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Articoli filtrati per data: Monday, 09 Maggio 2022

il nuovo rapporto di ReCommon sulla falsa transizione italiana, ripreso da www.recommon.org

ReCommon ha pubblicato il suo rapporto “La finanza (per niente) green di Snam”. Alla vigilia dell’assemblea degli azionisti di Snam, che anche quest’anno si svolge a porte chiuse grazie a una norma ad hoc predisposta dal governo nel decreto Mille Proroghe, l’associazione esamina quanto siano realmente verdi le obbligazioni collocate sul mercato da una delle più importanti società internazionali per la gestione e realizzazione di infrastrutture energetiche e per il trasporto di gas, partecipata al 30 per cento dallo Stato italiano.

La finanza (per niente green) di Snam

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ReCommon ha così constatato che buona parte del capitale raccolto potrebbe non essere utilizzato per finanziare la riduzione dell’esposizione sul fossile, come sbandierato ai quattro venti da Snam nel suo “percorso di decarbonizzazione”. La transizione energetica della società rimarrebbe per lo più sulla carta e come una sorta di specchietto per le allodole, perché poi nei fatti Snam continuerebbe a investire miliardi di euro nel business fossile.

Dal 2019 ad oggi Snam ha emesso 6 titoli green per un totale di 2,85 miliardi di euro. Oltre a questi,  il primo sustainability-linked bond emesso dalla compagnia a gennaio 2022. Considerando che in questo arco di tempo le emissioni di bond di Snam ammontano a circa 12,5 miliardi di euro, significa che oltre un terzo dei capitali raccolti dalla corporation rientrano nella categoria green. Tecnicamente le obbligazioni green pagano interessi periodici e finanziano progetti verdi in linea con gli standard delle Nazioni Unite. Il capitale viene assegnato per intero a queste iniziative, ma solo gradualmente. Come ha specificato l’azienda in un rapporto pubblicato lo scorso marzo, i cosiddetti progetti idonei hanno ricevuto finora solo il 60% circa dei quasi tre miliardi previsti. Di conseguenza la quota non ancora allocata può essere usata per finanziare nell’immediato qualsiasi altro tipo di operazione, comprese – ha precisato DNV GL, la società norvegese che ha certificato i bond – quelle che non hanno a che fare con la decarbonizzazione come “il rimborso delle linee di credito in sospeso o il saldo dei debiti in essere”.

Ma c’è un problema anche con i cosiddetti progetti idonei definiti nel quadro di riferimento per il Climate action bond e i Transition bond emessi da Snam. Come ha spiegato la corporation, il 56% della cifra totale raccolta con i bond servirà a preparare la rete al trasporto della miscela gas/idrogeno. Le rinnovabili, rappresentate in questo caso dagli investimenti nel biogas, raccoglieranno per contro appena il 14% dei proventi. “L’attività principale di Snam è la realizzazione e la gestione di infrastrutture energetiche. Pertanto, la destinazione del 56% delle risorse per predisporre la rete di trasmissione all’idrogeno (retrofit) è perfettamente coerente con il proprio ruolo”, ha precisato l’azienda, di fatto confermando che i tanto decantati green bond sono a dir poco di un verde molto sbiadito.

Questioni queste su cui ReCommon ha interrogato la società anche formalmente, usando la propria veste da azionista per capire per esempio il dettaglio dei progetti finanziati con con i proventi derivati dai bond “green” e già investiti. “Snam usa nomi evocativi per le sue emissioni di bond green, ma poi utilizza i proventi per operazioni radicate nel business fossile”, hanno dichiarato Elena Gerebizza e Filippo Taglieri, autori del rapporto. “Sono molte le voci critiche del blending, ovvero del trasporto di quantità minime di idrogeno mescolato a gas fossile, che andrebbe a totale vantaggio di aziende come Snam, il cui obiettivo è allungare la vita alla filiera del gas”. “L’azienda non esplicita nemmeno di che tipo di idrogeno si tratti, che di fatto potrebbe anche essere idrogeno prodotto da gas fossile, il cui impatto climatico è ancora più alto di quello del gas” concludono Gerebizza e Taglieri.

https://www.recommon.org/la-finanza-per-niente-green-di-snam-il-nuovo-rapporto-di-recommon-sulla-falsa-transizione-italiana/

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Condividiamo di seguito due comunicati del SI Cobas Prato e Firenze sul ciclo di scioperi che si è aperto a Prato nelle scorse settimane. Il primo descrive la situazione della DIGI Accessori i cui lavoratori dal 6 maggio portano avanti agitazioni e scioperi, il secondo invece l'allargamento dello sciopero che è andato a colpire altre due ditte dell'indotto: la Ruentex e la Gruccia Creation.

 

La DIGI Accessori è legata a doppio filo alla Dreamland – già passata all'onore delle cronache nazionali per l'aggressione con mazze da baseball subita dai lavoratori che protestavano contro lo sfruttamento lo scorso ottobre 2021 – e alla Gruccia Creations – nel 2019 già teatro di un altra aggressione violenta contro operai in sciopero. Tra i “capi” della DIGI Accessori figura uno dei mandanti ed esecutori di entrambe le spedizioni punitive.

Il magazzino di via del Lazzeretto si occupa della distribuzione e logistica di grucce, destinate a decine di pronto moda del distretto (tra cui le due ditte di via Carcerina n.4 a Campi Bisenzio, dove cinque operai sono stati licenziati per aver chiesto un giorno libero a pasquetta).

Dodici ore di lavoro per sette giorni la settimana. Lavoro nero. Negazione di tutti i diritti più elementari. Aziende che chiudono e riaprono con differenti partite IVA. I lavoratori della DIGI Accessori di via del Lazzeretto (Macrolotto 2) hanno deciso di dire basta, denunciando lo sfruttamento ed entrando da oggi in sciopero. Il nostro sindacato, che ha raccolto le loro denunce, sarà come sempre in questi casi al loro fianco.

La vicenda diventa quindi emblematica di un sistema di sfruttamento e violenza che continua ad agire indisturbato, cancellando diritti e dignità del lavoro su questo territorio.

In entrambe le ditte – Dreamland e Gruccia Creations – le proteste dei lavoratori denunciavano lo stesso sistema di sfruttamento fatto di turni di lavoro di 12 ore la settimana e violazione sistematica del CCNL. In entrambe le ditte l'intervento dell'ITL – che riscontrava lavoro nero e gravissime

violazioni – veniva seguito dalle sospensioni delle attività. Sospensioni in entrambi i casi “flash”.

Come denunciamo da anni, le ditte del supersfruttamento non hanno problema a pagare le sanzioni e riaprire già dal giorno dopo. Continuando a lavorare nella più completa illegalità. Questo perchè profitti che si ricavano continuano ad essere di gran lunga superiori alle multe.

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I lavoratori di due delle fabbriche produttrici di grucce - la RUENTEX di via Gora Bandita e la GRUCCIA CREATION di via dello Sprone - hanno deciso oggi (ieri ndr) di unirsi allo sciopero e alla denuncia dello sfruttamento, richiedendo anche loro diritti e dignità.

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Per tutta la giornata di ieri, la DIGI ACCESSORI ha utilizzato i furgoni aziendali utilizzati per le consegna, per svuotare il magazzino e trasferire altrove i volumi di lavoro e dirottando altrove anche i ritiri di merce in arrivo. Anche gli uffici dello stabilimento sono stati smantellati e trasferiti in altra sede. Le operazioni si sono svolte sostituendo i lavoratori in sciopero anche con lavoratori impiegati con tutte le probabilità a nero.

Venerdì alla DIGI Accessori i lavoratori erano entrati in sciopero contro condizioni di vero e proprio sfruttamento, denunciando turni di 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana secondo uno schema ormai noto. Nel pomeriggio di venerdì azienda e sindacato firmavano un accordo per la stabilizzazione e regolare assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori in sciopero, rimandando a lunedì il tavolo che avrebbe dovuto ricomporre tutta la vertenza affrontando il tema dei falsi part-time di cui i lavoratori chiedono la trasformazione a tempo pieno.

Proprio per vigilare sulla serietà degli impegni presi venerdì decidevamo di rimanere in presidio permanente davanti allo stabilimento, continuando l'agitazione. Dopo due giorni è ormai chiaro quali siano le intenzioni dell'azienda. L'obiettivo è svuotare lo stabilimento, portare altrove il lavoro e mantenere gli stessi livelli di sfruttamento ed illegalità. Non lo permetteremo.

Abbiamo ripreso l'agitazione sindacale per fare capire all'azienda che non permetteremo che in via del Lazzeretto rimanga solo un capannone vuoto. In risposta l'azienda ha deciso di non aprire. All'interno rimangono ancora volumi di lavoro, presidiati dai lavoratori.

Intanto però il lavoro di distribuzione e logistica è stato spostato presso le fabbriche produttrici di grucce, appartenenti allo stesso “cartello” imprenditoriale che come abbiamo già denunciato rimanda anche alla Dreamland e alla Gruccia Creations (già teatro di denunce di sfruttamento e aggressioni violente ai lavoratori in protesta).

Proprio i lavoratori di due delle fabbriche produttrici delle grucce – la RUENTEX di via Gora Bandita e la GRUCCIA CREATION di via dello Sprone – hanno deciso oggi di unirsi allo sciopero e alla denuncia dello sfruttamento, richiedendo anche loro diritti e dignità.

Sciopero quindi oggi ai cancelli della Ruentex. Sebbene una parte dei lavoratori abbia contratti con la Gruccia Creations ed un altra con la RUENTEX, lavorano attualmente tutti nello stabilimento di via della Gora Bandita.

Nel 2019 alla Gruccia Creations dieci lavoratori denunciarono già i turni massacranti di 12 ore per 7 giorni ed il lavoro nero. Un controllo dell'Ispettorato verificò le condizioni di sfruttamento. Anche in questo caso le sanzioni e le brevi sospensioni delle attività seguite ai controlli si sono rivelate insufficienti a modificare lo stato delle cose. A tre anni di distanza, la situazione è la medesima.

 

 

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I recenti fatti avvenuti nel Putumayo, dipartimento della Colombia, dove l’esercito nazionale ha perpetrato un massacro con 11 civili assassinati e altri due scomparsi, ci permette di realizzare varie riflessioni su quanto ci accade come paese e forse, come continente.

Yani Vallejo Duque, Alfonso Insuasty Rodríguez

Dopo la firma dell’Accordo di Pace (2016) il paese si è sentito sollevato nelle regioni, una importante discesa degli indici di massacri, scontri, sfollamenti, che ha fatto sentire l’avvento di un altro momento per il paese (Semana, 2016).

Ma, l’arrivo di un governo di estrema destra guidato da Iván Duque (2018-2022) che fin dalla sua campagna elettorale, come un buon portavoce del suo partito, ha avvertito che avrebbe fatto a pezzi la Pace.

Cinque anni dopo la firma dell’accordo di pace, e quasi al compimento dei quattro anni di governo di Duque, la violenza armata ritorna con forza nei territori, tant’è che lo stesso Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) afferma dell’esistenza di almeno 6 conflitti armati attivi oggi nel paese (CICR, 2022).

L’ONU nel suo rapporto annuale sui Diritti Umani, afferma che la situazione del paese è molto preoccupante, avverte che il 2021 è stato un altro anno specialmente violento nel paese e afferma che su 100 casi di possibili massacri nel 2021, si è riusciti a verificare 78 casi, di questi si sono registrate 292 vittime (32 donne, 15 bambini, 5 bambine e 13 persone appartenenti a popoli etnici: 7 indigeni e 6 afrocolombiani). I dipartimenti più colpiti sono Antioquia, Cauca, Nariño e Valle del Cauca. Inoltre, tra gennaio e novembre 2021, 72.388 persone (12.848 bambini e bambine) sono state sfollate, triplicando quasi la cifra di 26.291 che si registrò nel 2020, è stato anche constatato l’assassinio di 54 vecchi membri delle FARC-EP e ha ricevuto 202 allegati di omicidi di difensori dei diritti umani, dei quali ha verificato che in 100 c’era un legame tra la loro morte e la loro occupazione. La situazione del trascorso 2022 è peggiore, e ancor più in pieno contesto di dibattito elettorale per la presidenza 2023-2026.

La Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP), meccanismo di Giustizia Transizionale frutto dell’Accordo di Pace (2016), nei suoi progressi sta chiarendo, soprattutto nello sviluppo del caso 03 (macro-caso) “Assassinii e scomparse forzate presentati come deceduti in combattimento per mano di agenti dello stato”, il modo con cui l’Esercito della Colombia ha agito in tutto il territorio nazionale, un tema strutturale: la commissione di crimini di guerra, i cosiddetti “Falsi Positivi”.

Così, ad esempio, lo scorso 27 aprile (2022) il colonnello (a riposo) Santiago Herrera ha affermato in una dichiarazione di fronte alla JEP: “all’interno della Brigata 15 c’era una struttura criminale di fatto che lui ha implementato per le pressioni del generale Mario Montoya Uribe e del generale maggiore Carlos Ovidio Saavedra Sáenz” insieme a lui, un centinaio di militari ha riconosciuto e ha chiesto perdono per aver commesso questi delitti (El Espectador, 2022).

Ma questo fenomeno che poco a poco la JEP riesce ad evidenziare, obbedisce ad un argomento di ordine strutturale. In un rapporto consegnato alla Commissione per la Verità, sull’ingerenza degli Stati Uniti nel conflitto armato in Colombia (FOR, SISCAL, SOA WATCH, 2020), soprattutto attraverso il cosiddetto Plan Colombia e Plan Patriota, viene tracciata una rotta di connessione tra addestramento militare nordamericano, l’aumento delle violazioni dei diritti umani e la commissione di ogni tipo di atrocità, tra le quali le cosiddette esecuzioni extragiudiziali o falsi positivi, così diventa chiaro anche nel libro “Plan Colombia: atrocità degli alleati degli USA e attivismo comunitario” (Lindsay-Poland, 2020) e “Teoria Sociale del Falso Positivo, manipolazione e guerra” (Rojas Bolaños, Insuasty Rodríguez e altri, 2020).

Tutta un intreccio formativo che, sembrerebbe, finì non solo con il deteriorare il modo di agire delle forze militari ma che anche, si denuncia, creò le condizioni per l’entrata del mercato della guerra attraverso contrattisti o mercenari, materia prima che ora è esportata dalla Colombia nella regione e nel mondo. Così, è emblematico il caso del deplorevole assassinio del presidente di Haiti (Vallejo Duque & Insuasty Rodríguez, 2021).

Orbene, questo esercizio di formazione militare è intimamente legato a curare le zone di interesse speciale per la quantità di risorse minerali nel caso del petrolio, gas, oro, rame, carbone, dello sviluppo dell’agroindustria, allevamenti intensivi, infrastrutture per il trasporto di queste mercanzie, a curare gli investimenti stranieri, tra gli altri.

Così c’è, sembrerebbe, una relazione diretta tra l’incremento dei fatti armati, presenza della forza pubblica e investimenti privati soprattutto estrattivi in Colombia (Ulloa & Coronado, 2016).

Secondo Vélez, “In Colombia, l’espansione della frontiera mineraria è avvenuta su vasti territori che sono in disputa da parte di diverse forze armate; è per questo che la promozione della grande attività mineraria presuppone in molti casi assicurare il controllo territoriale, fatto che include l’uso della violenza” (Vélez, 2014, p. 47).

La promozione delle politiche minerario-energetiche, da parte del governo di Álvaro Uribe e continuata con quello di Juan Manuel Santos, approfondita da Iván Duque, vanno di pari passo con un processo di maggiore presenza e controllo militare legale e illegale.

È un’ipotesi che si rafforza con il passar del tempo, e che sembra ripetersi dopo la firma dell’Accordo di Pace in zone con grandi quantità di minerali e capacità produttiva.

Il Putumayo, è una zona ricca di minerali, petrolio, acqua e capacità produttiva per l’agroindustria e l’allevamento, fa parte tra le altre della grande regione Amazzonica.

Gli interessi economici nel Putumayo sono chiari e possono essere identificati nelle seguenti voci:

Petrolio:

Il corridoio Puerto Vega-Teteyé è una delle zone di maggior conflittualità nel Putumayo, si trova nel sud del Dipartimento a Puerto Asís, tra i fiumi San Miguel e Putumayo, confina con l’Ecuador ed è chiave per l’allevamento, l’agricoltura e l’industria petrolifera.

Lì estendono i propri affari industrie petrolifere come la Vetra Energy e l’Amerisur in tensione per i danni ambientali (Crudo Transparente, 2016). Bisogna dire che Bernard Aronson, che fu inviato dal Dipartimento di Stato degli USA per il processo di pace all’Avana, è fondatore e direttore dell’Acon Investments LLC, propietaria dell’Vetra che ha una delle sue installazioni di maggior rendimento economico nel Putumayo (El Espectador, 2015).

È importante menzionare la presenza dell’Oleodotto Transandino, infrastruttura strategica che fu pronta nel 1969. L’Impresa Ecopetrol gestisce l’oleodotto mediante la sua filiale di trasporto e logistica Cenit Transporte y Logística de Hidrocarburos SAS.

Non sono pochi i conflitti creati da queste imprese e infrastrutture, protette non solo dall’Esercito della Colombia, dato che l’apparato istituzionale si è messo al loro servizio e non tanto alla protezione della sua popolazione.

Per fare un esempio: nell’anno 2014, l’Autorità Nazionale delle Licenze Ambientali (ANLA) concesse alla Gran Tierra Energy una licenza di esplorazione petrolifera a Villagarzón (Putumayo) aggirando la norma nazionale e internazionale, dato che fino al 2021 il medesimo ministero dell’Interno negò la presenza di comunità indigene, quando grazie alle lotte del Popolo Inga si riconobbe la necessità di una consultazione preventiva, questa lotta continua e sembrerebbe che questo caso sarà portato alla Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH)(Mongabay, 2022). Uno stato al servizio degli interessi Corporativi.

Più di mezzo secolo di presenza petrolifera nella regione, dalla presenza della Texas Petroleum Company (1942) ad oggi, le tensioni con la popolazione, invece la composizione demografica, i progetti minerari ed estrattivi che comportano, l’impatto ambientale sono una costante (Crudo Transparente, 2019).

Nel 2021 fu avviato un grande progetto minerario del rame nel Putumayo, estrazione che svilupperà l’impresa mineraria canadese Libero Copper (Portafolio, 2021).

La relazione tra la coltivazione della palma da olio, conflitto armato, paramilitarismo e saccheggio sono evidenti in Colombia e con forza in questa regione del paese, va di pari passo con l’allevamento estensivo che penetra gradualmente nella foresta approfittando delle infrastrutture che il complesso estrattivo sta aprendo, tutto un esercizio di violenta trasformazione territoriale che certamente include il mercato della produzione e del commercio delle droghe di uso illecito che innesca la riconfigurazione di un conflitto armato che non se ne è mai andato e che lo stato ha lasciato nel dimenticatoio senza nessun tipo di presenza, inviando solo nei momenti culminanti i battaglioni militari.

Bisogna dire che ora, senza la presenza delle FARC-EP come forza rivoluzionaria, è arrivata una valanga di progetti di investimenti nel settore petrolifero, minerario, agroindustriale, con tutto il sostegno e la protezione dello stato (Ulloa & Coronado, 2016), ma per contro, con una popolazione contadina, ancestrale, lasciata alla propria sorte e assediata dall’illegalità armata o dall’illegalità transnazionale che utilizza l’esercito nazionale come sua vigilanza privata.

In questo contesto le comunità  hanno la peggio.

Sfollamento, persecuzione, impoverimento, confinamento, ed è in questo quadro che avvengono i recenti fatti, il massacro perpetrato dall’Esercito della Colombia il 28 marzo 2022, nella frazione El Remanso.

La medesima storia di sempre, il presidente di turno, in questo caso Duque, annuncia con gran clamore, attraverso la nuova forma di comunicazione istituzionale Twitter, la morte in combattimento di 11 membri delle dissidenze delle FARC della seconda Marquetalia e la cattura di altri 4 membri a Puerto Leguízamo (Putumayo) (BBC, 2022).

Le incongruenze erano evidenti e una volta sul terreno tre media nazionali, Voragine, El Espectador e Cambio, hanno evidenziato che la versione istituzionale era piena di incongruenze e menzogne, ma la cosa più preoccupante è che si evidenziava una grave violazione dei Diritti Umani.

Si sono ignorati principi elementari dei DD.UU. come quello della protezione della società civile, quello della distinzione, la maggioranza degli assassinati non era membro del gruppo armato, o quello della proporzionalità, dato che le narrazioni degli abitanti parlano di un attacco smentito che hanno immaginato provenisse da un gruppo illegale, fino a quando sono stati identificati come esercito nazionale e, nonostante questo, sono continuate le offese verso la comunità, l’alterazione della scena dei crimini e anche i furti alla stessa comunità (BBC, 2022).

Con questo e mentre si sta aspettando la votazione di una nuova mozione di censura verso il ministro della guerra, si evidenzia che in Colombia lo stato esiste per le comunità più appartate solo per assassinarle e farle passare come trionfi di una guerra simulata, dove militari senza onore assassinano civili in cambio di favori e promozioni.

Riferimenti

BBC News Mundo. (13 abril 2022). Qué pasó en la «masacre» de Putumayo, el operativo militar que revive el fantasma de los falsos positivos en Colombia. Obtenido de bbc.com: https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-61089697

CICR. (24 de marzo de 2022). Colombia: Vivir a la sombra de los conflictos armados. Obtenido de CICR: https://www.icrc.org/es/document/balance-humanitario-colombia-2022-dih

Crudo Transparente. (junio de 2016). Putumayo, en busca de alternativas a la industria petrolera. Obtenido de Crudo Transparente: https://crudotransparente.com/wp-content/uploads/2016/08/PutumayoEnbuscadealternativasalaindustriapetrolera.pdf

Crudo Transparente. (junio de 2019). Influencia de la actividad petrolera en el Putumayo 2016-2019. Obtenido de Crudo Transparente: https://crudotransparente.com/2019/09/18/en-torno-a-la-actividad-petrolera-en-el-putumayo-2016-2019/

El Espectador. (10 de junio de 2015). Delegado de EE.UU. para el proceso de paz, como afectado del derrame de petróleo. Obtenido de El Espectador: https://www.elespectador.com/politica/delegado-de-eeuu-para-el-proceso-de-paz-como-afectado-del-derrame-de-petroleo-article-565647/

FOR, SISCAL, SOA WATCH. (7 de octubre de 2020). Desde el inicio hasta el final. Estados Unidos en el Conflicto Armado Colombiano. Obtenido de Kavilando: https://kavilando.org/lineas-kavilando/conflicto-social-y-paz/8049-desde-el-inicio-hasta-el-final-estados-unidos-en-el-conflicto-armado-colombiano

Kavilando. (julio de 2020). Radio Kavilando: Plan Colombia y Doctrina Militar. Entrevista a John Lindsay Poland. Obtenido de Kavilando: https://kavilando.org/lineas-kavilando/observatorio-k/7860-radio-kavilando-plan-colombia-y-doctrina-militar

Lindsay-Poland, J. (2020). Plan Colombia: Atrocidades, aliados de Estados Unidos y activismo comunitario”. Bogotá: Editorial Universidad del Rosario. doi: https://doi.org/10.12804/tp97895878444127

Mongabay. (19 de abril de 2022). Los inga: el pueblo indígena que el Estado invisibilizó ante la petrolera Gran Tierra Energy. Obtenido de Mongabay: https://es.mongabay.com/2022/04/colombia-el-pueblo-indigena-que-el-estado-invisibilizo-ante-la-petrolera-gran-tierra-energy/

Portafolio. (20 de diciembre de 2021). Arranca en firme proyecto minero de cobre en el Putumayo. Obtenido de Portafolio: https://www.portafolio.co/economia/infraestructura/mineria-de-cobre-en-putumayo-a-cargo-de-libero-copper-557565

Rojas Bolaños, O. E., Insuasty Rodríguez , A., Mesa Duque , Y. N., Zuluaga Cometa, H. A., & Valencia Grajales, J. F. (2020). Teoría social del Falso Positivo. Manipulación y guerra. Medellín: UNAULA. Obtenido de https://www.kavilando.org/lineas-kavilando/observatorio-k/8051-teoria-social-del-falso-positivo-manipulacion-y-guerra-libro

Semana. (diciembre de 2016). Los Heridos que ya no llegan al hospital militar. Obtenido de Semana: http://especiales.semana.com/heridos-que-ya-no-llegan-al-hospital-militar/http://especiales.semana.com/heridos-que-ya-no-llegan-al-hospital-militar/

Ulloa, A., & Coronado, S. (2016). Extractivismos y posconflicto en Colombia, retos para la paz territorial. Bogotá: Biblioteca Abierta Universidad Nacional. Obtenido de https://www.cinep.org.co/publicaciones/PDFS/20160801n.mapa_amazonia.pdf

Vallejo Duque, Y., & Insuasty Rodríguez, A. (2021). Colombia Un peligro para la región. Kavilando Web, 21(7), https://cutt.ly/TmSuCGr. Obtenido de https://cutt.ly/TmSuCGr

Vélez Torres, I. (2014). Dimensiones del extractivismo minero en Colombia. Análisis de las racionalidades de gobierno durante la última década. Análisis Político, 82 (septiembre-diciembre): 45-57.

*Yani Vallejo Duque: Avvocato, specialista e professore di Diritto Processuale Penale, difensore pubblico e ricercatore del Gruppo Kavilando. Contatto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

**Alfonso Insuasty Rodríguez: Docente Ricercatore dell’Università di San Buenaventura Medellín, membro della Rete Interuniversitaria per la Pace, attuale Consigliere di Paz Conpaz Medellín settore Università, e membro del Grupo Kavilando. Contatto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Immagine: Voragine.co

29 aprile 2022

Desinformémonos

Da Comitato Carlos Fonseca

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Gli sgomberi non fermano la lotta delle attivisti e le attiviste del Laboratoria Ecologiesta Autogestita – LEA Berta Caceres, che hanno occupato nuovamente lo stabile di via Caffarella 13 a Roma.

“Oggi sottraiamo nuovamente all’abbandono via della Caffarella 13 perché vogliamo aprire spazi di conflitto contro l’intero assetto culturale e politico che ancora legittima la dipendenza dal fossile. Riteniamo che la crisi climatica sia ormai inscindibile dalle guerre che aggrediscono senza tregua popoli ed ecosistemi” affermano le attiviste e attivisti nell’ invitare a partecipare alla occupazione dello stabile di proprietà della Regione Lazio abbandonato nel 2011 in questo parco regionale protetto. Sul posto è giunta la celere.

“Oggi torniamo dentro via della Caffarella 13 perché la rivoluzione ecologista non si sgombera, perché le nostre ragioni sono valide oggi come due mesi fa, e perché non ci faremo impaurire davanti alla repressione che abbiamo subito. Perché Berta Vive, e continua ad ispirarci nella lotta.”

Il collegamento con Riccardo di laboratoria ecologista Berta Caceres. Ascolta o Scarica.

Da Radio Onda d'Urto

 

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