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Articoli filtrati per data: Friday, 01 Luglio 2022

Nell’ottobre 2019 ci fu una straordinaria rivolta indigena e popolare in Ecuador che, dopo 12 giorni e con un bilancio di 11 morti, riuscì a far ritirare un pacchetto di misure neoliberiste imposte dal FMI, tra cui la cancellazione di un sussidio sul prezzo del carburante. In questo giugno del 2022, lo sciopero generale e le proteste di piazza in Ecuador entrano nella terza settimana, accompagnate da occupazioni, manifestazioni e scontri. Anche stavolta, il cosiddetto Paro Nacional è guidato dai movimenti indigeni, sempre contro le politiche del FMI e l’aumento del prezzo del carburante. In occasione della rivolta del 2019, intervistammo Marcelo Jara, un nostro amico e compagno equadoriano, per farci raccontare le dinamiche della rivolta nella capitale ecuadoriana e le pratiche di autogestione e potere popolare della “Comune di Quito”. Oggi, a distanza di due anni e mezzo, lo intervistiamo di nuovo per farci raccontare le mobilitazioni popolari di questi giorni [Redazione e Facção Ficticia, qui la versione in inglese, qui quella in portoghese].

Di Alessandro Peregalli da L'America Latina

Cos’è successo negli ultimi due anni e mezzo in Ecuador perché, dopo una pandemia e le elezioni parlamentari e presidenziali, si sia tornati al punto di partenza?

Dopo l’insurrezione popolare del 2019, l’allora presidente Lenin Moreno ha iniziato ad aumentare gradualmente i prezzi del carburante, il che significa che la vittoria parziale del 2019 è stata annullata e siamo tornati al punto di partenza. Nel frattempo, l’attuale presidente, Guillermo Lasso, ha intensificato questo meccanismo facendo salire alle stelle i prezzi del carburante, provocando di fatto un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.

Moreno è riuscito a portare a termine il suo mandato, così come i suoi ministri. Essi, insieme agli alti comandi della polizia e dell’esercito, sono rimasti impuniti per i crimini commessi durante gli eventi di ottobre.

Le elezioni si sono tenute nel 2021. Il candidato del movimento indigeno era Yaku Pérez, che è riuscito a capitalizzare il malcontento di ottobre, ma non è stato sufficiente per arrivare al secondo turno delle elezioni e giocarsi la vittoria con il candidato correista [apoggiato dall’ex presidente Rafael Correa, ora esiliato in Belgio e accusato di corruzione dalle autorità ecuadoriane, NdT] Andrés Arauz. Guillermo Lasso, un banchiere responsabile del feriado bancario [cinque giorni di sospensione delle transazioni finanziarie nel paese, una politica che beneficiò estremamente il Banco de Guayaquil, di cui Lasso era presidente , NdT] del 1999, è arrivato al secondo turno e ha vinto le elezioni.

Anche nella CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) si sono tenute le elezioni e il vincitore è stato Leónidas Iza, leader del MIC (Movimiento Indígena del Cotopaxi) e uno dei leader della rivolta di ottobre 2019.

Nel 2019, l’estallido in Ecuador ha contribuito a innescare le successive rivolte in Cile e altrove. Da allora, i successivi movimenti e esplosioni sociali in Colombia, Cile e altrove in America Latina hanno a loro volta influenzato i movimenti sociali in Ecuador?

Dopo l’ottobre 2019, in diversi Paesi dell’America Latina la popolazione si è sollevata contro i propri governi. Tuttavia, sebbene gli eventi attuali del Paese riflettano una crisi generale in tutto il continente e i movimenti e ribellioni di Paesi vicini siano stati determinanti nell’immaginario collettivo, la situazione attuale ha una chiara connotazione che risponde al contesto ecuadoriano. È come se fosse rimasto qualcosa in sospeso dalla rivolta di tre anni fa.

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Foto di Giacomo Finzi

Come definiresti o giudicheresti questo primo anno di governo di Lasso? Com’è stato possibile che un banchiere neoliberista diventasse presidente dopo una rivolta così forte (e, sull’immediato, vincente) come quella del 2019, e com’è riuscito a perdere quel sostegno in così poco tempo, tanto che in un solo anno ha dovuto affrontare un’altra rivolta popolare?

Pessimo. Lasso ha vinto grazie al voto anticorreaista. Le prospettive sarebbero state diverse se Yaku Pérez fosse arrivato al secondo turno. Molti hanno votato per Lasso come rifiuto del possibile ritorno del progetto della Revolución Ciudadana. Le divisioni all’interno del movimento indigeno hanno favorito in parte l’ascesa al potere di Lasso.

Lasso aveva appena iniziato il suo governo quando ha perso il suo principale alleato, il Partito Social Cristiano (PSC). Ha iniziato subito a inimicarsi la Corte Costituzionale. Questi fattori, insieme al fatto di avere una minoranza in Parlamento, hanno fatto sì che il banchiere abbia dovuto sperimentare strategie per governare.

La sua principale strategia iniziale è stata quella di vaccinare massicciamente la popolazione, cosa che gli há permesso di disporre di un ottimo capitale politico durante i primi mesi di governo. Una volta terminata la fase di vaccinazione e la fase acuta della pandemia, però, la realtà del Paese è diventata chiara a tutti.

Il movimento indigeno e diversi settori sociali hanno avuto due tavoli di dialogo l’anno scorso e il governo non li ha ascoltati. Quello che stiamo vivendo ora è la conseguenza della mancanza di risposte alle richieste della società ecuadoriana, che vive le conseguenze della povertà, della mancanza di lavoro, della distruzione dei suoi territori e dell’aumento della violenza nelle strade e nelle carceri a causa delle guerre tra gruppi criminali. Ci sono stati quattro massacri nelle carceri ecuadoriane (360 detenuti sono stati uccisi negli ultimi due anni) e i casi di omicidio su commissione nelle principali città del Paese sono quotidiani.

Le banche non hanno condonato i debiti dei contadini e dei lavoratori nonostante la pandemia. Non ci può essere una ripresa economica per i più poveri perché i banchieri li stanno soffocando.

L’attuale Paro Nacional [una sorta di sciopero generale ma portato avanti dalle comunità indigene e contadine, con blocchi delle principale arterie stradali, NdT], visto dall’esterno, sembra molto simile allo quello di ottobre 2019. È davvero così? Quali sono le principali somiglianze e differenze tra i due momenti?

La rivolta del 2019 è stata la rivolta delle figlie e dei figli della prima rivolta indigena degli anni Novanta. È una nuova generazione piena di rabbia e di sete di giustizia.

A differenza dello sciopero precedente, è stata la CONAIE, insieme ad altre organizzazioni contadine, a proclamare uno Paro Nacional a partire da lunedì 13 giugno. Tre anni fa sono stati gli studenti e i camionisti ad accendere la miccia.

Questa volta le comunità indigene hanno resistito per una settimana nei loro territori prima di raggiungere Quito. Gli abitanti della capitale, specialmente gli studenti e gli abitanti dei quartieri popolari, hanno dovuto quindi portare avanti da soli lo sciopero in città durante la prima settimana. Gli abitanti delle periferie di Quito, soprattutto quelli del sud della città, hanno resistito nei loro territori fin dal primo giorno. Questo non era accaduto tre anni fa, o almeno non con l’intensità di adesso.

La repressione è stata forte, ma a parte quanto accaduto venerdì 24 giugno, la polizia e i militari hanno fatto un uso più strategico della forza. Questo, ad esempio, ha evitato un’esplosione a Quito durante la prima settimana. Ci sono stati cortei, scontri con la polizia, ma la situazione non è degenerata fino all’arrivo della CONAIE.

A causa di divergenze politiche con i leader della CONAIE, il Frente Unitario de Trabajadores (FUT), principale sindacato dei lavoratori, quest’anno è rimasto fuori dalle manifestazioni.

Non si sono uniti nemmeno i camionisti.

Tuttavia, la solidarietà della popolazione non è cambiata, anzi si è rafforzata rispetto all’ultima rivolta, i compagni e le compagne sono ora meglio organizzati nonostante le difficoltà causate dal governo.

Domenica 19 giugno, al termine della prima settimana di sciopero e con l’’annuncio dell’arrivo a Quito delle diverse comunità da tutto il Paese, i militari e la Polizia Nazionale hanno ordinato la requisizione della Casa della Cultura Ecuatoriana (CCE), impedendo che questo sito, a differenza del 2019, fosse il punto di incontro dei manifestanti, per cui il luogo delle assemblee e il centro logistico della rivolta è stato l’Universidad Central.  Questo ha portato a scontri non solo nella zona dell’Arbolito [storico parco nel centro di Quito, NdT], del Parlamento, del Centro Storico, ma anche nell’area intorno all’Università.

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Foto di Giacomo Finzi

Puoi descrivere brevemente i principali eventi che hanno avuto luogo durante questo Paro Nacional e quali sono le principali rivendicazioni del movimento? Le richieste dell’inizio della mobilitazione sono le stesse di adesso o qualcosa è cambiato? Quali strategie, tattiche e metodi di lotta sono stati messi in atto?

Il Paro Nacional è iniziato lunedì 13 giugno. Quel giorno le organizzazioni indigene e contadine hanno iniziato a bloccare le strade nei loro territori. A Quito, gli studenti hanno organizzato una marcia dall’Universidad Central al centro storico. I blocchi non sono stati particolarmente forti e la mobilitazione in centro storico è stata repressa.

Le prospettive indicavano che lo sciopero non sarebbe stato forte come quello del 2019.

Ma nella prima mattinata di martedì 14 giugno, il governo ha commesso l’errore di arrestare illegalmente Leónidas Iza, leader della CONAIE, provocando una reazione immediata in tutto il Paese. Questo è stato l’episodio che ha acceso la miccia e ha fatto sì che il Paro Nacional prendesse slancio. Leónidas Iza è stato tenuto in ostaggio dalla polizia per 24 ore e la protesta è degenerata. Nella città di Quito, il commissariato per i delitti in flagrante (Unidad de Flagrancia) è stato attaccato e un veicolo della polizia è stato incendiato. A Latacunga, il movimento indigeno ha occupato la sede della Procura. Il giorno successivo Iza è stato rilasciato, ma doveva presentarsi ogni giorno per firmare nella città di Latacunga.

A partire dal secondo giorno, i quartieri di Quito si sono attivati, soprattutto nel sud della città e nella periferia nord. Sono stati repressi per diversi giorni, ma hanno continuato a resistere. Gli studenti e i movimenti sociali di Quito hanno marciato per 5 giorni a sostegno del Paro Nacional. Giovedì 16 giugno è stato il giorno in cui è sceso in piazza il maggior numero di persone, circa 10.000. La modalità della manifestazione era la stessa delle precedenti, una marcia verso il centro storico che è stata violentemente repressa dalla polizia.

Anche la città di Cuenca si è attivata, la polizia ha attaccato l’università dove i manifestanti si erano rifugiati. Le autorità accademiche hanno denunciato l’accaduto e hanno indetto una marcia molto più grande per il giorno successivo.

Nella capitale si sono iniziati a organizzare gruppi per identificare e allontanare dai cortei i poliziotti infiltrati, decine di individui che, al termine dei cortei, arrestavano le compagne e i compagni dopo averli seguiti. Questo ha messo a dura prova l’apparato repressivo della polizia. Le manifestazioni sono state sorvegliate dalla polizia e le foto di questi infiltrati sono circolate sui social network. Inoltre, prima di essere espulsi, i poliziotti sono stati mostrati alla gente in modo che potessero fotografare il volto dell’intruso.

È importante capire quali sono le richieste di questo Paro Nacional prima di continuare con la cronologia. Sono 10 le rivendicazioni presentate al governo.

Abbassare i prezzi del carburante, creare una moratoria bancaria in modo che la popolazione possa riattivare la propria economia senza sentire la pressione degli avvoltoi delle banche. Smettere di sfruttare e distruggere i territori dove ci sono fonti d’acqua e dove vivono le comunità. Allo stesso modo, attivare meccanismi come la consultazione preventiva nei territori in cui è prevista l’estrazione mineraria o petrolifera.

Un’altra richiesta è quella di dichiarare lo stato di emergenza nella sanità pubblica e nell’istruzione. Entrambi i settori sono stati attaccati dalle politiche neoliberiste del governo e hanno visto ridurre i loro bilanci.

Prezzi equi per i prodotti agricoli, in modo che gli agricoltori possano ricevere quanto vale il loro lavoro. Un controllo più severo da parte del governo sui beni di prima necessità, vista la speculazione dilagante.

Stop alla privatizzazione di settori strategici come la Previdenza Sociale, il Banco del Pacífico, la CNT (Società Nazionale di Telecomunicazioni), le infrastrutture stradali. Rispetto dei 21 diritti collettivi delle organizzazioni indigene e dell’educazione bilingue.

E l’ultimo punto è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, vista l’ondata di violenza nelle strade e nelle carceri del Paese.

Tutte queste richieste sono condivise dalla popolazione che sostiene il Paro Nacional.

Dopo cinque giorni, di fronte all’indifferenza del governo, il movimento indigeno e contadino ha deciso di recarsi a Quito. Venerdì 17 giugno il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nelle province più conflittuali e ha decretato il coprifuoco nella città di Quito dalle 22:00 alle 5:00 del mattino. Domenica19 hanno ordinato la requisizione della Casa della Cultura e l’hanno occupata violentemente per impedire alla gente di organizzarsi. I blocchi e gli scontri tra i residenti dei quartieri meridionali di Quito e la polizia sono proseguiti per tutto il fine settimana.

Lunedì 20 giugno, le prime carovane del movimento indigeno hanno iniziato ad arrivare nel nord e nel sud della capitale e sono state violentemente represse. Nel frattempo gli studenti dell’Universidad Central e i movimenti sociali di Quito hanno occupato l’università affinché i compagni e le compagne che stavano arrivando potessero avere un posto sicuro per dormire e organizzarsi. La sera i camion pieni di manifestanti hanno cominciato ad arrivare a poco a poco, ma sono stati repressi da tutti i lati con l’obiettivo di impedirgli di giungere in città.

Solo due università hanno aperto le porte al movimento indigeno.

Poiché la Casa della Cultura era nelle mani della polizia, il centro operativo dello sciopero nazionale si spostò per la prima volta all’Universidad Central. Qui hanno iniziato ad organizzarsi le prime cucine solidali, gli asili per i bambini, le brigate mediche, i centri di raccolta e le prime linee di resistenza.

Dalla mattina di martedì 21 giugno sono iniziati gli scontri con la polizia in tutto il centro-nord di Quito. Nel frattempo già si contavano i primi morti che col passare dei giorni sono arrivati a 5. Un manifestante è stato gettato in un burrone dalla polizia, un altro nella provincia di Puyo è stato ucciso da un candelotto lacrimogeno che gli si è conficcato nel cranio, altri a Quito da pallottole.

Giovedì 23, la Casa della Cultura e il parco dell’Arbolito sono stati ripresi da una gigantesca manifestazione, le principali assemblee si sono spostate di nuovo nel luogo storico della sinistra ecuadoriana.

Immediatamente il conflitto si è spostato intorno al parco e agli ingressi dell’Assemblea Nazionale. Le prime linee, con molta più esperienza rispetto allo sciopero precedente, erano questa volta più organizzate e protette.

Nel quartiere di San Antonio, nella zona nord di Quito, l’esercito è stato attaccato dagli abitanti quando ha cercato di entrare nella zona per reprimere i manifestanti. Un compagno è stato ucciso dai militari.

Venerdì 24 giugno, Guillermo Lasso in una trasmissione televisiva nazionale ha autorizzato la polizia ad aumentare la sua forza repressiva. Un’ora dopo la polizia e l’esercito hanno attaccato indiscriminatamente la Casa della Cultura e l’Arbolito, provocando una fuga di massa dalla zona. Molti bambini e anziani si sono asfissiati a causa della violenza della polizia.

Siamo stati inseguiti tutti dappertutto fino a quando non abbiamo lasciato la zona. Decine di persone sono state arrestate e ferite. Tuttavia, la polizia si è ritirata dall’area in serata.

Questo weekend molti compagni e compagne sono tornati nelle loro comunità e altri stanno arrivando. Sono state organizzati dei lavori collettivi di pulizia e la priorità è stata data alle assemblee per organizzare la terza settimana di Paro Nacional. Sabato 25 giugno si è svolta una grande marcia di donne e dissidenze sessuali.

Oggi, domenica 26, ci sono concerti e attività sportive all’Universidad Central. Nella Casa de la Cultura si terrà un festival artistico e culturale.

Le richieste rimangono le stesse. Tuttavia, la condizione minima per un dialogo è l’immediata riduzione dei prezzi del carburante [a tal proposito, lunedì 27 il presidente Lasso ha annunciato una piccola riduzione di 10 centesimi di dollaro sul prezzo di diesel e benzina, NdT].

Quali sono i principali soggetti sociali che sono in mobilitazione in Ecuador, qual è il loro peso e la loro distribuzione territoriale, quali alleanze sociali e politiche si sono create?

Il movimento indigeno e contadino, gli studenti e i quartieri di Quito.  Il primo è quello storicamente più organizzato, il secondo è tornato attivo in questa congiuntura. I quartieri di Quito sono la sorpresa di questo sciopero, hanno dimostrato un alto livello di organizzazione e controllo del territorio.

Molte compagne e compagni in tutto il territorio stanno sostenendo il Paro Nacional, ed è in questo contesto che sono state tessute le principali alleanze. Molti di loro precedentemente non si stavano organizzando tra loro a causa di differenze ideologiche, ma queste ultime sono state messe da parte vista l’importanza del momento. Anche se non ancora forte abbastanza, il movimento sociale, soprattutto a Quito, è maturato enormemente.

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Foto di Giacomo Finzi

Come valuti il ruolo della CONAIE in questo Paro Nacional? Sta riuscendo ad affermarsi come principale soggetto di opposizione sociale all’ordine neoliberale? Sta riuscendo ad articolare alleanze sociali al di là del mondo indigeno?

La CONAIE continua a essere il principale soggetto politico del Paese e uno dei più importanti dell’America Latina. La sua capacità organizzativa e la sua forza collettiva continuano a sorprendere. Tuttavia, il peso delle fratture interne si fa sentire, la forza che sono riusciti a mettere in campo stavolta è inferiore a quella del 2019.  Le compagne e i compagni continuano a mettere in gioco i loro corpi per tutte e tutti.

Non è facile venire a dormire nelle palestre, sul pavimento, sul cartone per giorni. La loro determinazione è sorprendente.

Al di là delle alleanze che possono o meno aver generato, sono riconosciuti da tutti come i principali difensori dei diritti collettivi della società ecuadoriana. Ciò che manca è che i movimenti sociali urbani si coordinino maggiormente con il movimento indigeno e che anche quest’ultimo impari dal movimento urbano. Non esiste ancora un’assemblea in cui i collettivi sociali possano prendere decisioni su ciò che sta accadendo.  Sono coinvolti nell’organizzazione quotidiana, partecipano a piccole assemblee, ma non sono riusciti, ad esempio, a creare un’assemblea che riunisca tutti i movimenti sociali di Quito e le prime linee che sostengono questo sciopero nazionale.

Come valuti il ruolo del suo leader Leonidas Iza, emerso nell’ottobre 2019 come figura di rilievo proveniente dalla sinistra dell’organizzazione indigena fino a diventare presidente della stessa? Come valuti l’arresto di Iza nel secondo giorno di sciopero? Iza ha un ruolo più da agitatore o da moderatore nel quadro della protesta sociale? Ha obiettivi politico-elettorali?

Leonidas Iza è il leader assoluto dello sciopero nazionale. La CONAIE ha ora come leader una persona con idee politiche chiare e una formazione eccellente. Le sue idee sono più radicali che quelle dei suoi predecessori. Questo gli ha causato problemi all’interno del movimento, ma allo stesso tempo ha suscitato molta simpatia.

Come ho detto in precedenza, l’arresto di Iza è stato il fattore scatenante che ha dato forza al Paro Nacional.

Il problema di Iza è che la sua leadership, volontariamente o meno, sta mettendo in ombra gli altri leader sociali e indigeni. Anche i media hanno contribuito a centralizzare tutta l’attenzione su di lui. Il suo ruolo è stato quello di moderare e anche di agitare a seconda del momento.

Il movimento indigeno vuole avere il primo presidente indigeno nella storia del Paese, quindi in un modo o nell’altro tutto ciò che sta accadendo a un certo punto sarà capitalizzato a livello elettorale. Non so se lo farà Iza o qualcun altro, ma questo è innegabile.

Che ruolo sta giocando il correismo in questo Paro Nacional e in questa congiuntura politica?

Proprio come tre anni fa, partecipano, ma non hanno il minimo controllo su ciò che sta accadendo. Sostengono lo sciopero nazionale e vogliono rovesciare Lasso, motivo per cui sono stati loro a convocare la sessione plenaria del Parlamento per discutere la possibilità di un impeachment per caos nazionale.

Sembra che una richiesta di impeachment (muerte cruzada) sia in fase di elaborazione in Parlamento. Quanto è probabile che ciò accada? Ritieni realistico pensare a una caduta imminente di Lasso, sia per via parlamentare che per la spinta della protesta sociale? Cosa possiamo aspettarci dopo, un nuovo governo eletto dal Parlamento o nuove elezioni? È qualcosa che i movimenti sperano o temono una riarticolazione dell’ordine politico? Quali prospettive si aprono e quali opportunità si chiudono?

Sono passati quattordici giorni e il governo riesce ancora a mantenersi in piedi con vari stratagemmi. Quello che è successo venerdì a livello di repressione è stato un duro colpo per tutte e tutti.

Il movimento indigeno ha chiesto al suo braccio politico Pachakutic di votare per la muerte cruzada come alternativa e via d’uscita dall’attuale crisi, se il governo non dovesse rispondere ai 10 punti. Non possono dare fine alla lotta senza portare a casa qualcosa, cinque compagni hanno già perso la vita.

La caduta di Lasso non cambierebbe le cose perché il suo vicepresidente prenderebbe il potere con lo stesso progetto politico. Ma sarebbe comunque un nuovo importante precedente sulla capacità del movimento sociale di ottenere risultati, anche se solo parziali.

Non c’è ancora abbastanza forza per piegare Guillermo Lasso, quindi la muerte cruzada è stata considerata come un’opzione.

Tuttavia, mentre scrivo questo testo, non ci sono ancora abbastanza voti per poter rovesciare il presidente con l’impeachment. Ieri Lasso ha ritirato strategicamente lo Stato di Emergenza, in modo da non giustificare una crisi nazionale.

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CONCLUSIONI

Ci siamo ribellati di nuovo, questa volta abbiamo più esperienza, ma non abbastanza forza per poter raggiungere gli obiettivi prefissati. Stiamo resistendo e ci stiamo difendendo dalla violenza della polizia e dello Stato, giorno per giorno.

Domani, lunedì 27 giugno, inizia una nuova settimana di sciopero che sarà decisiva. Vedremo se si uniranno altri soggetti e forze sociali, se aumenterà la forza nei quartieri, se si troveranno nuove strategie collettive di lotta, se riusciremo a mettere di nuovo in difficoltà il governo. Tutto è ancora un’incognita, quel che è certo è che la resistenza continua e che non ci arrenderemo.

Siamo anche consapevoli che questa rivolta non cambierà alla radice i problemi del Paese, ma sappiamo che la prossima rivolta sarà migliore perché qui stiamo già costruendo questa possibilità. I processi organizzativi che sono nati e che sostengono lo sciopero (cucine popolari, brigate mediche, prime linee, asili nido per i bambini) si stanno organizzando e questo tessuto è ciò che rimarrà dopo che tutto questo sarà finito.

La rabbia è grande e anche la voglia di vincere. Continuiamo la lotta, non vacilliamo. 

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Ieri TELT ha tentato di avanzare ancora un po’ con i lavori del TAV in bassa valle.

A Susa, nei prati vicino alla residenza San Giacomo sono spuntate non una ma ben due trivelle, una dentro ad un prato e una più vicina all’autostrada. Una delle due ha eseguito un piezometro per il monitoraggio ambientale mentre l’altra ha provato a cominciare a tutti gli effetti un carotaggio. Altro dato rilevante, in un momento in cui si parla di razionamento dell’acqua e dell’agricoltura in ginocchio, Telt usa vasche d’acqua per poter eseguire i suoi scavi indisturbata!

Nonostante il caldo, una cinquantina di No Tav si sono dati appuntamento a San Giuliano per presidiare il territorio e per disturbare le operazioni delle trivelle in corso. I e le No Tav presenti sul posto si sono avvicinat* alla trivella ancora in funzione, nei prati, scortati ovviamente dalle forze dell’ordine che difendono, come sempre, chi nel silenzio, vorrebbe devastare i territori. Dopo qualche ora, nonostante i tentativi della polizia di fermare il dissenso degli abitanti con i soliti comportamenti prepotenti, la determinazione e le azioni di disturbo No Tav hanno costretto a smontare la trivella dai terreni di San Giuliano.

“Questa Valle Ribelle ha cacciato le trivelle, la Valsusa paura non ne ha”

Da notav.info

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A seguito dell’incendio di un impianto della discarica di Malagrotta, si è parlato molto della questione rifiuti, in particolare a Roma, contesto nel quale gli incendi di questo tipo non sono una novità. 

Insieme al Coordinamento No Inceneritore di Villaggio Ardeatino abbiamo affrontato la questione facendo una panoramica sulle discariche e sui rifiuti a Roma, quali iniziative vengono portate avanti dai comitati di abitanti e quali risposte stanno riservando loro le istituzioni.

 

 

Da Radio Blackout

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