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Articoli filtrati per data: Friday, 08 Luglio 2022

Colombia, Ecuador e Cile ci mostrano processi recenti relativamente simili. I governi della destra neoliberista sono stati affrontati da grandi rivolte popolari di lunga durata, che hanno aperto crepe nella dominazione e messo sotto scacco la governabilità. Il sistema politico ha risposto incanalando la disputa nel terreno istituzionale, con l’approvazione e l’entusiasmo delle sinistre.

Di Raúl Zibechi

Durante le rivolte, le organizzazioni di base si rafforzano e se ne creano di nuove. In Cile c’erano più di 200 assemblee territoriali e oltre 500 ollas (mense, ndt) comunitarie a Santiago al momento dell’emersione della pandemia. In Ecuador si era creato un parlamento indigeno e dei movimenti sociali, con più di 200 organizzazioni. In Colombia decine di “punti di resistenza”, territori liberi dove si sono create nuove relazioni sociali.

I risultati della scelta di seguire la via delle istituzioni, di solito, diventano visibili qualche tempo dopo che quella decisione viene presa, quando la potenza delle sollevazioni inizia a sfibrarsi e quasi non restano più organizzazioni di base. Il Parlamento ecuadoriano già non funziona più. Le assemblee cilene si sono indebolite, sia per quel che riguarda i numeri che per la partecipazione. Lo stesso accade in Colombia.

Il caso del Cile è il più drammatico, dal momento che tutta la potenza della rivolta è stata presto neutralizzata con la firma di un accordo per una nuova Costituzione, anche se sappiamo che l’obiettivo finale era proprio quello di togliere la gente dalle strade, la principale minaccia al dominio delle élites economiche e politiche.

Il Cile è l’unico dei tre paesi in cui il processo elettorale ha favorito il successo di chi affermava di voler rappresentare la rivolta, l’attuale presidente Gabriel Boric. Cosa si poteva chiedere di più? Un giovane che era stato attivo nella protesta studentesca e che fa parte della “nuova” sinistra raggruppata attorno ad Apruebo Dignidad.

Si tratta della più grande delusione immaginabile, per coloro che scommettevano su un cambiamento gestito dall’alto sulla scia della protesta. È stato proprio Boric a firmare il patto con la destra e il centro, con la classe politica elitaria, per convocare la Costituente. Èd è stato lui a dire più volte che le cose sarebbero cambiate con il suo governo e a promettere di smilitarizzare il territorio mapuche, Wall Mapu.

Solo due mesi dopo aver assunto la presidenza, ha proclamato lo stato di eccezione in quelle terre. Proprio come aveva fatto Sebastián Piñera, il presidente di destra odiato da mezzo Cile. Proprio come tutti i governi precedenti, compreso – ovviamente – quello del regime di Pinochet.

Lo stato di eccezione è diretto contro l’attivismo mapuche che recupera terre e sabota le imprese estrattive che distruggono la Madre Terra. In particolare, contro la Resistenza Mapuche Lavkenche (RML), il Coordinamento Arauco-Malleco (CAM) e la Liberazione Nazionale Mapuche (LNM), nonché contro le organizzazioni autonome di resistenza territoriale.

L’occupazione militare dell’Araucanía (la Patagonia cilena, Wall Mapu per i Mapuche, ndt) risponde alle richieste di camionisti e proprietari terrieri. Per Héctor Llaitul, dirigente del CAM, «è la piena espressione della dittatura militare che noi, i mapuche, soffriamo da sempre». La RML dal canto suo,  ritiene che Boric abbia «lasciato le nuove politiche repressive nelle mani del Partito Socialista, con l’avallo della criminalità organizzata» (https://bit.ly/3lYSpSC).

Si può solo aggiungere che la politica economica è stata consegnata a uno dei principali difensori del neoliberismo e dell’ortodossia economica, Mario Marcel. Non ci saranno cambiamenti. Appena qualche ritocco cosmetico. Secondo alcuni sondaggi, la popolarità di Boric è crollata: il 57% lo disapprova, solo due mesi dopo l’assunzione dell’incarico (https://bit.ly/3x2dkcz).

Quello che accade in Cile non è l’eccezione, ma la regola. Qualcosa di simile accade in Ecuador, anche se la presidenza è stata conquistata da Guillermo Lasso, un esponente di destra. Anche in Colombia, purtroppo, il movimento sociale è rimasto invischiato nelle urne e ha disarticolato i propri territori urbani.

Alcune riflessioni.

Uno: la politica elettorale dipende molto più dal marketing che dai programmi e dalle proposte. Proprio come il consumismo è una mutazione antropologica (Pasolini), il marketing elettorale rimodella dall’alto in basso mappe e comportamenti politici.

Due: il potere, il vero potere, non nasce dalle urne e non sta nei parlamenti o nei governi, ma è situato ben lontano dalla visibilità pubblica, nel capitale finanziario ultra-concentrato, nell’invisibile 1% della popolazione che controlla i media, le forze armate e di polizia, i governi a qualsiasi livello e, soprattutto, i gruppi narco-paramilitari illegali che ridisegnano il mondo.

Tre: i governi eletti non possono – nell’ipotetico caso in cui ci volessero provare – toccare gli interessi dei poteri reali e dei potenti. Essi sono blindati dietro a vari eserciti, statali e privati, a un sistema giudiziario opaco e ai grandi media.

Quattro: si tratta di intraprendere altre strade, non di insistere su quelle che già sappiamo portare solo a rilegittimare ciò che esiste e indebolire i mondi altri che nascono. Non di contendere il loro potere (né la loro gestione della salute, i loro mezzi di comunicazione, la loro educazione). Si tratta di creare i nostri. E difenderli.

Fonte La Jornada.

Traduzione a cura di CamminardomandandoCamminardomandando.

11 giugno 2022

Comune-info

https://comune-info.net/lillusione-di-cambiare-dallalto/

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  • notizia Live normale

E’ probabilmente raro che la maggior parte di noi ci ragioni sopra con cadenza quotidiana, ma la manciata di società transnazionali che dominano l'industria mineraria svolge un ruolo chiave nel fornire i materiali per i beni che ogni giorno usiamo, dagli smartphone al cibo.
I loro profitti derivano dal loro ruolo nella produzione di questi beni: il controllo dell'estrazione di minerali, a partire dalle vaste catene di approvvigionamento globali che si estendono dai paesaggi minerari cileni e congolesi fino - nel caso degli smartphone - alle nostre tasche. 

 

di Mads Barbesgaard e Andy Whitmore da EcorNetwork

 

L'Agenzia internazionale per l'energia ha affermato che, affinché la transizione energetica possa avvenire, è vitale un massiccio "aumento degli investimenti in nuove strutture minerarie e di lavorazione".
Ciò riguarda in particolare i cosiddetti "minerali di transizione", ad es. elementi  come rame, nichel, manganese, litio, cobalto e terre rare, che dovrebbero far fronte alle carenze dell’offerta causate della loro importanza per la produzione e l'espansione delle tecnologie dei combustibili non fossili, dalle turbine eoliche alle batterie dei veicoli elettrici.
Per le società minerarie che estraggono e forniscono questi minerali questa prospettiva futura promette enormi profitti potenziali e, di conseguenza, stanno attualmente elaborando strategie su come trarre vantaggio dall'aumento della domanda.
Ma che aspetto hanno queste strategie e quali sfide sollevano per coloro che sono impegnati nelle lotte contro il capitale minerario?

Smoke and minerals3

‘Ogni cosa inizia con l’attività mineraria’ [1]

Come per qualsiasi settore, è importante distinguere tra le dimensioni delle imprese, perché le imprese di dimensioni diverse hanno diversi tipi di strategie a loro disposizione nel loro perseguimento del profitto.[2]
All'interno del settore minerario, una distinzione in base ai diversi livelli di capitalizzazione di mercato ed alle quote di mercato del prodotto può essere fatta tra quelle che sono chiamate major, mid-tiers e juniors.[3]In questo articolo, ci concentriamo principalmente sulle attività delle major, le imprese transnazionali su larga scala. Escludiamo anche le principali società minerarie cinesi di proprietà statale.
Come avviene per tutte le società sotto il capitalismo, la produzione è sempre avviata sulla base del profitto potenziale'.[4]
Per questa manciata di società transnazionali, l'attuale gergo predominante alla recente COP26 intorno alla necessità di una transizione energetica' promette enormi profitti potenziali.
Come ha recentemente osservato l'amministratore delegato della più grande società mineraria del mondo BHP, “la decarbonizzazione è un'attività ad alta intensità di metalli”.[5]
E di certo ha ragione.
Sebbene le allegre dichiarazioni celebrative sul tasso di progressione verso le fonti di energia rinnovabile siano spesso eccessive[6], anche l'attuale crescita insufficiente sta provocando un aumento della domanda di minerali.
Dal 2010, la quantità media di minerali necessaria per ogni nuova unità di capacità di produzione di energia è aumentata del 50% grazie all'aumento della quota di energie rinnovabili.[7]

Se, come sostiene l'Agenzia Internazionale dell'Energia, la quota delle energie rinnovabili continuerà ad aumentare, insieme al previsto passaggio ai veicoli elettrici, ciò significherà che l'aumento dell’ investimento in nuovi impianti minerari e di trasformazione sarà vitale.[8]
Questo perché l'espansione delle tecnologie a combustibile non fossile - dalle turbine eoliche alle batterie nei veicoli elettrici - richiede i cosiddetti minerali di transizione, ad es. rame, nichel, manganese, litio, cobalto e terre rare. Una tipica auto elettrica richiede sei volte la quantità di minerali di un'auto convenzionale, e un impianto eolico onshore richiede nove volte più risorse minerali di una centrale elettrica alimentata a gas.[9]

L'industria mineraria sta attualmente elaborando strategie su come trarre vantaggio da questo aumento della domanda attraverso la rapida espansione della sua produzione, pretendendo anche di ridurre il suo coinvolgimento nella produzione di combustibili fossili.
Qualsiasi espansione estenderà la già vasta scala globale delle operazioni delle società minerarie transnazionali. In genere pensiamo all'estrazione mineraria solo in termini di siti specifici di estrazione, ma l'industria mineraria di oggi comprende le infrastrutture logistiche correlate, i corridoi transoceanici, le reti di intermediazione finanziaria e geografie del lavoro.[10]
Come esemplifica Martín Arboleda, tracciando il rame dal punto di estrazione in Cile attraverso la raffinazione e la produzione fino al consumo finale e all'utilizzo:

“I camion e le scavatrici che lavorano a quasi 4.000 metri sul livello del mare mettono il metallo in un treno semiautomatico, che poi lo porta in un impianto di fusione ed elettroraffinazione, dove i forni computerizzati lo trasformano in catodi di rame.
I catodi vengono messi nei container e inviati a uno dei megaporti dell'industria mineraria nel deserto di Atacama, dove le gru issano il carico su una nave portacontainer. Dopo aver attraversato il Pacifico, il nostro container viene scaricato dalla rapidità dei vasti sistemi meccanici dei porti cinesi ad alta intensità di capitale.
Infine, i catodi di rame finiscono in una delle famigerate fabbriche scure del delta del fiume Zhū Jiāng. Qui, i robot e le macchine utensili a controllo numerico (CNC) operano al buio, trasformando il rame in fili che centinaia di migliaia di lavoratori umani nelle fabbriche di assemblaggio di elettronica in seguito incideranno nei gadget elettronici che portiamo nelle nostre tasche”.
[11]

Questa immensa infrastruttura ha già significative implicazioni socio-ambientali nelle aree geografiche associate, modellando la vita e l'ambiente di coloro che ne sono coinvolti, dai contadini diseredati in Cile ai lavoratori migranti in Cina. In che modo queste e altre aree geografiche, vite e ambienti in tutto il mondo saranno influenzati dalle strategie delle major mentre cercano di posizionarsi per beneficiare della transizione energetica?
Pensare a tali implicazioni richiede prima di tutto un esame delle strategie che le compagnie minerarie stanno implementando. Come ha affermato la presidente del TNI, Susan George, lo studio dei ricchi e dei potenti può aiutare i movimenti sociali a sviluppare contro-strategie. Quanto segue esamina più da vicino gli investimenti attuali e le strategie politiche dell'industria mineraria e conclude sollevando questioni pertinenti per le strategie dei movimenti sociali. (Continua)

Smoke and Minerals: How the mining industry plans to profit from the energy transition
Mads Barbesgaard ed Andy Whitmore
Transnational Institute e London Mining Network
Amsterdam/London, Giugno 2022, pp. 20.

Download:

Smoke and minerals

Note:

[1] Citazione dell’amministratore delegato della BHP. Intervista durante il Mining Summit del Financial Times (FTMS), 07.10.2021.

[2] Vedi: L. Campling’s, The corporation and resource geography (p. 190) in (eds.) Himley, M., E. Havice and G. Validivia, The Routledge Handbook of Critical Resource Geography, London: Routledge, 2021.

[3] Per la distinzione fra major, mid-tier, junior , vedi: e.g. Julie de los Reyes, Mining shareholder value: Institutional shareholders, transnational corporations and the geography of gold mining, Geoforum, 84, 251-264, 2017.

[4] Shaikh. A, Capitalism: Competition, conflict, crisis, Oxford, Oxford University Press, p. 615, 2016.

[5] Intervista durante il Mining Summit del Financial Times (FTMS), 07.10.2021.

[6] Vedi: Sweeney et al., Energy transition or energy expansion?, Amsterdam, TNI & Trade Unions for Energy Democracy, 2021.

[7] International Energy Agency, The role of critical min[7]erals in clean energy transitions, IEA World Energy Outlook Special Report, France, IEA, 2021, p. 5.

[8] International Energy Agency, World Energy Outlook 2021, France, IEA, 2021.

[9] International Energy Agency, The role of critical min[9]erals in clean energy transitions, IEA World Energy Outlook Special Report, France, IEA, 2021, p. 5.

[10] Arboleda, M., Planetary Mine: Territories of extraction under late capitalism, London: Verso, p. 5 11 Arboleda, 2020, p.16.

[11] Ibidem, p. 16.

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In Inghilterra il premier conservatore Boris Johnson ha ceduto ed è pronto ad annunciare le sue dimissioni oggi, giovedì 7 luglio 2022, a pochi giorni dal terzo anniversario dal suo arrivo a Downing Street, il 23 luglio 2019.

Tecnicamente Johnson dovrebbe dimettersi da leader del Partito Conservatore, spostando invece le dimissioni formali da premier più in là. L’accordo interno ai Tories prevede l’impegno a lasciare in automatico anche la carica di primo ministro solo dopo l’elezione di un successore alla testa dei Conservatori: si parla di ottobre, complice il fermo del Parlamento per la pausa estiva che scatta fra due settimane.

A spingere Johnson a mollare la presa altre dimissioni di ministri e viceministri, arrivate nelle ultime ore. Tra loro quelle della fedelissima di BoJo, Priti Patel, titolare dell’Interno, e la ministra dell’Istruzione, Michelle Donelan, nominata solo martedì. Non si è dimesso il neo cancelliere dello Scacchiere, Nadhim Zhawi, nominato anche lui due giorni fa, ma pure lui ha chiesto formalmente nella notte al premier di lasciare. In totale, oltre un terzo del governo – compresi i sottosegretari – se n’è andato finora da Downing Street.

Sui motivi della rottura interna ai Tories, che governano a Londra ormai dal 2010, l’intervista a Nicola Montagna, nostro collaboratore sulla Gran Bretagna. Ascolta o scarica

 

 

Da Radio Onda d'Urto

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La tragedia della Marmolada si situa in un contesto ben preciso che mette in evidenza le conseguenze del cambiamento climatico e smuove molteplici aspetti della questione.

Riportiamo il commento tecnico del glaciologo Renato Colucci dell’Istituto di scienze polari del Cnr «Per quanto riguarda la dinamica della tragedia occorsa sulla Marmolada, possiamo ricordare che da settimane le temperature in quota sulle Alpi sono state molto al di sopra dei valori normali, mentre l’inverno scorso c’è stata poca neve, che ormai quasi non protegge più i bacini glaciali. Il caldo estremo di questi ultimi giorni, con questa ondata di calore dall’Africa, ha verosimilmente prodotto una grossa quantità di acqua liquida da fusione glaciale alla base di quel pezzo di ghiacciaio che in realtà è una “pancia”: infatti è, o era, una via che si chiama proprio Pancia dei Finanzieri. Siamo quindi proprio nelle condizioni peggiori per distacchi di questo tipo, quando c’è tanto caldo e tanta acqua che scorre alla base. Non siamo ancora in grado di capire se si tratti di un distacco di fondo del ghiacciaio o superficiale, ma la portata sembra molto importante, a giudicare dalle prime immagini e informazioni ricevute. L’atmosfera e il clima, soprattutto al di sotto dei 3.500 metri di quota, è in totale disequilibrio a causa del “nuovo” clima che registriamo e quindi, purtroppo, questi eventi sono probabilmente destinati a ripetersi nei prossimi anni e anche per questa estate dobbiamo mantenere la massima attenzione». 

E’ chiaro che non si possa semplicemente pensare di affrontare la situazione né chiudendo l’accesso alle montagne né considerando come tragedie inaspettate e inevitabili questi eventi che purtroppo sappiamo che non potranno che aumentare con il passare del tempo, se non verranno attuate delle serie contromisure. Un aspetto fondamentale su cui riflettere riguarda anche l'(ab)uso dei territori causato dall’estrazione di profitto da ambienti naturali, come le montagne, tramite la costruzione di infrastrutture utili soltanto al turismo di massa e che concorrono alla devastazione e all’accelerazione verso un punto di non ritorno. E’ centrale in questo senso l’elenco di progetti assurdi che prevedono i giochi olimpici di Cortina 2026, un’enormità di fondi (anche del Pnrr) verranno investiti in tangenziali, piste da sci illuminate a giorno, piste da bob dal costo di più di 80 milioni di euro che, per la realizzazione stessa, avranno come conseguenza immediata la distruzione di ettari di boschi e di parti di montagne, scavi che implicano la perdita e l’utilizzo di risorse idriche in un momento di siccità generale.

Insieme a Roberto De Vogli, professore dell’Università di Padova, abbiamo commentato a partire da un suo articolo apparso su Il Fatto Quotidiano le responsabilità in causa. Il presupposto dal quale si parte è che la priorità dell’agire politico è ciecamente consegnata al profitto, in questo caso alle industrie del fossile, all’interno di un paradigma, citando Karl Polanyi, di modello capitalista in cui  “invece di inserire l’economia nelle relazioni sociali, le relazioni sociali sono inserite nel sistema economico.”

Da Radio Blackout

 

 

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