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Articoli filtrati per data: Friday, 06 Maggio 2022
Nota introduttiva

Di Lorenzo Feltrin da EffimeraEffimera

È da poco uscito il libro di Gianni Sbrogiò L’autonomia di classe a Porto Marghera: Lotte e percorsi politici tra gli anni sessanta e settanta (Agenzia X, 2022) che offre una versione aggiornata di alcuni materiali già pubblicati in Quando il potere è operaio: Autonomia e soggettività politica a Porto Marghera (1960-1980) (Manifestolibri, 2009) a cura di Devi Sacchetto e Gianni Sbrogiò. Sono anche stati resi disponibili online tutti i numeri di Lavoro zero e ControlavoroLavoro zero e Controlavoro, la rivisita e il bollettino del gruppo operaista di Porto Marghera.[i][i] È quindi un’ottima occasione per proporre in rete il testo “Contro la nocività”, una delle prime elaborazioni sistematiche del gruppo sul tema.

 

Firmato dal Comitato Politico degli Operai di Porto Marghera, “Contro la nocività” fu presentato il 28 febbraio 1971 al Convegno Operaio Veneto tenutosi nel Cinema Marconi di Mestre. Il Comitato Politico era un’alleanza tra le sezioni locali di Potere Operaio e il Manifesto ma, al di là delle sigle, questo intervento è piuttosto una testimonianza della teoria e della pratica sulla nocività sviluppate dal gruppo operaista di Porto Marghera.[ii][ii]

Le origini del gruppo risalgono ai primi anni ’60, quando intellettuali e studenti di Padova e Venezia si incontrarono con operai critici rispetto alle leadership del PCI e della CGIL. Porto Marghera fu il contesto in cui teorici come Antonio Negri, Mariarosa Dalla Costa e Massimo Cacciari mossero i primi passi prima di assurgere alla notorietà. D’altro canto, le riflessioni prodotte dagli stessi militanti di fabbrica sono state perlopiù dimenticate. Si tratta tuttavia di un’esperienza degna di nota, perché vide – a partire dal 1968 – operai e impiegati di fabbriche inquinanti opporsi apertamente al degrado ambientale provocato dal loro stesso posto di lavoro.

 

La roccaforte del gruppo operaista di Porto Marghera era il Petrolchimico della Montedison[iii][iii] ma l’organizzazione fu presente anche in altre fabbriche, in particolare la Châtillon e l’AMMI. La figura di spicco della loro riflessione sulla nocività fu il tecnico Augusto Finzi. Nato nel 1941 in una famiglia ebrea di Venezia, Finzi spese parte della sua prima infanzia in un campo profughi in Svizzera per salvarsi dalla Shoah, nella quale l’industria chimica tedesca – la più avanzata dell’epoca – ebbe un ruolo cruciale quanto agghiacciante. Nel 1960, Finzi si diplomò all’Istituto Pacinotti di Mestre e cominciò subito a lavorare in un reparto Cvm-Pvc del Petrolchimico. Scomparse nel 2004, morto prematuramente di cancro come molti suoi compagni di lavoro.

La proposta del gruppo andò evolvendosi nel tempo, ma si possono individuare quattro punti fondamentali: 1) l’intrinseca nocività del lavoro capitalista; 2) un approccio antagonista-trasformativo alla tecnologia capitalista; 3) la connessione tra lotte sul posto di lavoro e lotte sul territorio; 4) un’autovalorizzazione di classe intesa come determinazione di “Cosa, come e quanto produrre” sulla base di bisogni collettivi che includano l’ecologia. Questa critica indicava già all’epoca una prospettiva emancipatoria di lotta per una tecnologia anticapitalista, compatibile con la riproduzione sostenibile della vita sul pianeta.

 

Gianni Sbrogiò descrive così il contesto in cui “Contro la nocività” fu scritto:

Nel settembre del 1970 nel convegno a Bologna di Potere Operaio passa la proposta di un’aggregazione col gruppo del Manifesto. A Marghera ciò avviene nel dicembre del 1970 con la creazione del Comitato Politico. […] A metà del 1971 il tentativo di aggregazione col Manifesto finisce, ma la nostra lotta per rimanere meno in fabbrica continua e nell’aprile del 1974 il Comitato Operaio (autonomamente) riesce a conquistare un’ora e mezza di riduzione di orario di lavoro al giorno per i reparti più nocivi dell’AMMI.[iv][iv]

“Contro la nocività” è un bilancio dell’Autunno Caldo e una prima sistematizzazione delle riflessioni sulla nocività del gruppo, fino a quel momento sparse in una moltitudine di volantini e articoli brevi. La nocività è vista attraverso il prisma della “strategia del rifiuto”: il lavoro capitalista è produzione di valore e quindi riproduzione di una società di sfruttamento, la lotta di classe non è quindi intesa come affermazione del lavoro, ma come sua negazione. Per dirla con Mario Tronti: “Lotta operaia contro il lavoro, lotta dell’operaio contro se stesso come lavoratore, rifiuto della forza-lavoro a farsi lavoro”.[v][v] La combinazione del rifiuto del lavoro con le disastrose condizioni di sicurezza vissute nelle fabbriche del boom industriale portò il gruppo a sviluppare l’idea chiave dell’inerente nocività del lavoro capitalista. All’epoca, la parola d’ordine delle piattaforme rivendicative operaiste era quindi “più soldi, meno lavoro”, un’espansione quantitativa dei bisogni della classe volta a raggiungere il punto di rottura dell’incompatibilità con il capitalismo.

“Contro la nocività” distingue tra una nocività “tradizionalmente intesa” – fattori di rischio tangibili come esplosioni, polveri, gas tossici, ecc. – e una nocività intangibile inerente all’organizzazione capitalista del lavoro, che rende il lavoratore (e la lavoratrice!) “un essere alienato, un pezzo della macchina produttivistica staccato completamente dal fine del suo lavoro e soggetto all’usura continua che su di lui provoca un uso inumano della sua forza-lavoro come è quello capitalistico, legato solo al profitto della classe dominante”. Una lotta per la salute che si oppone solo alla nocività tangibile è considerata come insufficiente perché destinata a essere imbrigliata e resa funzionale alla ristrutturazione capitalista, lasciando intatto il problema cruciale, la priorità della produzione di valore sulla riproduzione della vita. Questa analisi può essere letta come una critica ante litteram del capitalismo verde, nonché come un’anticipazione dell’odierna crisi della salute mentale: “Nella fabbrica di tipo nuovo, accanto a una modesta riduzione dei tossici e quindi delle malattie professionali in senso classico, si avrà un forte aumento delle malattie psicosomatiche”.

Sulla scia tracciata da Raniero Panzieri,[vi][vi] una critica della tecnologia capitalista – intesa come risultato di processi conflittuali e determinati rapporti di forza e non come sviluppo neutrale e privo di alternative – era presente in testi anteriori a “Contro la nocività”, in particolare nel manifesto “Il rifiuto del lavoro” del 1970 (riportato nel libro di Gianni Sbrogiò). Macchinari più sicuri erano necessari, “Ma per avere questi impianti bisogna forse avere una nuova razza di ingegneri, che costruisca macchine non per distruggere la salute e per aumentare a dismisura il profitto” (Volantino di fabbrica, 28 novembre 1968). Il gruppo adottò così un approccio antagonistico-trasformativo alla tecnologia capitalista che aggirava sia la posizione strumentalista, secondo cui la tecnologia capitalista sarebbe un mezzo neutrale immediatamente reindirizzabile verso fini anticapitalisti, sia il rigetto della tecnologia in quanto tale.

“Contro la nocività” è anche notevole per identificare il territorio, e in particolare i quartieri operai, come un sito della lotta di classe al punto di riproduzione: “Il quartiere operaio stesso […] è insomma una grande gabbia dove vengono rinchiusi i proletari per spremerne ancora qualcosa. […] Si può riscontrare in esso anche una chiara nocività di ambiente legata all’inquinamento dei fumi delle fabbriche”. È qui evidente, seppur non esplicitata, l’influenza delle analisi femministe che emergevano all’epoca sul lavoro riproduttivo non salariato.[vii][vii] Il 1971 è proprio l’anno della creazione di Lotta Femminista, in rottura con un operaismo da questo punto di vista in ritardo.

A mio parere, la lettura del ruolo dei sindacati e delle riforme proposta da “Contro la nocività” appare col senno di poi come eccessivamente unilaterale, tant’è vero che oggi ci troviamo a difendere quel che resta del sistema di sanità pubblica a vocazione universale generato dalle lotte degli anni ’70. Anche la critica al “modello operaio” sviluppato da Ivar Oddone e i suoi collaboratori alla Camera del Lavoro di Torino[viii][viii] è ingenerosa, nella misura in cui non riconosce il debito dello stesso gruppo operaista di Porto Marghera nei confronti dell’esperienza torinese. Esperienza per molti versi straordinaria, che ebbe poi significativi riscontri in America Latina, influenzando importanti lavori come La salud en la fábrica (Era, 1989) di Asa Cristina Laurell e Mariano Noriega. Ad ogni modo, l’unilateralismo di “Contro la nocività” dev’essere visto alla luce della competizione del gruppo con i sindacati in un contesto di forte assertività dell’autonomia operaia, e non come un dogma con pretese di universalità.

Nel corso degli anni ’70 (e quindi in un secondo momento rispetto alla stesura di “Contro la nocività”), il gruppo concluse che – per far fronte alla nocività in forma complessiva – la riduzione quantitativa dell’orario lavorativo doveva essere affiancata da profonde trasformazioni qualitative della produzione. Quindi non solo ottenere “Più salario, meno orario” ma anche decidere “Cosa, come e quanto produrre”. L’articolazione di rivendicazioni quantitative e qualitative è importante, perché – come si legge anche in questo testo – l’operaismo criticava piattaforme troppo sbilanciate verso l’aspetto qualitativo in quanto cooptabili da forme di co-gestione in cui i rappresentati dei lavoratori avrebbero collaborato a razionalizzare il proprio sfruttamento. D’altra parte, però, fu necessario riconoscere che anche un’impossibile fabbrica totalmente automatizzata, priva di lavoratori, avrebbe potuto generare forti nocività esterne in assenza di una trasformazione qualitativa del processo produttivo. Fu così che il gruppo declinò l’autovalorizzazione in chiave ecologica.

Credo che la teoria della nocività elaborata dal gruppo operaista di Porto Marghera rivesta ancora un suo interesse per l’ambientalismo anticapitalista di questi tempi di pandemie e cambiamenti climatici, in cui l’impatto della nocività capitalista è così evidente. La stessa pandemia del Covid-19 si è configurata come una manifestazione del “ricatto salute/ambiente-lavoro” su scala globale. Ma, a un livello più profondo, essendo che nella nostra società la sussistenza della classe lavoratrice dipende dal lavoro capitalista, la crescita economica infinita è necessaria per mantenere e creare posti di lavoro a prescindere dalle ricadute ambientali. Il ricatto occupazionale non è quindi una mera finzione ideologica e non riguarda solo le grandi industrie inquinanti. È una caratteristica intrinseca della società capitalista nel suo complesso.

Se i bisogni riproduttivi – come il bisogno di un ambiente salubre – sono la base materiale dell’ambientalismo working class,[ix][ix] il nesso tra riproduzione della classe e lavoro capitalista è la base materiale del negazionismo working class. Come suggerisce il testo sottostante, la nocività capitalista è un terreno di organizzazione che è possibile affrontare con una “richiesta politica di unificazione di classe, unificata appunto dalla comune dipendenza al lavoro”. La critica del lavoro capitalista e della neutralità del suo sviluppo tecnologico, la connessione tra lotte sul posto di lavoro e lotte sui territori e l’articolazione di rivendicazioni quantitative (redistribuzione della ricchezza e riduzione dell’orario lavorativo) e qualitative (trasformazione in senso ecologico della produzione) sono suggerimenti utili nella lotta per slegare l’accesso ai mezzi di sussistenza dalla nocività capitalista.

 

Contro la nocività

Comitato Politico degli Operai di Porto Marghera

Affrontando il problema della nocività in fabbrica, bisogna subito distinguere una forma di nocività, quale è quella tradizionalmente intesa, legata all’ambiente di lavoro (sostanze tossiche, fumi, polveri, rumore, ecc.) da quella legata più ampiamente all’organizzazione capitalistica del lavoro. È indubbio che, in ultima analisi, è questo secondo tipo di nocività a incidere più profondamente sull’equilibrio psicofisico del lavoratore. Ne fa un essere alienato, un pezzo della macchina produttivistica staccato completamente dal fine del suo lavoro e soggetto all’usura continua che su di lui provoca un uso inumano della sua forza-lavoro come è quello capitalistico, legato solo al profitto della classe dominante.

 

Va sottolineato a questo proposito che tendenzialmente una riduzione della nocività tradizionale oggi è anche diretto interesse capitalistico: da una parte perché questo coincide con un necessario progetto di ristrutturazione tecnologica in una fase di accelerata concentrazione del capitale, dall’altra per evitare un troppo rapido scadimento della forza-lavoro, che si ribalta in un forte aumento dei costi sociali (pensioni, previdenza sociale, ecc., nel quadro dell’integrazione Stato-Capitale). Nella fabbrica di tipo nuovo, accanto a una modesta riduzione dei tossici e quindi delle malattie professionali in senso classico, si avrà un forte aumento delle malattie psicosomatiche con alterazioni delle funzioni intestinali, circolatorie e neurologiche, in rapporto al nuovo tipo di sfruttamento intensivo.

Orari, ritmi, turni, divisioni in qualifiche e tutti gli altri strumenti dell’organizzazione capitalistica del lavoro sono perciò da colpire a fondo in una lotta generale contro la nocività.

Se infatti attraverso parziali modifiche tecniche (che sono funzionali anche alla necessità di continuo rinnovamento tecnologico della fabbrica capitalistica), il padrone può rispondere a una lotta condotta solamente contro il primo tipo di nocività, una lotta più vasta, che investa tutta l’organizzazione del lavoro si scontrerà invece sostanzialmente con i suoi interessi. L’ultimo ciclo di lotte dimostra che la classe operaia lo ha capito e che sta facendo suoi i corretti obiettivi unificanti. Ma altre forze si nascondono dietro l’affermazione (che presa in sé è una pura affermazione di principio) che la nocività è insita nell’organizzazione del lavoro; per smascherarle è necessario fare una valutazione delle lotte degli ultimi due anni. Dapprima incontriamo una linea sindacale sul problema della salute che si può riassumere con il termine di “monetizzazione della nocività”. A particolari condizioni di nocività del lavoro deve corrispondere una spesa particolare del padrone, una voce specifica del salario, ed ecco le varie forme di indennità per nocività. Questa linea sindacale approfondisce la linea “storica”: all’aumento di dispendio di lavoro, di cui le condizioni di nocività fanno parte, a una particolare, più intensa condizione di erogazione della forza lavoro (l’operaio può vendere per meno tempo la sua forza lavoro usurata rapidamente), deve corrispondere una retribuzione più elevata. Il rapporto tra salario e lavoro viene mantenuto e anzi rafforzato. Non solo, nelle particolari condizioni storiche entro le quali il sindacato portava avanti un discorso di monetizzazione, viene garantito l’interesse capitalistico addirittura del singolo padrone: l’interesse cioè a “pagare” la nocività nei momenti nei quali un intervento sul ciclo produttivo, sulle macchine, sarebbe risultato proporzionalmente troppo dispendioso o impossibile.

Dentro l’ultima grande fase di lotte emerge prepotentemente la parola d’ordine opposta: il rifiuto di qualsiasi monetizzazione, “la salute non si paga”. Con tanta forza che deve essere recepita anche dal sindacato, ma da esso ne viene stravolta. Perché per il sindacato il rifiuto della monetizzazione significa un discorso che mira a contrattare l’organizzazione capitalistica del lavoro, a “riformarla”, a “ricomporre il lavoro” e ancora a far valere una pretesa sindacale di decisione sulla quantità e sulla direzione degli investimenti. Così la fabbrica giunge ora a proposte come la chiusura del reparto in cui la concentrazione tossica superi il MAC. Tutto quello che riesce a fare è mettere in piedi commissioni paritetiche in cui “tecnici sanitari” delle due parti, sulla testa degli operai, si accordano sui livelli di tolleranza ai “tossici” della forza lavoro. (In questo modo bloccano in realtà la lotta operaia rimandando la soluzione dello scontro a un momento di ulteriore delega. Per esempio, alla Miralanza la commissione paritetica è servita a spegnere una lotta durissima.) A livello di tendenza, poi, il sindacato – accorgendosi di essere continuamente scavalcato dallo stesso spontaneismo operaio – cerca di superare le commissioni paritetiche, ma lo fa solo per approfondire il legame, anzi la subordinazione, degli operai allo sfruttamento attraverso la cosiddetta “validazione consensuale”, cioè la partecipazione operaia alla definizione di accettabili condizioni di sfruttamento (Convegno Sindacale di Torino novembre 1970). Infine, quando il sindacato chiede aumenti di salario, legati al valore del lavoro, non monetizza la nocività che ci deriva dal vendere la nostra forza lavoro al padrone? La nostra lotta deve tendere all’abbattimento del sistema retto sullo sfruttamento del lavoro.

Dobbiamo chiedere aumenti di salario staccati dalla produttività, come attualmente necessari alla soddisfazione dei nostri bisogni.

È questa la faccia operaia del rifiuto della monetizzazione: già la si poteva trovare in germe nel discorso operaio che stava dietro alla stessa richiesta di monetizzazione. Quando chiedevamo soldi in presenza di nocività, il senso reale della nostra richiesta non era lo scambio tra più lavoro (o, che è lo stesso, tra lavoro e condizioni più nocive) e più salario, ma diventava la richiesta di un aumento salariale sganciato appunto dalle ragioni della produttività e dalle ragioni particolari di una produzione a condizioni più gravose. Era una richiesta di salario per sé, che prendeva occasione dalla nocività esattamente come può prenderla da tutta un’altra serie di aspetti del lavoro concreto. Ma più chiaramente ancora, nel rifiuto della monetizzazione, ecco identificato, messo a fuoco, l’obiettivo reale della lotta: rifiuto della monetizzazione diventa rifiuto di contrattare un’organizzazione capitalistica del lavoro che viene complessivamente rifiutata. La parola d’ordine corretta che esce chiara a livello strategico è quindi: la nocività non si contratta. Non si contratta proprio come non si contratta l’organizzazione del lavoro.

In questa direzione dobbiamo lavorare perché sorgano i livelli organizzativi che diano la forza alla classe di superare il momento della contrattazione, per giungere a quello della ratifica, di battere cioè il padrone, senza dargli respiro tra una battaglia e l’altra. Ma dire questo significa anche non limitare la lotta alla fabbrica ma estenderla a tutta l’organizzazione sociale, che di quella del lavoro è la faccia speculare. La lotta non è solo contro la fabbrica capitalistica, ma contro la società capitalistica. L’operaio che esce dalla fabbrica, dove ha subito in modo più diretto lo sfruttamento padronale, torna al quartiere, dove ritorna, in modo più immediato, l’alienazione di cui era stato oggetto sul posto di lavoro. Il padrone, che già si è impossessato del suo tempo di lavoro, utilizza anche il tempo libero dell’operaio attraverso la spinta a un consumismo del tutto estraneo ai reali bisogni umani, attraverso l’informazione condizionata agli interessi dominanti e in altre cento maniere. Il quartiere operaio stesso, come nucleo urbanistico, è l’espressione degli interessi della borghesia: sorge con la creazione delle grandi unità industriali, rispecchia gli interessi della speculazione edilizia, è insomma una grande gabbia dove vengono rinchiusi i proletari per spremerne ancora qualcosa.

 

Uno dei tanti esempi, e dei più recenti che si possono fare riguardo alla zona di Marghera-Mestre, è il quartiere di S. Giuliano, costruito in una zona paludosa, per via di interessi speculativi ben precisi. Si può riscontrare in esso anche una chiara nocività di ambiente legata all’inquinamento dei fumi delle fabbriche. S. Giuliano sorge infatti alle spalle della zona industriale e, quando soffia il vento dal sud, tutta la merda soffiata fuori dalle fabbriche piove sul quartiere (e lo sa bene chi ha visto la melma verdastra sopra i tetti delle case). Se poi si va a Marghera le condizioni sono ancora peggiori.

2 - La politica delle riforme

 

La radicalità, l’egualitarismo del complesso di obiettivi emersi nelle lotte recenti significa soprattutto questo: tutti gli aspetti della condizione di lavoro della fabbrica capitalista – tutti gli aspetti cioè, che nella linea riconfermata dal movimento operaio tradizionale sono contrattati singolarmente in una trattativa permanente ma interna all’organizzazione capitalistica del lavoro – vengono ricondotti alla condizione generale ed essenziale dello sfruttamento capitalistico del lavoro, all’interno del quale vanno visti tutti gli obiettivi.

Il legame tra singolo “aspetto” e singola rivendicazione salta: restano gli obiettivi, tutti come funzione di una rivendicazione e di un orizzonte completamente politico, completamente diverso, di una rivendicazione di potere.

Ecco dove la nostra interpretazione si differenzia profondamente da quella sindacale che si esprime attraverso la “lotta per le riforme”. Sulla riforma sanitaria in particolare torneremo più tardi. Qui importa cogliere e riaffermare il fatto che, nello sviluppare le proprie proposte di riforma, il sindacato e l’intero movimento operaio tradizionale devono sempre di più scoprire la faccia politicamente repressiva del riformismo: un attacco del padrone alla classe operaia e alla sua autonomia. Nel momento in cui il capitale in Italia entra in crisi per la crescente insubordinazione operaia in fabbrica, esso tenta di recuperare il controllo sulla classe spostando il terreno di lotta su quell’imbroglio che sono le riforme.

Chiaramente si rileva come proposte delle riforme e rilancio della produttività siano due facce diverse e complementari di uno stesso progetto politico. Lama e Berlinguer, Berlinguer e Colombo, facce diverse di una stessa medaglia: produttività per le riforme, dicono gli uni, riforme per la produttività, rispondono gli altri, insieme confermando questo rapporto come condizione del dominio dei padroni. E per questo, del resto, il sindacato si incontra addirittura con specifici interessi padronali. Noi tutti sappiamo qui nel Veneto quale ottuso organo dell’arretratezza padronale sia un giornale come Il Gazzettino: ebbene di recente in esso sono apparsi degli interventi nei quali vengono addirittura recuperati gli argomenti nati nel movimento sul tema della nocività (riconoscendo come essa sia assai più larga e più estesa della mera nocività di ambiente, ecc.) tutto in funzione però di un discorso teso a dimostrare come in definitiva la soluzione sia una medicina “preventiva” attuata attraverso una nuova istituzione, composta da vecchia gente (tecnici degli enti già esistenti, consiglieri, sindacalisti, ecc.); il discorso sindacato-padronale è chiaro, è di razionalizzazione di certi discorsi sulla nocività: se le lotte operaie (ma anche le esigenze capitalistiche) mettono in crisi i vecchi istituti di controllo, se ne inventano di nuovi.

3 - Una nuova organizzazione proletaria

Porre correttamente oggi il tema della nocività (e non solo come tema di discussione ma come iniziativa pratica che subito intendiamo organizzare) significa – dicevamo – porre, in una sua articolazione, in definitiva il tema del potere. L’unico modo non retorico di porre e risolvere questo problema è di vederlo sul terreno dell’organizzazione. Noi diciamo infatti che alla nocività ci si deve opporre in quanto essa è nocività “da lavoro”: e dunque riduzione dell’orario per tutti e non solo per i reparti “nocivi”, aumento del salario, parità normativa, gratuità dei trasporti (intesa come richiesta politica di unificazione di classe, unificata appunto dalla comune dipendenza al lavoro) e via discorrendo. Ma tutto ciò non significherebbe nulla se in funzione di questa lotta e dentro di essa non fossimo capaci di stabilizzare un livello organizzativo reale. Per la semplicissima ragione che senza di questo neppure può esistere quella prospettiva di potere operaio, di potere comunista, in mano alla classe operaia, che è l’unico rimedio materiale per sopprimere la nocività da lavoro – per progettare l’eliminazione sulla fonte stessa di ogni nocività e di ogni miseria operaia, per eliminare lo sfruttamento del lavoro.

È quindi necessario, nell’impostare l’agitazione e la lotta sui problemi della nocività, sviluppare livelli organizzativi che di volta in volta portino alla vittoria le lotte parziali e, più in generale, siano l’espressione organizzativa dei raggiunti livelli di coscienza politica di classe. Anche a Porto Marghera è fondamentale la costruzione del Comitato Politico Operaio che, attraverso un processo di aggregazione dell’avanguardia operaia, funzioni da propulsore-gestore delle lotte, nella loro necessaria dimensione politica. Abbiamo scoperto prima: la complementarità di riforme e rilancio della produttività. Abbiamo visto questo progetto gestito in questi mesi nelle fabbriche e nella società. Ma abbiamo anche visto a scorno di tutti i riformisti il suo fallimento. Una lotta che non ha conosciuto tregue, dall’Autunno Caldo, è riuscita a tenere separate riforme e produttività e a sconfiggerle entrambe, la prima con l’indifferenza più totale (il risultato dell’ultimo sciopero sulle riforme anche a Marghera parla chiaro) la seconda con una continuità generale di iniziativa operaia e proletaria che nessuno credeva possibile dopo la grande ondata dell’anno scorso. Separate, riforme e produttività non tengono più: la crisi politica attuale è sotto gli occhi di tutti. Di essa rivendichiamo il merito all’iniziativa operaia, ma di essa non possiamo accontentarci. Lo stesso approfondimento della crisi non è possibile, materialmente, se in tutto l’ampio fronte del movimento delle lotte non vengono ulteriormente esplicitati, comunicati e radicalizzati gli obiettivi e i temi politici che la stessa “storia” delle lotte ha prepotentemente costretto a venire alla luce – senza una qualità politica delle lotte che solo l’estensione e l’irrobustimento dell’organizzazione può garantire. Questo – per noi, per tutte le avanguardie di fabbrica e del movimento – è ora il terreno decisivo.

4 - La riforma sanitaria

 

Quali sono le proposte più qualificanti per la lotta alla nocività espresse dal PCI e dal sindacato? Dal partito viene l’indicazione della riforma sanitaria. Il sindacato tenta di condurre la lotta a livello di fabbrica e con essa porta avanti altre indicazioni come la riduzione dell’orario solamente nei turni e nei reparti “nocivi” (vedi Petrolchimica), richiesta di diminuzione dei MAC o di chiusura dei reparti in cui i MAC stessi siano superati, ecc.

Rientrano tali obiettivi in una linea strategica che individui la lotta alla nocività come lotta all’organizzazione capitalistica del lavoro? Chiaramente no! Il porre l’Unità Sanitaria Locale (USL) come lo strumento con il quale si supererà la delega della tutela della salute, che finora veniva data dal proletariato al medico, attraverso la gestione “democratica” della stessa è pura mistificazione. La delega passa dal medico di fabbrica e della mutua a quelli dell’USL: si passa da una gestione direttamente padronale della salute a una gestione “statale”, cioè ancora padronale. La nuova istituzione sanitaria vedrà solo il sindacato cogestire con il padrone il controllo della salute.

Il proporre la conduzione da parte del Comune dell’USL come la risoluzione al problema della prevenzione (“entrando in possesso dei compiti di assistenza ospedaliera e assistenza specialistica, il Comune potrà cominciare a realizzare la saldatura fra prevenzione e terapia” proposta di legge PCI), è pura mistificazione. Il Comune, come istituzione della società capitalistica, potrà solo mediare gli interessi del capitale e giungere al massimo a una terapia precoce e a un intervento sul MAC, per quanto riguarda la fabbrica. Finché ci sarà il padrone, il potere lo avrà in mano solo lui e di prevenzione non si potrà certo parlare.

Prevenzione significa rovesciare dal fondo l’organizzazione capitalistica del lavoro: pensare che il Comune con l’USL sia in grado di condurre una battaglia simile è ridicolo. La vera prevenzione abbiamo già incominciato a farla noi stando a casa dalla fabbrica quando ci pare. È il lavoro che è nocivo: l’assenteismo è la prova che l’abbiamo capito (12% alla Fiat e fino al 24% alla Mirafiori, 13,6% alla Olivetti, 8,8% all’Alfa Romeo, ecc.).

L’affrontare il problema del diritto alla salute proponendo l’USL significa procedere nella logica capitalistica della settorializzazione della scienza: difendere la salute spetta alla medicina. Noi invece sappiamo che difendere la salute è ora principalmente una lotta politica che deve sostenere in prima persona il proletariato. Con la sua politica riformistica in realtà il PCI e per lui il sindacato in fabbrica tendono a spostare un terreno fertile di lotta come quello sulla nocività fuori dalla fabbrica, affidare la gestione del problema alle istituzioni (comuni, regioni, parlamento) togliendo dalle mani del proletariato l’organizzazione diretta dello scontro. La riforma sanitaria è un momento di razionalizzazione di cui il padrone stesso ha bisogno, poiché ora l’ospedale e le mutue non servono più bene neppure per le funzioni di controllo sulla classe e di riammissione nel ciclo produttivo del produttore uscitone per malattia. Per la classe operaia la riforma sanitaria consisterà al massimo in un miglioramento dell’assistenza sanitaria e non sarà certo un momento per l’acquisizione di potere come la presenta il PCI.

5 - Articolazione della lotta nella fabbrica

 

Orari

Primo obiettivo su cui dobbiamo puntare, in una lotta contro la nocività in fabbrica, è la riduzione dell’orario di lavoro: meno tempo si lavora, meno si è esposti al lavoro nocivo. Dove il sindacato propone le 36 ore per i turnisti e i reparti nocivi, ancora una volta considerando la nocività come un problema solo di quegli operai che lavorano in un ambiente inquinato e particolarmente rumoroso, ecc., noi rispondiamo che la nocività colpisce, attraverso il lavoro stesso, tutti i lavoratori e perciò le 36 ore sono un obiettivo giusto per tutti.

Anche al padrone va bene considerare solo la nocività d’ambiente: la sua risposta a livello di orario è lo spostamento dell’operaio per alcune ore dal reparto “nocivo” a un altro reparto. In primo luogo, abbiamo visto che una soluzione del genere non elimina la nocività legata all’organizzazione del lavoro; inoltre è un rimedio spesso inefficace anche contro la nocività d’ambiente e porta solo all’esposizione di più operai all’ambiente nocivo, attraverso la rotazione dei posti di lavoro.

 

Qualifiche

La mobilità, poi, diventa arma padronale per introdurre le qualifiche legate alla carriera professionale. Nel momento in cui il vecchio criterio della qualifica viene scosso dalle lotte operaie, il padrone cerca un nuovo modo per dividere la classe; e la proposta sindacale di rotazione di posti di lavoro fa il suo gioco.

Dobbiamo rispondere con una lotta che si proponga di giungere alla qualifica unica uguale per tutti, operai e impiegati, per costruire l’unificazione di classe laddove il padrone la vuole dividere.

Straordinari

Lottare per la riduzione dell’orario di lavoro significa anche chiedere l’abolizione di tutti gli straordinari, rifiutando il ricatto che si regge sui bassi salari, e rivalendoci della perdita nella busta paga con un aumento sulla paga base.

 

Trasporti

Quando infine parliamo di orario di lavoro dobbiamo intendere anche il tempo necessario per arrivare in fabbrica da casa: è tempo che noi spendiamo per il padrone e ce lo deve pagare!

Ritmi

Ma qualsiasi lotta che ci impegni solo sull’orario può venir recuperata, come ben sappiamo, a livello dei ritmi. Perciò dobbiamo attaccare i padroni anche sui ritmi, ma non nel senso di concordarli attraverso commissioni paritetiche, aiutando così il padrone a sfruttarci più razionalmente. Dobbiamo contestare in ogni momento i ritmi che il padrone ci impone, trovando così nella lotta nuovi momenti di unità e di organizzazione.

 

Turni

Così anche per i turni. I turni di notte sconvolgono l’equilibro psicofisico del lavoratore, modificando continuamente quei ritmi biologici che nelle 24 ore si dovrebbero svolgere con regolarità. I turni perciò sono una delle massime espressioni di nocività dell’organizzazione del lavoro. I turni di notte sono da abolire. A chi dice che ciò è impossibile, per le esigenze del ciclo continuo, noi rispondiamo che il ciclo continuo è stato inventato dal padrone e che perciò non ci riguarda. Che se ne inventi un altro! Per giungere a battere il padrone su questo punto vitale per l’attuale funzionamento della sua fabbrica dobbiamo costruire l’organizzazione che ce ne dia la capacità. L’esito di ogni incontro col padrone dipende dai rapporti di forza, che per il proletariato significano: combattività e organizzazione che sorregga la combattività.

 

Nocività e ambiente

Nella lotta contro la nocività non dobbiamo dimenticare la nocività di ambiente, che si fa sentire nella realtà di ogni giorno attraverso le varie bronchiti croniche, sordità e malattie più gravi. Ma non dobbiamo neppure farci ingabbiare nella logica della contrattazione dei MAC. Anche perché i MAC sono una delle più grandi balle propinate a livello scientifico. Secondo gli strumenti usati, il modo di fare l’analisi, le teorie del ricercatore, essi variano ampiamente, ma chi si ammala è sempre l’operaio. Se anche un MAC fosse perfettamente stabilito (che ci vengano a spiegare però come si fa a determinarlo correttamente per le sostanze cancerogene), ci sono le variazioni individuali: un operaio può risentire molto più di un altro di una stessa concentrazione di sostanze tossiche. Perciò, caso mai, un’analisi non deve centrarsi sull’ambiente, ma sugli operai che lavorano in questo ambiente: se uno solo di essi accusa effetti dannosi, l’ambiente è da considerarsi dannoso.

Qualsiasi lotta particolare sulla nocività di ambiente acquista significato solo se connessa alla più larga battaglia contro la nocività dell’organizzazione capitalistica. In questo senso, affrontando la lotta contro la nocività, se sapremo esprimere alti gradi di combattività, il padrone stesso cercherà di arginarla proponendo parziali modifiche tecniche. Attraverso la giusta lotta contro l’organizzazione della fabbrica del padrone ci conquisteremo così anche le necessarie correzioni tecniche all’ambiente di lavoro.

6 - Estensione della lotta al quartiere

Nell’affrontare il problema dell’estensione al quartiere della lotta contro la nocività, dobbiamo tener conto di due possibili errori:

1) Fare della lotta nel quartiere qualcosa di separato dalla lotta nella fabbrica, riducendo la prima a una “lotta democratica”, a un’azione cioè che vede impegnate tutte le componenti della società in uno sforzo per migliorare la situazione attuale, per razionalizzare, in ultima analisi, la società capitalistica stessa. La lotta popolare ha significato eversivo solo se ha una direzione proletaria. In questo senso è da rifiutare ancora una volta l’impostazione data dal PCI e dal sindacato alla lotta per le riforme sociali, che vede l’operaio sdoppiarsi di volta in volta nelle figure del cittadino, del genitore, ecc. e la lotta nella società sovrapporsi e non fondersi alla lotta nella fabbrica.

2) È da evitare anche il pericolo opposto, vedere cioè la lotta nel quartiere come una pura propaggine della lotta nella fabbrica, limitandosi a riportare meccanicamente gli obiettivi della fabbrica all’esterno. Sono invece da evidenziare i momenti unificanti dei due interventi e, nello stesso discorso di organizzazione politica, cogliere obiettivi particolari su cui far convergere la lotta del quartiere.

A livello di Porto Marghera e zone contigue è subito da iniziare un intervento agitatorio che sollevi correttamente i problemi connessi alla nocività. Difendere la propria salute significa lotta contro la nocività insita nel modo di vivere della società capitalistica.

Note

[i][i] Nel corso della sua esistenza il gruppo ha usato diverse sigle (Potere operaio, Comitato operaio, Comitato politico, Assemblea autonoma, Lavoro zero, Controlavoro, Collettivo di lotta contro le produzioni nocive, ecc.) in tempi o per scopi diversi. Per semplicità, qui viene chiamato “gruppo operaista di Porto Marghera”.

[ii][ii] Lorenzo Feltrin e Devi Sacchetto, 2021, “The work-technology nexus and working-class environmentalism: Workerism versus capitalist noxiousness in Italy’s Long 1968”, Theory and Society, 50(5): 815-835.

[iii][iii] Gilda Zazzara, 2009, Il Petrolchimico, Padova: Il Poligrafo.

[iv][iv] Comunicazione privata.

[v][v] Mario Tronti, 2006 [1966], Operai e capitale, Roma: DeriveApprodi, p. 262.

[vi][vi] Raniero Panzieri, 1961, “Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo”, Quaderni rossi, 1, 53–72.

[vii][vii] Mariarosa Dalla Costa, 1972, Potere femminile e sovversione sociale, Padova: Marsilio.

[viii][viii] Elena Davigo, 2017, Il movimento italiano per la tutela della salute negli ambienti di lavoro (1961-1978), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze.

[ix][ix] Stefania Barca ed Emanuele Leonardi, 2018, “Working-class ecology and union politics: A conceptual topology”, Globalizations, 15(4), 487-503.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Per trenta anni, noi occidentali, abbiamo vissuto dentro una credenza vastamente e profondamente condivisa per la quale il mondo doveva smetterla di frazionarsi in stati egoisti. Molto male proveniva dallo Stato. L’egoismo delle nazioni, i nazionalismi, i confini, la società non aperta, l’odio ideologico, il fascio-nazismo. Soprattutto, il frazionamento statuale impediva il venirsi a formare e liberamente funzionare dell’infrastruttura che unica ci avrebbe dato benessere, futuro, pace: il mercato.

di Pierluigi Fagan da Sinistra in Rete

Chi sapeva del mondo guardava con ironica compassione quelle frange di diseredati che cianciavano contro la “globalizzazione”, invidiosi dell’altrui competenza e merito nel sapersi destreggiare in un gioco che non sapevano giocare perché inetti. Eh sì, purtroppo è la dura legge della natura, la sopravvivenza del più abile e chi non aveva certe abilità era comprensibile provasse a lamentarsi del gioco invece che capire di non esser in grado di giocarlo accettando la propria minorità manifesta.

Costoro erano gli stessi che ti guardavano con altezzosa commiserazione perché eri perplesso davanti i peana sulla smaterializzazione del mondo. Mentalità antiche erano ancora lì con ferro, nickel, petrolio, grano ed altre orribili materie materialiste, non capendo la bellezza eterea della smaterializzazione: bit, info, data, idrogeno (si vabbè è materia, ma gassosa), skill, empowerment, human capital, keep in touch, just in time, studia l’inglese che altrimenti sei fuori dai giochi, ignorante bavoso neandertaliano fuori luogo in un mondo di sapiens che esprimevano la loro naturale élite di sapiens-sapiens.

Gli stessi erano poi quella massa di ispirati risvegliati che s’erano di recente accorti del Grande Problema Climatico. Per cinquanta anni avevano definito chi di quel problema si corrucciava degli “abbracciatori di alberi”, ma poi s’erano ravveduti ed avevano loro abbracciato la causa verde come unica salvezza di un mondo altrimenti destinato alla catastrofica rovina, l’estinzione umana.

Poi un bel giorno del tardo febbraio del 2022, tutto ciò scompare di colpo, magicamente, la storia svolta ad angolo retto e nessuno più si volta indietro a guardare cosa c’era prima, da dove si veniva, qual era la diritta Via che s’era smarrita.

Ma quale globalizzazione? Cosa vuoi fare affari con i barbari, gli autocrati, i cinesi, i nemici della democrazia, gli illiberali? Qui c’è da difendere i valori diamine! No stupido, non i valori della borsa, i valori dei principi!

Ma quale smaterializzazione imbecille! Ma non ti chiedi mai di cosa diavolo è fatta la tua vita? Ma non ti accorgi quanto ferro, nickel, grano è necessario per vivere a te che in fondo sei solo un animale con lo smartphone? E ti sei domandato di cosa diavolo è fatto uno smartphone oltreché data, bit, like, Instagram e musica gratis? E cosa pensi che queste materie le trovi gratuite e disponibili nel “mondo grande e terribile”? O pensi che per averle dobbiamo sottoporci ai ricatti dei “barbari, autocrati, cinesi, nemici della democrazia, illiberali?”. Certa gente è proprio idiota, non capisce.

Che poi è la stessa che non capisce che non si possono sacrificare i propri valori per un metrocubo di gas e i valori vanno difesi coi sacrifici, a costo di tornare al carbone, all’atomo, magari andiamo a far legna così facciamo anche esercizio e ci teniamo in forma.

Ci sono due costanti in questo breve filmato delle nostre vite.

La prima è l’ineffabilità con cui gli stessi che per trenta anni dicevano il “tutto” ora dicono l’esatto contrario di quello stesso “tutto”. Li vedi trasformati ma è un attimo, una increspatura della percezione. Erano sorridenti e fiduciosi di futuro, ora sono arrabbiati e frustrati perché tu non capisci che la pace si ottiene con la guerra. Sono improvvisamente isterici perché vedono tremendi rischi per le essenze della nostra civiltà di cui si sono autoeletti “guardiani” e tu non li segui. Lo stato è bene, armato è meglio! Il nazionalismo è giusto, è diritto sacrosanto di auto-determinazione dei popoli e va difeso con la spada. Nazi-fascisti? Vabbè ma sono pur sempre difensori dell'Occidente. Confini aperti? Ma sei pazzo? Cortine di ferro, muri, valloni, cavalli di frisia se necessario, civiltà di qua, barbari di là. Cosa? Libertà di parola? A chi? Al nemico? Ma se è nemico cosa vuoi parlare, ascoltare, discutere, devi solo picchiare, urlare, tagliargli la lingua.

Scadenti giornalisti di costume, frustrati critici televisivi, polemisti sulla qualunque purché si urli e si faccia rissa, uomini senza qualità, ora sono diventati grandi strateghi geopolitici, esperti di Relazioni Internazionali, filosofi dell’etica del pan per focaccia o drone suicida killer con chip AI, per antico carro armato made in URSS, fangoso, stupido nella sua cieca brutalità sovietica. Codice colore? Dallo squillante verde primavera e speranza al giallo e blu sebbene un tono di verde militare nella T-shirt sia di complemento.

La seconda costante del breve, ridicolo, se non tragico filmato dei nostri ultimi trenta e passa anni, è la stupidità.

La stupidità venne così definita dal grande C. M. Cipolla, uno dei pochi storici che si prese la briga di illuminare quella delicata transizione dal medioevo al moderno, andando a contare cose: armi, cannoni, legni, morti per epidemie, pidocchi, odori, medicine, spezie, monete, da usare per racconti storici basati su i numeri, con talvolta una sottile ironia davanti anche alla stupidità storica di chi, più che storico, in fondo è spesso solo un letterato scadente. La stupidità è: un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.

Forse è per una sottile ed inconscia percezione della vasta e diffusa stupidità che molti, di questi tempi confusi ed incerti, odiano. Odiano la stupidità dell’altro, che sia neo-putiniano o pacifista o complessista o anti-occidentalista o multipolarista o non disposto a tagliarsi il gas per l’ideale superiore. Sono molto arrabbiati. Si capisce. Debbono odiare l’altro perché se si fermassero un attimo, se guardassero indietro a quello che pensavano e dicevano poco tempo fa, con quanta convinzione e veemenza sostenevano l’esatto contrario di quello che sostengono oggi, rimarrebbero lì con l’aria interdetta di ciò che nonostante gli sforzi affiora naturalmente alla coscienza. Quel “ma…?” che aprirebbe alla terribile consapevolezza: “ma vuoi vedere che quello stupido sono io?”.

E sì, la storia ha svoltato ad anglo retto ma dietro l’angolo c’è lo stesso stupido che eri prima. E questa è la Grande Costante della Storia: stupidi furbi che dominano stupidi scemi

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Il Movimento NoMuos, che da molti anni si batte contro l’installazione a Niscemi del trasmettitore militare di ultima generazione funzionale ai movimenti bellici in tutta Europa e contro la militarizzazione del territorio Siciliano, ha appena pubblicato un importante dossier “Università e Guerra”, che cerca di indagare sia come è percepito dalla componente studentesca il rapporto tra aziende belliche e mondo della formazione, sia di approfondire una indagine sulla relazione tra ricerca e finalità militari, che é sempre più presente nel modello universitario odierno. Un dossier estremamente attuale in questi tempi di guerra, che va a coprire la necessità di chiarire i rapporti che l’istituzione universitaria contrae con l’apparato militare-industriale.

Inoltre, facciamo il punto sullo stato di salute del Movimento No Muos e delle sue prospettive di lotta, rilanciando un appuntamento nazionale con un campeggio ad inizio Agosto.

Ne parliamo con una compagna siciliana:

Da Radio Blackout

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“Donne accorrete! È arrivato l’Eurovision!”

C’è il clima delle grandi occasioni a Torino per l’arrivo dell'Eurovision Song Contest, festival canoro televisivo rilanciato in Italia dalla vittoria dei Maneskin nell’ultima edizione. Il giubilo sui quotidiani mainstream è secondo solo a quello dell’intera classe politica sabauda, che fa a gara per intestarsi i meriti dell’arrivo del grande evento che avrà le solite ricadute in fantastilioni sulla città tutta.

Ma sarà davvero così? 

Di Sistema Torino

I COSTI E LE RICADUTE

“A ben guardare, questa somiglia tanto alla classica occasione da non lasciarsi sfuggire” è il sobrio incipit di un articolo de La Stampa, sovrastato da un gigantesco 100 MILIONI (di ricadute) in rosso acceso, giusto per rendere subito chiaro qual è il livello di approfondimento e di distacco che La Busiarda vuole mettere in pratica.

L’investimento della Città si aggira invece intorno ai 10 milioni (sebbene sia facile immaginare un aumento dei costi ex post), andando a gravare su un bilancio che è esso sì in rosso acceso, tanto che Torino è inserita, insieme a Napoli, in un severo piano di rientro che prevede aumenti delle aliquote IRPEF e possibili tagli alle spese pubbliche nel futuro prossimo.

A un certo punto vi è stato anche un problema di reperimento degli sponsor a 50 giorni dell’evento ma poi qualcuno in soccorso è arrivato e la polemica si è chetata.

Ma il vero fulcro del contendere sta nella ricchezza che l’investimento pubblico genererà: 100 milioni che i turisti e gli addetti ai lavori spenderanno in “alberghi e ristoranti pieni, alla faccia della crisi!” (Cit. Berlusconi in questo video d'antan). E, dato che gli alberghi non basteranno, ci penserà la ricettività privata a colmare il gap, con Airbnb e dintorni che registrano un'impennata delle richieste in città, con relativo aumento iperbolico dei prezzi di una camera per la settimana dell’Eurovision.  

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Tralasciando il fatto che la valutazione di quanti soldi “lascia” in città un grande evento appare spesso fumosa, oltre che affidata ad agenzie spesso limitrofe al comitato organizzatore stesso, è più proficuo “seguire il denaro” e capire in quali tasche andrà a finire. Le grandi catene alberghiere e i multiproprietari immobiliari sono i principali indiziati di arricchimento rapido e indolore, grazie anche al già citato potere di gonfiare a dismisura i costi di pernottamento nei giorni più caldi.

Chi non avesse una seconda casa (o stanza) da affittare, si dovrà accontentare di fare il cameriere per un mese, pulire le stanze degli alberghi a intermittenza o, per i più smart, fare check in - check out per Airbnb, andando alla ricerca degli “sgocciolamenti di ricchezza” verso i poveri della città, tanto per citare la trickle-down economics nata in seno alla destra americana e ora diventata mainstream nella supposta sinistra torinese e nazionale.

Le cronache locali non ci hanno fatto mancare in queste settimane l “articolo denuncia” sulle camere d’albergo a prezzo triplicato: saremmo curiosi di sapere se anche i lavoratori riceveranno un surplus di salario per redistribuire la pioggia di denaro che investirà Torino.

Inutile illudersi a riguardo, visto che non mancano di certo gli studi a dimostrare la precarietà e la scarsa redditività dell’impiego turistico: secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, più del 55% del totale dei lavoratori a chiamata presta attività nella filiera del turismo e della cultura. In questi comparti, solo il 59% dei lavoratori viene assunto a tempo indeterminato (contro l’82% del totale dell'economia). A tutto ciò si aggiungono le basse retribuzioni, l’orario di lavoro ridotto (il 54% di part time contro il 29% del totale) e la dequalificazione professionale (82% di qualifiche “operaie” contro il 53% del totale). Nella nostra Regione, in riferimento all’agglomerato commercio-turismo (di fatto ristoranti e alberghi soprattutto) due contratti su dieci sono a tempo determinato, sette sono precari: aggiungiamo che il 46,7% degli Under29 piemontesi lavora con contratti precari.

Come se non bastasse, ci pensa la prima pagina di Corriere Torino del 4 maggio a calcare la mano:

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NON SI TROVANO CAMERIERI NÉ OPERAI

 

 Il contenuto dell’articolo stesso rende evidente, attraverso i dati, quanto precariato e indeterminatezza venga messa sul mercato del lavoro, ma il maiuscolo al suo interno non lascia scampo a fraintendimenti: "È il mese degli eventi, in Piemonte manca personale: camerieri e operai".

Il corto-circuito comunicativo risiede nel frame reiterato: il non-detto, il messaggio sottostante che solletica la maggior parte dei lettori del Corriere è che i giovani choosy non hanno voglia di fare sacrifici. Basta pensare all’ improvvida dichiarazione di chef Borghese di pochi giorni fa sui giovani cuochi che non devono essere per forza pagati.

Eppure, una soluzione molto semplice ci sarebbe, ed è quella che propone l’Esimio Prof. Semi dalle colonne di Repubblica: aumentiamo i salari! 

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Se gli industriali pagassero di più i tecnici che vanno cercando, se i ristoratori non spacciassero per giusta retribuzione uno stipendio minimo per 70 ore settimanali, se il Comune intervenisse per calmierare gli affitti, forse avremmo una città più vivibile e più a misura di giovani, come piace dire ai nostri amministratori.

La piramide sociale però non è finita, al fondo ci sono i Lumpenproletariat: questo ottimo approfondimento di NapoliMonitor accende la luce, anzi la fiaccola, su una pratica che per Torino è tradizione olimpica: lo sgombero dei più poveri, dei degradati, delle baracche che stonano con la città che si riempie di aggettivi in inglese per non farsi cogliere impreparata all’ arrivo dell’orda di turisti.

Non si possono vedere camper nelle piazze più grandi della città (sebbene ne stiano spuntando come funghi al Parco Ruffini), non si può insozzare il centro-vetrina con la vista di barboni col cane che chiedono l’elemosina: l’ideologia del degrado colpisce ancora, inesorabile.

 

QUALI RICADUTE PER I VOLONTARI? LE GIACCHETTE!

Eurovision è un evento per molti ma non per tutti, esattamente come successe per il ticketing delle Finali del tennis: la spesa media per un biglietto si aggira sui 200 euro.

E chi non può permetterselo ma non vuole perdersi LA GRANDE OCCASIONE che cosa fa? 

 Semplice, il volontario! 

 

È il consigliere PD Saluzzo, durante una discussione nel Consiglio Comunale di Torino, a suggerire questa opzione ai giovani, arrivando a esaltarne i valori civici, cascando nell’errore di riconoscere “il ruolo strutturale del volontariato all’interno dei grandi eventi cittadini”. Peccato però che, come sottolineato dalla mozione (bocciata dalla maggioranza PD, con Sinistra Ecologista astenuta) dei consiglieri di minoranza Sganga, Russi e Castiglione, i volontari andrebbero “impiegati solo per attività accessorie e di supporto all'evento e non già ad attività strutturali allo stesso”. 

Mentre andavamo in stampa (scusate non è vero, ma fa molto smart) è scoppiato il bubbone relativo alla mail inviata a chi fa volontariato al Vip Lounge: il buffet non è per voi, cari Signor Nessuno. 

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Per voi ci sono i buoni pasto se “lavorate” (le virgolette sono dovute alla contraddizione del lavoro senza salario) almeno sei ore al giorno. E comunque non pensate di consumare i vostri ticket nei bar riservati ad artisti e operatori: la divisione di classe dev’essere netta e ben visibile.

Per chi lavora senza virgolette non si tratta comunque dell’eldorado, stando alle testimonianze apparse sui social grazie a un post di Valentine Wolf: contratto a tempo determinato per 8 ore al giorno in piedi pagati €5,40 l'ora (compresivi di ferie, TFR e tutte le altre questioni del caso). 

Aldilà degli aspetti specifici e dell’autogoal di mail simili, c’è da chiedersi se non sia svilente l’immagine di una città SO MUCH OF EVERYTHING che non riesce a offrire ai propri giovani null’altro che lavoro gratuito che fa curriculum, corredato da una giacchetta estiva da sfoggiare come prova di esserci stati, di averne preso parte: I WAS THERE!  

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Ricordiamo che siamo la Città Metropolitana con il record di disoccupazione giovanile nel Nord Italia,e che “vanta” il tasso di crescita zero per le startup tra gli Under 35: tutto però passa in secondo piano, c’è la pax eurovisionaria e il tema del lavoro è già dimenticato anche tra i “compagni istituzionali” che hanno sfilato in piazza il primo maggio.

Ma non vi preoccupate troppo: Repubblica ci segnala che spacchiamo sui social, e addirittura la cantante montenegrina ha fatto un sacco di foto al Po pubblicandole su Instagram. Non vi rendete proprio conto, cari rosiconi, di quale cazzodifigata sia Eurovision per Torino?

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PARCO PUBBLICO, VERDE PRIVATO: L’INVASIONE “OFF” DEL VALENTINO

Il Salone del Gusto 2016 inaugurò una pratica che ormai nessun grande evento (vedi Salone dell’Auto), e nessuna Giunta, vuole lasciarsi sfuggire: trasformare il parco del Valentino, il polmone cittadino per antonomasia, in una location privata invasa dai turisti per assistere al concerto dai maxischermi, vedere live agli eventi collaterali e approfittare dello street food. Perché? Beh, stando alle risposte in Aula dell’Assessore ai Grandi Eventi Carretta, c’era la necessità di individuare una zona centrale per la costruzione del Village: il privato chiede, anzi impone, il pubblico risponde senza battere ciglio. Anzi, senza neanche convocare il “Comitato di gestione del Parco Valentino”, e richiedendo un parere troppo tardivo alla “Consulta comunale per l’ambiente e il verde”: tanto ci ha già detto Eurovision cosa fare, perché perdere tempo con i corpi intermedi?


Seguendo la tradizione, l’occupazione del parco stesso è iniziata con parecchi giorni d’anticipo, e non facciamo fatica a immaginarne altrettanti per lo smontaggio delle strutture stesse: quale regolamento permette la “valorizzazione del parco” (come dicono i suoi sostenitori) per un arco di tempo così ampio rispetto ai giorni dell’evento stesso?

A tal proposito, il “regolamento per le modalità di svolgimento di manifestazioni che comportano occupazione di suolo pubblico” è stato modificato nella seduta consiliare del 4 maggio per potersi adattare alle esigenze stringenti attuali. L’ evolutiva consentirà “il rilascio di autorizzazioni temporanee alla somministrazione di alimenti e bevande”: in realtà saranno vietate le bevande alcoliche sopra i 5 gradi, si potrà bere solo birra per la felicità dello sponsor Peroni.

Il vietato diventa legale con un colpo di spugna tre giorni prima dell’inaugurazione, perché nessun regolamento, nessuna norma ventennale può mettersi di traverso alla Torino pirotecnica del PD locale.

SOMMINISTRIFICATION!” urlerebbe il collettivo dei nostri amici che seguono le vicende del food nel tessuto urbano. Aldilà delle battute, e dell’ennesima prova del centro-sinistra che non vuole porre ostacoli, ma anzi stende il tappeto rosso all’avanzata dell’enogastronomico che si mangia ogni aspetto della vita pubblica cittadina, l’aspetto realmente grave è la mancata tutela di un parco dall’alto valore storico e ambientale: dove è finito il green con il quale si colorano i discorsi di organizzatori e amministratori pubblici? 

Estrapolando dalla lettera che i comitati ambientalisti hanno rivolto al Comune,

Il parco del Valentino è ridotto a una cartolina di Torino, senza valutare l’impatto dell’iniziativa sulle aree verdi e gli impianti arborei, con grande afflusso di folla, prevista soprattutto nelle ore notturne

Chi segue con interesse critico gli effetti nefasti dell’economia turistica sul tessuto metropolitano non si sarà certo stupito: la messa a reddito di qualsiasi spazio pubblico non ha risparmiato neanche il verde cittadino, che anzi diventa una suggestiva location per il consumo privato dei cittadini mordi-e-fuggi.

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LA TOURIST-FOODIFICATION DELL’EVENTO: LA CULTURA SI MANGIA!

E dopo Eurovision? Che succederà? Sulla scorta delle ATP FINALS che dureranno 5 anni, si cerca di “dare continuità al Grande Evento”, il nuovo mantra che prova a mascherare il fallimento economico del modello della Torino pirotecnica nata con le Olimpiadi 2006. 

Siamo al limite del grottesco nel leggere le proposte di questi giorni: costruzione di una teleferica che collega il parco pubblico cittadino con la collina torinese, nuove Wine Week, e candidatura a ospitare le Olimpiadi, stavolta estive, del 2036.

 

L’unica, tra queste boutade, che sembra realistica è quella che sta rimbalzando su La Stampa: l “Assessore ombra alla Cultura” Verri (il protagonista di Matera Capitale della Cultura) gioca di sponda con l’Assessore ai Grandi Eventi Mimmo Carretta per tirare fuori il coniglio dal cilindro al momento giusto. 

Per Torino è giunta l’ora di riavere un Festival musicale, magari un bel Traffic! 

Ehi, ma aspettate un momento: non esisteva già? E perché riproporlo adesso?

L’unica logica sottostante sembra essere ancora, sempre e comunque, quella del grande annuncio che tanta gloria reca all’ideatore, e grandi caratteri cubitali porta sulle cronache locali dei giornali in edicola. 

I latori di tale proposta dimenticano però che di festival musicali a Torino ce ne sono già parecchi, e sono anche “diffusi” come sono soliti dire nella loro neolingua fuffosa.

Rimandiamo a questo post di Alessandro Gambo, storico DJ e non solo torinese per una molto divertente e altrettanto competente critica a riguardo. 

Fa sorridere notare come gli esegeti della cultura torinese, della Torino Capitale di tutto, dimostrino una così scarsa conoscenza del territorio che amministrano, per non parlare della pochezza di quanto propongono.

Davvero vogliono farci credere che Eurovision sia un evento culturale, e non l’equivalente delle mostre blockbuster per i nostri musei? 

Davvero qualcuno ha creduto alle ricadute culturali sulla città urlate ai quattro venti da molti “musicisti VIP” torinesi, come se i nostri quartieri si dovessero trasformare in un tappeto di buskers e concerti dal vivo? Gli appelli del sistema culturale torinese sembrano aver partorito il topolino: il risultato finale è una querelle durata 48 ore con i commercianti del centro che hanno richiesto a gran voce deroghe ai regolamenti per poter fare concertini acchiappa-turisti.

   

L’ente organizzatore ha redatto invece l’elenco ufficiale degli “Euroclub OFF”, dei luoghi suggeriti per viversi a pieno la cultura e la tradizione della città ospitante.

Sono nomi che certo non risulteranno nuovi a chi segue Foodification, ma non solo: Green Pea di Farinetti, Nuvola Lavazza, Snodo, Eataly (doppietta di Farinetti!), L’Osteria Lanterna per dare un tocco di autenticità regionale, e l’immancabile Mercato Centrale. 

Il mantra economico di un tempo era chiedersi “se con la cultura si mangia”, ragionando in termini di sostenibilità economica degli eventi culturali. 

Oggi possiamo tranquillamente affermare che, anche durante gli eventi cosiddetti culturali, certamente si mangia! 

Spesso, si mangia e basta.

 

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