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Articoli filtrati per data: Wednesday, 13 Luglio 2022

Proponiamo alcuni stralci di una lunga chiacchierata a proposito della siccità in una particolare zona della città, gli orti sulle sponde del Sangone. 

Grazie a Olivier, ortolano di lunga data con un suo percorso di vita singolare, abbiamo approfondito alcune questioni relative alla crisi idrica. Ci sembra interessante, in una fase come questa, da un lato mettere in rete e condividere saperi a proposito dell’utilizzo dell’acqua, evidenziare le conseguenze su vari livelli date dal cambiamento climatico e le forme di resistenza ad esso e, dall’altro, individuare alcuni spunti utili a costruire un orizzonte verso il quale tendere all’interno di uno scenario tutt’altro che roseo. Chiaramente, per quanto riguarda le pratiche che negli anni gli ortolani cosiddetti “abusivi” hanno messo in campo per l’approvigionamento idrico, si possono cogliere numerose contraddizioni, la mancanza di un ragionamento complessivo rispetto a una fonte primaria come l’acqua, il fatto che molto spesso le azioni siano spinte dalla necessità di risparmiare unendo creatività e “arte dell’arrangio”. Non si tratta qui né di indicare come risolutive soluzioni collaterali alla gestione idrica generale, né di sortire fascinazione per determinate forme. Si tratta, piuttosto, di allargare lo sguardo, approfondire la tematica costruendo un sapere autonomo per approcciarsi alla fase, considerata di emergenza, ma che sappiamo sarà di lungo periodo e che non prevede miglioramenti spontanei. Soltando tenendo insieme le esigenze date dalle condizioni sociali ed economiche in crisi e la priorità di tutelare i territori perché non debbano essere fonte di profitto, si potrà andare nella direzione di trasformare una gestione delle risorse devastante come quella attuale.

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Olivier raccontaci dove siamo..

Siamo in una fascia particolare della città, tra gli ultimi quartieri di Torino e il Sangone, una striscia di terra tra la Fiat e il fiume dove un tempo era soprattutto zona di agricoltura e poi si è in parte industrializzata. Qui si alternano aziende, parti abbandonate, terreni occupati dalle persone per gli orti, alcuni campi, strisce di incolto poi coltivate liberamente. Una zona più sconosciuta è quella che abbiamo visitato lungo il fiume, non è edificabile perchè se ci sono delle piene è un problema ed è occupato dai famosi ortolani abusivi.

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Foto orti lungo le sponde del Sangone

Una parte di queste strisce incolte dopo 20 anni sono diventate di proprietà per uso capione, io ho comprato un pezzo di terra così ad esempio, adesso è regolarmente accatastato e ho un appezzamento di 400 metri quadri in cui mi dedico a sperimentare la permacoltura: qui c’è una parte di serra, una parte per noi umani, una parte per l’orto, una per gli animali le galline, poi in futuro ci saranno anche le anatre, anche delle api, chissà.. non ho ancora terminato i miei lavori per trasformarlo infatti è ancora molto presente le modalità degli anni 60 e 70 di recupero dell’acqua basato sul recupero di acqua piovana. L’acqua viene raccolta nei bidoni, vedi di questo materiale [plastica], perché era quello che avevano ed è economico, c’erano anche cisterne sotterranee e qualcuno imbastiva anche delle cisterne in duro. Rispetto al materiale, se guardi i tetti, il materiale dell’epoca purtroppo è quello poco costoso, vedi le lastre ondulate, c’era l’eternit, l’amianto.. quindi dovrò fare una bonifica, tutti quanti hanno questo problema, ci sono degli indirizzi di aziende che lo fanno perchè poi occorre smaltire.. Ci si organizza in gruppi, in due orti già le hanno smontate e accatasate e per risparmiare un po’ si fa in gruppo, è un’iniziativa di chi sta sui terreni ed è a proprie spese ovviamente.

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Foto materiali tetti e cisterne per raccogliere acqua

Parlaci delle pratiche utilizzate per il recupero dell’acqua..

Sono insegnante di meteorologia in un Istituto Tecnico Aeronautico, per me il surriscaldamento globale è realtà assoluta, inoltre sono anche permacultore.. la permacultura dice che ciascuna funzione deve essere servita da più elementi, la resilienza è basata sul fatto che non si possa avere un’unica fonte di acqua perché se una va in panne bisogna pensare che ci sono altre possibilità. Per quanto riguarda la gestione dell’acqua.. la modalità più comune è la pioggia, difficile da gestire per come stanno andando le cose, il problema è che piove raramente ma molto di più, quindi è difficile la gestione delle piogge. Su una pioggia normale si puo’ tentare di stoccare nel terreno ma se piove di più bisogna pensare di avere cisterne, botti, cisternine, insomma devi fare degli interventi del genere. Poi ci sono i pozzi, sono di due tipi uno grande e uno piccolo chiamato artesiano.. per esempio quelli di Orti Generali [associazione, oggi diventata s.r.l., che ha bonificato parte del parco Piemonte di Mirafiori tramite concessione del bando della città di Torino per la sostenibilità ambientale] ha costruito un pozzo artesiano.. su questo bisogna sapere che ci sono problemi grossi nelle falde di Torino, ce ne sono di diverso spessore a diversi livelli, una a 12 metri una a 20 e poi si va a scendere. Le prime falde sono inquinate da un punto di vista chimico, sostanze agricole e altro come metalli pesanti, dunque bisogna scendere a 50 o 80 metri in determinati posti.. per gestire i pozzo bisogna fare delle società perchè così si dividono i costi di gestione.. per esempio, ciascuno deve mettere una parte di elettricità per far funzionare la pompa, dunque ciascuno ha un piccolo gruppo elettrogeno che deve attivare il tempo di riempire la sua cisterna.. inoltre, l’acqua viene tirata a una temperatura tale percui se tu innaffi immediatamente uccidi tutto perche c’è una grande differenza di temperatura, quindi quell’acqua deve essere assolutamente riscaldata oppure deve prendere il tempo di riscaldarsi. Il pozzo diciamo standard non scende molto basso, quei pozzi di un metro e venti di diametro, spesso fatto a mano, di mattoni, ce ne sono ancora ma ora non sono piu utilizzabili perché l’acqua non è più a posto.

IMG_20220628_111345.jpg tubo che preleva acqua dal Sangone

Il terzo metodo è prelevare acqua dal Sangone, qualcuno lo fa con motopompe, mettono la motopompa, scendono e poi riempiono la cisterna. Un’altra modalità è quella di prelevare acqua nel tratto del Sangone in cui la Fiat rigetta acqua utilizzata dall’industria, là cade direttamente per gravità e un sistema sotterraneo di tubi va a portare l’acqua in dei vasi. Questi sono quelli che conosciamo. Poi ci sono dei sistemi di irrigazione dell’Iran, dell’Iraq, in Cina dove in zone molto secche l’acqua passa in dei tubi di terracotta sottoterra, ci sono molte tecniche antiche che vorrò usare per delle prove qui. Altre pratiche non è detto che possano essere valide ovunque ma rimangono interessanti, come recuperare l’acqua dell’atmosfera, farla condensare e poi recuperarla, vi sono vari esperimenti nelle Ande, in Cile, dove si costruiscono trappole a nebbia tramite reti di plastica esposte al vento, sulle quali grazie all’andamento della brezza e della nebbia, raccolgono l’acqua.

IMG_20220628_111220.jpgtubi dai quali viene ributtata nel fiume l’acqua prelevata e utilizzata dall’industria

Le culture sull’acqua sono tante, da ora in poi non potremo più contare sull’andamento delle stagioni e dunque sulla distribuzione di acqua tramite le piogge secondo tempi scanditi, dunque occorre trovare nuove modalità. Dovremo ridistribuire una caduta di 20 mm di pioggia, che corrisponde a 20 litri a metroquadro, su tutta la settimana contando quindi 1 mm al giorno.. siamo noi che dobbiamo intervenire, bisogna dare priorità allo stoccaggio.. ma ciò che vedo è che la nostra città, il nostro quartiere, la nostra Regione non sono assolutamente pronti, non c’è questa strategia tampone. Infatti, tutta l’acqua che casca viene immediatamente liberata e ce ne liberiamo perchè non siamo abituati a stoccarla. Per esempio, per me vuol dire che ho cambiato il mio modo di piantare le piante, un tempo facevo una piccola montagnetta e mettevo la pianta, adesso faccio una piccola buca e metto la piantina nel fondo così l’acqua non viene dispersa. È la società che deve invertire il modo di recupare quest’acqua.

A livello locale, tra gli ortolani, cosa si percepisce rispetto alla cosiddetta emergenza siccità?

Sento che questa volta è cambiato il tono, ci si rende conto che sta succedendo qualcosa di diverso! Il discorso solitamente è positivista, sembra sempre un incidente, un’emergenza e poi l’anno prossimo si ripartirà normalmente. Questo ci fregherà perchè non ripartirà e se riparte sarà soltanto un caso, infatti l’andamento del cambiamento climatico non è lineare, ma sappiamo che in generale sta peggiorando. Può anche essere che episodi come quello di quest’anno non ne vedremo per due anni, ma potrebbe essere che invece fra un anno e mezzo saremo punto a capo, o peggio.

Il Sangone è all’asciutto, qual è lo stato dell’arte oggi ? ci sono dei progetti di riqualificazione da parte dell’amministrazione cittadina..

C’è una gestione degli argini qui che chiaramente non è quella voluta dal Comune, però una gestione esiste perchè le parti in cui non ci sono orti sono immediatamente visibili, diventano subito una discarica, qui sulle sponde del fiume si è creato un ecosistema che ha la sua funzionalità, è un servizio che deve essere conservato perchè se non ci fosse questa gestione auto organizzata degli argini quando piove troppo forte si rischierebbero numerosi danni. Inoltre, grazie alla presenza degli orti l’acqua piovana non viene dispersa ma viene stoccata, utilizzata e riliberata nel terreno. Nessuno lo farà mai al posto loro, quindi svolgono un ruolo in questo ecosistema.

Qui al posto degli orti il Comune e la Circoscrizione vorrebbero costruire una pista ciclabile, un progetto del genere significa da un lato distruzione dei terreni, prima per far passare i macchinari, poi bisognerà vedere che tipo di pista ciclabile vogliono fare, se sarà permeabile o meno ad esempio.. sarebbe un taglio netto che impedirebbe il corridoio di biodiversità oggi esistente, oltre al fatto che non si pensa che i fiumi sono destinati a incazzarsi e un bel giorno la tua pista ciclabile verrà spazzata via, anche se la fai super ecologica, ma tanto quello è lo spazio del fiume.

Secondo te quali potrebbero essere le soluzioni e gli scenari possibili ?

Si parla di chiudere le fontanelle.. ma ci potevano pensare prima, invece la gestione che vedo è dare a delle aziende, affidarsi ad altri, riconoscendo la loro incapacità o non avendo le energie, le competenze, allora delegano e il delegare è molto pericoloso. Può essere più veloce ed efficiente ma il rischio è che si metta da parte l’etica in nome della sopravvivenza finanziaria. L’esempio che conosco meglio è quello di Orti Generali, tutto bellissimo, abbiamo tolto camionate di merda [materiale abbandonato e accumulato lì negli anni, ferro, pneumatici, rifiuti], letteralmente, dal parco, poi hanno iniziato a fare gli orti ma dopo un po’ si nota lo scollamento con gli obiettivi iniziali. Perchè per sopravvivere economicamente mettono l’etica da parte, infatti vedi apparire prodotti chimici.. eppure il bando europeo ha come obiettivo la rigenerazione urbana con l’ausilio della natura, non a suo discapito. Infatti, dovrebbe essere la natura ad entrare dentro la città e non viceversa. Vi sono una serie di azioni che evidenziano questo modo di fare: come mettere le luci artificiali, il che fa sparire la lucciole, i pipistrelli, il fatto che per costruire la strada nel giardino l’acqua viene spostata e il prato muore, dunque, parte come un progetto ecologico ma poi diventa una gigantesca macchina da greenwashing in cui il rapporto con la natura è totalmente sbagliato.

Un altro esempio è dato dagli alberi piantati dall’IKEA in una parte del parco Piemonte, lo spazio del parco è diventato utile ad aziende che fanno green washing come Ikea, quegli alberi piantati ora sono morti.. perchè mettono gli alberi nei punti sbagliati, perchè li piantano dove costa meno. Non funziona, è tutto pilotato dai soldi e si ferma a questo unico argomento.

La logica quindi dovrebbe essere quella dell’accumulo di riserve di acqua, mentre la logica dominante è la dispersione, quali spunti puoi dare per invertire la marcia?

Invasi dappertutto, riserve, contenitori, molte città nel mondo sono già fatte così! Bisogna attuare una gestione diversa dell’acqua, prendere cosa c’è di buono dalle altre culture, con la priorità che l’acqua debba rimanere il più a lungo possibile ovunque, bisogna togliere il cemento, puntare ad abbassare la temperatura nei quartieri.. il problema è che il Comune, la Circoscrizione si sentono deresponsabilizzati. Si affidano a gente che sulla carta sembrano competenti, architetti del verde, ma poi mancano le competenze, la formazione in questo ambito, oltre al fatto che il discorso ecologico si ferma al fatto di non dover pagare il gas alla Russia e pensare di dover abbassare di due gradi. La terra non ci appartiene ma sta morendo con noi.

IMG_20220628_121935.jpgl’orto di Olivier

Olivier fa parte di Controbando.

Controbando è un tavolo di lavoro nato dall’incontro di alcuni abitanti di Mirafiori per sviluppare un dibattito critico sulla cosiddetta “riqualificazione del verde pubblico” a Torino e con l’obiettivo di porre le basi per forme di riappropriazione e autorganizzazione all’interno degli spazi verdi del quartiere contro green washing e lavoro precario.

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Sabato 16 luglio a Piombino si terrà una manifestazione di protesta contro l'ipotesi dell'installazione di un rigassificatore sul territorio. Di seguito riprendiamo un articolo di Andrea Turco da Valigia Blu che chiarisce i tratti della vicenda.

“Questo è un tempo in cui non si possono più dire i no”. La frase è recente, risale allo scorso 26 giugno e l’ha pronunciata il ministro allo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti in merito al rigassificatore che il governo Draghi vuole installare, nel più breve tempo possibile, nel porto di Piombino, sulla costa toscana. Ma a guardare la storia industriale del nostro paese la frase potrebbe essere stata pronunciata in qualsiasi periodo storico e a qualsiasi latitudine. È il concetto mantra con il quale la classe dirigente affronta ogni volta le opposizioni che provengono dai territori. 

Il caso del rigassificatore di Piombino attesta inoltre un’altra tendenza, questa volta più “innovativa”: la transizione ecologica passa dai territori che hanno già patito grandi impianti industriali. Lo si vede a Gela, ad esempio, dove all’ex petrolchimico di Eni si accompagnerà a partire dal 2023 il gasdotto Argo-Cassiopea che, nelle intenzioni del governo Draghi e di Eni, dovrà fornire almeno un miliardo di metri cubi di gas all’anno. Lo si vede a Taranto, dove l’ex Ilva, che da azienda privata è stata tramutata in Acciaierie d’Italia con la presenza dello Stato, dovrebbe garantire secondo i piani 6 milioni di tonnellate d’acciaio (con parecchi dubbi a riguardo). E lo si vede a Piombino, che con la presenza del rigassificatore dovrebbe sopperire alla probabile assenza del gas russo (ci torneremo). Tra le altre cose Gela, Taranto e Piombino sono tre SIN, Siti di Interesse Nazionale, cioè territori dove è lo stesso Stato ad aver riconosciuto nel 1998 la contaminazione ambientale e ad aver indicato la priorità delle bonifiche.

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Mappa dei siti SIN - via Mite

Nello specifico il Sin di Piombino, secondo l’ultimo aggiornamento risalente a giugno 2021, ha conseguito il 49% delle bonifiche completate su un’estensione totale di 931 ettari. Come spiegaCome spiega Arpat, l’agenzia regionale per la protezione ambientale, il sin di Piombino comprende:

- Un polo industriale di notevoli dimensioni; - L'area portuale di Piombino, caratterizzata da traffici mercantili e turistici verso le isole (Elba, Sardegna e Corsica) e dall'attività legata all'industria (ad esempio per l'approvvigionamento di materie prime); - L'area della centrale termoelettrica ENEL Torre del Sale, dismessa nel marzo 2015; - L'area marina antistante; - Le discariche di rifiuti esaurite di Poggio ai Venti”.

La storia della città toscana è strettamente legata alla presenza dello stabilimento siderurgico - il secondo più grande in Italia, proprio dopo l’Ilva di Taranto - che da otto anni attende una ripartenza dopo lo spegnimento dell’ultimo altoforno, avvenuto ad aprile del 2014. Oltre alle ferite ambientali ancora aperte, dunque, c’è anche una riconversione industriale in stallo. A ricordarlo, proprio al ministro Giorgetti, è stato il deputato del Partito Democratico Andrea Romano, durante la seduta di question timeseduta di question time alla Camera dei deputati del 22 giugno, in cui si domandava l’esito delle trattative sulle ex acciaierie Lucchini:

Nessuno degli impegni sottoscritti dal gruppo Gindal, al momento dell’acquisizione nel 2018, sulla riconversione degli impianti è stato rispettato (...) Quel territorio deve avere finalmente una prospettiva chiara relativa al lavoro e allo sviluppo

Non poteva mancare un riferimento al rigassificatore:

In queste ultime settimane a Piombino è stato chiesto uno sforzo importante, ovvero di farsi carico di uno dei rigassificatori che l’Italia dovrà mettere in campo per diversificare la propria strategia energetica, anche per liberarsi dal ricatto del regime di Putin. Io credo che questa richiesta sia stata fatta senza la necessaria e doverosa attività di coinvolgimento delle comunità locali, scatenando reazioni e tensioni inevitabili, ma che vanno, io credo, superate ovviando agli errori che sono stati fatti in queste ultime settimane. E questo superamento delle tensioni, questo coinvolgimento delle comunità locali, dovrà avviarsi facendo anche ciò che non è mai stato fatto sulle acciaierie ex Lucchini. Perché si tratta di un territorio gravato da anni di deindustrializzazione, di promesse mancate, di cose non fatte. 

“Non abbiamo ancora il progetto”

Se finora abbiamo detto poco o nulla del rigassificatore è perché poco o nulla si sa. Una sintesi la si può trovare sul quotidiano Domani:

L’annuncio è arrivato da Snam nelle scorse settimane. La nave “Golar Tundra” è stata già comprata, è lunga quasi 300 metri e larga 40, è costata 330mila (in realtà milioni, ndr) euro e finirà nelle bollette di tutti, adesso però va posizionata. Nei piani del governo il rigassificatore galleggiante è necessario e deve essere collegato alla rete di trasporto al più presto, in attesa che ne arrivi un’altra che sarà allacciata un po’ di tempo dopo. 

Ad acquistare il rigassificatore galleggiante, in pratica una grande nave che occuperà un’intera banchina del porto di Piombino, è stata Snam, una delle aziende di Stato sulle quali il governo Draghi punta maggiormente per superare la dipendenza dal gas russo. La nave di Snam è una FSRU, Floating Storage and Regasification Unit, cioè un’unità galleggiante che riceve gas naturale liquefatto (GNL) a una temperatura di -160°C da altre navi metaniere e lo rigassifica (lo porta nuovamente allo stato gassoso) per poterlo poi immettere nella rete nazionale di trasporto del gas. 

Con lo scoppio della guerra in Ucraina il GNL è tornato prepotentemente alla ribalta: nonostante gli alti costi economici e ambientali, al governo italiano è sembrata la strada più immediata da percorrere per fronteggiare la mancanza del gas russo, che fino al 2021 aveva contribuito al 40% dei consumi nazionali. Alcuni report avrebbero comunque accertato le pressioni delle aziende fossili sui governi dell’Unione Europea, soprattutto nella fase di stesura del REPowerEu, il piano presentato dalla Commissione europea lo scorso maggio “per rendere l'Europa indipendente dai combustibili fossili russi ben prima del 2030, a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina”. Di fronte a una tale opacità, invece di spiegare scelte energetiche destinate a modificare gli equilibri nazionali per decenni, il governo Draghi ha scelto di dare un’ulteriore accelerata. Il caso di Piombino in questo senso è paradigmatico. 

Le date sono importanti: il 6 aprile (in un’audizione alla Commissione Affari esteri della Camera) il ministro Cingolani parla per la prima volta di un “accordo preliminare” per una grande nave da ospitare “per un periodo limitato, tipicamente uno-due anni”; l’1 giugno Snam annuncia di aver acquistato “un rigassificatore galleggiante da 5 miliardi di metri cubi per 350 milioni di dollari”, proprio quello che dovrà essere installato nel porto di Piombino; il 9 giugno il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani (insieme al collega dell’Emila Romagna Stefano Bonaccini) viene nominato “commissario straordinario per il rigassificatore”, con l’evidente intenzione di superare le prevedibili resistenze degli enti locali. 

In tre mesi, insomma, si riscrive il destino di una città di 35mila abitanti. E senza alcun coinvolgimento popolare. Tanto che le proteste arrivano quasi immediatamente. A opporsi al rigassificatore è un fronte trasversale: si va dalla Lega al Movimento 5 stelle, da Rifondazione Comunista al sindaco di Piombino Francesco Ferrari, eletto con Fratelli d’Italia, fino a Greenpeace, che ha ricordato come l’esecutivo abbia nominato commissari straordinari per i rigassificatori “mentre sulle rinnovabili persino le proposte di parte industriale di accelerare sono state liquidate come lobby rinnovabilista”. I malumori locali sono poi sfociati nel corteo del 18 giugno che ha visto la partecipazione di duemila persone e di un centinaio di imbarcazioni e nella manifestazione dell’1 luglio, seguita da un consiglio comunale straordinario in cui il neocommissario Giani ha ripetuto il solito ritornello del sacrificio da affrontare per godere di benefici futuri (come se questi non fossero già diritti acquisiti):

Se il governo ha deciso e a voi non vi va bene protestate, attivatevi nei confronti del governo, ma io penso che la cosa migliore sia, nel momento in cui ho visto che la decisione è nata da atti ormai inconfutabili, dire che se si porta per 2-3 anni il rigassificatore nel porto cerchiamo di avere quello che da tempo cerchiamo: infrastrutture, bonifiche, energie rinnovabili, sostegno alle attività produttive, valorizzazione del turismo e sconto sulle bollette. È questa la chiave con cui affrontare la questione

Era stato d’altra parte lo stesso ministro Cingolani a spogliarsi del suo presunto ruolo tecnico e a indicare il più classico dei compromessi politici. Su Il Tirreno del 19 giugno il ministro ha promesso “giuste compensazioni” e ha dichiarato che “senza questa possibilità avremmo dovuto staccare la luce e chiudere le fabbriche in tutto il paese”. Evitando comunque di dare ulteriori ragguagli su un progetto di cui finora si sa davvero poco.

A far riflettere maggiormente sono le dichiarazioni successive di qualche giorno di Luciano Guerrieri, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Settentrionale: 

Noi siamo stati investiti da un grande problema nazionale ed europeo, l’esigenza di diversificare le fonti di approvvigionamento. Come porto non abbiamo assunto una posizione pregiudiziale. Piombino fondamentalmente è un porto traghettistico, è un’area di crisi complessa, dove si sta iniziando una diversificazione, c’è un porto turistico in costruzione e allevamenti ittici importanti. Il problema è avere un’istruttoria precisa e rapida

Proprio quel che manca, nel senso che del rigassificatore quel che si conosce sono appena una manciata di rassicurazioni di esponenti del governo. Lo stesso Guerrieri, pur consapevole di avere margini d’azione limitati, si è spinto a dire che “se ci fosse un’incompatibilità dovremo dirlo”, ma “non abbiamo ancora il progetto”. Come ha ricordato il comitato di salute pubblica, un gruppo di cittadini e cittadine nato a Piombino nel 2018, il cosiddetto decreto Aiuti - il decreto legge n°50 del 17 maggio 2022 - all’articolo 5 prevede alcune “disposizioni per la realizzazione di nuova capacità di rigassificazione”, tra le quali viene disposta l’esenzione dalla Valutazione di Impatto Ambientale per “le opere finalizzate all’incremento della capacità di rigassificazione nazionale mediante unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione da allacciare alla rete di trasporto esistente”. Ciò significa che le schede tecniche del progetto, al momento, non saranno liberamente consultabili. Qualcosa in più la si apprende sul sito di Snam, ma sono pur sempre comunicazioni rivolte a un pubblico generalista:

La società possiede il rigassificatore di Panigaglia (La Spezia), è uno degli azionisti di controllo (con il 49%) di OLT (il rigassificatore galleggiante al largo di Livorno) e detiene una quota di circa il 7,5% di Adriatic LNG, l’impianto posto al largo di porto Viro (Ro). Inoltre, per favorire una maggiore sicurezza e diversificazione degli approvvigionamenti energetici dell’Italia, Snam ha recentemente acquistato una unità galleggiante (FSRU), denominata Golar Tundra, con una capacità di stoccaggio di 170mila metri cubi e una capacità di rigassificazione annua di 5 miliardi di metri cubi di gas. Il terminale sarà posizionato nel centro-nord Italia, in prossimità dei punti di maggiore consumo di gas, al fine di garantire la massimizzazione della capacità di rigassificazione. Inoltre, nell’ambito del nuovo assetto energetico della Sardegna previsto dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 29 marzo 2022, Snam ha acquistato nei mesi scorsi una FSRU (Golar Arctic) dalla capacità di stoccaggio di 140mila metri cubi di gas, che sarà installata nei pressi dell’area portuale di Portovesme (Ca). 

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Fonte: SNAM

Sono molte le domande che restano inevase, e si tratta di quesiti solo apparentemente tecnici perché in realtà portano con sé particolari conseguenze sulla vivibilità dei luoghi: l’acqua da usare per il raffreddamento dell’impianto sarà sversata in mare? Il flusso di navi sarà frenato dalla presenza del rigassificatore? Ci saranno impatti sulle attività di pesca?

Altro che “la saga dei no italiani si arricchisce di un tassello”, come ironizza Il Foglio. La transizione ecologica passa attraverso il reale coinvolgimento dei territori, che necessariamente dovrà essere lungo e ponderato, soprattutto se si tratta di siti che stanno ancora affrontando le conseguenze di un passato industriale che ha lasciato più scorie che benefici. Proprio perché si tratta di opere strategiche, ciò che avviene (o potrebbe avvenire) in un singolo luogo costituisce in realtà interesse collettivo. Anche perché a sostenerne i costi è l’intera popolazione. Al comma 8 dell’articolo 5 del decreto Aiuti si legge che:

Al fine di limitare il rischio sopportato dalle imprese di rigassificazione che realizzano e gestiscono le opere e le infrastrutture di cui al comma 1 è istituito, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, un fondo pari a 30 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2024 al 2043. Il fondo è destinato a coprire la quota dei ricavi per il servizio di rigassificazione, inclusivi del costo di acquisto e/o realizzazione dei nuovi impianti sopra richiamati, prioritariamente per la quota eccedente l’applicazione del fattore di copertura dei ricavi di cui alla delibera dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente 474/2019/R/gas, prevista dalla vigente regolazione tariffaria. L’importo residuo del fondo è destinato a contribuire alla copertura dei ricavi riconosciuti al servizio di rigassificazione dalla vigente regolazione tariffaria, a beneficio degli utenti e dei consumatori. I criteri di accesso e le modalità di impiego del fondo sono definiti con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, sentita l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, nel rispetto della disciplina europea in materia di aiuti di Stato.

Dunque il rigassificatore di Piombino costerà 600 milioni di euro, a fronte della spesa iniziale di Snam di 330 milioni per l’acquisto della nave “Golan Tundra”, con lo Stato che con i restanti 270 milioni intende “ammortizzare” i costi molto alti del ricorso al GNL, in un’operazione che altrimenti sarebbe insostenibile. Sotto ogni punto di vista. 

Immagine in anteprima via ambientebio.it

 

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Come intuibile, la storia è piena di congiure di palazzo mentre fuori dalle stanze del potere infuria la guerra. Si tratta di vicende nelle quali il corto respiro degli interessi, e la grande vanità di chi scontra per il potere, sono in contrasto con il dramma della guerra, della distruzione materiale e umana, che si svolge ai confini di un paese, di un impero.

Di nlp da Codice Rosso


Intendiamoci, la lotta per il potere non finisce mai e non si esaurisce con una guerra, piuttosto cambia di natura. Ma in tutto questo c’è un punto di non ritorno: quello nel quale la lotta per in potere è una delle cause della sconfitta in guerra, perché alimenta la mancanza di coesione di uno schieramento, necessaria a passare i momenti difficili di un conflitto.
Si tratti di pensieri che emergono nel momento in cui, per motivi e in modi molto diversi tra loro, i governi di Francia, Gran Bretagna e Italia si trovano in difficoltà evidenti, il governo britannico è già saltato, su tre piani molto materiali: la difficoltà ad attivare politiche di superamento della crisi economica, quella a rappresentare con coerenza interessi concreti in un momento difficile e, appunto, la lotta per la supremazia a corte tradotta nel linguaggio delle democrazie postmoderne. In Francia e in Italia, per quanto i contesti politici siano differenti, i piani materiali sono molto simili e tutti aggravati dal conflitto russo-ucraino nel quale, da tempo, la componente ucraina è un proxy del mondo occidentale.
Questa materialità della crisi dei governi è trasversale persino alla gerarchia dei paesi vincitori del recente summit Nato di Madrid: coinvolge la Gran Bretagna, capace di orientare la carta strategica NATO secondo i propri interessi; la Francia, che è sulla linea di confine tra paesi vinti e vincitori; l’Italia che ha visto declassate le proprie esigenze strategiche sul fianco sud dell’area coperta dall’alleanza. Si tratta infatti di una materialità che tocca il funzionamento stesso delle società coinvolte e che si sarebbe manifestata comunque, viste le difficoltà di evoluzione delle società occidentali nei primi anni ‘20. Il punto è che, con la presenza di un conflitto come non se vedevano da tempo in Europa, a queste criticità si aggiungono quelle di una guerra inedita.
E qui non aiuta il fatto che nella precedente globalizzazione, quella cominciata con la metà dell’ottocento e finita con la seconda guerra mondiale, le guerre che hanno coinvolto la Russia ai suoi confini occidentali si sono riprodotte (si pensi ai conflitti russo-turchi) per poi sfociare in guerre più vaste e fatte di maggiore intensità (la prima guerra mondiale, in questo caso). Certo, nel nostro mondo la guerra sul campo tende a localizzarsi geograficamente e a fare danni globali soprattutto sul piano logistico, economico, finanziario e di conseguenza su quello della tenuta sociale. Nel frattempo la questione della crisi tenuta sociale si salda, disgregando il potere politico esistente, a quella della lotta per il potere prima ancora che la guerra faccia vedere davvero i suoi effetti devastanti.
Per i prossimi mesi un contesto del genere si trova davanti a una sovrapposizione di scenari dei quali definiamo qui i lineamenti

Scenario militare. Il conflitto russo-ucraino vive l’alternarsi di aumento d’intensità e di cronicizzazione. Nel primo caso il potenziamento dell’esercito di Kiev, per quando più complesso di quanto finora descritto, servirà prima o poi per una vera strategia di contrattacco sui territori contesi. Di lì, dopo quel piano d’intensità, si capirà, poi, quale cronicizzazione della guerra, modello post conflitto 2014-5, subiranno queste aree. Questo perché né la Russia né Kiev intendono, nel medio periodo, ritirarsi ufficialmente lasciando così spazio ai signori della guerra presenti negli eserciti, nelle milizie e nell’economia. Nel modo in cui si giocherà la cronicizzazione del conflitto russo-ucraino si riuscirà a realizzare se ci sarà un vincitore sul piano globale, quello che si riflette su quanto accade oggi nell’Est Europa. Scenario finanziario. L’aumento del dollaro, l’aumento USA dei tassi d’interesse contrapposto a tendenze finora contrarie, decremento dell’euro e politiche di sostanziale mantenimento dei tassi, come in Giappone, mostra che i conflitti finanziari aperti tra occidente e Mosca si sovrappongono a uno scenario nel quale la guerra finanziaria è interna agli stessi alleati. Infatti, mentre gli USA attraggono capitali tramite l’aumento del tasso d’interesse il dollaro troppo forte, effetto di queste politiche, rende competitive per l’export, ad esempio, le economie legate all’euro e allo yen. Per cui sul piano dei tassi d’interesse e su quello valutario si vede quanto siano forti i conflitti tra entità, su altro piano, alleate. Oltretutto l’aumento del dollaro provoca seri problemi nel pagamento del debito dei paesi emergenti visto che è proprio il biglietto verde la valuta con la quale si paga il debito contratto. Di li’ altri conflitti finanziari, quella che comunemente viene chiamata speculazione, proprio sul debito dei paesi emergenti. In questo senso la finanza mostra tutta la sua forza destabilizzatrice assieme alla guerra sul campo. E, nel caso, sarà questa forza l’ultima a placarsi. Scenario economico. Più che un’economia di guerra, nella quale i singoli paesi dispongono le forze produttive nello sforzo di riarmo, per adesso siamo in un’economia che si adatta alla guerra. Quindi alla carenza, e al costo altissimo, di materie prime ed energia all’ inflazione, alla contrazione dei mercati e nella quale si avvertono le difficoltà materiali della forza lavoro.
Gli attuali livelli di sviluppo economico si fanno trascinare dall’evoluzione della guerra. Certo i piani di riarmo europei, le esigenze del complesso militare-industriale americano cominciano a farsi sentire ma, almeno al momento, non siamo nell’economia come warfare quanto in una economia dove si sommano le difficoltà dell’economia civile a riprodursi assieme al ritorno di una economia militare postfordista tutta da valutare in dimensioni e peso nella società. Scenario sociale. Fuori dai denti: nelle società occidentali siamo di fronte a un possibile scenario di distruzione delle forze produttive causa inflazione, compressione del salario, costi molto alti per la riproduzione dei nuclei familiari (trasporto, energia, alimentare) e governi, già di per sé elitari, incapaci di agire sia per mancanza di risorse (nonostante che i profitti salgano) sia perché paralizzati dalla lotta per il potere in modo evidente (come nei tre paesi qui citati) o latente (come nei rami del parlamento USA). Qui o la società si manifesta ottimizzando le proprie risorse nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, svuotando però ogni ipotesi di risposta politica a questo stato di cose, oppure reagisce, pur priva di strutturazione politica, attraverso rivolte facendo emergere una stagione di alta instabilità sociale dagli esiti non prevedibili.

Più che il ritorno della guerra le nostre società vivono l’uscita della guerra dallo stato di latenza grazie al quale non è mai scomparsa. Si tratta di uno stato di guerra diverso dal passato, fatto di una molteplicità di piani, che si distendono ben oltre il conflitto sul terreno, la cui sovrapposizione determina criticità e cambiamenti nelle nostre società. È in questa dimensione che le nostre società affrontano l’ignoto che hanno davanti.

 

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Condividiamo da Volere la Luna queste considerazioni di Claudio Novaro, avvocato impegnato in numerosi processi in tema di movimenti e lotte sociali sulle accuse di associazione a delinquere nei confronti di alcune compagne e compagni di Askatasuna. 

 

1.

In questo “cattivo presente”, con una guerra che imperversa nel cuore dell’Europa, può sembrare residuale continuare a ragionare sulla repressione giudiziaria del conflitto sociale (https://volerelaluna.it/talpe/2019/08/13/repressione-giudiziaria-e-movimenti/). Eppure l’ennesimo procedimento aperto a Torino, questa volta contro gli esponenti del centro sociale Askatasuna, merita una riflessione, perché evidenza esemplarmente un cambio di passo dei dispositivi repressivi

Askatasuna costituisce, al pari di tutti i centri sociali diffusi sul territorio nazionale, una realtà complessa, frequentata da centinaia di persone, impegnata su terreni disparati, sia in senso lato culturali (autoproduzioni musicali, laboratori fotografici e artistici, dibattiti e concerti, palestra popolare ecc.) che, soprattutto, di iniziativa politica legata alle lotte sociali. È collegata all’esperienza di Askatasuna lo Spazio popolare Neruda, una casa occupata in cui vive un centinaio di famiglie, dove si organizzano corsi di italiano per cittadini stranieri, un doposcuola e varie attività ludiche e culturali per i bambini, un mini ambulatorio sanitario, una palestra popolare e così via. Dovrebbe essere evidente a tutti che ridurre la pluralità di esperienze, di progetti, di punti vista ideali, di pratiche politiche diverse a un sodalizio unico e rigidamente centralizzato costituisca una mistificazione grottesca. È invece quello che ha fatto la Polizia, con un indagine che ha prodotto centinaia di annotazioni di servizio, decine di migliaia di ore di intercettazioni ambientali e telefoniche.

Ciò che preoccupa è che la Procura torinese, di fronte all’evidente tentativo di criminalizzare un’esperienza molto più complessa da decifrare di quanto appaia dalle semplificate e ostili ricostruzione della Polizia, ha deciso di condividerle integralmente, richiedendo 16 misure della custodia cautelare in carcere, quattro arresti domiciliari e un divieto di dimora contro altrettanti presunti militanti del centro sociale, contestando il reato di associazione sovversiva, più altri 112 reati vari, che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale all’estorsione e al sequestro di persona. Tutto ciò nell’ambito di un procedimento che vedeva originariamente 91 indagati, da poco ridotti a 22, in sede di conclusione delle indagini preliminari, con lo stralcio degli altri 69.

Un primo stop a tale impianto accusatorio è venuto dal giudice delle indagini preliminari incaricato di vagliare le richieste della Procura, che ha escluso la sussistenza di gravi indizi di reato per i reati più gravi, tra cui quello di associazione sovversiva, il collante che tiene in piedi l’intera operazione, applicando nei confronti degli indagati due misure della custodia cautelare in carcere e due arresti domiciliari, più alcune misure dell’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria. Inaspettatamente peraltro, con un’ordinanza depositata l’11 luglio e notificata ai difensori il giorno successivo, il Tribunale del riesame ha parzialmente accolto l’appello presentato dai pubblici ministeri, ritenendo sussistenti per sei indagati (nei cui confronti vengono applicate le misure della custodia in carcere e degli arresti domiciliari, che restano però sospese in attesa della definitiva pronuncia della Cassazione) i gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato associativo, qualificato in semplice associazione per delinquere e non più in associazione sovversiva.

Il Tribunale non si limita solo a negare il carattere sovversivo dell’associazione ma, forse consapevole dell’inconsistenza del teorema accusatorio, introduce una differenziazione specifica (in contrasto peraltro con le migliaia di pagine riversate in atti dalla Digos e fatte proprie dalla Procura), secondo cui a costituire un’associazione per delinquere non è il centro sociale ma «un gruppo criminale dedito a compiere una serie indeterminata di delitti principalmente in Val di Susa» che si sarebbe formato all’interno di Askatasuna. Una prospettiva interpretativa, questa, che appare in contrasto con le ipotesi investigative degli inquirenti, che cerca di salvare l’insalvabile ma ne condivide il pressapochismo, la scarsa aderenza alla realtà dei fatti e, soprattutto, la scarsa conoscenza delle pratiche, dei linguaggi, perfino delle idee che caratterizzano il variegato mondo dell’antagonismo italiano.

2.

Vista l’enorme mole degli atti e dei documenti prodotti da Procura e Digos, un’autentica alluvione di carta che tenta di compensare sul piano quantitativo la scarsa qualità indiziaria, risulta impossibile proporre anche solo un riassunto dell’impianto complessivo dell’inchiesta. Si può provare a evidenziarne le principali criticità e gli assunti di fondo.

Anzitutto, occorre segnalare come Torino, da sempre laboratorio di pratiche e innovazioni repressive, sia l’unica città italiana a vantare, secondo la Polizia, la presenza contemporanea fino a pochi mesi fa di ben due associazioni sovversive: la prima è quella legata ad Askatasuna, la seconda è quella dell’ex Asilo occupato di via Alessandria (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/03/04/lo-sgombero-dellasilo-occupato-e-le-confessioni-di-una-cittadina-perbene/), sgomberato (e mai più rioccupato) proprio grazie a tale contestazione giuridica, poi fatta a pezzi dal Tribunale del riesame, prima, e dalla Cassazione, poi. L’operazione che la Polizia aveva in mente con Askatasuna era probabilmente la stessa: richiesta di misure cautelari per associazione sovversiva, sgombero del centro sociale e magari anche delle altre strutture ad esso collegate (come lo Spazio polare Neruda), operazione sicuramente più complessa, visto l’insediamento territoriale di Askatasuna e i suoi legami con la città.

Occorre intendersi. Qui la questione non riguarda gli spazi occupati e dunque la volontà di assecondare le pulsioni legalitarie, sempre presenti in molte forze politiche che seggono in consiglio comunale, che ne richiedono lo sgombero. Se con l’ex Asilo si trattava di radere al suolo una soggettività antagonista impegnata soprattutto sui fronti della lotta ai Cie/Cpr, agli sfratti e alle politiche di gentrificazione del quartiere Aurora, per Askatasuna la posta in gioco è ancora più alta. Anzitutto la conflittualità metropolitana, quella legata alla manifestazioni di piazza, a quelle degli studenti, alle politiche abitative cittadine. In secondo luogo, e sullo sfondo, il bersaglio più grosso: la resistenza in Val di Susa contro il Tav, resistenza che ha visto il centro sociale, per gli stretti contatti con i comitati popolari della Valle, tra i protagonisti storici di tutte le manifestazioni e le proteste. Non è un caso che 106 reati sui 112 contestati originariamente, ora ridotti a 66 su 72, riguardino episodi commessi in Valle nell’ambito della lotta No Tav.

Per raggiungere un traguardo così ambizioso le annotazioni di Polizia raccontano di un centro sociale che decide di costituirsi in associazione criminosa, unicamente votato alla commissione di reati, rigidamente centralizzato, lontana mille miglia dalla fluidità di tutti gli altri centri sociali sparsi per la penisola. La ricostruzione proposta, in cui assumono grande rilievo e centralità le intercettazioni realizzate, è una storia del conflitto sociale a Torino e in Val di Susa vista dal buco della serratura, costruita secondo uno schema cognitivo per cui le vicende umane non sono il frutto di complesse dinamiche sociali ma una sequenza di complotti, di ordini e di relative esecuzioni e il conflitto sociale non è il risultato delle scelte politiche di donne e uomini o di attori sociali collettivi, ma solo un programma delinquenziale, in questo caso sovra determinato da una struttura verticistica.

Centrali sul piano investigativo diventano gli scampoli di poche conversazioni intercettate qua e là a casa o nelle macchine di alcuni esponenti del centro sociale (una addirittura in una carrozza ferroviaria, mentre una esponente del centro sociale insieme a una nota e carismatica militante del movimento No Tav si stava recando a Bologna per un dibattito). Si tratta di conversazioni malamente e approssimativamente lette e decifrate sulla base di un’interpretazione esclusivamente letterale anche quando ci si trova di fronte a battute, risate, frasi scherzose, senza alcuna attenzione allo scambio relazionale che si instaura tra gli interlocutori, agli aspetti di condivisione affettiva, che non possono che influenzare la comprensione dei dialoghi. Al di là delle caricature più o meno folcloristiche contenute nell’annotazione finale della Digos, un monumento alla faziosità di quasi 2.000 pagine: quel che conta è che manca nell’impianto d’accusa la capacità di delineare la sussistenza dei presupposti di un’associazione criminosa.

3.

Gli inquirenti affrontano tale complesso nodo ricostruttivo, con uno scarto di lato, a partire dal minuzioso elenco di reati commessi, soprattutto, come detto, in Val di Susa negli ultimi anni, nell’ambito della resistenza che il movimento No Tav pone in essere da decenni contro la grande opera. Si tratta di episodi in cui compaiono anche soggetti (rubricati sotto il nome di “ala oltranzista” del movimento) che nemmeno la Digos riconduce ad Askatasuna. Il che dimostra già di per sé la debolezza di un’ipotesi associativa a geometria variabile, che vede i consociati unirsi a soggetti esterni per commettere i reati ricompresi nel proprio programma criminoso. Chiunque abbia un po’ di confidenza con le categorie giuridiche contenute nel nostro codice penale sa, infatti, che l’esistenza di un’associazione deve essere dimostrata attraverso la prova di un accordo tra i consociati, di un programma criminoso aperto e permanente e di un’organizzazione specifica, non certo attraverso i cosiddetti reati scopo, cioè i reati che costituirebbero l’esplicazione delle sue capacità operative.

Per tentare di dare concretezza al proprio teorema, Digos e Procura sono costrette a trasformare in «basi e supporti materiali», la sede del centro sociale, in corso Regina Margherita 47, «l’immobile denominato dei Mulini» e il presidio di San Didero, in Val di Susa, lo Spazio popolare Neruda, il centro sociale Murazzi. Il festival dell’Alta felicità o le periodiche iniziative musicali organizzate dal centro sociale divengono, in quest’ottica, «un articolato sistema di finanziamento della vita dell’associazione» sovversiva. La ricchezza sociale e politica di spazi di movimento aperti alla città o costruiti nell’ambito della resistenza No Tav vengono così derubricati a strutture criminali, buone al più a creare profitti economici per garantire le basi materiali del sodalizio. Sul punto sembra parzialmente dissentire il Tribunale che però, per dare concretezza alla sua proposta interpretativa (un’associazione criminale nascosta dentro Askatasuna), trasforma la cassa di resistenza No Tav in uno dei pilastri della «struttura operativa del sodalizio», senza peritarsi di spiegare come il denaro raccolto da un movimento di massa, finisca poi per foraggiare le attività di un micro-gruppo delinquenziale incistato nel corpo sano di un centro sociale.

Quanto, invece, all’accordo e al programma criminosi, per colmare il vuoto sulla loro sussistenza, gli inquirenti e lo stesso Tribunale si sono risolti a utilizzare parole o frasi estrapolate dalle diverse intercettazioni. L’esempio più rilevante sarebbe costituito dalla ricorrenza in più intercettazioni o in documenti riferibili al centro sociale della parola “rivoluzione”, il che si commenta da solo. Parallelamente, per descrivere il carattere sovversivo del sodalizio si fa ricorso, negli atti depositati dalla Procura e acriticamente letti dal Tribunale, a due interviste, peraltro pubbliche, rilasciate nel 2001 e nel 2011 da due dei suoi presunti dirigenti (che contengono espressioni tipiche del dibattito della sinistra non istituzionale dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi), oltre, inopinatamente, alla ripubblicazione nella sezione storica del sito di Infoaut (alla voce “Storia di classe”, che racconta la storia dei movimenti e del conflitto sociale nel nostro paese) di un articolo uscito sulla rivista Rosso, dell’autonomia milanese, nel 1976.

Qui l’approssimativa padronanza del lessico delle aree antagoniste del nostro paese si coniuga con la scarsa conoscenza della storia dei movimenti sociali. Sul piano giudiziario, comunque, inferire dal dibattito politico elementi sull’esistenza di un’associazione sovversiva è operazione che rischia di confondere e travolgere i confini che devono sussistere tra teoria e prassi, tra l’idea sovversiva (tutelata, come insegna la giurisprudenza di legittimità, dall’assetto democratico e pluralista del nostro ordinamento) e le condotte di rilevo penale. Questo sembra l’errore di fondo più madornale dell’inchiesta: scambiare la progettualità criminosa della presunta associazione con il suo apparato ideologico significa muoversi in una prospettiva di criminalizzazione di qualsiasi collettivo che si prefigga di mutare lo stato di cose presenti.

Esemplari da questo punto di vista e rivelatrici di una caduta ancor più culturale che giuridica sono le osservazioni contenute nell’atto d’appello della Procura, dove vengono proposte delle argomentazioni che dovrebbero chiarire in concreto come l’associazione in questione abbia un carattere sovversivo. Lo strabiliante sillogismo proposto, a proposito della partecipazione del centro sociale alle lotte valsusine è il seguente. Secondo la giurisprudenza della Cassazione va considerata eversiva qualsiasi condotta orientata al «sovvertimento dell’assetto costituzionale esistente» ovvero che «tenda a rovesciare il sistema democratico previsto dalla Costituzione nella disarticolazione delle strutture dello Stato o, ancora, nella deviazione dai principi fondamentali che lo governano». A giudizio dei pubblici ministeri, tra tali principi rientra il metodo democratico, con la conseguenza che ogni azione violenta che si contrapponga alla decisioni della maggioranza parlamentare o del governo democraticamente eletti va considerata automaticamente sovversiva sul piano giuridico.

Nel nostro caso, in particolare, la realizzazione del treno ad alta velocità, secondo la Procura, «è stata decisa dal Parlamento […] in esecuzione di Trattati Internazionali e di obblighi comunitari», le condotte violente realizzate in val di Susa contrastano con «l’esercizio da parte di chi ne è titolare del metodo democratico», vale a dire con «la prevalenza dell’opinione della maggioranza, che è espressione “nelle forme e nei limiti della Costituzione” della sovranità popolare». Non solo, i reati commessi contro il cantiere del TAV «hanno portato al risultato di ritardare per lungo tempo la realizzazione dell’opera», con conseguenti effetti diretti «sull’esecuzione di legittima decisione del Parlamento». Il paradigma proposto è assolutamente chiaro: qualsiasi forma di protesta nei confronti di legittime decisioni assunte dal Parlamento diviene sovversiva se realizzata anche in forme violente. A dar retta a tale postulato, sarebbero sovversive le proteste degli studenti contro la riforma della scuola superiore o universitaria, o dei lavoratori contro le riforme economiche e così via, se nel corso delle manifestazioni si verificassero degli scontri violenti. Il Tribunale si smarca da tale prospettazione e lo fa, però, con un’affermazione altrettanto incongrua, secondo cui tale assioma non regge non perché in contrasto con un’idea pluralista e conflittuale della democrazia, ma solo perché di fatto i lavori nel cantiere non sono «mai stati sospesi a causa delle azioni violente».

Insomma, aleggia tra le pagine dell’inchiesta un’idea mortificante della conflittualità e della partecipazione politica, che si accompagna a una visione scarsamente consapevole della storia italiana.

4.

Sarebbe bene che quel poco di sinistra che ancora esiste a Torino e nel paese iniziasse a interrogarsi e a preoccuparsi di queste derive giudiziarie, perché non si tratta solo di Askatasuna o della repressione per via giudiziaria delle attività di un centro sociale. Le affermazioni sopra riportate rendono plasticamente conto – meglio di tante dissertazioni scientifiche e di tanti slogan sul passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale – dei rischi di una deriva autoritaria non solo della giustizia ma, visto il ruolo preponderante nell’inchiesta dell’autorità amministrativa, incarnata nella Polizia di Stato, delle istituzioni, con il tentativo di delegittimare ed eliminare dallo scenario collettivo il conflitto e la protesta sociale (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/04/07/la-democrazia-autoritaria-che-e-dietro-langolo/).

È di questo che si tratta e allora, tanto per esser chiari, come dice una vecchia canzone, «même si vous vous en foutez, chacun de vous est concerné».

 

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