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Articoli filtrati per data: Friday, 15 Luglio 2022

Di seguito il comunicato del centro sociale e il video completo della conferenza stampa...

Oggi abbiamo dato una prima risposta alla vergognosa accusa di associazione a delinquere mossa nei confronti di 11 compagne e compagni del Centro Sociale Askatasuna.

E’ stata grande la solidarietà portata dalla città all’interno delle mura dello spazio: esperienze sociali, movimenti, collettivi, amministratori, associazioni e singoli cittadini hanno partecipato alla conferenza stampa e portato la propria vicinanza. Questa presenza ha dimostrato che l’evidente montatura messa in piedi da Questura e Procura non è riuscita nel suo intento, cioè isolare i compagni e le compagne coinvolti e delegittimare le lotte sociali che con impegno ed entusiasmo vengono portate avanti in valle ed in città.

La conferenza stampa si è aperta con la ricostruizione del teorema farsesco che è stato proposto dalla magistratura e che ha trovato nella sua prima versione, cioè quella di associazione sovversiva un diniego da parte del tribunale. Inizialmente ad essere considerate parte dell’associazione erano addirittura 69 attivisti. La sproporzione di questa accusa è apparsa evidente allo stesso giudice istruttorio. A questo punto la procura ha impugnato il ricorso tentando di restringere il numero degli imputati. L’operazione è riuscita solo parzialmente, nel senso che l’ipotesi sovversiva è comunque stata scartata, ma al suo posto i giudici del riesame hanno optato per l’associazione a delinquere.

Un’accusa altrettanto scabrosa, che vorrebbe presentare il centro sociale come una organizzazione verticistica incline unicamente alla violenza ed ai disordini.

Oggi quello che è stato raccontato è invece la vera storia di cosa significa questa esperienza, nella sua complessità e nella varietà dei soggetti e dei percorsi che la compongono. Quello che è l’Askatasuna si può comprendere attraverso le parole del collettivo prendocasa, nella scelta di stare dalla parte di chi si trova quotidianamente ad affrontare istituzioni sorde e cieche, o attraverso le parole di chi nel Neruda costruisce ogni giorno una possibilità di vivere una comunità che si fonda su relazioni di cura reciproca e di una vita dignitosa in questo presente sempre più buio. Una fase apertasi con la pandemia, durante la quale sono stati sperimentati tentativi di affrontare insieme le enormi difficoltà legate all’accesso alla salute di tutti e di tutte e che continua nelle contraddizioni di una crisi sociale sempre più dura. Anche in questo frangente sono evidenti le priorità e gli interessi delle istituzioni, cioè tentare di cancellare una forza collettiva che cammina insieme a tutti e tutte coloro che si pongono dalla parte di chi vuole essere la soluzione.

La stessa forza che è emersa dalle parole di chi con noi ha condiviso la necessità di prendersi carico in prima persona di una critica nei confronti dello stato di cose vigente. Primo fra tutti il movimento No Tav che ha ribaltato le accuse mosse nei nostri confronti evidenziando come la vera associazione a delinquere sia quella che innerva i palazzi del potere. Abbiamo ascoltato le parole di chi ha vissuto in prima linea le difficoltà della pandemia lavorando all’interno dei reparti d’ospedale e ha trovato in percorsi condivisi la possibilità di organizzarsi concretamente per provare a rispondere ai cronici deficit di fondi e personale o l’intervento di un’abitante del quartiere che ha sottolineato l’amicizia e la collaborazione che il centro sociale e il territorio portano avanti da anni, con franchezza e sincerità. Anche l’ANPI di Grugliasco ha sottolineato la gravità di un’operazione del genere, un tentivo che se andrà a buon fine (per loro) avrà conseguenze e ripercussioni su tutte le realtà, i soggetti, i collettivi che si pongono il problema di esprimere un dissenso palpabile nella società tutta. La verità è che, come viene espresso dalle mamme in piazza per la libertà del dissenso, i valori della resistenza e del non girare la testa di fronte alle ingiustizie sono quelli con cui si cresce, sono quelli che si respirano nelle lotte come quella portata avanti dal movimento No Tav e che oltrepassano di gran lunga qualsiasi disegno immaginato da una controparte pronta a tutto pur di non sentirsi chiamata in causa.

Non sappiamo dire come finirà, ma sicuramente sappiamo dirvi come inizia e come continua, nonostante le minacce di sgombero e ulteriori operazioni che ci sono giunte alle orecchie, la dignità di chi lotta in questa città e in questo paese saranno sempre più forti di qualsiasi atto punitivo, giocato con carte false e basato su un raccapricciante odio nei confronti di chi alza la testa e ci mette la faccia.

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Nella giornata di giovedì 14 luglio il movimento 5 Stelle, astenendosi al senato dal voto di fiducia posta dal governo Draghi sul decreto “aiuti”, ha aperto la terza crisi di governo della XVIII legislatura.

Cronaca saliente e scenari.

Com’è noto, Mario Draghi ieri pomeriggio è salito due volte al colle, rassegnando in serata le dimissioni che non sono accettate dal Presidente della Repubblica Mattarella.

Tale diniego è motivato dal fatto che, alla luce dell’ultima e più sostanziosa scissione grillina promossa da Di Maio, l’attuale esecutivo avrebbe i numeri per governare anche senza gli “onorevoli” 5S.

Una domanda sorge spontanea: perché Draghi ha messo la fiducia su un decreto che sarebbe potuto passare, così com’è stato, anche senza l’approvazione di quella che è una forza attualmente numericamente secondaria nelle gerarchie governative? Ci torneremo.

Quindi, nonostante lo stesso Draghi abbia dichiarato più volte che non ci sarebbe stato un suo governo bis con una maggioranza ridisegnata che non rispecchiasse la supposta unità nazionale, i giochi sono ancora aperti e mercoledì il premier parlerà alle camere.

“Fortuna” ha voluto che la programmata missione “accaparra gas” in Algeria del premier si terrà  lunedì e martedì non permettendo di anticipare questo momento di confronto e lasciando una fase di stallo di cinque giorni utile ad eventuali trattative.

Infatti, come tradizione gattopardiana vuole, i margini per ricucire e trattare ci sono ancora.

Conte ha annunciato che se Draghi tornasse alle camere con un programma politico e risposte ai temi sollevati in aula il movimento 5S non avrebbe problemi a votare la fiducia e a proseguire l’opera di governo.

Una dichiarazione che stride con le motivazioni della rottura, poiché il termovalorizzatore di Roma, nome più sexy di ciò che conosciamo come inceneritore, e le ulteriori modifiche punitive al reddito di cittadinanza sono state già approvate ieri. Ma tant’è.

Quindi al momento gli scenari sono quattro:

1 Rinegoziazione tra Draghi e Conte e prosieguo del governo. 2 Elezioni a settembre 3 Draghi bis con sostituzione dei ministri 5S 4 Governo tecnico-traghettatore che porti a compimento naturale la legislatura, ossia primavera 2023.

Presentata brevemente la cronaca e gli scenari del circo parlamentare, passiamo a delle valutazioni più pertinenti.

Note al circo

Partiamo dal pessimo stato di salute della democrazia rappresentative italiana. Se le crisi degli esecutivi e l’alternarsi di più governi non sono una novità della nostra storia politica contemporanea, le scelte attuali dei leader mostrano tutta la degradazione della capacità della politica partitica e parlamentare di sintonizzarsi con il paese.

A 14 anni dallo scoppio della “grande recessione”, le tornate elettorali una dopo l’altra hanno certificato la crescente disaffezione verso la partecipazione politica passiva rappresentata dal voto.

L’inconsistenza politica, nel senso più nobile e profondo del termine, dell’instabilità permanente di tutti i governi che si sono alternati ha acuito il distacco tra la popolazione e le istituzioni.

Il travolgente successo e il rapido disfacimento delle ambizioni di discontinuità grilline hanno rappresentato forse l’ultimo legame tra voto e istanza di cambiamento.

Un piano, seppur con direttrici diverse, che è rimasto interamente in mano all’autoritarismo conservativo e reazionario di Giorgia Meloni. Probabilmente vedremo cosa saprà farne.

L'ingovernabilità è diventata una forma di governo. Lasciamo perdere il povero Mao, la confusione sotto al cielo non è affatto grande. Gli interessi consolidati sono saldamente alla guida di un paese che invecchia, si prosciuga e estrae valore dalle devastazioni territoriali e da rapporti di lavoro schiavistici. La volubilità dei governi contribuisce solo a non dare punti di riferimento, anche a chi si vuole opporre.

Un ulteriore elemento è dato dalla notorietà, consapevole o istintiva, che l’ennesima crisi sia il risultato di un doppio calcolo cinico volto a capitalizzare al massimo la propria rendita di consenso nel paese.

Da un lato quello di Conte che, libero da Di Maio e dai numeri che rendevano essenziale la sua partecipazione al governo, è consapevole che questa sia l’ultima occasione di rottura per giocarsi 6 mesi all’opposizione e rifondare il movimento in salsa social-democratica.

Dall’altro quello di Draghi che ha governato autonomamente il paese e stilato, senza alcun reale dibattito né parlamentare figuriamoci collettivo, il più grande finanziamento “pubblico” e a debito che si ricordi, ossia il Recovery Fund. D’altronde era stato messo lì per questo e il suo diktat era chiaro e limpido dal principio, o state tutti con me senza sindacare troppo, oppure torno ai miei calcoli tra grande finanza e ambizioni presidenziali.

Il governo del banchiere è stato tra i più illiberali di sempre, non solo per quanto riguarda la politica economica, ma soprattutto in merito all’invasione russa dell’Ucraina dove il premier ha recitato il ruolo del falco più estremo della NATO, mettendo gli interessi statunitensi davanti alla stessa tenuta europea. Illiberale perché c’è stata una totale repulsione verso il pluralismo, con un clima maccartista di caccia alle streghe contro chiunque dubitasse delle veline atlantiche sull'ucraina.

Questo governo ha reso il paese un passivo protagonista di una politica necrofila che ci ha portato sull’orlo del pericolo bellico nucleare, all’interno di un conflitto del quale è impossibile intravedere una fine che sia dignitosa per coloro che in basso soffrono la morte imposta da chi manovra in alto.

La fine del governo Draghi, se non oggi tra 10 mesi, porrà dei problemi che sarà difficile procrastinare ulteriormente. Lui è stato nominato come garante della affidabilità dei conti e quindi dell'accesso al Recovery Fund (PNRR), un piatto troppo grosso da lasciare ad una gestione politica che, nella crisi di rappresentatività accennata sopra, avrebbe addirittura potuto produrre spinte redistributive, welfaristiche, se non addirittura tratti di programmazione economica a lungo termine.

Purtroppo quest’ennesima crisi si dà su dei piani, ideologicamente anche sensati come termovalorizzatore, proposta ridicola su salario minimo, attacco al RDC, ma dobbiamo ammettere e ragionare che non c’è stato nessuno processo sociale in dialettica con l’ordine del giorno di chi governa. La separazione incolmabile tra le forme di governo capitalista e la popolazione non trova forme di contrapposizione e conflittualità.

Alla disaffezione per la passività elettorale non si è sostituita nessuna partecipazione attiva.

Si costruiscono percorsi virtuosi nei quartieri, si lotta nella logistica, si fa muro contro i disastri ambientali ma non riusciamo ad entrare in una dialettica conflittuale con gli indirizzi di politica generale.

Concludiamo con il rombo dei tamburi dei mercati finanziari. La borsa di Milano, che ieri ha perso il 3%, da gennaio ad oggi ha bruciato il 25% della capitalizzazione e l’onnipotente spread, differenziale tra titoli di stato tedeschi e italiani, è tornato sopra i 200 punti, fattore che combinato all’imminente crescita dei tassi di interesse porterà nuove speculazioni sul debito italiano.

L’euro per la prima volta dal 2002 è sceso sotto al dollaro, e l’UE è nel bel mezzo di una crisi energetica con la stagflazione (decrescita e inflazione) alle porte.

Il secondo round finanziario della crisi sistemica iniziata nel 2008 è già iniziato, senza alcuna passione per i facili oracoli di cattivi presagi, dobbiamo prepararci a scenari “greci”.

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