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Articoli filtrati per data: Thursday, 23 Giugno 2022

Continuano le persecuzioni della procura nei confronti degli studenti e delle studentesse che hanno preso parte alle mobilitazioni degli scorsi mesi. Questa volta è uno studente minorenne ad essere stato bersaglio di una denuncia in merito alla piazza del 28 gennaio.

Da KSA Torino

Ci ricordiamo bene tutti e tutte le inaudite violenze compiute dalla polizia, in quella giornata ai danni degli studenti e delle studentesse che quella mattina si sono ritrovat in piazza Arbarello per partire in corteo come risposta alla morte di Lorenzo Parelli, avvenuta pochi giorni prima. Corteo che mai è riuscito a partire a causa delle numerosissime cariche compiute dalla celere su direzione del neoquestore Ciarambino.

Decine sono state le persone ferite in quella giornata dai colpi di manganello, sguainati come unico strumento di dialogo messo in atto dalle istituzioni.

L’indignazione di fronte alla visione di quelle scene è stata tanta, scatenando una reazione a catena di solidarietà e critica netta sulla gestione “dell’ordine pubblico” da parte della polizia; tanto da far scomodare la ministra dell’interno, Luciana Lamorgese, che non ha mancato l’occasione di poter additare “infiltrati ed estremisti” come i responsabili di quelle cariche, una tesi fortemente in contrasto con la realtà dei fatti che chiunque di noi ha potuto vivere quel 28 gennaio e vedere attraverso i materiali trasmessi su social e quotidiani. Ci sembra, dunque, abbastanza chiaro il tentativo di insabbiamento che l’apparato repressivo ha messo in piedi rispetto al comportamento della polizia verso la mobilitazione studentesca.

Il 22 giugno, ci incalzano nuovamente con delle denunce a carico di un ragazzo di 16 anni (e chissà quante altre ne arriveranno!), tentando ancora la via della “strategia del terrore”, risultata altamente inefficace in questi mesi a fermare le lotte degli studenti e delle studentesse, così come si dimostrerà anche questa volta.

E’ passato poco più di un mese dall’arresto di 7 giovani, indagat invece in merito al corteo del 18 febbraio che riconobbe in Confindustria un nemico a cui opporsi in quanto responsabile delle morti di due nostri coetanei in alternanza, e ricordiamo che tra quest giovani c’è anche Francesco che si trova ancora rinchiuso nel carcere delle Vallette; e ancora la procura non si dimostra soddisfatta e rincara la dose facendo arrivare denunce minatorie a dei sedicenni, attendendo pazientemente la fine della scuola per non fare scalpore e indebolire una risposta compatta.

Il quadro che si sta componendo è molto preoccupante, le istituzioni locali continuano a comprimere sempre di più lo spazio praticabile dai/dalle giovani di questa città, attuando forme di controllo e disciplinamento infime e pericolose e gestendo il disagio espresso dalla società attraverso uno stato di polizia praticamente permanente. Noi dobbiamo essere in grado di mettere un freno a questi attacchi, che diventano gravi precedenti e che permettono alle “autorità” di alzare sempre di più il livello della persecuzione verso tutt coloro a cui sta stretto il modello di vita deprimente che ci viene offerto.

Restiamo unit, anche questa volta, per non permettere che queste ingiustizie continuino a compiersi indisturbate!

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in SAPERI

Cisgiordania – The Palestine Chronicle. Israele ha annunciato mercoledì che sta costruendo un ulteriore muro di cemento di 45 chilometri nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Anadolu.

Il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha dichiarato che il muro alto 9 metri sostituirà un vecchio recinto di sicurezza costruito circa 20 anni fa nel territorio occupato. Ci vorrà più di un anno per completare la costruzione del muro, ha affermato il ministero.

Secondo il ministero israeliano, il nuovo tratto della barriera mira ad impedire ai palestinesi di entrare in Israele.

“Continueremo a operare contro tutte le minacce che affrontiamo al fine di mantenere la sicurezza dei civili israeliani”, ha affermato Gantz.

Israele ha costruito un muro di separazione tra la Cisgiordania e Israele nel 2002, e i palestinesi lo chiamano il “Muro dell’Apartheid”, poiché è stato costruito sulle terre palestinesi occupate nel 1967.

Da Infopal

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Scontri e tafferugli sono scoppiati nella capitale senegalese Dakar, ieri (17 giugno ndr), nel corso della manifestazione di protesta indetta da Yewwi Askan Wi (Yaw), lista nazionale della coalizione di opposizione che ha mantenuto il suo appello alla mobilitazione nonostante il divieto decretato dal prefetto. La principale coalizione di opposizione contesta la bocciatura della sua lista nazionale guidata da Ousmane Sonko per le elezioni legislative previste per il 31 luglio.

Da africarivista.it

Secondo i primi bilanci tre persone sono morte negli scontri a margine delle proteste a Dakar e in Casamance, nel sud del Paese. La Croce Rossa ha annunciato il ritrovamento del corpo senza vita di un adolescente carbonizzato in un’abitazione di fortuna a Colobane (Dakar) e il presidente del consiglio dipartimentale di Bignona, nel sud del Paese, Yankhoba Diémé ha annunciato la morte di un giovane colpito da un proiettile. Una terza persona è deceduta per le ferite riportate a Ziguinchor dopo essere stata colpita alla gola, secondo quanto riportato dai media.

L’incendio che ha causato la morte della vittima registrata a Dakar sarebbe stato causato da una granata lacrimogena lanciata dalla polizia, ha dichiarato un testimone citato dal sito Dakaractu.com. Ma Nfally Sadio, responsabile del dipartimento di comunicazione e marketing della Croce Rossa senegalese, in un’intervista telefonica con Aps, ha in un pirmo momento ha detto di non sapere “cosa abbia causato l’incendio”.

Undici persone sono inoltre state colpite anche a Ziguinchor, secondo le informazioni trasmesse dalla coalizione Yaw. Una manifestazione di Yewwi Askan Wi si è infatti contemporaneamente svolta anche a Ziguinchor, in Casamance, nel sud del Paese. Anche in questo caso, la manifestazione era stata vietata dalla prefettura.

Per stroncare sul nascere la manifestazione, le forze di difesa e di sicurezza (Fds) avevano dispiegato importanti dispositivi di sicurezza intorno alle abitazioni dei principali leader di Yaw, il deputato e leader della coalizione Ousmane Sonko e il sindaco di Dakar Barthélémy Dias soprattutto, costringendoli a rimanere a casa.

Dai media locali si apprende che un numero non definito di manifestanti è anche stato arrestato. Tra questi, ci sarebbero anche il rappresentante di Yaw Déthié Fall, il deputato Mame Diarra Fam e il sindaco di Guédiawaye (sobborgo di Dakar) Ameth Aidara.

In merito agli scontri, i giornali senegalesi riferiscono che a Cité Keur Gorgui, vicino alla casa dell’oppositore Ousmane Sonko, i suoi sostenitori sono stati dispersi con i gas lacrimogeni dopo la preghiera del primo pomeriggio.

Radio France Internationale riferisce che tafferugli sono stati registrati anche nei pressi di Place de la Nation, dove la manifestazione dell’opposizione era stata annunciata a partire dalle 15.00. Sono stati bruciati pneumatici, sono stati incendiati cassonetti della spazzatura e sono stati lanciati gas lacrimogeni.

“Vogliamo, come cittadini senegalesi, dire al Presidente della Repubblica che non si tratta di scegliere i suoi avversari perché il campo politico è libero e accessibile a tutti coloro che lo desiderano. Se continua a bloccare la strada alle liste di Yewwi Askan Wi e ad altre liste, i senegalesi usciranno in strada a manifestare”, ha detto un giovane manifestante a Rfi.

“Abbiamo appena vissuto una giornata in linea con quella che abbiamo vissuto solo un anno e mezzo fa”, ha dichiarato venerdì sera Ousmane Sonko, riferendosi alle rivolte mortali del marzo 2021. L’oppositore ha denunciato le violazioni del diritto di manifestare, della libertà di movimento e della libertà di culto.

Da parte sua, la coalizione di governo Benno Bokk Yaakaar ha accolto in un comunicato la “maturità democratica” del popolo senegalese “che non ha risposto all’appello insurrezionale della coalizione Yewwi Askan Wi”, accusata di “irresponsabilità e immaturità”. Benno Bokk Yaakaar si è congratulato per “l’efficacia dell’azione pubblica per far rispettare la legge e mantenere l’ordine”. “Il popolo senegalese si recherà alle urne, in modo normale e sicuro”, secondo la maggioranza.

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Cosa sta succedendo in Ecuador, dove da giorni ci sono blocchi, scioperi, scontri e proteste da parte della comunità Indigena del paese?

Da Radio Blackout

Uno sciopero ad oltranza chiamato dalla dalla CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas), la principale organizzazione indigena ecuatoriana, è in corso contro l’aumento dell’inflazione, la disoccupazione, il caro vita e le politiche neoliberiste del governo di Guillermo Lasso. Le proteste sono iniziate lo scorso 13 Giugno.

Tramite uno scritto, delx compagnx che si trovano in quei territori (e che ringraziamo molto!), ci raccontano con dettaglio cosa sta succedendo in quei luoghi.

Ve lo leggiamo, per voi. Ascolta la diretta:

 

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Qui il testo scritto da* compagn*:

SUL PARO IN CORSO IN ECUADOR

Siamo al nono giorno di proteste in Ecuador. Il 13 giugno é iniziato lo sciopero “a tempo indeterminato” chiamato dalla CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas), la principale organizzazione indigena ecuatoriana. “Uno sciopero contro le politiche neoliberiste del governo”, questo fu l’annuncio di quasi un mese fa.
I prezzi di tutto stanno aumentando vertiginosamente.
Con l’aumento del prezzo della benzina, la canasta basica, i prodotti di prima necessità, così come i trasporti sono diventati irraggiungibili soprattutto per quella parte di popolazione che vive “al margine”, e che se già prima aveva difficoltà ad arrivare alla fine del mese ora non ce la fa più.
Ma l’eliminazione delle sovvenzioni alla benzina non sono le sole motivazioni del paro.
La Conaie ha presentato 10 richieste al governo di Lasso: la riduzione e il congelamento dei prezzi dei carburanti (a 1,50 per il diesel e a 2,10 dollari per il gallone di benzina – ossia 3,78 litri); il rifinanziamento dei debiti del settore agricolo per un anno; il controllo dei prezzi dei prodotti agricoli, per garantire un minimo a contadini e allevatori; la non precarizzazione della giornata lavorativa; la revisione dei progetti estrattivi, con l’abrogazione dei decreti 95 e 151 che promuovono l’aumento dello sfruttamento petrolifero e minerario; il rispetto della consultazione preventiva, libera e informata per avviare progetti estrattivi nei territori comunitari e indigeni; la regolamentazione dei prezzi dei beni di prima necessità per evitare speculazioni; il rispetto dei diritti collettivi, come l’educazione bilingue e la giustizia indigena; la non privatizzazione dei settori strategici; un bilancio dignitoso per la sanità e l’istruzione; la creazione di politiche di sicurezza pubblica.
Il paro è iniziato alla mezzanotte tra domenica 12 e lunedì 13 giugno. Un paro che si é voluto, fino a oggi, decentrato e diffuso. Bloccare le vie di comunicazione e dei trasporti. Bloccare l’economia. Queste le parole d’ordine.
Moltissimi territori hanno risposto. Nella sierra, dove il movimento indigeno é più organizzato, sono state bloccate le arterie del paese, con blocchi diffusi e migliaia di persone per strada. Sassi, sabbia, tronchi, pneumatici in fiamme. Nell’ Oriente, in amazzonia, gli indigeni hanno bloccato numerosi pozzi petroliferi, causando perdite per milioni di euro. A Quito e a Cuenca i movimenti studenteschi hanno chiamato manifestazioni quotidiane, a cui si sono unite migliaia di persone.
Il governo ha risposto con la militarizzazione e la repressione.
Martedì 14, all’1,30 del mattino il presidente della Conaie Leoniadas Iza é stato letteralmente rapito dalla macchina su cui viaggiava dai militari e arrestato. Il presidente Guillermo Lasso ha annunciato su Twitter l’inizio degli arresti di coloro che ha definito “autori materiali e intellettuali di atti violenti” durante la giornata di mobilitazione nazionale.
Il giorno stesso la protesta si é radicalizzata, sfociando in scontri violenti fuori dal carcere di Latacunga, nella zona di Cotopaxi, dove era stato fermato Iza. Gli indigeni hanno anche “preso in custodia” vari agenti di polizia un delegato della Fiscalia in distinte zone del territorio, pretendendo la liberazione del loro referente.
A Quito la manifestazione di martedì é arrivata davanti all’unità di Flagrancia (Ufficio della Procura), dove – pare – era stato portato in mattinata Iza, ed é finita con bruciare una macchina della polizia lì davanti. In serata alcuni camion pieni di manifestanti indigeni provenienti dal Cotopaxi si sono avviati verso Quito, per pretendere la liberazione del loro leader.
Leonidas Iza é stato liberato mercoledì mattina con una denuncia per aver bloccato, in flagranza di reato, i servizi pubblici del paese. Gli hanno concesso misure alternative alla detenzione preventiva, ossia l’obbligo di non lasciare il paese e di presentarsi a firmare due volte alla settimana presso la procura.
I blocchi stradali continuano, e anche le manifestazioni si moltiplicano in numerose città su tutto il territorio nazionale. Nelle città principali della sierra (Ande) già sta mancando il gas per uso domestico, per via dei blocchi totali delle vie del paese, e i prezzi di molti prodotti stanno aumentando, a causa del mancato approvigionamento e della speculazione.
Fino ad ora si contano almeno 79 detenzioni, di cui 2 persone accusate di sabotaggio e danneggiamento di bene pubblico per l’incendio del mezzo di polizia a Quito. La Conaie denunciava ieri 55 feriti a causa delle cariche di polizia, ma dopo la giornata di oggi sono sicuramente molte di più. Due persone sono in coma. Almeno 11 le persone ferite in faccia e agli occhi. Almeno due i morti ufficiali.
La polizia dichiara una decina di feriti e 25 poliziotti sequestrati nelle varie manifestazioni, anche se ormai tutti sono stati liberati. Dichiara inoltre l’apertura di 45 inchieste solo nei primi 4 giorni.
La Conaie aveva annunciato venerdì che se nelle successive 48 ore il governo di Lasso non avrebbe risposto alla collettività sulle 10 richieste effettuate, gli indigeni si sarebbero mossi su Quito. Non chiedevano un dialogo con il governo: solo risposte sui 10 punti richiesti.
Lasso ha risposto promettendo briciole e ignorando la maggior parte delle rivendicazioni. Inoltre ha istituito da venerdì a mezzanotte lo “Stato di Emergenza” in tre provincie (Cotopaxi, Pichincha e Imbabura), e il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino a partire da sabato. Ossia: militarizzazione delle strade, e poteri maggiori alle forze di polizia.
La Conaie ha annunciato la discesa su Quito.
Tutto ricorda molto il 2019, quando Quito é diventata il teatro delle manifestazioni nazionali, che rimasero sì sparse su tutto il territorio come oggi, ma dove l’epicentro dei cortei e della resistenza indigena e cittadina divenne la capitale.
Sabato 18 decine e decine di furgoni pieni di manifestanti delle comunità hanno iniziato ad arrivare nel sud di Quito, battagliando per arrivare a causa dei militari che impedivano il passo, preparandosi per scendere in piazza in questa settimana. Anche migliaia di militari stanno arrivando su Quito per il loro lavoro repressivo.
La Conaie ha anche annunciato un’ assemblea aperta con realtà territoriali e movimenti di tutto il paese, per provare a mettere insieme le voci e le necessità non solo del movimento indigeno. Nella stessa giornata il presidente della Conaie, Leonidas Iza, é stato vittima di un attentato, anche se non é stato ferito: un proiettile ha perforato il vetro posteriore della macchina su cui era mentre era ferma.
Domenica mattina la polizia, in chiaro atto intimidatorio, ha perquisito la Casa della Cultura di Quito, dove nel 2019 erano stati ospitati i manifestanti delle comunità indigene. Poi é uscita. Nel pomeriggio, verso le 17, é iniziato l’assedio, con centinaia di poliziotti e militari che hanno circondato la casa della cultura, pretendendone la requisizione per farne una base di polizia per questi giorni. Il parco dell’Arbolito, lì davanti, uno dei simboli e dei luoghi di organizzazione del paro del 2019, é stato riempito di telecamere e occupato dalla polizia a cavallo. Verso le 20 di sera poliziotti in antisommossa hanno scavalcato i cancelli della Casa della Cultura e sono entrati, costringendo le persone che resistevano all’interno ad uscire. Per la seconda volta, la polizia ha violato uno spazio autonomo e indipendente come la casa della cultura. L’ultima volta che era successo, era durante la dittatura di 42 anni fa.
Nella notte migliaia di manifestanti provenienti dalle provincie hanno forzato il blocco dei militari in uno dei due punti a nord di Quito, riuscendo ad avanzare.
Nel sud della capitale i manifestanti provenienti da Cotopaxi e dalle altre province sono rimasti bloccati a Cutuglagua fino a lunedì pomeriggio, con forti scontri con polizia e militari, contro cui si sono unite molte persone dei quartieri. Poi lunedì un corteo infinito di camion pieni di gente, accolto al suo passaggio da una grandissima solidarietà da parte degli abitanti delle strade in cui passava (pieni di barricate ovunque) é entrato in città.
Dato che la casa della cultura era occupata dalla polizia, gli studenti hanno aperto i cancelli dell’Università Centrale, che ha concesso gli spazi il martedì mattina. Anche l’Universtà dei Salesiani é stata utilizzata come luogo per dormire. La sera il presidente Lasso ha abrogato lo stato di eccezione per stabilirne un altro, allargando a 6 i territori toccati
Martedì ci sono stati scontri tutto il giorno. I manifestanti, attaccati dalla polizia all’Università dei salesiani, si sono riversati per strada, in una battaglia di posizione in direzione della casa della cultura che é durata fino a sera.
L’equilibrio politico é molto precario, e il presidente Guillermo Lasso si é ritrovato quasi senza appoggio in parlamento. Lasso, impresario e banchiere, tra i maggiori azionisti del banco di Guayaquil, uno dei responsabili della dollarizzazione dell’Ecuador e accusato di frode nei Pandora Papers, non é sicuramente tra i presidenti più amati, e ora, nel paro, ne sta sbagliando troppe: dall’arresto del leader della Conaie Iza, all’annuncio dello stato di eccezione che vieta gli assembramenti di più di 5 persone – mentre, contemporaneamente, appoggia pubblicamente le manifestazioni contro lo sciopero nazionale, – alla violenta repressione. Il governo aveva inoltre approvato una legge “sull’uso progressivo della forza” che, di fatto, autorizza le forze di polizia a sparare se in “pericolo di vita”. “Fuera Lasso” é uno dei cori più sentiti.
Durante tutta la giornata di oggi sono arrivati manifestanti dal nord e dal sud del paese. E ancora arriveranno domani. Intanto continuano blocchi e manifestazioni in tutto il paese.
Se e quando anche i quartieri di Quito si uniranno alle proteste, inizieranno problemi ancora più seri per il governo.

(Aggiungiamo che è stata bruciata  la banca di Guayaquil en El puyo in risposta all’uccisione di un giovane ieri).

Per video e approfondimenti

https://t.me/redfishstream/1293

 

 

 

 

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