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Articoli filtrati per data: Friday, 29 Luglio 2022

La cronaca del quotidiano "La Stampa"

 

A ventiquattr'ore dalla rivolta, la protesta dei detenuti romani non s'è ancora spenta e il carcere di Regina Coeli si prepara alla seconda notte di veglia. Un piccolo gruppo di reclusi è ancora annidato tra i tetti e le soffitte dell'ottavo braccio. Ufficialmente, per i responsabili dell'ordine pubblico, «tutto è tranquillo» e la situazione è «sotto controllo». Duecento persone debbono ancora uscire dal carcere per raggiungere a scaglioni i penitenziari di tutta Italia e la sensazione che si registra è quella di un ottimismo precoce, un nucleo che ancora non cede è a quaranta metri da terra e con grande prudenza si tenta una mediazione.

In basso, nei cortili e nelle rotonde, mille uomini, tra poliziotti e carabinieri lasciano l'edificio che è ridotto a uno scheletro: il fuoco e la furia dei carcerati l'hanno reso ormai impraticabile. Si parla di danni per 500 milioni. Tutt'intorno, sotto le mura, interi battaglioni in tenuta di campagna, il tascapane rigonfio di candelotti, attendono il proprio turno per dare il cambio ai colleghi sfiniti. L'aria è densa di gas lacrimogeno. Passano la porta carraia a scaglioni e salgono ai piani superiori man mano che un altro metro di prigione è abbandonato dai rivoltosi.

Cala la sera sulla Lungara a ridosso del fiume, più in là Trastevere è al suo ultimo giorno della «festa de noantri», risplende dì luminarie, di suoni, dì bancarelle e di folla. Sull'antico complesso del carcere giudiziario volteggiano a quota sempre più bassa tre elicotteri dei carabinieri: trasmettono a terra notizie per radio, segnalano le zone più deboli della terza e della quarta sezione. È lì che un plotone di agenti convoglia il lancio dei gas ma la mira non è perfetta, sbagliano la distanza e quattro candelotti finiscono al di là delle mura, in vicolo della Penitenza sui giornalisti e gli operatori della tv. Un altro supera la finestra di una casa bassa in via San Francesco e una donna esce sulla strada gridando. È piena di paura e nessuno riesce a quietarla.

In alto, sulle pendici del Gianicolo una folla imponente assiste alla scena: sono i parenti dei detenuti, genitori e donne in angoscia. I fischi e i richiami lacerano il silenzio nell'aria bollente e oppressiva dello scirocco. Dall'ottavo braccio rispondono gli uomini in bilico sulle grondaie. Hanno il volto nascosto da stracci bianchi, agitano un grande cartello. C'è scritto: «Basta con le parole, riforma dei codici». Un altro è nudo e sembra un ossesso. Altri ancora più in là agitano una enorme bandiera rossa. Nel chiarore delle fotoelettriche puntate a scrutare la scena, sembrano fantasmi sfiniti, illuminati di luce bianchissima. Giunge dall'alto della collina una voce di donna: «Paolo, Paolo, ci sei?» grida angosciata. Dal carcere denso di fumo e di lagrimogeni rispondono in venti. «Chi sei, chi sei?» domandano in coro. «Paolo, so' Rita: nun fatte ammazza». Una voce, più forte, riprende: «Rita, Rita, sto qua». Ma altre la coprono fino a farla sparire. «Rivolta, rivolta» scandisce un uomo più giovane che stringe la «o» come i sardi. «Rivolta dura, senza-paura» echeggiano gli extraparlamentari in attesa sulla grande piazza, accanto al faro che dal Gianicolo rompe la sera, con sciabolate di luce fioca.

La prigione è assediata da ieri alle 20. Due Campagnole sbarrano il Lungotevere e, superato l'edificio dell'ospedale di «Santo Spirito», uomini in divisa deviano le auto oltre il ponte, in direzione dell'Argentina. Si supera lo schieramento coi documenti alla mano e si entra in un immenso parcheggio di camion militari, di pullman zeppi di agenti. Altri, il capo protetto dall'elmo, lo scudo di plastica a terra accanto allo sfollagente, aspettano di entrare all'interno. Si sorpassano le autobotti e le scale dei vigili del fuoco è ci si trova di fronte a una montagna di casse di legno ricolme di lagrimogeni. Uomini in borghese passeggiano nervosi; fanno la spola tra l'ingresso del carcere e una compagnia schierata sul ponte. Agitano un manganello di gomma flessibile, ascoltano assorti una radio portatile. Più indietro, sul rettifilo della Lungara, c'è lo stato maggiore. Incontriamo il consigliere istruttore Occorsio, il sostituto procuratore Vitalone, che ha avuto un ruolo importante nella faccenda. C'è Provenza, capo della «politica» e Testa, nuovo questore di Roma, accolto da tacchi sbattuti, ossequiato da saluti rapidi col palmo al berretto.

Tutto è cominciato alle 19,30 di venerdì, d'improvviso, senza che nulla lasciasse presagire la sommossa imminente. Nella biblioteca del carcere un gruppo di detenuti stava preparando una lettera aperta al neo-ministro della Giustizia che la settimana scorsa era venuto in visita nella prigione, a parlare con i reclusi da tre giorni in sciopero della fame. Alcuni detenuti erano già in cella a gruppi di tre, seminudi per combattere l'afa opprimente accanto alle bocche di lupo, altri, ancora liberi, sostavano nel cortile del «settimo transito». La prima scintilla è venuta da un giovane condannato tre giorni fa dal tribunale di Roma a quattr'anni di pena. Si è arrampicato sull'inferriata di un finestrone e ha cominciato a gridare: «Chiamate il magistrato; sono innocente, c'è un testimone che può attestare la mia innocenza». Nel parlatorio il sostituto procuratore Vitalone interrogava un ragazzo accusato di furto. Assistevano due avvocata. È arrivato di corsa un agente: «Dottore, venga, un uomo vuol parlare con lei, è in alto, a sei metri d'altezza, può cadere». Vitalone ha sospeso l'interrogatorio, si è portato al settimo braccio. «Vieni giù che ti sento a verbale» ha gridato all'uomo sulla finestra. Un'opera rapida di persuasione e il recluso è disceso abbandonando la posizione. Aveva una mano graffiata contro l'intonaco ruvido e il magistrato lo ha mandato in infermeria. Ad accompagnarlo sono state spedite due guardie. Vitalone ha ripreso il suo lavoro in attesa che fosse curato.

Non erano ancora le nove di sera e «Regina Coeli» era in mano ai reclusi, convinti che il loro collega fosse stato picchiato. I contatti erano impossibili per chi era all'esterno, le fiamme si impadronivano dell'ufficio matricola, si estendevano all'archivio divorando quintali di fascicoli e centinaia di metri quadrati di uffici. Un fumo denso saliva sino al terzo piano, i detenuti sfondando porte e scardinando inferriate salivano per sfuggire alle fiamme sino a raggiungere i tetti.

Alle 22,30 i vigili domano l'incendio, ma un nuovo focolaio si impossessa della biblioteca. Cominciano ad arrivare centinaia di agenti. Da Nettuno e da Velletri si annuncia l'arrivo di due colonne mobili. Si chiamano i cinofili con i loro pastori tedeschi. Arriva il giudice Occorsio e Vitalone lascia la prigione. «Sono convinti — dichiara — che il loro compagno sia stato picchiato, la rivolta è partita dai giovani adulti del "settimo transito". Sono più di cento; gli stessi che prima erano a Rebibbia e poi dopo la rivolta sono stati trasferiti a "Regina Coeli"». Una notizia imprecisa viene ad accrescere la tensione: alcuni agenti di custodia riferiscono che all'appello mancano due dei loro colleghi. «Sono in ostaggio, li tengono prigionieri», annunciano con grande emozione, «rischiano di morire». Per tutta la notte funzionari di polizia e dirigenti del carcere parlano di «due uomini in difficoltà». Qualcuno, con maggior prudenza, spiega quanto è realmente accaduto. «Sono fuggiti — dice — prima che i rivoltosi li raggiungessero ed ora sono rinchiusi tra due cancelli, ben protetti dalle inferriate». Riusciranno ad uscire dieci ore più tardi.

Lascia l'ingresso del carcere il vicequestore D'Alessandro. È stato capo della Mobile sino a qualche settimana fa e con i cronisti è in buoni rapporti. «I rivoltosi — dichiara — avanzano con una testa d'ariete. Abbattono muri, scardinano cancellate. Sono armati con spranghe di ferro, lanciano brande e armadietti contro chiunque tenti una mediazione. È impossibile trattare. Anche il cappellano è stato respinto. Fanno paura. Possiamo riprendere il carcere: dipende dal prezzo che si vuole pagare». Coordina le operazioni il consigliere Occorsio che alle 3 del mattino dichiara: «La situazione è obiettivamente molto grave. È la rivolta più violenta che si ricordi a memoria d'uomo. Interverremo al momento più propizio. i detenuti che sono sul tetto non sono avvicinabili. Chi può prenderli? Come indurli a venir giù? Il rischio è che qualcuno possa scivolare e il volo sarebbe dì quaranta metri». I vigili del fuoco entrano di nuovo nel carcere e un'ambulanza accorsa per prelevare il boss italo-americano Frank Coppola, colpito da un attacco cardiaco, si deve spostare in gran fretta per consentire il passaggio ad un'autobotte. Coppola, che è in carcere dal maggio scorso con l'accusa di essere il mandante dell'agguato al questore Mangano, lascia «Regina Coeli» alle 4 in punto diretto a Perugia. Assieme a lui un altro detenuto. Stasi, che è ferito a un braccio, esce sulla stessa autolettiga.

 

Ultimatum

L'alba è già vicina, ma l'ordine di prepararsi tarda a venire e le truppe sfinite si sistemano per un'ora di sonno. In vicolo San Francesco cento carabinieri dormono a terra, addossati l'uno all'altro, il moschetto abbandonato in mezzo alle gambe. Gli altri sono sui pullman e sui camion; i più dormono, gli altri fumano in una pausa di tensione. Intorno il silenzio è profondo.

Sul tetto dell'ottavo braccio i reclusi stendono dei materassi, si coprono con le coperte. Uno più giovane conversa con i giornalisti dall'alto. «In nome del popolo italiano m'hanno detto quando mi hanno carcerato — grida svociato — ma dov'è il popolo italiano? Che ne sa il popolo di quanto succede qui dentro? Ormai non ci incantano le parole. La riforma la vogliamo subito e resteremo qui sopra sino alla fine. Tanto, quando scendiamo, ci ammazzano di botte, le prenderemo ugualmente, ma almeno si saprà che cosa succede a "Regina Coeli"».

Ormai è l'alba e si azzitta anche lui, sfinito. Lungotevere è tranquillo, le nubi sul fiume si colorano di rosa, il nuovo giorno è arrivato. Passa un'ora ma nulla accade. Si capisce che, per entrare all'interno di «Regina Coeli» la polizia aspetterà alcune ore. Alle 8 ventotto detenuti che sono in infermeria lasciano il carcere diretti a Rebibbia. A fine mattina l'ispettore distrettuale Corsano tenta una mediazione con un gruppo che occupa un padiglione isolato: in 32 accettano di lasciare le posizioni e di essere trasferiti. Agli altri, con i megafoni, si dà l'ultimatum.

Alle 15,30, per ordine del procuratore generale della Repubblica, Spagnuolo, duemila tra agenti e carabinieri si appostano attorno al carcere. Entrano in mille con i lacrimogeni ma i rivoltosi controllano tutto il carcere sino alle 18 quando più massiccio è sferrato un secondo attacco che alle 19 consente alla forza pubblica di controllare la situazione e di isolare trecento carcerati. Nell'ottavo braccio rimangono ad aspettare la notte soltanto in pochi: si riforniscono di materassi e di viveri uno lancia un mattone dall'alto e colpisce un agente: gli frattura la spalla sinistra, la giornata sembra conclusa. Il bilancio è favorevole: si sono evitati i corpo a corpo e i detenuti si sono arresi.

Vengono trasferiti nella notte nei penitenziari di tutto il Paese. Il vice questore Frasca che ha diretto l'« operazione» dice tranquillo: «i pochi che restano debbono cedere, la fame, la sete e la stanchezza li convincerà a recedere. Comunque tutto è concluso. È andata nel migliore dei modi. Poteva succedere una tragedia».

 

La Stampa 29 luglio 1973

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