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Articoli filtrati per data: Monday, 06 Giugno 2022

ORE 14 SOTTO IL COMUNE DI PISA
(PIAZZA XX SETTEMBRE)

CHE FATICA CHE TI CHIEDO:
NUOVO RADUNO NO BASE
MERCOLEDÌ 8 GIUGNO ORE 14 TUTTI SOTTO AL COMUNE DI PISA

L’8 giugno, nelle sale del Comune di Pisa avverrà il primo incontro delle istituzioni che fanno parte del famoso nuovo tavolo, pronte a mettere a questa vicenda un nuovo tassello per realizzare il piano scellerato di devastazione e spreco che prevede la costruzione di questa Base.

In contemporanea noi, il movimento no base, ci ritroveremo nella stessa piazza, per continuare con i prossimi passi della nostra mobilitazione e tornare a ribadire insieme quanto migliaia e migliaia di persone il 2 giugno hanno affermato con forza e determinazione: il progetto della base militare va ritirato e i 190 milioni di euro devono essere destinati alle vere priorità del nostro territorio.

Chi ha pensato e tenuto nascosto in tutti questi mesi il progetto della nuova base l'8 giugno si chiuderà nuovamente in un palazzo fingendo di rappresentare la nostra comunità e facendo nuovi piani a porte chiuse per realizzare la base.

Noi, nello stesso momento, ci proponiamo di inaugurare in quella piazza un percorso di immaginazione, fantasia e riappropriazione del territorio, e lo vogliamo fare con un momento pubblico, alla luce del sole, a cui chiunque voglia potrà partecipare.

Loro rintanati nelle loro stanze, noi all’aria aperta. Loro con un progetto mortifero e distruttivo, noi con un piano tutto in costruzione per conoscere, proteggere e valorizzare i nostri territori e le nostre vite.

Abbiamo un patrimonio di conoscenza e di idee da mettere a servizio della nostra comunità e del nostro territorio. Crediamo che da qui si debba partire per pensare al futuro, non solo di Coltano ma di tutta Pisa, perché da qui, dalle aree protette grazie alle lotte dei movimenti del passato e del presente nasce la possibilità concreta di un'altra economia: che dia lavoro sicuro attraverso l'agricoltura, la tutela degli ecosistemi, delle specie, della biodiveristà in generale.

Che faccia della tutela delle risorse naturali un cardine della lotta al cambiamento climatico, al rischio di alluvioni e alla desertificazione. Che parta dai paesaggi e dal patrimonio culturale per costruire un turismo sostenibile ma anche per arricchire la conoscenza e la ricerca e trovare così ancora nuovi passi che diano un futuro di sicurezza sociale alle generazioni che verranno dopo le nostre garantendo diritti e servizi pubblici dalla casa, alla scuola, alla sanità, al lavoro. La militarizzazione del territorio e l'economia di guerra portano invece solo distruzione e devastazione.

Troviamoci insieme: abbiamo bisogno di tutta la nostra intelligenza, conoscenza e creatività per fermare i loro progetti e lavorare al nostro futuro.

Ci Vediamo mercoledì 8 giugno

Nessuna base per nessuna guerra!

Da Movimento No Base

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Vi avevamo parlato già un anno fa delle mobilitazioni contro la riforma della polizia dentro le università, storicamente fulcro dell’organizzazione antagonista, che crea un corpo specifico di Polizia dedicato all’università e limita attraverso l’uso di badge e altri stratagemmi l’accesso ad esse. La legge è vecchia di un anno ma ancora non era stata applicata.

Negli ultimi giorni si sono riaccese le proteste con manifestazioni molto partecipate e lunghi scontri con la Polizia, a Salonicco e a Atene. L’escalation è stata determinata dai fatti della facoltà di biologia di Salonicco: da metà aprile, i poliziotti si presentavano in università per affiancare gli operai che stavano ristrutturando un’aula precedentemente sgomberata. Ci sono stati vari momenti di tensione, fino ad arrivare a tre giorni fa, quando un corteo di ragazzi è stato brutalmente caricato. Un ragazzo rimasto gravemente ferito e che ha (si spera temporaneamente) perso l’udito per una granata ha scatenato la reazione: sono scese in piazza migliaia di persone con rabbia e determinazione.

Ieri abbiamo sentito un compagno greco, chiedendogli di raccontarci gli ultimi giorni a Salonicco. Ascolta e scarica il suo resoconto:

Da Radio Blackout

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Cosa significa essere giovani oggi?

In questo mondo funestato dalla pandemia, dalla crisi climatica ed economica e dalle guerre, in un paese come il nostro che è abituato ad ignorare ed al limite criminalizzare i bisogni e le esigenze dei più giovani quali esperienze maturano?

Chi oggi vive la condizione giovanile si misura con un'insopportabile compressione degli spazi di libertà, della possibilità di realizzazione, del vivere insieme o anche semplicemente di farsi sentire.

Eppure in questo contesto emerge un'incompatibilità di fondo delle nuove generazioni nei confronti del modello di società che gli è stato consegnato. Tra i movimenti contro il cambiamento climatico, le lotte degli studenti e delle studentesse contro l'alternanza scuola - lavoro, l'emergere di nuove sensibilità e conflitti sulle questioni di genere e del razzismo strutturale e il presentarsi di fenomeni di irregolarità di massa contraddittori e ambivalenti pare evidente che qualcosa, ancora in forme embrionali, si sta muovendo.

Abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica del sito per raccogliere inchieste, spunti, testimonianze, visioni e sfoghi per indagare insieme queste tendenze.

Vuoi contribuire con il tuo punto di vista? Scrivici sulle nostre pagine social o a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Qualsiasi tipo di contributo, video, audio, grafico o scritto è gradito.

Di seguito apriamo le danze con una riflessione su alcuni nodi di riflessione rispetto all'esperienza giovanile a Torino, dove recentemente l'arresto in carcere di tre ragazzi impegnati nelle lotte contro l'alternanza scuola-lavoro ha fatto emergere la necessità di un dibattito serio sulla città e su come viene affrontata al suo interno la questione giovanile.

Giovani incompatibili, volontà di disciplinamento, spazi che si creano.

Condividiamo alcuni spunti di riflessione a partire dagli eventi degli ultimi tempi e che pensiamo indichino in controluce un disegno inquietante nei confronti della parte sana della società, i giovani e le giovani che si battono per una vita più giusta.

Senza voler immaginare livelli di realtà che non sono verificabili partiamo da alcuni dati. Muoiono dei ragazzi in stage PCTO, migliaia di giovani scendono in piazza, occupano le scuole, portano richieste chiare, vengono da un lato colpiti violentemente e dall’altro completamente inascoltati. Arriva una sola risposta, a Torino 11 giovani vengono arrestati, a Milano e Roma si susseguono giorni di perquisizioni e denunce per le mobilitazioni di qualche mese prima. Un ragazzo in stage a Merano subisce un’ustione gravissima durante l’alternanza scuola-lavoro, di cui ad oggi non si sa più nulla. I daspo urbani chiamati Willy (nome di dubbio gusto, strumentale, si riferisce a Willy Monteiro, ragazzo ucciso dalle botte di due uomini) vengono distribuiti come caramelle, la percentuale di giovani tra i 19 e i 24 anni in carcere aumenta secondo la relazione annuale della garante dei detenuti e, a Torino, rappresenta il 13% della popolazione carceraria.

Parallelamente da quando il sindaco Lo Russo si è insediato la città di Torino non ha pace, tra eventi e carrozzoni, è chiaro l’obiettivo: ridipingere la città come giovane e dinamica, come vivibile e in espansione. La realtà, Torino è una città in crisi, si sta spopolando, la disoccupazione giovanile tocca cifre del 30%, il mantra delle “periferie” da riqualificare e su cui investire è morto insieme al fallimento grillino, Torino è la città che sta tentando di ricostruire un tessuto industriale e un campo di profitto nell’ambito degli armamenti, altro che soddisfare le necessità dei giovani. Ma, tant’è. Da un lato i giovani sono strumentalizzati e vengono organizzati per loro eventi che non sono altro che specchietti per le allodole e dall’altro lato sono picchiati, ammazzati, sfruttati, arrestati.

Questo quadro solleva alcuni nodi che marcano un cambio di segno.

Primo fra tutti la bassezza di chi ci amministra e governa in maniera più generale. Ricordiamo infatti come la ministra degli Interni si sia espressa a seguito delle manifestazioni per Lorenzo e Giuseppe, quindi è chiaro come il livello dello scontro si collochi abbastanza in alto. È chiaro che Torino si riconfermi come anomalia, con le sue specificità, e come capofila nell’applicare le tendenze governative. Un laboratorio che tenta di imbonirsi una parte di pubblico giovanile, emblematico l’esperimento dell’Eurovillage, provando a guadagnare consensi giocando sull’inesistenza di possibilità su tutti i fronti. Un paradigma che si fonda sulla retorica delle ricadute economiche che ha effettività su una parte ben specifica e ristretta della cittadinanza (i privati, grandi proprietari immobiliari, le banche, le fondazioni), guadagnando sulle risorse che andrebbero investite per risanare il debito.

Per tutto il resto, il cambio di segno si riassume nel colpire l’incompatibilità, senza nemmeno più alcuna ambiguità. Da un lato è un paradigma subdolo, dall’altro invece è indice di voler fare selezione. L’obiettivo perseguito è tagliare le gambe a chi si espone in maniera più esplicita per fare in modo che tutta l’agitazione che anima la composizione giovanile sappia qual è il trattamento che gli spetta. Giocare sulla paura, sull’indecisione, sulle condizioni materiali che progressivamente peggiorano, sul pugno duro per chi prova a dire qualcosa di diverso da ciò che è considerato accettabile.

In questo scenario sorge un ulteriore dato. Non esiste indignazione, viene normalizzato anche il fatto che tre adolescenti siano in carcere preventivamente perché potrebbero reiterare il reato, sul quale ancora nessun giudice si è espresso perché non c’è stato nessun processo. Il fatto che un evento del genere implichi dei costi umani e sociali enormi non viene nemmeno nominato. Si tratta di traumi, di soldi per il sostegno psicologico, di vite stravolte perché invece di andare a scuola bisogna occuparsi di sostenere gli amici detenuti, di aprire ferite non marginabili e che sicuramente avranno un effetto opposto a quello sperato dalla controparte.

Una cosa è certa, l’unica opzione possibile e praticabile si manifesta nella costruzione di autonomia e nella scelta di non permettere che il capitale prosciughi le proprie competenze e risorse. La consapevolezza che non ci sia un pianeta B, che non ci sia un piano B, che non ci sia possibilità di realizzazione in questo sistema, è qualcosa che non può essere cancellato, né dal carcere né dalle botte, anzi. È un mondo che obbliga a crescere troppo in fretta, non tutto rimane sotto controllo. La violenza strutturale del sistema in cui viviamo fa sì che i desideri nichilisti di alcuni giovani assumano caratteri abusanti, la risposta è quella sbagliata, la reazione pure, ma alla radice c’è la stessa imposizione. Lo sfruttamento che viene rifiutato dai giovani delle scuole è un dato e questo si traduce in una possibilità, ossia che quella disponibilità allo sfruttamento in quanto persone impiegabili non sia più da dare così per scontata. Chi non vuole produrre profitto, chi è convinto che il sistema di produzione attuale sia la causa della distruzione del pianeta, chi cerca di strappare dei pezzi di ricchezza, non ha e non deve avere alcuno spazio oggi in questa società. Una società che si basa su fondamenta sempre più fragili e dunque questa consapevolezza impaurisce.

La riappropriazione del proprio tempo, il bisogno di costruire relazioni nel rifiuto, l’evidente forza che anche solo uno di questi giovani esprime per il fatto stesso di sapere di avere ragione, vale più di ogni gesto speso per far tacere. È questo che si vuol colpire: la lucidità e l’intelligenza nel delineare i colpevoli e di non cedere ai ricatti, la volontà di costruirsi itinerari di vita contrari a quello che la società propone.

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La corte di appello di Firenze ha riconosciuto il “superiore diritto alla residenza anagrafica” a una donna e alla figlia di 9 anni che vivevano abusivamente in uno stabile occupato, pertanto Palazzo Vecchio deve iscrivere entrambe all’anagrafe comunale come residenti.

Da Controradio.it

La vicenda è iniziata nel 2016. La madre, dopo essere stata sfrattata per morosità da un appartamento a Campi Bisenzio trova riparo in un alloggio occupato abusivamente in piazza Beccaria a Firenze. Non fa mistero della situazione e sollecita il Comune di Firenze a iscrivere lei e la piccola, di appena 3 anni all’epoca, nelle liste anagrafiche per vedere garantiti i diritti connessi alla residenza. Di fronte al ‘no’ di Palazzo Vecchio, la donna si rivolge al tribunale.

Vince un ricorso d’urgenza ex articolo 700. Poi però il tribunale accoglie le ragioni del Comune di Firenze. Ma la madre non si arrende, fa ricorso in appello e, appunto, lo vince.

“Il Comune – scrive il giudice Daniela Lococo nella sentenza – se da un lato aveva valutato positivamente la richiesta di iscrizione sulla base del domicilio, dall’altra aveva sostenuto di non aver potuto procedere a causa dell’atteggiamento ostruzionistico della signora che non avrebbe acconsentito alla presa in carico dei servizi sociali in conformità alla delibera della giunta comunale del febbraio 2016”. La corte di appello non ha dubbi affermando che “è infondata la pretesa del Comune di Firenze di subordinare la concessione della residenza a una preistruttoria da effettuarsi tramite la presa in carico da parte dei servizi sociali”. La delibera “deve essere interpretata quale misura tesa a fornite assistenza in conclamato svantaggio economico”.

La corte ha richiamato una risoluzione del Viminale del 2015 secondo cui lo stesso dicastero “ha riconosciuto che nei casi di illegittima occupazione dell’alloggio, il cittadino, quale extrema ratio, debba essere iscritto nell’anagrafe della popolazione residente in ragione del superiore diritto all’iscrizione anagrafica dalla quale discendono altri diritti costituzionalmente garantiti”.

“Firenze da oggi ha due cittadine in più. Ci sono voluti sei anni e numerose azioni legali ma alla fine giustizia è stata fatta”, inoltre la sentenza “farà da monito per quei Comuni che continuano a negare un diritto incancellabile”, afferma Antonio Mumolo, presidente dell’Associazione nazionale Avvocato di strada.

“La signora – spiega il legale – aveva chiesto l’iscrizione anagrafica al Comune di Firenze. La residenza è indispensabile per avere accesso al sistema sanitario e garantire diritti fondamentali. Alla fine, la Corte d’appello ha riconosciuto le ragioni della nostra assistita sulla base di alcuni principi fondamentali: innanzitutto la residenza è un diritto ed il Comune non può impedire o rallentare il suo riconoscimento; un Comune non può obbligare chi richiede l’iscrizione anagrafica a svolgere un percorso coi servizi sociali per poterla ottenere; la residenza, come stabilito dal ministero dell’Interno, è un diritto anche per coloro che occupano abusivamente un immobile”.

 

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