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Articoli filtrati per data: Wednesday, 06 Luglio 2022

Nella giornata di ieri ( 5 luglio 2022) la Laboratoria Ecologista Autogestita Berta Caceres, a due mesi dalla rioccupazione (ne avevamo parlato qui: https://www.infoaut.org/no-tavbeni-comuni/roma-berta-caceres-rioccupata-contro-le-guerre-capitaliste-1000-laboratorie-ecologiste-sul-posto-la-celere) è stata nuovamente sgomberata. Nel condividere il comunicato della Lea Berta Caceres, riteniamo necessarie alcune considerazioni: lo sgombero si inserisce a pieno in una traiettoria generale di attacco verso il movimento ecologista e di difesa del capitalismo estrattivista nelle sue varie forme. Incendi a Roma e in Sardegna emergenza rifiuti in Sicilia, siccità nell'area settentrionale del paese, la tragedia della Marmolada: in un contesto che ribadisce sempre più la drammatica urgenza di far fronte alla catastrofe climatica globale, lo sgombero della Lea esprime emblematicamente le scelte politiche delle istituzioni, ancor più alla luce della decisione, ratificata oggi a Strasburgo, del parlamento Ue di includere gas e nucleare tra le forme di energia sostenibili. C'è anche da evidenziare una continuità dello sfruttamento estrattivista tra l'ambiente ed il territorio metropolitano: l'edificio di via Caffarella 13, infatti, è un esempio magistrale di finanziarizzazione immobiliare e di speculazione edilizia.
È evidente che una soluzione all'emergenza climatica non potrà giungere che da una radicale messa in discussione del presente e dei suoi sistemi di dominio e sfruttamento: in questo senso rilanciamo il Climate Social Camp, che si terrà dal 25 al 29 luglio a Torino. Esprimiamo la massima solidarietà alla Lea Berta Caceres e attendiamo nuove infestazioni e nuovi germogli, dato che "Berta no muriò, se multiplicò!"

A due mesi dalla rioccupazione, questa mattina la Laboratoria Ecologista Transfemminista Berta Càceres, in Via della Caffarella 13, è stata sgomberata dalla polizia per ordine del Tribunale di Roma.

Questo pomeriggio alle ore 17:30 ci ritroveremo sotto la sede della Regione Lazio, responsabile politico di questo sgombero, per poi muoverci insieme, nelle strade della Garbatella, per raggiungere il Ministero della Transizione Ecologica, responsabile politico della totale incapacità di affrontare seriamente le conseguenze drammatiche e visibili della crisi climatica ed ecologica.

Come ben sapete, il 7 maggio abbiamo rioccupato via della Caffarella 13 e così abbiamo riaperto lo spazio a tutta la comunità. Da allora abbiamo organizzato decine di iniziative di ogni tipo, partecipando a mobilitazioni cittadine e nazionali e riportando la crisi ecologica al centro dell’attenzione metropolitana.

Attorno a noi tutto continua a dimostrare che abbiamo tristemente ragione: la crisi ecologica e sociale che viviamo è spaventosa. I danni all’agricoltura, le montagne prive di neve, i fiumi in secca e le temperature in drammatico aumento ci dimostrano quanto sia urgente riflettere e agire per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica. Una crisi che non può essere più negata, basti pensare al disastro della Marmolada, e che viene capitalizzata sulla pelle delle persone che ogni giorno devono lottare per sopravvivere in questa società. 

Liberando Villa Greco abbiamo anche riaperto il problema politico della gestione del patrimonio pubblico cittadino, di quale sia la visione di esso che ne hanno le istituzioni e di quale progettualità ci possa essere a riguardo. Occupare Villa Greco è stato fatto anche per salvare un pezzo del parco della Caffarella dall’ennesima speculazione da parte del capitale finanziario a scapito del bene pubblico.

Vendere il patrimonio pubblico per fare cassa significa sottrarre a chi vive la città spazi di relazione e di confronto che siano liberi dalla logica mercificatoria, privatistica e mortifera del capitalismo. Significa permettere alla proprietà privata e alle sue forme distorte provocate dalla finanziarizzazione del mercato immobiliare, non solo di fare profitti, ma di dettare le regole del gioco in modo autoritario. 

Chi c’è dietro la finanziarizzazione? Sostanzialmente c’è la dematerializzazione del bene immobile, del senso stesso di proprietà, al fine di rendere il tutto impalpabile e inafferrabile, suppostamente governato solo dalle invisibili leggi del mercato.

Non conosciamo il vostro progetto rispetto a Villa Greco, pensiamo che semplicemente non ne abbiate uno, e che crediate che banalmente è meglio lasciar scorrere la situazione attuale. Sgomberando avete scelto di lasciare che tutto scorra, anche se questo significa destinare quell’immobile all’abbandono, o alla trasformazione in villini di pregio o in un club sportivo privato.

L’analogia con l’approccio delle istituzioni alla crisi ecologica è evidente. Sappiamo che è necessario in breve tempo fare a meno del fossile, investire in modo sistematico sul trasporto pubblico, ridurre i consumi, impedire quelli di lusso responsabili di gran parte delle emissioni di gas climalteranti, difendere il bene idrico sottraendolo alle multiutility e riparare le perdite negli acquedotti, ridurre la produzione di rifiuti con una raccolta porta a porta sistematica e cogliere l’occasione per un cambio di rotta in senso redistributivo e di giustizia sociale.

Invece quello che viene fatto sono di solito proclami vuoti: si pianta qualche alberello, qualche orto urbano, si dipinge con fantasmagoriche vernice anti smog, e nel frattempo tutto prosegue come prima e peggio di prima, tra inceneritori, acquedotti-colabrodo,  finanziamenti e favoritismi di ogni tipo all’industria del fossile.

Berta Caceres, che ci ispira fin dalla nascita del collettivo, diceva che la rivoluzione doveva essere totale, non c’era mediazione possibile. Siamo entrati in via della Caffarella 13 il 6 marzo perché crediamo questo e continueremo a crederci senza mediazioni né compromessi.

Questo sgombero dimostra come abbiate deciso di porvi a difesa del capitale finanziario, sottraendovi al confronto politico e delegando alla Questura e al tribunale la “gestione” della crisi sociale ed ecologica in atto.

Ma sappiate che anche se ci avete sgomberate, noi continueremo a portare conflitto in questa città e ad attraversare con ancora più rabbia le mobilitazioni a livello nazionale e internazionale. 

Invitamo tuttu  a raggiungerci sotto la Regione: la rivoluzione ecologista non si sgombera.

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Centinaia di attiviste e attivisti climatici sono a Strasburgo in questi giorni per manifestare e fare pressione sul Parlamento Ue che, alle 12 di oggi (mercoledì 6 luglio), è chiamato a votare la risoluzione che potrebbe includere gas e nucleare nella tassonomia europea degli investimenti sostenibili e “green”. La risoluzione si inserisce in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e la conseguente crisi energetica. A Strasburgo, infatti, è arrivata una lettera del governo ucraino, firmata del ministro dell’Energia Galushenko: “un’obiezione all’atto delegato – si legge nella missiva – metterebbe in difficoltà la ricostruzione post bellica del settore energetico ucraino. La produzione di energia nucleare e la produzione locale di gas rimarranno una solida spina dorsale per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e la sovranità dell’Ucraina nel prossimo decennio (fino al 2030)”.

Come spiegano Fridays for future Italia e ActionNetwork.org, «gli attivisti della coalizione #NotMyTaxonomy sono nella città sede del parlamento europeo per una settimana di mobilitazioni, proteste e dimostrazioni, rivolte agli europarlamentari che voteranno il 6 luglio per decidere sull’inclusione di gas e nucleare nella tassonomia europea degli investimenti sostenibili. Nel mese di giugno due commissioni parlamentari hanno già rifiutato la proposta, mandando un segnale importante al resto del parlamento europeo. Per fermare l’atto delegato, 353 membri del parlamento dovranno votare a favore del veto». Oltre alle manifestazioni, in questi giorni a Strasburgo si sta svolgendo anche un campeggio climatico, nel quale attiviste e attivisti – oltre a dormire – coordinano e organizzano le proteste.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, in collegamento da Strasburgo:

Mattia Lolli, di Legambiente. Ascolta o scarica.

Simone Pepe, di Fridays for Future Brescia. Ascolta o scarica.

Da Radio Onda d'Urto

 

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A due settimane da quando i muri di Via Zamboni hanno ripreso ad urlare al mondo i propri desideri, siamo costrettə a continuare a difendere quella rivendicazione di vita bella dall’impellente necessità istituzionale di cancellare qualsiasi traccia di ciò che non viene dall’alto, dalla certificazione, dal riconoscimento unilaterale di chi vuole eliminarci, perché indecorosə, perché bruttə, perché violente e insubordiantə. 

Da Cua Bologna

La zona universitaria di Bologna è sempre stata un crocevia di vite, linguaggi, voci, fulcro e fucina di esperienze collettive che hanno letteralmente forgiato la città, rendendola un laboratorio a cielo aperto di sperimentazione politica. Tutto ciò che di questa città si vuole cancellare nel nome della city of food dell’inclusivity glamour ne è, in realtà, da sempre, il cuore pulsante. La passione per l’autorganizzazione, per il desiderio di libertà, di arte, di bellezza ha trovato spazio di espressione sui muri, sotto i portici, sulle colonne, che da sempre hanno parlato le nostre lingue, che da sempre hanno urlato alla luna e al sole quali fossero le istanze delle generazioni che si sono susseguite nell’intreccio di anni diversi, complessi e di vecchie e nuove lotte, gioiose e difficili. 

Quest’anno, durante il festival della zona universitaria “Le monde est à nous” (https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid02TEp8SbMJGp1d84McRotCpwmM2tDqPnr5Xtwf8gaXAmJ7kjPSUzWvh6PkDKo19udMl&id=100068853744822) abbiamo infatti segnato ancora i portici di Via Zamboni con una rivendicazione chiara e semplice, che ci ha accompagnato nella pretesa di un presente diverso per tutto quest’anno: “Vogliamo una vita bella, senza confini, militarizzazione e sfruttamento”. Scritto a caratteri cubitali tra i civici 36 e 38, a ricordare a chiunque quale sia il desiderio dellə giovani della città, dopo tre anni di sindemia e una crisi bellica, econimica e sociale in corso, di cui non si vede la fine.  
Non ci stupisce tuttavia che, anche in un momento del genere, la priorità su tutto ce l’abbia la cancellazione di questo graffito, nel nome del decoro, nel nome della nomina dei portici patrimonio UNESCO, nel nome dell’eliminazione della nostra storia, a difesa invece di una storia che non ci contempla. Ma qual è, quindi,  la storia che sostengono di preservare nel momento in cui tentano di cancellare le tracce lasciate da chi la zona universitaria la vive, la costruisce, la anima e la rende, non un mero spazio di passaggio fatto di palazzi altrui, ma ne fa la propria casa, il proprio spazio di aggregazione, di socialità, di espressione, di crescita, di vita? Quella che si vuole difendere è una storia che esclude i nostri desideri, una storia scritta e raccontata dai vincitori, dai potenti, dai maschi bianchi etero cis e abili, attorno a cui è strutturata l’ossatura del sistema economico sociale che ad oggi governa, devasta, sfrutta e impoverisce il mondo.
E’ una storia monca, è una storia che taglia fuori ciò che costruisce e cambia il mondo dal basso. E’ una storia che esclude le lotte dellə oppressə, è una storia che esclude i conflitti, e che ne valorizza il portato soltanto nel momento in cui può far comodo all’immagine “punk” di Bologna, quella Bologna in cui unə turista può passeggiare e leggere in Piazza Verdi ’Storia Partigiana’, farcisi una foto e una volta tornatə a casa ricordarsi di quanto speciale fosse quella città dal sapore così squisitamente ribelle.
E’ una storia di cui non facciamo parte ed è da qui che nasce la nostra necessità di raccontarla, di raccontarci, di rivendicare quale sia il vero patrimonio collettivo di una zona, di una città e delle soggettività che vi abitano, vi soffrono, vi lottano.

A noi non servono riconoscimenti, non è quello che vogliamo, tuttavia siamo convintə che il valore delle mura di questa città stia proprio nei linguaggi, nei desideri, nelle pulsioni che vogliamo esprimere, che la forma sia un graffito, una scritta, un manifesto, uno spruzzo di vernice.
Vogliamo raccontare le nostre storie, quelle fatte di collettività che si organizzano, di corpi che vogliono abbattere la norma, che lo hanno fatto e che lo faranno, vogliamo raccontare le storie di chi sente la propria città non come un luogo di consumo, un luogo fatto di confini e militari, ma come la propria casa, come un insieme di relazioni ed espressioni, in cui a decretarne il valore non sono stoici omuncoli che da un ufficio decidono cosa è storia e arte e che cosa invece non lo è.

Noi esistiamo e la nostra storia è questa, inignorabile, incancellabile.

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in SAPERI

Pochi giorni fa, il 30 giugno, si è conclusa a Lione la “Connecting Europe Days”, una tre giorni dedicata al trasporto e alla mobilità a livello europeo con il fine di verificare il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal Europeo.

Ovviamente al centro della discussione si trovava il progetto della Torino-Lione.

Iveta Radicova, la coordinatrice europea responsabile del progetto ad alta velocità, ha espresso i suoi giudizi riguardo l’operato dei due paesi, nello specifico a proposito dello stato attuale dei lavori delle rispettive tratte nazionali di accesso al tunnel del Moncenisio, quindi non rispetto alla galleria vera e propria.

Tra i vari progetti approvati dall’esecutivo dell’Unione Europea vi sono le vie d’accesso ferroviarie del tunnel del Brennero e del Tav, dunque, nonostante i falsi allarmi e la bocciatura della Francia, pressata su più lati per accelerare, l’Ue non sta prendendo in considerazione l’idea di chiudere i rubinetti. Infatti stanzia 220 milioni per l’Italia, fondi approvati dalla Commissione europea sulla base dei progetti presentati.

È indicativo che in Francia la Transalpine, comitato composto da imprese sostenenti l’opera Torino- Lione, accusa il governo di puntare sull’ammodernamento della Digione-Modane invece che alla realizzazione del Tav. Inoltre, la Francia continua a interrogarsi sull’effettiva opportunità di investire ingenti somme per un’opera che andrebbe più a beneficio dell’Italia. Certo, da un lato la Francia continua a rimanere in un limbo in cui si tiene a distanza dai grandi entusiasmi, a partire dal timore di non avere la garanzia di rientrare negli extra costi a seguito degli aumenti dei prezzi delle materie prime e dell’energia, dall’altro lato non ufficializza nessuna inversione di marcia, così come l’Europa. Il governo italiano, dalla sua, tenta di ringalluzzirsi grazie al fatto che siano riusciti a portare avanti i lavori del tunnel di base, dimenticando la vicenda degli appalti per l’autoporto a San Didero.

Telt prova a mettere in scena una strategia da show televisivo puntando il dito sui ritardi degli altri per distogliere l’attenzione dal contesto nostrano, gridando al lupo per la perdita dei finanziamenti europei e mettendo all’angolo gli amministratori dei territori coinvolti, ricattandoli tramite la favoletta delle compensazioni con l’obiettivo di mettere paura di perdere il bottino (quale?) dell’Europa.

Un ricatto che prosegue e che diviene gioco utile a Telt se pensiamo agli incontri invernali tra gli amministratori locali della val di Susa e il commissario italiano Mauceri. Incontri che hanno portato con la mera ed inutile presenza del territorio alla “promozione” dell’Italia a Lyon durante questa ultima tre giorni. Vedremo promozione che diviene altro denaro pubblico destinato a chi i territori come la Valle di Susa vuole devastare.

Insomma, da un lato ci sono le chiacchiere da quattro soldi e dall’altro ci sono i fatti. Questi riguardano le enormi difficoltà di portare avanti l’opera date dall’obsolescenza del progetto stesso, da studi che non tengono conto delle particolarità dei terreni (basti pensare alla questione di Salbertrand), dall’incapacità di avere la minima attenzione nei confronti delle innumerevoli conseguenze ambientali, come l’enorme spreco d’acqua che implicano i lavori e anche il solo mantenimento del cantiere senza che venga smossa una pietra.

Ovviamente, il tutto dovendo fare i conti con la resistenza dei valsusini e con la diffusione a macchia d’olio di movimenti, comitati, attivisti che lottano per la tutela dei territori a fronte di un sistema politico cieco e sordo capace soltanto di pensare alla propria fetta di torta.

Vedremo dunque nei prossimi mesi se i sindaci valsusini decideranno di presentarsi ancora agli inviti del commissario Mauceri e se proprio loro vorranno aiutare ancora una controparte sempre più in difficoltà. Sarebbe una situazione a dir poco curiosa e surreale.

Da notav.info

 

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Il distretto agroalimentare del saluzzese è noto come la “Rosarno” del nord, per l’impiego massiccio di lavorator* soprattutto africani, cui viene negato un alloggio decente, protagonisti nel recente passato di numerose lotte.


Quest’anno, nonostante siamo ai primi di luglio i luoghi frequentati dai braccianti stranieri sono quasi deserti. Cosa sta succedendo?
Per le strade del saluzzese qualche bracciante africano in bicicletta comincia a vedersi ma sono poche unità, probabilmente già in zona da tempo se non residenti. I giardini di villa Aliberti sono frequentati quasi esclusivamente da bambini e saluzzesi che portano a spasso i cani, là dove gli anni scorsi in questo periodo i braccianti accampati erano una presenza vistosa. Comunque per precauzione la polizia municipale vigila quotidianamente.
Tramontato il PAS (effimero Progetto Accoglienza Stagionali) al Foro Boario, ufficialmente per il Covid, erano proprio i giardini il luogo di approdo dei braccianti senza casa: sgomberati a inizio luglio dopo la vibrante protesta di qualche giorno prima nel 2020, ignorati nel 2021, salvo quando hanno provato ad alzare la voce per chiedere una sistemazione.
Le truppe professionali e volontarie messe in campo dai soggetti istituzionali per la cosiddetta accoglienza sono ancora in stand-by causa scarse presenze. Per rendersene conto basta passare davanti allo sportello del progetto FAMI Buona Terra presso la casa del cimitero o in Corso Piemonte, sede della Caritas.

Eppure a giudicare dagli appelli di Coldiretti sui giornali, il lavoro non manca…
Abbiamo provato a capirne di più con Lele Odiardo, un compagno attivo nella solidarietà ai braccianti in lotta

Ascolta la diretta:

Di seguito il testo scritto da Lele:

“Eppure a giudicare dagli appelli di Coldiretti sui giornali, il lavoro non manca e la colpa della mancanza di manodopera in questo primo scorcio di stagione è dei flussi che non funzionano: niente affatto una novità visto che se ne parla da sempre ma ben pochi ne hanno fatto uso nel corso degli anni a causa di un sistema rigido e troppo vincolante per i datori di lavoro. Cifre esatte non ce ne sono mai state ma si può ben dire che è sempre stato più conveniente il reclutamento di manodopera “porta a porta”, già presente sul territorio.

“La frutta non aspetta i tempi biblici della burocrazia e in attesa che il Viminale riattivi la piattaforma informatica, mirtilli, pesche e susine, maturano, cadono e marciscono. Così un’annata agricola buona rischia di finire al macero”.
Con queste parole piene di amarezza, Fabiano Porcu – direttore Coldiretti Cuneo – racconta non solo il danno ma anche la beffa che ha travolto gli imprenditori agricoli di tutta Italia e che il Cuneese, per primo, ha segnalato ai vertici della politica per poter trovare una soluzione che sia adeguata e celere…
…In questo momento il settore che patisce maggiormente è quello dei piccoli frutti, giunti ormai a maturazione. Le aziende “si scambiano” i pochi lavoratori disponibili ma la frutta non ritarda la maturazione in attesa che la piattaforma informatica torni ad essere operativa.” (TargatoCN, 10/06/22)
Già l’anno scorso si lamentava la scarsità di manodopera e si faceva “appello agli italiani”: studenti, giovani disoccupati, percettori di reddito di cittadinanza, pensionati, etc… Non si sa come sia andata a finire per quella strana opacità che copre da sempre le cifre relative a chi lavora nell’agroindustria locale: non si sa in quanti hanno lavorato, per quante giornate lavorative, quanto hanno effettivamente percepito all’ora, quanti siano stati ospitati in azienda e via computando.
“Sono indispensabili al più presto misure che riducano il costo del lavoro stagionale e semplifichino radicalmente le procedure di assunzione per garantire flessibilità e tempestività di un lavor legato all’andamento climatico sempre più bizzarro.” dice un comunicato di Coldiretti. Riduzione del costo del lavoro stagionale, “semplificazione radicale” delle procedure di assunzione, flessibilità, le ricette dei padroni sono sempre le stesse.

Ma che succede dunque a Saluzzo, i braccianti non fanno più notizia dopo tanti anni di interminabile emergenza?
Un lavoratore residente a Revello ci dice che “i padroni hanno bisogno e adesso danno un posto per dormire. Quest’anno pagano anche un po’ meglio” ma aggiunge: “Chi non ha i documenti a posto e non è sicuro di lavorare resta al sud, a Foggia, perché là non controllano”.
B. ha iniziato a lavorare già a maggio per i diradamenti nei frutteti e il suo padrone lo ospita come già faceva gli anni scorsi. D. L’autunno scorso ha trovato casa con alcuni connazionali e anche lui lavora già, anche se “non tutti i i giorni”. J. invece è ospite da amici e sta cercando lavoro.
Mamadou fa una osservazione interessante: “io so di tanti che sono andati a lavorare in altri posti, dove guadagnano di più. Il lavoro in campagna è duro, adesso le agenzie interinali chiamano più di prima: uno preferisce un contratto di 3 mesi in una fabbrica che raccogliere la frutta.”
Un senegalese, pendolare tra i campi del nord e del sud da tanti anni, in primavera ha trovato lavoro in una fabbrica locale con un contratto da apprendista per 6 mesi: “Appena ho avuto l’occasione me ne sono andato. In campagna è dura e ci vai solo se non trovi altro, anche altri due miei amici non sono più venuti a Saluzzo quest’anno: lavorano dove si guadagna un po’ di più e la vita costa meno che qui.”
Intanto questa mattina (15 giugno) un pick-up davanti ai giardini caricava una bicicletta e una valigia nel bagagliaio e un bracciante con dei fogli in mano saliva a bordo.
Dopo i due anni del PAS (2018/2019) e i due del Covid-19 (2020/2021), l’impressione è che qualcosa stia cambiando (non necessariamente in meglio) e un ciclo durato più di 10 anni si sia esaurito.
Sicuramente il lavoro di “disciplinamento” svolto dalle istituzioni in questi anni qualche risultato lo sta portando a casa: controllo capillare sul territorio da parte delle forze dell’ordine, sportelli dove i braccianti africani si devono registrare (e quindi dichiarare la loro presenza a Saluzzo), accoglienze diffuse (con finanziamenti pubblici) che hanno aperto in anticipo, sostegno economico (pubblico) e deregolamentazione delle accoglienze in azienda.
Ristrutturazione e “ammodernamento” del settore agroindustriale con la differenziazione delle colture (piccoli frutti ad inizio estate, meno pesche e kiwi, mele tardive fino a novembre, varietà super produttive) e potenziamento del settore commerciale e della trasformazione per far fronte alla concorrenza del mercato globalizzato, innovazione tecnologica. Qualcuno la frutta la deve pur raccogliere ma quella della manodopera è una voce sempre più marginale dei costi d’impresa (basta pensare ai costi degli impianti, per i fertilizzanti e i trattamenti chimici, stoccaggio e conservazione, la ricerca, etc…). E anche l’unica voce su cui gli imprenditori possono speculare attraverso il lavoro nero e le irregolarità ben note.

La basse presenze di questo primo scorcio di stagione sono anche dovute al fatto che la raccolta dei piccoli frutti dura relativamente poco ed è coperta in prevalenza da manodopera già presente sul territorio, poi c’è una paura perché di pesche ce ne sono sempre meno, e ad agosto cominceranno le mele e (con i kiwi9 si andrà avanti fino a fine novembre.
Sul versante lavoro, la recente sentenza al “Processo Momo” dovrebbe aver lasciato il segno e portato a galla definitivamente un sistema di irregolarità e sfruttamento diffuso, non certo limitato all’azienda condannata. Molto resta da fare per la conquista dei diritti dei lavoratori agricoli sui quali si sperimentano le condizioni di lavoro peggiori in termini di salario, orario, sicurezza, tutele, etc…certo le accoglienze diffuse e l’assistenzialismo contribuiscono a dividere i braccianti rendendo più complicata la loro auto-organizzazione, necessaria anche dal punto di vista delle rivendicazioni sindacali collettive.”

Da Radio Blackout

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Riprendiamo e rilanciamo l’appello del “Coordinamento per la Libertà degli Attivisti Turchi”, in solidarietà con i prigionieri nelle carceri di Erdogan in sciopero della fame da dicembre 2021.

Dopo il sit-in tenutosi a Martano (Lecce) mercoledì 29 giugno scorso, e in previsione della SERATA SOLIDALE programmata per giovedì 7 luglio a LECCE, presso Tagghiate Urban Factory, come Coordinamento per la Libertà degli Attivisti Turchi

vi invitiamo a manifestare e ad ESPRIMERE SOLIDARIETÀ con Sibel BALAÇ e Gökhan YILDIRIM, inviandoci, a partire già da oggi, un documento solidale, una foto o un brevissimo video che riporti la seguente dicitura: IO STO con Sibel BALAÇ e Gökhan YILDIRIM e con TUTT* LE/I PRIGIONIER* POLITIC* TURCH*!

Sibel BALAÇ e Gökhan YILDIRIM sono due attivist* politic* turch* ingiustamente condannat*, dai tribunali di Ankara e di Istanbul, rispettivamente ad otto anni e mezzo e a quarantasei di carcere.

Sibel è un’ex insegnante turca che, più volte, ad Ankara, ha manifestato il proprio dissenso contro il provvedimento di licenziamento di centomila persone fra insegnanti e impiegat* pubblic* voluto da Erdogan.

Contro tutto ciò, Sibel BALAÇ, dal 19 dicembre 2021, è in sciopero della fame.

Cosa chiede Sibel?

– un processo equo;

– il reintegro delle/dei centomila docenti ed impiegat* licenziat*;

– la liberazione di tutte/i le/i prigionier* politic*, a partire da quell* malat*.

Gökhan, invece, è un attivista turco che, nel quartiere di Gazi (Istanbul), denunciava il traffico di droga e gli spacciatori della zona, fin quando un curdo, impiegato dal governo come “guardiano del villaggio” contro gli stessi Kurdi, non lo ha denunciato come sobillatore e fomentatore di proteste contro il governo di Erdogan.

Anche Gökhan che, come Sibel, è in regime di detenzione, ha seguito l’esempio della compagna e, sei giorni dopo quest’ultima, dal 25 dicembre 2021, è in sciopero della fame con le sue stesse rivendicazioni.

Il professor Pati Luceri, di Martano (Lecce), membro del Coordinamento, è in sciopero della fame dal 23 giugno 2022 in solidarietà con Sibel e Gökhan.

Alla voce di Pati, oggi, è doveroso aggiungere quella di tutt* noi.

Attendiamo, dunque, le vostre foto/i vostri video tramite WhatsApp al numero 3398277593.

Viva la Solidarietà Internazionalista, oggi e sempre!

Libertà per Sibel BALAÇ, Gökhan YILDIRIM e per TUTT* le/i PRIGIONIER* POLITIC* TURCH*!

La pagina FB Giustizia per Sibel e Gökhan  qui

Da La Bottega del Barbieri

Lettera di Sibel Balac del marzo 2022   qui

Le proteste nel quartiere di Gazi ad Istambul  Proteste in Turchia 2013

https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Turchia-la-rivolta-di-Gezi-Park

i licenziamenti politici in Turchia 130.000 licenziati dal settore pubblico attendono giustizia

gli scioperi del 2017  due insegnanti in sciopero della fame contro le purghe

allora almeno…                    consiglio d’europa chiede liberazione insegnanti

l’anniversario un mese fa istanbul-proteste-e-scontri-nel-9-anniversario-delle-manifestazioni-del-parco-gezi

sull’iniziativa pugliese  condanne-ingiuste-in-turchia-anche-in-salento-ce-chi-si-ribella/

In Bottega abbiamo scritto e riportato spesso sulle carceri e repressioni turche dei dissidenti, curdi e non solo:

Grup Yorum grup-yorum-vengono-a-visitarci/

il-lager-turchia-continua-a-uccidere/     il-fascista-erdogan-la-resistenza-in-turchia-e-noi/

…e tanto altro.

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Nota della redazione della Bottega:

ieri lunedì 4 luglio, Pati Luceri, dopo 12 giorni di sciopero della fame, e dopo un malore, ha deciso di interrompere lo sciopero della fame e di continuare la sua testimonianza in altre forme.

Siamo solidali con lui, e constatiamo che purtroppo anche gli scioperi della fame ad oltranza stanno perdendo la forza che hanno avuto nella storia dei movimenti antagonisti.

La vita non ha nessuna importanza per gli aguzzini e, purtroppo, neanche per l’opinione pubblica. Bisognerà trovare altre forme di sensibilizzazione e testimonianza.

Nella foto del 4 luglio Pati Luceri e Maurizio Nocera (già presidente  provinciale dell’ANPI), a un sit-in

con relativo volantinaggio

davanti al Comune di Lecce

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