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Articoli filtrati per data: Tuesday, 07 Giugno 2022

Dopo la piazza del 20 Maggio e la manifestazione nazionale del 2 Giugno contro la costruzione di una nuova base militare a Coltano (Pisa) crediamo sia il momento di riprendere la discussione cittadina per continuare a costruire una mobilitazione contro guerre, riarmo e carovita.

Il conflitto tra Russia e Ucraina sembra sempre di più configurarsi come uno scontro di lunga durata con costi umani, sociali ed ambientali sempre più significativi e generalizzati. Una guerra di trincea che la NATO, i governi occidentali e l'Unione Europea hanno interesse ad alimentare a scapito anche delle proprie popolazioni.

A partire dalle mobilitazioni degli ultimi mesi e dall’indicazione che ci ha offerto la manifestazione di Coltano, ci pare importante discutere collettivamente su come pensare ed agire anche nei nostri territori, sui posti di lavoro, nei luoghi della formazione e della riproduzione sociale delle possibilità di rifiuto degli effetti concreti del conflitto in grado di trasformare il diffuso senso comune contro la guerra in percorsi di lotta ed emancipazione.

Per questo vorremmo tornare ad incontrarci Giovedì 9 Giugno alle ore 18 al Campus Einaudi con tutte quelle realtà che ritengono urgente mobilitarsi in questa direzione.

 

Di cosa vorremmo parlare?

Ci piacerebbe immaginare insieme alcune proposte di mobilitazione sociale per raccogliere il senso comune contro guerra e riarmo che sussiste nel nostro paese e tentino di trasformarlo in protagonismo dei soggetti che più si trovano a pagare i costi dell'economia di guerra.

Alcuni temi che ci paiono importanti:

Impatto sociale della guerra: i prezzi dei beni di prima necessità continuano a salire, la guerra è un amplificatore di un processo già in atto, come possiamo organizzarci per farvi fronte?

Guerra e lavoro: la recessione in cui stiamo lentamente precipitando potrebbe avere un impatto rovinoso sul mondo del lavoro, migliaia di licenziamenti, contratti sempre più precari e condizioni di lavoro sempre meno sicure. La necessità di fare fronte a questo rischio con uno sciopero generale è sempre più urgente, ma le condizioni per cui questo avvenga vanno costruite.

Riarmo: miliardi di € vengono spesi per costruire nuove armi che prima o poi verranno usate. Le fabbriche di morte fanno affari d'oro, mentre le scuole crollano a pezzi, mancano case popolari e gli ospedali sono continuamente sotto pressione. La nostra città vedrà dei grossi investimenti proprio nel settore degli armamenti. E' questo il futuro che auspichiamo per Torino?

Guerra e crisi climatica: mentre si rende evidente che la dipendenza delle nostre società dai combustibili fossili è un fattore di disuguaglianza e violenza si continua ininterrottamente a perpetrare un sistema di sviluppo basato sulla distruzione dell'ambiente, dei territori e delle risorse. Come costruiamo insieme un percorso di mobilitazione per una transizione climatica vera e giusta rifiutando i temporeggiamenti e gli inganni dei governi?

Questi sono solo alcuni dei temi che crediamo sia importante sollevare insieme e trovare strategie, pratiche e punti di vista per trasformarli in possibilità concrete di cambiamento.

 

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Centinaia di persone si sono ritrovate al Passo Giau per denunciare gli scempi ambientali che le Olimpiadi del 2026 porteranno con sè, alla faccia delle dichiarazioni del comitato organizzatore e delle Istituzioni che ne stanno facendo un capolavoro di greenwashing. Molte sigle ambientaliste di associazioni e comitati in rappresentanza di tutte le aree coinvolte dalle Olimpiadi 2026: dalle Dolomiti (Trento, Bolzano, Belluno) alla Lombardia (Milano e la Valtellina).

Gli organizzatori chiedono la rimozioni dei seguenti punti dai piani di costruzione: il bob previsto a Cortina (costo stimato 65 milioni di euro); il villaggio olimpico a Cortina (evitando ulteriore consumo di suolo); la “strada di scorrimento” di Bormio; i 4 nuovi collegamenti sciistici da diverse aree sciistiche previsti da “Dolomiti no car” (Cortina-Alleghe Civetta, Cortina-Val Badia, Cortina-Arabba, Tonale-Bormio); i 3 hotel di lusso previsti ad Auronzo, Cortina ed al Passo Giau; la proposta di riqualificazione dell’ex complesso della stazione di Cortina.

Le “Olimpiadi a costo zero”, così erano state inizialmente prospettate, oggi hanno già superato la previsione di 3 miliardi di euro di spesa”.

Le considerazioni di Luca Trada di Ape Milano che ha partecipato alla manifestazione Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Cosa significa essere giovani oggi?

In questo mondo funestato dalla pandemia, dalla crisi climatica ed economica e dalle guerre, in un paese come il nostro che è abituato ad ignorare ed al limite criminalizzare i bisogni e le esigenze dei più giovani quali esperienze maturano?

Chi oggi vive la condizione giovanile si misura con un'insopportabile compressione degli spazi di libertà, della possibilità di realizzazione, del vivere insieme o anche semplicemente di farsi sentire.

Eppure in questo contesto emerge un'incompatibilità di fondo delle nuove generazioni nei confronti del modello di società che gli è stato consegnato. Tra i movimenti contro il cambiamento climatico, le lotte degli studenti e delle studentesse contro l'alternanza scuola - lavoro, l'emergere di nuove sensibilità e conflitti sulle questioni di genere e del razzismo strutturale e il presentarsi di fenomeni di irregolarità di massa contraddittori e ambivalenti pare evidente che qualcosa, ancora in forme embrionali, si sta muovendo.

Abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica del sito per raccogliere inchieste, spunti, testimonianze, visioni e sfoghi per indagare insieme queste tendenze.

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Primi contributi:

Giovani incompatibili, volontà di disciplinamento, spazi che si creano

Sgombero della spiaggia di Peschiera Del Garda, riuscire a leggere una questione al di la’ dei caroselli mediatici

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Pubblichiamo di seguito il secondo contributo della rubrica Essere giovani d'oggi sui fatti di Peschiera del Garda che in questi giorni stanno tenendo banco a livello mediatico, buona lettura!

È il 2 Giugno, giorno di festa, quando la spiaggia di Peschiera del Garda si riempie di giovani che hanno intenzione di passare una giornata di leggerezza in riva al lago all’insegna della musica e del sole che la stagione permette di godersi.

Sono circa 2000 i giovanissimi ad essere lì per trascorrere un po’ di quel tempo che, duramente, ci stiamo riconquistando dopo due anni di isolamento sociale, migliaia di giovanissimi che avevano voglia di trascorrere una giornata tra amici e amiche sotto il sole, accompagnati da un momento musicale in freestyle spontaneamente messo in piedi da ragazze e ragazzi; quando improvvisamente compaiono i blindati della celere a sgomberare coattamente le persone presenti nella spiaggia libera.
L’evento che, secondo le istituzioni “competenti”, avrebbe causato l’intervento delle forze dell’ordine sarebbe stata una rissa circoscritta a dieci ragazzi, già terminata all’arrivo della polizia.
In sostanza, si giustifica un intervento agito in forze e armati di manganello, su migliaia di adolescenti (molti dei quali minorenni) che stavano trascorrendo del tempo in gruppo, con un evento circoscritto, in ogni caso risolto senza l’ausilio del Reparto Mobile.

A qualche giorno dai fatti, emergono altri elementi che ci impongono un’analisi più profonda dell’accaduto.
In primis le molestie ai danni di un gruppo di ragazze tra i 15 e i 20 anni presenti sul treno di ritorno da Garda, agite da un gruppo di coetanei che verosimilmente sarebbero stati tra quelli cacciati sui treni dalla polizia dopo lo sgombero. Un fatto che va preso per ciò che è, un’azione inqualificabile ma che allo stesso tempo è un pezzo di quotidianità per molte donne, giovani e no, che si trovano costrette a vivere disarmate di strumenti sostanziali in una società che riproduce soggetti violenti che troppo spesso incontriamo sul nostro cammino. L’anagrafica dei colpevoli di queste violenze ci restituisce l’urgenza di ragionare, fuori dal perimetro patriarcale, rispetto ad un intervento efficace alla radice del problema.
Non possiamo accettare, però, una propaganda mediatica razzista e ideologica fatta sui corpi delle donne e sulle violenze che subiscono. Spettacolarizzare un episodio di molestia con lo scopo di rafforzare l’idea della condotta criminale del gruppo in questione, è una strumentalizzazione che non consente di cogliere la molto più preoccupante generalità del problema.

Poi ci troviamo a fare i conti con il cosiddetto fenomeno del “vandalismo urbano” agito dai giovani per le vie dell’abitato, spiattellato, attraverso i video, su ogni quotidiano come a giustificazione dell’atto di forza compiuto dalla polizia; a proposito di ciò è bene sottolineare che tutti questi fatti sono accaduti a seguito dello sgombero e delle cariche come risposta istintiva di chi è stato brutalmente cacciato dalla forza pubblica.
Sembra banale dirlo ma, la violenza chiama violenza e questo, la rappresentanza del potere esecutivo dovrebbe saperlo bene. Come ci si può aspettare che, ad un intervento arbitrario come quello compiuto il 2 giugno dalla polizia, corrisponda una reazione composta e collaborativa dei partecipanti?
Questo ci pare ormai un copione ricorrente, le istituzioni che reagiscono ad un fastidioso problema legato ai e alle giovani con una postura gestionale di circostanza, attraverso l’unico mezzo su cui davvero investono: l’apparato repressivo.
Il problema di questa equazione semplicistica “dell’azione-reazione”, risiede nella mancanza di una lettura complessificata della questione, anzi viene fatta una sterile somma di eventi per creare un fenomeno che è più facile sprezzare che affrontare, la “criminalità”.
Non viene mai indagata la natura delle espressioni di violenza, non ci si interroga mai sulle proprie responsabilità, come istituzione, nell’essere una miccia o un elemento esasperante.
I dati e gli esperti ci espongono una situazione preoccupante, fortemente in crescita soprattutto negli ultimi 2 anni rispetto alla condizione giovanile. Sono alle stelle i ricoveri ospedalieri in neuropsichiatria infantile per disturbi psicologici, del comportamento sociale ed alimentare. Ma -udite udite- abbiamo polizia e misure di controllo in crescita e poco più di 300 posti letto, in tutta la nazione, per ricoveri ospedalieri conseguenti a patologie neuropsichiatriche nei giovani. Il dato parla chiaro rispetto alle priorità che vengono poste nei bilanci, o meglio, sulle strategie su cui ragionano di investire.
Noi dobbiamo costruire la forza di imporre un cambio di guardia di questa tremenda tendenza, a partire dal solidarizzare con le necessità e i desideri che le piazze studentesche hanno dimostrato di avere, come punto di partenza nella costruzione di un futuro adeguato ai bisogni di chi lo vivrà. Ascoltando la principale voce che dovrebbe guidarci nella comprensione di questa fase.
Pare evidente quanto, soprattutto dall’avvento della pandemia in avanti, ci sia stata una netta decadenza delle possibilità per i e le giovani all’interno dell’offerta delle istituzioni e se da un lato questo è un dato preoccupante ed evidentemente problematico, dall’altro ha generato però molte spinte spontanee all’apertura di nuove prospettive e spazi di crescita, collaterali se non addirittura contrapposte per definizione, alle risicate proposte dello stato. Incapaci di leggere la ricchezza espressa da una gioventù molto più consapevole e dinamica di quanto i detentori del quieto vivere possano gestire, si frappongono a questa con lo scopo di liquidarla molto velocemente e se tutto va bene, anche insinuando un po’ di sano timore.


A questo quadro già molto composito, aggiungiamo una nuova particolare tendenza italiana, che ipocritamente si serve di una tradizione artistica e culturale riconducibile al nostro paese, per ospitare e investire nei maxi-eventi per proclamarsi sedicenti mecenate, quando nel frattempo annientano e invisibilizzano ogni esperienza contro-culturale che si manifesta, come un contest freestyle su una spiaggia potrebbe rappresentare.
È preoccupante leggere che la prima misura a cui sono ricorse le amministrazioni del Garda siano le già celebri “ordinanze anti-movida”, dimostratesi inefficaci nelle principali città italiane. L’ennesimo pacchetto risolutivo a suon di militari sotto casa. Ma c’è di più! Bisogna ricorrere anche alla buona vecchia “privatizzazione” per completare l’operazione di risanamento dell’area. Si esprime così la sindaca di Peschiera: «Sono anni che chiedo che quel tratto di spiaggia libera venga assegnato a un privato. Sistemerebbe la zona, la controllerebbe meglio», pensiero equidistante al credere che se imponiamo di bere solo nei locali a 7 euro al bicchiere, riusciremo a disintossicare dall’alcol e dal conseguente degrado le nostre belle città-vetrina.

Se consideriamo la questione a caratteri generali e addizionando una serie di avvenimenti che negli ultimi tempi abbiamo avuto modo di poter annotare, dovremmo forse iniziare a porci collettivamente alcune questioni.
Sommando: innumerevoli episodi di violenza poliziesca contro piazze studentesche e non solo, arresti ai danni di numerosi ventenni con la colpa di aver manifestato, daspo urbani diffusi nelle principali città vetrina contro ragazzi che quando va bene sono appena maggiorenni, sgomberi muscolari di ogni spazio o situazione di autorganizzazione giovanile e molte altre micro dinamiche ugualmente intimidatorie che avvengono ad esempio dentro le scuole o nella gestione della cosiddetta movida; otteniamo un quadro chiaro di una situazione che non può essere osservata a compartimenti stagni ma va resa dialettica per comprenderne la gravità.
Per riuscire ad uscire dal perimetro della sola indignazione che naturalmente si diffonde a macchia d’olio all’elenco quotidiano di queste vicende, dobbiamo provare ad incidere su un piano più generale della realtà, per divincolarci fuori dalle infelici situazioni che subiamo ad ogni livello per completa indisposizione all’accettazione tout court della vita miserabile che ci servono.

 

Abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica del sito per raccogliere inchieste, spunti, testimonianze, visioni e sfoghi per indagare insieme quanto sta succedendo nell'universo giovanile.

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Alberto Elvira, un uomo di circa sessant’anni, si è buttato da un balcone del quarto piano durante lo sgombero da un palazzo di proprietà del comune di Barcellona. È successo in una parte della città che conosco bene, il quartiere di Bon Pastor, dove fin dal 2007 il comune di Barcellona ha demolito il vecchio complesso di case popolari, le cosiddette casas baratas, quasi ottocento casette a un piano costruite negli anni Venti del Novecento. Era uno dei quartieri di case popolari più antico della città, un monumento vivente al tempo in cui Barcellona era una città veramente popolare, fatta di sindacati anarchici, scuole sperimentali e atenei autogestiti di cultura operaia. Da Bon Pastor era partito il primo grande sciopero dell’affitto, nel 1931, che si estese poi a tutti i quartieri popolari. Settanta anni dopo, tutti gli inquilini sono stati prima persuasi, poi obbligati, a trasferirsi in nuove palazzine, costruite a risparmio sulle macerie delle vecchie case, per concentrare gli abitanti in meno spazio. I più riluttanti sono stati sgomberati a manganellate, il 19 ottobre del 2008; dopodiché, la resistenza è stata più che altro simbolica. La maggior parte faceva buon viso a cattivo gioco, mentre il quartiere precipitava nel vuoto.

Di Stefano Portelli da Napolimonitor, disegno di viva

È paradossale che Alberto si sia lasciato cadere proprio da un balcone delle palazzine, alte com’erano alte le aspettative di ascesa sociale che tanti abitanti vi avevano proiettato sopra. Nelle vecchie casette gli abitanti passavano gran parte del loro tempo sulla porta a prendere il fresco, spesso in grossi gruppi, mentre guardavano i bambini giocare in strada. “Stare sulla porta” o “stare in strada” voleva dire anche essere disponibili gli uni verso gli altri. Gran parte degli abitanti di ogni strada erano sicuramente litigiosi e pettegoli, e il quartiere aveva una pessima fama; ma per chi ci abitava era soprattutto una grande rete di mutuo aiuto, fatta di generazioni di famiglie intrecciate, provenienti da tutti gli angoli dello stato spagnolo, e su cui contare nei momenti di difficoltà. Trasferiti nei palazzi, si sono trovati isolati, dispersi, e allontanati dalle strade che li tenevano insieme. I nuovi edifici erano oggetti alieni, fonte di emozioni ma anche di insicurezza. Ai primi trasferimenti, gli abitanti non avevano familiarità con l’ascensore, con le scale, con i balconi; un’anziana aveva paura di affacciarsi, un’altra non riusciva più a scendere in strada. Si entrava finalmente in una nuova epoca, in un quartiere più moderno, ma anche obbligatorio.

Mi ricordo di Alberto quando viveva ancora nella casetta della madre, seduto sul gradino dell’entrata a leggere, all’ombra dei grandi alberi piantati dagli stessi abitanti. Come tutti, si era trasferito nel nuovo appartamento, con la madre; non so se erano favorevoli o contrari alla demolizione delle casette, ma dopo la violenza del 2008 gli abitanti preferivano non parlare più del tema. Molti andarono e basta, godendosi l’aumento di spazio e di privacy, preoccupati soprattutto di non riuscire più a pagare. Ci abbiamo messo qualche anno a capire che l’obiettivo del progetto, pianificato negli anni della “bolla” immobiliare, era spingere abitanti potenzialmente insolventi ad aprirsi un mutuo con le banche, con la garanzia del Comune. Con i subprime, le banche speculavano proprio su chi non poteva pagare: infatti molti provarono il mutuo e presto capirono che non ce l’avrebbero fatta. Ma gli affitti erano disincentivati; costavano cinque, dieci, venti volte di più che nelle casette. C’era la possibilità di prendere dei “vitalizi”, che però scadevano alla morte dei titolari. I vecchi contratti delle casette invece si potevano passare ai figli.

Nel giro di pochi anni sono arrivati gli sfratti. Con la crisi del 2008 centinaia di famiglie rimasero senza reddito, gli aiuti municipali non bastavano, e tutta l’economia della città (e dello stato) fece un balzo indietro. Non si riusciva più a vivere di lavoretti, arrotondando e pagando poco l’affitto, come avevano sempre fatto gran parte degli abitanti. Le reti di mutuo aiuto tra vicini erano state disgregate dal trasferimento e da molti anni di conflitti interni dopo lo sgombero, fomentati da un’associazione di quartiere che difendeva fanaticamente le demolizioni, stigmatizzando chiunque criticasse il Comune. Molti non riuscirono ad abituarsi alla nuova struttura economica e sociale. L’entusiasmo per il movimento degli Indignados e per la nuova amministrazione municipale si spense subito, appena la sindaca Colau riprese senza alcuna modifica il piano di demolizioni e trasferimenti forzati; diventò aperta ostilità quando la sindaca “ribelle” promosse il progetto di un grande fondo speculativo proprio accanto al quartiere, che mirava a costruire un centro residenziale e universitario privato d’élite. Mentre gli affitti della zona continuavano a salire, a tanti abitanti non rimasero che le solite strategie di sopravvivenza: traffici illeciti di ogni tipo, o subaffittare le stanze degli appartamenti comunali. È quello che iniziò a fare Alberto, che dopo la morte della madre non poteva più pagare.

Alberto aveva minacciato che se lo cacciavano si sarebbe ucciso. Il giorno prima aveva incontrato Josep, dell’associazione Avis, Abitanti indipendenti e solidali, l’unica struttura organizzata che si era opposta alle demolizioni, e che continua a difendere gli abitanti. I suoi attivisti sapevano che Alberto aveva problemi con la casa ed erano pronti a esporre il suo caso in un incontro con l’amministrazione. Ma Alberto gli aveva detto: «Ho risolto tutto». Chissà cosa aveva risolto. Non era in casa quando sono arrivati i poliziotti. È salito ed è corso sul balcone. Dal balcone gridava che si sarebbe buttato. Ha chiamato al telefono una vicina per dirle che stava per buttarsi. I poliziotti da sotto lo prendevano in giro, dicendo che fingeva; non hanno chiamato i pompieri, né hanno messo i teli. Sono saliti per sgomberare l’appartamento. Quando Alberto ha sentito la porta aprirsi, si è girato di schiena, ha incrociato le braccia e si è lasciato cadere.

Non avevano neanche tolto il corpo dal marciapiede che la presidentessa del distretto, Lucía Martín, di Podemos, era già in conferenza stampa per ribadire che il Comune non ha colpe – nonostante l’appartamento fosse comunale e lo sfratto ordinato dal Comune. Ma “questa è la procedura” in caso di “uso improprio dell’appartamento”. A pochi sfugge l’ironia tragica di un suicidio durante uno sfratto, in una metropoli governata da un’attivista per la casa, che aveva promesso una “città ribelle” in cui mettere al centro la questione degli alloggi. È comprensibile che non si riesca a influire sugli affitti privati, sul turismo, su Airbnb, sugli alberghi e sulle grandi navi che assediano la città. Ma questa era una casa popolare, in un quartiere di case popolari, di proprietà e gestione a carico dell’amministrazione municipale.

Il giorno dopo la morte di Alberto, nel quartiere si sono radunate circa trecento persone da tante parti della città. C’erano gli abitanti, i vicini, soprattutto quelli delle casette, poi gli attivisti di Avis e le militanti dei diversi sindacati abitanti della zona. È insolita questa commistione in un quartiere in cui le strutture di movimento hanno sempre avuto difficoltà a penetrare – per questioni culturali, geografiche, anche linguistiche. Gli abitanti sono intervenuti in un catalano stentato, quello dei migranti spagnoli; hanno chiesto che si smetta di parlare male di Alberto, perché nessuna infamia può giustificare la sua morte. Le loro parole risuonavano perfettamente con quelle degli attivisti. La locandina che chiamava la piazza diceva: “Non sono suicidi: sono omicidi”.

Una ragazza ha fatto l’intervento conclusivo. «Non possiamo considerare normale questa situazione. Stanno attentando quotidianamente contro le vite delle classi lavoratrici. Accusiamo il Comune, la Regione e il governo spagnolo: siete i responsabili e lo sapete! Dovete riconoscere l’inefficacia di queste istituzioni, chiunque sia a governarle. Dovete chiedere scusa per la conferenza stampa di ieri, in cui avete cercato di sviare l’attenzione e di scaricarvi le responsabilità che sapete di avere. Se le cose non funzionano, e voi non avete la capacità di cambiarle, dovete essere sinceri; e soprattutto responsabili, dirlo chiaramente. Mentire, insinuare, per cercare di giustificare l’assassinio di Alberto, delegittima le vostre cariche e il vostro lavoro. Avete detto che le esecuzioni giudiziarie sono un’eccezione nelle case popolari? Dimenticate gli sgomberi amministrativi, che neanche passano per un giudice, quando viene direttamente la Guardia Urbana a cacciarci di casa. Dimenticate tutti gli sgomberi che abbiamo fermato sulla porta, con le vicine organizzate che hanno fermato la polizia. O quelli che abbiamo fermato in tribunale. Non cercate di imbrogliarci. Non siamo stupide.

«Anche i servizi sociali dipendono dal Comune, e sono totalmente inefficaci. I fondi per gli sfrattati sono miseri, ci pagate pensioni e alberghi, e avete fatto un contratto milionario con un’impresa turistica per alloggiarli. Ma la capacità di trasformare tutto questo non verrà dal Comune, né da nessuna altra amministrazione. La capacità di trasformazione è nelle nostre mani. Lottiamo e facciamo politica, perché anche questa è politica, ma la facciamo per strada». E poi, rivolta al quartiere, agli abitanti, a noi: «Non esitate a organizzarvi: sul lavoro, nelle associazioni, nei sindacati degli abitanti, nelle reti, nelle assemblee di vicini, dappertutto. Alberto, compagno, che la terra ti sia lieve. Continueremo a lottare perché questo non succeda più». (stefano portelli)

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