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Articoli filtrati per data: Wednesday, 25 Maggio 2022

Ieri 24 maggio, si è concluso l’ultimo grado di giudizio per i fatti del 15 ottobre 2011.

A distanza di 11 anni e mezzo dalla manifestazione oceanica che invase le vie di Roma, lo Stato e i suoi tribunali hanno confermato a 6 compagn* pene che vanno dai 5 anni e 4 mesi ai 6 anni e 6 mesi.

Come documentiamo da anni, questo processo “politico” si è sviluppato in diversi filoni volti a differenziare la natura dei reati, con alcuni compagni e compagne ai quali è stata affibbiata la premeditazione degli scontri e della resistenza che impedì alle forze dell’ordine l’agibilità di movimento nell’intero quadrante intorno Piazza San Giovanni.

Il 15 ottobre è stato il momento di precipitazione di una stagione di mobilitazioni contro la crisi e il costante impoverimento scaturito da essa. Una manifestazione che nessun soggetto politico era in grado di controllare o gestire nella quale la rabbia di 200 mila persone ha messo in atto una giornata vivace e di riscatto collettivo.

Giornate come questa e come il 14 dicembre hanno segnato un punto di non ritorno non solo per chi le ha vissute con il sogno di sfidare il presente ma anche per l’apparato repressivo che con questo processo ricorda che in questo paese “democratico” non c’è spazio per un dissenso che radicalizzi le istanze di chi sta in basso nella catena alimentare capitalista.

Ieri a Roma, centinaia si sono riuniti davanti al “palazzaccio” della cassazione che ha confermato le pesanti condanne comminate in secondo grado.

Domani più che mai il nostro compito sarà quello di continuare a sostenere coloro che pagano il prezzo per la rivolta di tutt*, pretendendo la liberazione di chi è divenuto capro espiatorio da dare in pasto alla stampa.

Oggi a distanza di 11 anni, le possibilità di una vita dignitosa si sono ancora più ristrette, compressi tra una ripresa economica che non c’è stata, la tragicità della pandemia e l’attualità di una guerra che è monito del futuro che ci aspetta per garantire la riproduzione di un’sistema fondato sulla privazione di molti a fronte della ricchezza di pochi.

Quest’ennesima manovra repressiva su una giornata di riscatto non deve scalfire la nostra consapevolezza della necessità di reagire allo stato di cose presenti.

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La strage appena avvenuta in Texas alla Robb Elementary School si inserisce all’interno di una lunga scia di morte che ha visto il moltiplicarsi di sparatorie di massa negli Stati Uniti negli ultimi tempi.

Incel, suprematisti bianchi, disagio mentale, c’è una categoria per ogni peculiare fenomenologia del disfarsi di una qualche nozione di vita in comune. Ma ad ogni tragedia che si sussegue vi fanno seguito blandi mea culpa accompagnati dalla spettacolarizzazione morbosa ed al limite qualche tentativo di normare il mercato interno delle armi, che viene regolarmente risolto in un nulla di fatto.

Poche le voci che si alzano per sottolineare gli aspetti strutturali che stanno dietro le sparatorie di massa, perché ciò vorrebbe dire ammettere che gran parte del sistema di valori, gran parte dell’organizzazione sociale su cui si basano gli USA è produttrice di stragi.

Di fatto si tratta dell’altro mito americano, quello del vendicatore solitario, della volontà di predominio, la fontiera nei suoi tratti oscuri, il self made man rovesciato, ma anche coincidente. Vite sedotte ed abbandonate dalla promessa di una vita splendente che divorano altre vite, innocenti.

La questione è strutturale perché gli Stati Uniti non sono mai stati in grado di fare i conti con la propria storia, con le matrici di fondo individualiste, razziste e classiste. In ogni ganglo del vivere associato si annida il morbo della supremazia, del primato, dell’eccezionalità americana.

Non vi sono possibilità di una transizione pacifica verso un mondo multipolare per lo stesso motivo per cui non vi sono possibilità che questa scia di morte trovi una conclusione, salvo uno sconvolgimento sociale radicale. L’accesso alle armi è solo un aspetto che potenzia la distruttività di un modello di società costruito intorno al saccheggio, al continuo divorare di risorse, di possibilità, di vite.

Mentre oggi il presidente Biden strilla contro la lobby delle armi ieri era seduto allo stesso tavolo con i maggiori produttori di morte del mondo a concodare un ulteriore sforzo bellico per sostenere un’economia nella palude e difendere il primato del gendarme del mondo. Queste armi, come sempre sgoccioleranno all’interno della società americana ed all’esterno nei più disparati scenari di guerra perchè business is business. Mentre Trump interverrà nei prossimi giorni alla convention della NRA proprio in Texas, ma in confronto al sostegno al complesso industrial-militare dei democratici nell’ultima legislatura sembra quasi poca cosa.

Più si avvicina il declino e più si serrano le mascelle. A cosa può portare questa decadenza è difficile prevederlo, possiamo augurarci che nelle faglie che si aprono emergano delle forze in grado di ripensare la società USA nel suo complesso a partire dai significativi conflitti sociali che ripropongono in forme diverse una cooperazione basata su un concetto di comunità in senso collettivo.

Intanto dovremmo chiedere ai nostri governanti, ai giornalisti atlantisti ed entusiasti se questo è il modello di società a cui vogliamo assomigliare.

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Questa mattina due compagn* del movimento per il diritto all'abitare sono entrati nel carcere di Rebibbia per scontare le condanne arrivate ieri in Cassazione per la manifestazione nazionale del 15 Ottobre 2011, dove centinaia di migliaia di persone scesero in piazza contro un presente di miseria e precarietà. Ne parliamo con un compagno del movimento per il diritto all'abitare.

Da Radio Onda Rossa

Di seguito il comunicato del Movimento per il Diritto all'Abitare riguardo alle condanne:

 

15 OTTOBRE 2011: LO STATO SI ASSOLVE E CHIUDE IN CARCERE LA DIGNITA’

Intorno alle ore 22:00 di ieri, 24 maggio 2022, abbiamo appreso il verdetto della Corte di Cassazione – l’ennesimo – sui fatti del 15 Ottobre 2011. Per i 6 compagn@ imputat@ sono state confermate, senza nessun ripensamento, le condanne sproporzionate e ingiuste già affibbiate in appello: 5 anni e 4 mesi di carcere a testa. Questa ennesima e vergognosa sentenza chiude il terzo e ultimo grado di giudizio: pertanto le condanne diventano definitive e subito esecutive. Tutt@ colpevoli di dignità per aver manifestato insieme a centinaia di migliaia di persone contro la precarietà e lo sfruttamento, per il diritto all’abitare e alla salute, contro le nocività e per la difesa dei territori. Alla manifestazione del 15 Ottobre 2011, sfociata negli scontri durati ore a piazza San Giovanni, c’eravamo tutte e tutti: era il grido di dolore e soprattutto di rabbia di generazioni intere schiacciate da un capitalismo sempre più selvaggio e disumano che distrugge l’ambiente di cui noi stessi facciamo parte e ci nutriamo, che annienta le radici stesse della solidarietà e del vivere comune. Condannare in maniera esemplare alcun@ di noi vorrebbe essere un monito per chiunque si voglia ribellare e liberare di questa realtà, per strappare diritti e costruire un mondo nuovo. E’ il loro modo per tenere strette ai polsi di tutte e tutti le catene che ci opprimono. Lo hanno fatto sfruttando ancora una volta il reato di devastazione e saccheggio, eredità del codice penale fascista, ancora vigente, utilizzato da Genova 2001 in poi per reprimere manifestazioni di carattere sociale e politico.
Queste condanne rappresentano l’ennesimo gravissimo atto della guerra che oramai da molti anni i potenti portano avanti contro i proletari. Non ci fermeranno. Ora che i nostri compagn@ affronteranno il carcere, abbiamo un motivo in più per lottare, per coltivare e organizzare la nostra rabbia.
Non passerà un giorno, un’ora, un minuto e neppure un secondo senza pensare a voi, senza starvi vicini, senza fare tutto il possibile per sostenervi.
Ne usciremo ancora più forti e più consapevoli: più decisi nel lottare per riprenderci il presente che vogliono rubarci.

NADIA E RICHARD LIBERI
TUTTE E TUTTI LIBERI

Movimento per il Diritto all’Abitare

 

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