Giuliano Amato, Romano Prodi, Massimo D’Alema. Enrico Letta lo ritroviamo invece nella seconda fase della svendita all’incanto: Privatizzazioni, Letta annuncia piano da 12 miliardi. Sul mercato Eni e Fincantieri, Il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2013.

2 Communication from the Commission to the European Council and the European Parliament, An energy policy for Europe, 2007, pp.28.

3 European Commission – Fact Sheet, Lo stoccaggio di gas naturale e gas liquefatto rafforzerà la sicurezza energetica dell’U.E.

4 ReCommon, In gas we trust. Perché la finanza pubblica crede nei rigassificatori, 2013, p.4.

5 Di crisi energetica e speculazione economica, l’approfondimento con Mario D’Acunto, Radio Onda d’Urto, 14 marzo 2022. Mario D’Acunto è autore di Capitalismo, finanza, riscaldamento globale. Transizione ecologica o transizione al socialismo?, marzo 2022.

6 Mathias Reymond, Pierre Rimbert, Chi sta vincendo la guerra dell’energia ?, in “Le Monde Diplomatique”, giugno 2022, p. 15.

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