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Articoli filtrati per data: Thursday, 09 Giugno 2022
di Isabelle Geuskens (Milieudefensie), Henrieke Butijn (BankTrack), traduzione di Ecor.Network

Locked Out of a Just Transition. Fossil fuel financing in Africa
Isabelle Geuskens (Milieudefensie), Henrieke Butijn (BankTrack)
Report Oil Change International, BankTrack, and Milieudefensie, March 2022 - 47 pp. 

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Mentre gli impatti della crisi climatica stanno già colpendo in modo sproporzionato i paesi africani, il continente ospita anche un numero crescente di progetti di sviluppo dei combustibili fossili. Questi progetti di sviluppo condurranno ulteriormente verso il cambiamento climatico e danneggeranno le comunità locali e l'ambiente, rischiando di intrappolare i paesi africani nella dipendenza dai combustibili fossili e di impedirgli un salto tempestivo verso le energie rinnovabili. Questi progetti sui combustibili fossili operano con il sostegno finanziario di tutto il mondo.
Questo dossier mostra l'entità del sostegno finanziario fornito dalle banche commerciali, dalle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e dalle agenzie di credito all'esportazione (ECA) che hanno finanziato l'industria dei combustibili fossili nell'Africa occidentale, centrale, orientale e meridionale nel periodo compreso tra il 2016 - anno in cui è entrato in vigore l'Accordo di Parigi - e la fine di giugno 2021. Inoltre, mette in evidenza le istituzioni finanziarie private e pubbliche maggiormente responsabili di questi flussi.


Finanza


Abbiamo preso in esame i finanziamenti diretti di 58 progetti riguardanti i combustibili fossili e di 24 società del settore dei combustibili fossili, erogati tra il 2016 e giugno 2021.  In questo periodo le istituzioni finanziarie del settore pubblico e privato hanno versato almeno 132,3 miliardi di dollari in aziende e progetti sui combustibili fossili in Africa . Ciò include $ 82,5 miliardi di finanziamenti aziendali per le società del settore dei combustibili fossili e $ 49,8 miliardi di finanziamenti diretti per progetti sui combustibili fossili.

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Delle prime 15 istituzioni finanziarie dietro queste cifre, 10 sono banche commerciali e cinque sono istituzioni di finanza pubblica. La nostra ricerca ha rilevato 782 progetti sui combustibili fossili operativi o in costruzione nell'Africa occidentale, orientale, centrale e meridionale, con altri 111 progetti annunciati, proposti o consentiti, tra il 2016, anno di entrata in vigore dell'accordo di Parigi, e la fine di giugno 2021. In questo periodo sono stati anche archiviati 71 progetti, ma potrebbero tornare di nuovo fattibili in futuro.
Questi 964 progetti sui combustibili fossili sono di proprietà o supportati da 406 società, la maggior parte con sede in Europa, Stati Uniti e Cina.
Gli ingenti investimenti indirizzati al settore dei combustibili fossili stanno anche minando l'enorme potenziale delle energie rinnovabili africane. Secondo Carbon Tracker, il continente africano ha il 39% del potenziale mondiale di energia rinnovabile. Eppure l'Africa e il Medio Oriente insieme ricevono solo il 2% degli investimenti per le energie rinnovabili ogni anno. Al contrario, le istituzioni finanziarie
continuano a fornire grandi quantità di finanziamenti all'industria dei combustibili fossili nella regione, ignorando il bisogno delle persone di energia pulita a prezzi accessibili, e l'enorme potenziale dell'Africa per l'energia rinnovabile, minando l'urgente necessità di una transizione giusta.
La maggior parte dei più grandi finanziatori dei combustibili fossili proviene dal Nord America e dall'Europa, in particolare da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. JPMorgan Chase, Standard Chartered e Barclays sono tra i primi 5.

• Il più grande singolo finanziatore di progetti e di società del settore dei combustibili fossili operanti in Africa in questo periodo è la China Development Bank.
• Complessivamente, la stragrande maggioranza dei finanziamenti per i combustibili fossili in Africa proviene dal Nord del mondo. Le istituzioni finanziarie del Nord America, dell'Europa e dell'Australia hanno fornito finanziamenti per 72,5 miliardi di dollari tra il 2016 e la metà del 2021. I finanziamenti delle istituzioni finanziarie asiatiche, principalmente dalla Cina e dal Giappone, rappresentano $ 41,8 miliardi dell'importo totale. Al contrario, le istituzioni finanziarie africane hanno fornito solo 15,4 miliardi di dollari.

L'impatto dei progetti di sviluppo dei combustibili fossili in Africa L'industria dei combustibili fossili e i suoi finanziatori continuano a vendere la continuazione dell'estrazione e l'attivazione di nuovi giacimenti di combustibili fossili come un importante motore di sviluppo, sostenendo che creerà entrate pubbliche, posti di lavoro e accesso all'energia per le nazioni più povere del mondo.
Tuttavia le condizioni contrattuali sfavorevoli, le trappole del debito e la proprietà sproporzionata da parte di multinazionali straniere stanno a significare che tale industria serve principalmente gli interessi di imprese e nazioni al di fuori dell'Africa, mentre i popoli e i governi africani si assumono i rischi.
Con l'esportazione della maggior parte del carbone, del petrolio e del gas della regione, anche questo tipo di sviluppo non affronta la povertà energetica subita da milioni di africani. Nuovi progetti rischiano di bloccare i paesi nella dipendenza dai combustibili fossili.
Nei prossimi dieci anni, nuovi progetti riguardanti il petrolio e il gas per un valore di 230 miliardi di dollari rischiano di diventare stranded assets [attività che subiscono una svalutazione. NdT].
Insieme all'aumento del debito nazionale e dei disavanzi pubblici, questi potrebbero generare un pericoloso effetto a catena portando a una massiccia disoccupazione ed all'aumento della povertà, bloccando i paesi in un circolo vizioso di povertà per i decenni a venire.
Invece di portare sviluppo, i progetti sui combustibili fossili hanno spesso un forte impatto sulle comunità locali e sull'ambiente, generando delocalizzazione delle comunità, perdita di accesso alla terra e all'acqua e, di conseguenza, perdita della sicurezza alimentare
Non vengono svolti processi di consultazione o non vengono eseguiti correttamente, e spesso le donne non vi sono incluse. I posti di lavoro promessi si concretizzano raramente o sono solo a breve termine.
L'inquinamento causato da fuoriuscite di petrolio e gas flaring ha gravi conseguenze per la salute, l'acqua e gli ecosistemi. E naturalmente, lo sviluppo dei combustibili fossili contribuisce al cambiamento climatico, che a sua volta colpisce in modo sproporzionato le comunità africane. Gli impatti e i rischi descritti vengono dimostrati nei progetti evidenziati nel dossier:

-La centrale a carbone di Medupi in Sud Africa
-Il gasdotto dell'Africa occidentale / Gasdotto Nigeria – Marocco
-Estrazione offshore al largo di Cape Three Points in Ghana
-Il terminal LNG di Bonny Island, in Nigeria
-La centrale elettrica a petrolio di Malicounta in Senegal
-Il Mozambique LNG Project a Cabo Delgado
-L'oleodotto dell'Africa orientale (EACOP) in Uganda e Tanzania
-Le perforazioni per petrolio e gas nel bacino del fiume Okavango, in Namibia e Botswana
-La centrale a carbone di Sengwa nello Zimbabwe
-Il petrolio e gas nel paesaggio Virunga nella Repubblica Democratica del Congo

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Rischi per le istituzioni finanziarie

L'industria dei combustibili fossili sta diventando sempre più un'attività rischiosa per le stesse istituzioni finanziarie. Debolezze sistemiche, compresi livelli insostenibili di indebitamento societario, sono già presenti nel settore e si sono intensificate durante la pandemia di COVID-19 e il crollo del prezzo del petrolio nel 2020. Tutti i nuovi progetti riguardanti petrolio, gas e carbone rischiano di diventare stranded assets, insieme ad alcuni progetti già operativi. Le controversie sui cambiamenti climatici sono in aumento e il rischio di danni reputazionali è accresciuto dalla mancanza di trasparenza, dalla corruzione, dai flussi finanziari illeciti e dalle testimonianze di gravi violazioni ambientali e dei diritti umani endemiche del settore. Inoltre, il mancato contenimento del riscaldamento globale rappresenterà una minaccia sistemica per l'intero sistema finanziario globale Una giusta transizione Se si vogliono affrontare e invertire le ingiustizie che hanno afflitto il continente africano per così tanto tempo, è urgentemente necessario un approccio trasformativo nel segno di una giusta transizione verso le energie rinnovabili, che abbia radici nella giustizia ambientale, sociale, politica, economica e di
genere. Una transizione giusta richiede la trasformazione dell'attuale sistema energetico. Il modo in cui le risorse fossili sono state estratte, gestite, distribuite e utilizzate non ha giovato economicamente agli africani e ha avuto gravi impatti ecologici, socioeconomici e politici nei loro paesi. Lo stesso potrebbe facilmente accadere all'abbondante potenziale di energia rinnovabile che l'Africa custodisce, se seguisse lo stesso modello economico di sfruttamento.
Questo report propone una serie di principi per un approccio trasformativo rivolto alla giusta transizione verso l'energia rinnovabile, che includono:

• il divieto totale e immediato di nuovi progetti legati ai combustibili fossili e una rapida eliminazione dei finanziamenti per i progetti e le imprese esistenti nel settore dei combustibili fossili;
• l' investimento in conoscenze e competenze affinché le comunità africane beneficino dell'enorme potenziale dell' energia rinnovabile del continente;
• un'energia rinnovabile di proprietà e sotto il controllo delle persone, che si modella intorno al concetto di energia come diritto;
• progetti per l'energia rinnovabile che rispettino il processo decisionale democratico e partecipativo e aderiscano ai principi del "Consenso libero, preventivo e informato" (FPIC), assicurando un'adeguata compensazione e remunerazione per le comunità colpite;
porre al centro i diritti alla terra, per evitare di ripetere le ingiustizie del paradigma dell'estrattivismo da combustibili fossili;
• porre al centro la necessità che la giustizia climatica sia abbinata alla giustizia di genere, e che le donne siano trattate come importanti parti interessate all'interno dei sistemi energetici;
• porre al centro la tutela dei diritti dei lavoratori in tutti gli aspetti del sistema delle energie rinnovabili, compreso il diritto alla libertà di associazione e contrattazione collettiva, a un salario che basti ai bisogni e a un lavoro sicuro, protetto e dignitoso;
• porre al centro la necessità della proprietà africana, inclusa la proprietà della comunità, dell'energia rinnovabile, in modo che i profitti generati dalle energie rinnovabili africane possano beneficiare direttamente le persone africane.

Per finanziare questa Giusta Transizione è necessario che le nazioni ricche adempiano ai loro impegni finanziari per il clima, con l'alleggerimento del debito e le riparazioni per le ingiustizie storiche.

 

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Nonostante i crescenti appelli degli studenti attivisti affinché le loro scuole sostengano il Movimento BDS, le università americane continuano a collaborare con Israele.

Fonte: english version

Di Jessica Buxbaum – 31 maggio 2022

TEL AVIV, ISRAELE — Questo mese, la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università della Città di New York ha approvato all’unanimità una risoluzione che approva il Movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e Sanzioni (BDS), unendosi a un coro di università americane che si battono per i diritti dei palestinesi. Il quotidiano Crimson dell’Università di Harvard ha approvato il Movimento all’inizio di quest’anno, con 50 docenti della scuola che hanno sostenuto la decisione. E a marzo, anche l’Associazione di Studi sul Medio Oriente ha votato a favore del Movimento BDS.

Man mano che i campus universitari negli Stati Uniti crescono nel loro sostegno alla Palestina, le loro amministrazioni, molte che hanno ancora rapporti con le principali università israeliane complici dell’occupazione israeliana della Palestina, sembrano meno propensi a concordare. In quest’ottica, gli attivisti del BDS esortano i sostenitori a boicottare le istituzioni accademiche israeliane.

La complicità delle università israeliane

Come illustrato da Visualizing Palestine, un progetto basato sui dati che crea grafici sulla questione israelo-palestinese, diverse importanti università israeliane assistono lo Stato nel mantenere l’oppressione dei palestinesi. L’Università di Tel Aviv, l’Università Ebraica, l’Università di Ariel, l’Università di Haifa, l’Università Bar-Ilan, l’Università Ben-Gurion del Negev e l’Istituto Tecnologico Technion contribuiscono tutte alla violenza coloniale in corso.

Academia Serving Apartheid

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Ad esempio, l’Università di Tel Aviv invita i produttori di armi come Elbit Systems alla sua annuale Fiera del Lavoro Tecnologico e invita gli studenti agli eventi di Elbit Systems ai fini dell’assunzione. L’Università ha anche svolto un ruolo nello stabilire le dottrine militari e i codici etici dell’esercito israeliano e nella formazione degli studenti a fornire difesa legale attraverso il suo programma di riserva dell’esercito. L’Istituto Nazionale di Medicina Legale Greenberg all’interno dell’Università sta attualmente conservando 63 cadaveri palestinesi nel congelatore di un laboratorio medico come parte della politica israeliana di trattenere i corpi da utilizzare come merce di scambio nei negoziati futuri.

L’Istituto Technion lavora anche con sviluppatori di armi, collaborando con Elbit Systems e Rafael Advanced Defense Systems su progetti di ricerca. Technion, Ben-Gurion e Bar-Ilan hanno tutti partecipato alla costruzione di un robot umanoide con i finanziamenti forniti dai Dipartimenti della Difesa israeliano e statunitense. Bar-Ilan e Technion collaborano anche con l’esercito israeliano per sviluppare attrezzature utilizzate per eseguire demolizioni di case.

L’Università Ebraica si coordina con la polizia israeliana per monitorare e sorvegliare le comunità palestinesi vicine. L’Università di Haifa ospita un programma di formazione degli studenti su come diventare “sostenitori digitali per Israele”. E l’Università di Tel Aviv, l’Università Ebraica, l’Università Ben-Gurion e l’Università di Haifa hanno offerto indennità e borse di studio agli studenti che hanno partecipato all’assalto militare a Gaza nel 2014.

Queste università sono profondamente legate all’Apartheid di Israele, rendendo indirettamente complici anche i loro partner americani.

Accademia americana e apartheid israeliano 

Nonostante i crescenti appelli degli studenti attivisti affinché le loro scuole sostengano il Movimento BDS, le università americane continuano a collaborare con Israele.

“L’università si sta mettendo a rischio di importare le politiche razziste dello Stato israeliano nei campus universitari a causa della stretta collaborazione”, ha detto Nasreen Abd Elal, progettista presso Visualizing Palestine. Abd Elal si riferiva al programma di doppia laurea dell’Università Columbia con l’Università di Tel Aviv, lanciato nel 2020. È stata coinvolta nella campagna studentesca contro il programma alla Columbia.

Tuttavia, la Columbia non è l’unica università americana collegata alle università israeliane complici. Molte delle principali università statunitensi si coordinano con le istituzioni israeliane. Le seguenti scuole hanno programmi di scambio di studio all’estero o partenariati di ricerca con l’Università di Tel Aviv, oltre alla Columbia e l’Università della Città di New York:

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Technion e Cornell hanno collaborato insieme per creare l’Istituto Jacobs-Technion-Cornell nel 2011. L’Università di Washington di St. Louis collabora con Technion attraverso la sua Accademia Internazionale degli Studiosi McDonnell. L’Università dell’Illinois collabora sia con Tel Aviv che con l’Università Ebraica attraverso il suo centro di ricerca, Discovery Partners Institute, un’organizzazione progettata per lo sviluppo della forza lavoro tecnologica applicata alla ricerca e sviluppo a Chicago. Nel 2019 l’Università Ariel, che si trova in un insediamento israeliano illegale nella Cisgiordania occupata, ha annunciato una collaborazione con l’Università Atlantica della Florida.

Molte di queste istituzioni accademiche hanno anche fortemente investito in società israeliane, tra cui Columbia, Tufts, UNC e Urbana-Champaign. L’Università di Harvard è finita sulle prime pagine dei quotidiani ad aprile quando il suo giornale ha approvato il Movimento BDS, ma l’Università mantiene investimenti in diverse società elencate nella banca dati delle Nazioni Unite delle società coinvolte nell’impresa di insediamenti illegali di Israele. Questi includono Bookings Holdings, Expedia, General Mills e Motorola.

Mentre le campagne BDS nei campus universitari hanno acquisito slancio, attualmente nessuna università americana ha effettivamente disinvestito da Israele.

Non solo il mondo accademico

Le università non sono le uniche ad associarsi con le università israeliane. Anche diverse aziende americane hanno legami.

Technion ha collaborato con le società americane Google, IBM, Intel, Nvidia, KLA, Amazon, Medtronic, Cisco, Marvell e Cadence Design Systems. IBM ha anche partecipato a eventi con l’Università Ariel, secondo il centro di ricerca Chi Trae Profitto dall’Occupazione. La società di programmazione PTC ha iniziato a collaborare con Technion sulla creazione di un centro di ricerca e sviluppo nel 2021.

BGN Technologies, la società di trasferimento tecnologico dell’Università Ben-Gurion, ha fondato il suo Parco di Tecnologie Avanzate. I fruitori del Parco includono le aziende americane dbMotion e Oracle. BGN Technologies collabora anche con entità americane l’Istituto di Tecnologia della Georgia, Nexant, Delek US, Duquesne Light Company, Schweitzer Engineering Laboratories e MITRE Corporation, attraverso il suo consorzio congiunto relativo allo sviluppo di infrastrutture di protezione informatica.

La Cleveland Clinic Foundation, un centro medico accademico americano senza scopo di lucro con sede a Cleveland, Ohio, ha stipulato un accordo di cooperazione accademica con l’Università Ebraica nel 2017.

Soppressione della libertà accademica palestinese 

Le risoluzioni BDS nel mondo accademico non stanno passando a un ritmo veloce e nemmeno significativo, ma Abd Elal afferma che la reazione amministrativa a quelle che sono state approvate dimostra che il Movimento sta funzionando:

“Gli amministratori rispondono istintivamente opponendosi affermando: “Non ci impegneremo mai a disinvestire”. Ma il fatto che si sentano obbligati a rispondere sta provocando quel confronto. Studenti e docenti stanno vedendo come l’università eliminerà il mandato democratico a causa del loro interesse a mantenere buoni rapporti con i propri investitori”.

Abd Elal ha aggiunto che queste campagne sono riuscite a raccogliere un’ondata di sostegno che, di per sé, è potente. “Ci sono stati progressi significativi nella costruzione della solidarietà nel campus e nel convincere le persone a impegnarsi ad andare in queste istituzioni e fare pressione sull’amministrazione per porre fine agli accordi”, ha affermato.

L’appello al boicottaggio accademico va però oltre il livello istituzionale. “Lo Stato e l’occupazione israeliani emarginano gli studenti e le università palestinesi e limitano l’accesso di studiosi e studenti internazionali alle università palestinesi, il che è una minaccia significativa alla libertà accademica”, ha affermato Abd Elal.

A febbraio, il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) del Ministero della Difesa israeliano ha pubblicato nuove regole sull’ingresso di stranieri in Cisgiordania. Queste linee guida includevano una serie di nuove restrizioni per le persone che desiderano studiare o lavorare nelle università palestinesi. I docenti stranieri devono essere in possesso di un dottorato e possono insegnare solo in determinati campi. COGAT consentirà solo 150 studenti stranieri nelle università palestinesi ogni anno e può limitare i campi di studio a loro aperti.

Come descritto sopra, molte università americane hanno accordi accademici con università israeliane. Tuttavia, la promozione di un libero scambio di idee tra accademici israeliani e americani tende a ignorare la presa paralizzante che Israele ha sull’istruzione palestinese.

Abd Elal ha spiegato che la grafica di Visualizing Palestine non intendeva solo descrivere come le università israeliane siano complici dell’Apartheid, ma anche come lo Stato israeliano abbia interesse a sopprimere la libertà accademica palestinese. “L’occupazione separa davvero i palestinesi dalla comunità accademica”, ha detto. “Quindi, per questo motivo, il boicottaggio accademico è un modo fondamentale per essere solidali con i nostri colleghi accademici”.

Jessica Buxbaum è una giornalista corrispondente da Gerusalemme per MintPress News che copre Palestina, Israele e Siria. Il suo lavoro è apparso su Middle East Eye, The New Arab e Gulf News.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Inflazione a tre cifre e giovani senza sogni. L’ultima carta dell’Akp, il partito del presidente Erdogan,sembra essere il veto opposto all'entrata nella Nato di Svezia e Finlandia, da utilizzare per riguadagnare slancio anche nei confronti dell'opinione pubblica interna. Ma fra crisi economica e pulsioni xenofobe la società turca sembra a pezzi. Con le elezioni in vista e il consenso ai minimi storici, il governo cerca un exit strategy pulita.

Ai nostri microfoni Murat Cinar, che su questi temi ha firmato un pezzo per il manifesto di questa mattina.

Da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

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Riprendiamo il comunicato del Movimento No Base sulla giornata di lotta di ieri ed il collegamento dalla piazza di Radio Onda d'Urto...

Ieri un altro straordinario momento pubblico di riflessione e rilancio delle iniziative del movimento no base.

Il 2 giugno abbiamo dimostrato la forza e la straordinaria capacità di mobilitazione costruita in questi mesi. Da oggi allarghiamo il raggio d’azione, intensifichiamo le nostre attività.

Ieri abbiamo lanciato un Presidio Permanente Itinerante: a Coltano, a Pisa, in provincia, su tutto il territorio regionale. Partiranno inoltre dei Laboratori di approfondimento e proposta su come utilizzare risorse e territori per rispondere ai bisogni della popolazione. Perché questo progetto non riguarda solo questa o quella porzione di territorio, riguarda le nostre vite e la nostra idea di futuro.

Nella sala delle Baleari, sopra di noi, il tavolo interistituzionale carabinieri-ministero-regione-provincia-comune-parco continuava il risiko di questi mesi, nuove e vecchie localizzazioni che riconfermano il progetto di base, riconfermano che per loro il territorio è nulla di più che una merce per alimentare economie di guerra, spreco di risorse pubbliche e devastazione ambientale.

Il sindaco di Pisa Conti, durante il tavolo, ha ribadito la possibilità di Coltano come destinazione, e aggiunto quella di Ospedaletto. Il presidente della Regione Giani ha proposto Pontedera. Una fiera dell’ ipocrisia si è compiuta anche ieri.

Sotto le stanze blindate del Comune, il Comitato per la difesa di Coltano ha ribadito la propria contrarietà all’utilizzo del Borgo e del Parco e ribadito che la maggior parte di chi risiede nel Borgo è contraria al progetto, al di là di quanto ne scriva la stampa.

Per noi oggi il né a Coltano “né altrove” è chiaro come dal primo minuto; proveranno a dividerci, a mercanteggiare, a comprare consensi; la nostra risposta sarà unitaria, collettiva e coerente col percorso fatto. Saremo ovunque a parlare delle nostre ragioni e a creare nuove alleanze.

Ancora una volta chiediamo il ritiro dei DPCM, non un euro e non un cm per questa base.

Continueremo ad organizzarci venerdì alle ore 21 a Coltano con un’assemblea del movimento no base.

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Il Movimento No Base né a Coltano né Altrove, forte della grande marcia popolare del 2 giugno, si è radunato nuovamente dalle ore 14.00 fuori dal municipio pisano in Piazza XX Settembre.

Un appuntamento lanciato in risposta alla prima seduta del tavolo istituzionale, organizzata dentro le sale del Comune, in vista della costruzione del sito militare da 190 milioni di euro per 73 ettari nel cuore del Parco Regionale San Rossore di Coltano.

Il collegamento dalla manifestazione con Martina attivista No Base.
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Da Radio Onda d'Urto

 

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